Azhad, intervista e recensioni - parte prima

Quando mi hanno detto che avrei potuto recensire i prodotti di Azhad e intervistarlo ho esclamato: “porcapaletta!”.
Azhad (Andrea Colaianni) è uno dei personaggi mitici del mondo dello svapo. Fu il primo (a memoria) a dare la possibilità (almeno in Italia) di utilizzare liquidi che non fossero chimici. Chi frequentava forum qualche anno fa (inutile ripeterlo: per i vapers la memoria è quella di un cane, cinque anni fa sembrano trentacinque) e voleva svapare un tabacco aveva una sola ossessione, e questa ossessione aveva un solo nome: “mille”. Mille era (e in parte è) il liquido più rappresentativo di Andrea, quello che subito viene in mente pensando al suo nome. Su questo liquido si è detto davvero di tutto: “è il tabacco”, “sembra una sigaretta”, “bisogna lasciarlo maturare dodici anni per poterlo apprezzare appieno”, “non è più quello di una volta”, “svaperò sempre e solo mille”. Le recensioni sono sempre pareri, ovviamente, però per essere utili devono avere, nelle parole, dei dati veri, non soggettivi. Il Mille è un liquido “tabaccoso”, nasce da estrazione (e non macerazione), organico in questo caso non vuol dire nulla, e non ricorda minimamente la sigaretta. Per capire questo liquido appieno il nostro palato deve avere cultura. Lo so, spesso si dice: “ma che c’entra la cultura? “A me piace una cosa, a te un’altra, tutto è soggettivo”. Giusto, difficile contraddire, ma, al solito, c’è un però. Se siamo amanti delle foto e le abbiamo studiate a fondo, se ne abbiamo guardate milioni, se siamo andati a mostre, potremmo vedere maggiori dettagli rispetto a chi ne ha viste due in tutto e tutte e due provenienti da un Iphone. Se abbiamo passato anni a degustare vino, sapremo riconoscere tutte le sfumature di un Brunello, dopo un sorso di un Armandi de Brignac ci sentiremo catapultati in una vigna a La Marne e non nel discount vicino casa. La cultura aiuta la comprensione e favorisce la percezione.
Quindi: possiamo svapare il mille come primo liquido e senza avere mai avuto una scatola di Samuel Gawit tra le mani? Certo che sì. Lo troveremmo buono anche senza conoscerlo? Probabilmente sì. Lo apprezzeremo a pieno? Sicuramente no.
Il mille è un liquido (mi verrebbe da scrivere “tabacco”) complesso. Nelle sue basi ci sono tipologie di tabacco della “english mixtur” da pipa. Quindi Virginia, latakia, orientali (e già così la definizione è superficiale, i virginia sono tanti, i latakia li producono in diversi posti, gli orientali sono un gruppo, non un sottogruppo).

Ma andiamo con ordine.

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Mara Genotti Brat - Confessioni di un gatto di strada

Intervista a Mara Genotti Brat e Grumo, tra pochi giorni cureranno la loro rubrica sul sito fino a renderla cartacea.

1-  Sappiamo che scrivi e che hai gatti, ma per il resto, cosa fai nella vita?

Da pochissimo tempo ho iniziato a collaborare a tempo pieno con una start up che gestisce siti e blog e crea testi e contenuti informativi, occupandomi sia della stesura di testi che della revisione degli scritti di altri articolisti.

Nel tempo libero pratico yoga e leggo. Sto anche cercando di imparare a nuotare… Che il Cielo me la mandi buona!

2-      Chi è Grumo? E perché questo nome?

Grumo è il protagonista della mia storia ed è un gatto di strada, il classico randagio anonimo e un po’ polveroso. Da qui il suo nome (Grumo di Polvere, per l’esattezza), che gli viene dato proprio a causa dello strato di sporcizia che riveste il suo manto.

Si sa che i gatti sono animali molto puliti, purtroppo però quando vivono in strada è possibile che la loro meticolosa toelettatura non riesca a togliere i segni della vita all’aperto!

3-      Come mai la scelta di far parlare un gatto?

Questa scelta è stata dettata sia dalla mia passione per questo animale sia da alcuni fatti di cronaca più o meno rosa. Alcune notizie, infatti, talvolta ci raccontano di gatti in grado di accompagnare alla morte le persone o, senza avvicinarsi ad ambiti così tetri, di essere particolarmente sensibili al dolore e agli stati di fragilità.

In realtà molti animali vengono arruolati nei progetti di pet therapy, ma si sa che ai felini viene da sempre attribuita una marcia in più in questo ambito. E quindi ecco il nostro gatto parlante!

4-      Sarà un’unica storia o singole avventure?

Entrambe le cose: il filo conduttore è la storia del gatto e la sua ricerca di risposte legate alle “cose misteriose che solo i gatti possono vedere”, ma in tutto questo Grumo si interfaccia con le persone che incontra, portandoci a conoscere più vite e, quindi, più racconti.

5-      Vivi con altri animali?

Sì, ho adottato un topolino da un’associazione (La Collina dei Conigli) che salva gli animali da laboratorio, dando loro la possibilità di un riscatto. Vi lascio immaginare quanto sia felice il topolino di convivere con due gatte!

6-      Prima di Grumo avevi già scritto?

Sì, avevo già scritto. In realtà però non ho mai portato a termine una storia in maniera completa come ho fatto con questo scritto, fondamentalmente per mancanza di tempo.

7-      Pensi sia importante leggere per scrivere?

Sì, penso che la lettura, magari di generi differenti, permetta di guardare il monitor o il foglio su cui si scrive attraverso un prisma, che aiuta a vedere e a descrivere più sfumature della storia che si vuole raccontare, o semplicemente ad esprimersi meglio.

8-      Libri che ti hanno ispirato?

Sebbene mi piaccia moltissimo leggere, non mi sono ispirata a nessuna storia in particolare per raccontare questa vicenda, e forse questo è stato il motivo per cui ho deciso di dare priorità a questo scritto e non agli altri che popolano il mio pc e i miei appunti volanti.

Se invece devo dire quale libro mi ha dato l’input di provare a scrivere qualcosa di mio, beh, ogni volta che finisco un libro penso: “Uao, lo voglio fare anche io!”

9-      Grumo è un gatto libero o vive in casa?

Grumo inizialmente non vive in casa, tuttavia nel corso della storia trova una famiglia molto particolare, per il resto bisognerà leggere il romanzo...

10-   Ecco, appunto, perché leggere le avventure di Grumo?

Direi di leggerlo perché, che piacciano o no i gatti o gli animali in genere, Grumo racconta tante storie e tante realtà che ogni giorno si intrecciano alla vita di ognuno di noi. Spesso ignoriamo queste storie, per fretta o per paura di affrontare tematiche troppo complesse o che possono spaventare e costringerci a fare i conti con noi stessi.

Infatti Grumo ci racconta le vicende di persone che possiamo eventualmente sentire molto lontane da noi, perché non conosciamo nessuno che ci ricorda quella situazione specifica (i disabili, ad esempio), ma anche storie che presto o tardi ci toccheranno in prima persona, e che per questo vorremmo tenere lontane dalla nostra mente (a partire dalla condizione degli anziani che si trovano nelle case di riposo. Insomma, saremo tutti vecchi un giorno, ma chi ha voglia di pensarci?).

Non siete ancora convinti di leggere questa storia? Beh, allora leggetela per scoprire cosa fissano i gatti quando il loro sguardo si perde nel vuoto, magari proprio alle nostre spalle!

11-   Cosa ti farebbe piacere che una persona pensasse dopo aver finito il tuo romanzo?

Mi piacerebbe innanzitutto che si asciugasse una lacrimuccia, ma se non dovesse accadere vorrei che pensasse che forse un giorno lo rileggerà volentieri!

Intervistiamo Alberto Baroni, l'autore di nove-diciotto

Intervistiamo l’autore di nove-diciotto, strisce di prossima pubblicazione Jona.

Alberto Baroni, cinquantenne di Torino, professione artista.

Oltre all’attività di creatore di vignette, cosa fai nella vita?

Dopo anni di lavoro all’interno di una azienda che si occupa di informatica sono riuscito a mettermi in proprio facendo quello che realmente mi piace: mi occupo di riflessologia plantare con metodo tradizionale. Questo, oltre a piacermi tantissimo mi dà tempo ed energia sufficienti per scrivere le strisce.

Com’è nata l’idea di nove-diciotto?

Io, in realtà, non ho inventato nulla. L’idea è nata nei trent’anni di vita lavorativa molto simile a quella delle storie che narro. Vedere quotidianamente gli schemi lavorativi e le storie che possono nascere mi ha fatto venire in mente che il tutto avrebbe potuto avere un senso se fossi riuscito a portare questo piccolo mondo fuori dalle mie mura. Il mio è stato solo un aprire le persiane e fare in modo che si potesse vedere cosa accadeva dentro. Mi sono limitato a creare delle piccole iperbole e a rendere, a volte, più grottesche le storie, ma, alla fine, le vignette parlano del mio lavoro passato.

Come hai imparato a disegnare?

Mi sono sempre piaciuti i fumetti, ho imparato da solo. La caratteristica delle mie strisce non è l’elevata tecnica, ma l’idea. Il disegno è un tramite per narrare le mie storie, non il motivo vero e proprio.

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Intervistiamo Renzo Semprini Cesari, l'autore di Zeppole e Nuvole

Tra circa un mese uscirà il primo romanzo di Renzo Semprini Cesari, Zeppole e Nuvole.
Renzo lo abbiamo conosciuto perché ha partecipato ai nostri contest, vincendone parecchi e, poco alla volta, abbiamo capito che il suo modo di vedere la scrittura è perfettamente in sintonia col nostro di pensare la letteratura.

-          Ti puoi presentare per i nostri lettori. Di dove sei, cosa fai nella vita oltre a scrivere?

Sono di Rimini e vivo a Rimini, dove lavoro come libero professionista. Può sembrare poco attinente con la scrittura, ma sono un commercialista. In realtà trovo quasi terapeutico prendermi qualche ora la sera, non tutte le sere perché la famiglia non apprezzerebbe, per lasciare vagare la mente con la scrittura rispetto alla rigidità e alla compostezza del mio lavoro. Poi nella vita sono padre di due figli, marito, runner (molto amatoriale), appassionato di lavori manuali, ex giocatore professionista di basket. È chiaro che quest’ultima non rientri nel ‘cosa fai nella vita’, ma completa la presentazione: lo sport ad alti livelli fin da giovane, e la disciplina che ne consegue, hanno senz’altro caratterizzato il mio modo di essere.    

-  Quando hai iniziato a scrivere storie e perché?

La mia opera prima è una coppia di racconti brevi scritti quando ero in seconda superiore, il primo romanzava la rocambolesca nascita dell’amore tra i miei genitori, il secondo, degna conseguenza, era una caricatura dei miei fratelli. Ho due sorelle e un fratello, tutti più grandi di me. Non ero un drago in italiano, ma mi divertiva scrivere e quel divertimento, col tempo, si è trasformato in passione.

-       Zeppole: come è nata l’idea? Ti ricordi quando ci hai pensato la prima volta?

Zeppole è una dedica a Napoli, città, ma soprattutto luogo, cultura e modo di vivere, che ho potuto conoscere per averci giocato a basket due anni. Ho sempre amato Napoli. Da piccolo adoravo Totò, tanto da avere collezionato in VHS tutti i novantasette film che ha fatto per il cinema. Avere avuto la fortuna di vivere là per due anni, respirarne gli odori, goderne i colori e i sapori, condividerne le astuzie e le contraddizioni mi è rimasto dentro e ho provato a tradurre tutto questo in parole.

 -      Dovessi parlare del romanzo a uno che non lo ha mai letto, in poche parole:

Zeppole è la storia del matrimonio tra Selvaggia e Salvatore, due giovani di diversa estrazione sociale che si sposano perché è successo “il fattaccio”. Il romanzo si sviluppa nell’arco di una sola giornata all’interno della quale vediamo apparire svariati e variegati personaggi, che nulla sembrano condividere tra loro, ma che si ritroveranno sulla terrazza del Ristorante Chalet Il Paradiso, dove da metà romanzo in poi ne succederanno di tutti i colori

-          Come lo hai scritto? Prima l’idea con un inizio e una fine o la storia si è formata scrivendola?

Tutto è partito dall’idea: rappresentare quella città e quella gente che mi erano entrati nel cuore, poi ho cercato di tracciare una rotta per capire dove sarei andato a finire, ma la maggior parte della storia si è sviluppata scrivendo. Mano a mano che i personaggi hanno preso vita mi hanno portato dentro il loro mondo.

-          Quando scrivi hai un percorso stabilito? Parti da qualcosa che conosci, la tua città, tua moglie, i tuoi amici o parti da una sensazione?

La partenza è sempre una sensazione. A farla nascere può essere una foto, un’immagine, una scena di vita. Adoro scrivere, per esempio, sul testo o sul titolo di una canzone, trasformare in storia narrata la storia che il cantante ci ha voluto far vivere con poche parole; oppure scrivere sopra un quadro. Tutto ciò che è arte è una splendida forma di ispirazione. Poi scrivere richiede esperienza e conoscenza di quello che si scrive, per cui c’è sempre qualcosa di vero, il riferimento a un luogo nel quale ho vissuto, alle persone. Il mio modo di essere scrittore è pari alla spugna, come del resto lo sono in altri aspetti della vita: cerco di apprendere e trattenere tutto quello che mi piace, che mi serve, che mi interessa, che mi arricchisce dentro, e se posso, qualche volta, trasferirlo su carta, in parole.

-          Scrivi racconti, hai scritto un romanzo, quali le differenze? Certo, formali, ma oltre a quelle, esiste un qualcosa che necessita di un racconto per essere narrato e, invece, qualcos’altro che si concretizza in un romanzo?

Le differenze formali sono scontate: il romanzo ti permette di divagare, di trovare una forma di dialogo più dispersiva, di avere tempo; il racconto ha una vita e una morte più breve, ogni parola assume più importanza. Nel racconto devi colpire sempre il bersaglio, non perdere di vista l’obbiettivo. Credo che il racconto sia più indicato quando si vuole scrivere su una sensazione. Come dicevamo prima: scrivere sopra un quadro, o il titolo di una canzone, è più facile sotto forma di racconto, ma non è impossibile costruire anche un romanzo sopra una sensazione. È questione anche di tempo, ma soprattutto di mobilità mentale, di scorrimento di idee e di neuroni.

-          Cosa ti aspetti dalla pubblicazione. Voglio dire, sono iter completamente differenti, si scrive per un motivo, si cerca un editore per un altro. Il tuo motivo qual è?

Fatta eccezione per i diari, e poi non sempre, credo che chiunque scriva nutra dentro di se il sogno di trovare un editore. Spesso poi quel sogno lo si devia da trovare un editore a pubblicare, e questo non sempre è un bene. Trovare un editore vuol dire avere la conferma che quello che hai scritto ha un senso, l’idea che hai avuto, la storia che hai narrato, le parole che hai usato, la scelta degli aggettivi e dei verbi, il posizionamento della punteggiatura, tutto quello che compone il tuo scritto è piaciuto a qualcuno, lo ha colpito, emozionato, tanto da fargli investire il proprio tempo e le proprie risorse. La speranza poi, e questo è il mio motivo, è che le emozioni che hai provato a trasmettere con il tuo scritto vengano recepite anche da altri, che siano vere, credibili, che riescano in qualche modo a provocare a loro volta nuove emozioni. Che il mio modo di trovare una prospettiva possa dare una nuova interpretazioe delle proprie emozioni al lettore. È il senso dell’arte, non trovi?

 -      Potessi fare quello che vuoi e se questa cosa ti permettesse di non fare altro, cosa faresti? Lo scrittore a tempo pieno, il redattore, l’editor? (Renzo è divenuto, da poco, curatore della nostra raccolta di racconti dei contest)

Metto sullo stesso piano lo scrittore a tempo pieno e l’editor, con una prevalenza narcisistica per il primo dei due.

-          Prossimo lavoro? Racconti, un romanzo? Ce ne puoi parlare?

I lavori in cantiere sono molti. Faccio parte di un’associazione culturale composta prevalentemente da pittori, officina d’A, con la quale abbiamo da poco chiuso un progetto intitolato STRUTTURE, sostegni o gabbie?, che contiamo di portare in giro per l’Italia, e stiamo coltivando il prossimo, intitolato MURI [spensierati], per il quale abbiamo giusto lanciato la collaborazione con voi. Oltre a questo sto lavorando a un libro illustrato. L’idea è nata dal mio amico pittore Gianni Caselli, anche lui membro di officina d’A, col quale abbiamo pensato di scrivere e illustrare il sequel di Pinocchio. Con Freddy Veroni, parliamo sempre di pittura e di officina d’A, ho scritto quartine a commento di sue opere dedicate ai Carabineri, ne è venuto fuori un lavoro molto piacevole, anche se non dovrei essere io a dirlo, che speriamo si trasformi presto in libro. Insomma idee e progetti ce ne sono a bizzeffe, ma adesso voglio pensare al mio antipasto di Zeppoline.

(foto scattata da Max Morri)

svapo contro sigaretta [smettere di]

[Da Sartre ai santoni, con un intervento del dott. Fabio Beatrice, per finire con Manuel Agnelli]

Partiamo dalle cose semplici: svapare fa bene, fa male, è peggio, è meglio che fumare?
Sul web abbiamo mille notizie, da una parte c’è chi dice che svapare è meraviglioso, che ti libera dalla dipendenza, che è bello e fa figo. Soprattutto dice che gli altri, quelli che sono contro, lo fanno perché servi delle lobby. Delle lobby del tabacco che vogliono continuare a venderti sigarette, delle lobby degli ospedali, che ti vogliono malato e pagante, delle lobby dello stato che vogliono, attraverso tabaccai e ospedali, mungerti pecunia fino a farti morire. Nella fazione opposta abbiamo gli altri: svapare fa male, porta acqua nei polmoni, i liquidi non sono certificati e chissà cosa diavolo contengono e poi l’amico del figlio del mio vicino di casa mentre svapava gli è esplosa la sigaretta elettronica e tutta la palazzina a fianco è precipitata come neve sotto tempesta.
Per fare chiarezza – almeno sulla parte software, quindi liquido – abbiamo chiesto un parere al dott. Fabio Beatrice, Past Presidente della Società italiana di Tabaccologia e componente del Comitato Scientifico internazionale per la sigaretta elettronica:
Svapare, fa meno male delle sigarette almeno del 95% (tesi sostenuta, tra gli altri, dal Ministero della Salute della Gran Bretagna). Il resto sono tutti contorni, il vero focus della questione sta in questa percentuale. Lo svapo non avviene tramite combustione ed è proprio attraverso la combustione che la sigaretta diventa letale per il corpo umano, non, come erroneamente si pensa, per la nicotina, ma, appunto, per tutta quella ottantina di sostanze certamente cancerogene che la sigaretta rilascia con la combustione. Svapare è come respirare? Certo che no, ma io che sono medico non posso che vedere il vantaggio della sigaretta elettronica rispetto alle normali sigarette per quanto attiene alla riduzione del rischio. Una riduzione del 95% del rischio per un fumatore incallito è un grande passo in avanti in termini di salute. Poi, per carità, c’è modo e modo, i liquidi devono essere certificati, gli atomizzatori (o i cartomizzatori) devono essere comprati da aziende affidabili. Ma questo è ovvio, insomma, anche andare in bici è sicuro, ma non devi lanciarti in discesa a ridosso di una autostrada a cento all’ora. Quindi io dico fortemente sì allo svapo, svapo consapevole, svapo intelligente, svapo senza fai da te. Se c’è l’aiuto di un medico esperto si riesce a switchare alla sigaretta elettronica con successo oltre il 60% dei fumatori . Questo vuol dire, semplicemente, che staranno meglio da subito, che la loro qualità e la speranza di vita saranno nettamente superiori”.

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Il vaporificio - liquidi per sigaretta elettronica - recensione e intervista

Molto spesso la scelta di un liquido per sigaretta elettronica parla di noi più che del liquido stesso.
Ci dice quanto ne sappiamo in materia, certo, ma anche se siamo una persona che segue le mode o il proprio gusto, se siamo ossessivi in questa ricerca, se siamo uomini che si accontentano, se studiano la materia o si affidano al gusto altrui.
Una delle frasi più usate dai recensori di aromi per sigarette è: “comunque questo è solo il mio gusto, niente è più personale della scelta di un liquido”. Frase ottima per delegittimare il proprio ruolo e per soggettivare il gusto. In parte è così, in parte no. Ovvio, se a una persona non piacciono le fragole io non potrò mai convincerla che sono buone. Però, sicuramente, se ne sono capace e ne ho cognizione, potrò fare una classifica di tutti le fragole che conosco, potrò descrivere le differenti sfumature di sapore dando così modo di far capire cosa prendere, laddove se ne abbia voglia e si ami il loro gusto.
Il passaggio da sigaretta classica a quella elettronica è delicato, moltissime persone dopo aver provato qualche liquido in qualche atomizzatore tornano indietro non avendo trovato appagamento.
Uno degli aspetti di cui si deve maggiormente tenere conto è, appunto, il liquido. Iniziare con qualcosa di più vicino possibile alle sigarette, abbiamo visto nei precedenti articoli, è fondamentale.
La differenza più importante tra i liquidi comunemente detti tabaccosi è la derivazione. I più sono di fattura chimica, i meno nascono direttamente dal tabacco, per estrazione. I primi sono lontani parenti dell’aroma sigaretta e quasi tutti non ci danno il gusto che provavamo con le nostre paglie. Quelli per estrazione, invece, possono essere vicini a quel gusto; alcune marche hanno riprodotto fedelmente alcuni modelli quasi alla perfezione. Altri, invece, sono andati oltre, hanno creato aromi con mille sfumature, assai più complessi di quelli di una normale sigarette. I liquidi che abbiamo provato sono quelli del Vaporificio.

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Dodicesimo contest - gennaio 2017 - Muri spensierati

Muri spensierati (in ogni accezione vogliate)

Siamo abituati a considerare i muri e i confini come elementi che limitano, che privano, che tolgono libertà. Muri domestici che nascondono abusi. Confini tracciati con filo spinato. Separazioni fra Stati, stili di vita ed economie. Immigrazioni, diversità, paure. Ma i muri e i confini non hanno solo funzioni e accezioni negative. I muri eretti migliaia di anni fa hanno perso la propria funzione e oggi raccontano una o più storie.

(nella foto ‘Muri di Venezia’ di Lanfranco Giovannini – Officina d’A)

Nei prossimi giorni vi diremo chi ha vinto il contest di dicembre, a seguire le pubblicazioni.

Le regole:

I racconti (inediti) devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it
La lunghezza massima è di duemila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office.
Il titolo deve essere composto dal vostro nome-cognome e da "muri spensierati".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Scadenza 28 febbraio 2017
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito. Sarà più semplice comunicare.

Cosa si vince?
I due o più vincitori (se i racconti inviati saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it
Entro fine  maggio 2017 (abbiamo posticipato di tre mesi per raccogliere ancora vostri scritti) i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

In bici con Nici

Nicola Muratore (Veni Vidi Nici) si occuperà, per noi, di bici. Di come andare su due ruote, di cosa vuol dire "fissa". Ci accompagnerà nel mondo dei bike messenger, ci farà sentire il suo amore per la strada vista da una sella e come vivere senza automobili e inquinamento.
Ecco la sua presentazione e la presentazione della rubrica "in bici" (da gennaio qui e sul sito).

Ciao a tutti! Mi presento: sono Nicola, conosciuto ai più come Nici. In tanti si chiederanno cosa ci faccio qui. Bene, vi rispondo subito: sto realizzando un mio piccolo sogno che fino ad ora era rimasto nel cassetto (o meglio, nel mio hard disk). Ma andiamo per gradi.
Ho studiato filosofia all’Università degli Studi di Torino. Durante l’ultimo anno di Magistrale, per arrotondare, ho iniziato a lavorare come bike messenger, ovvero come corriere espresso in bicicletta. All’epoca non sapevo nulla di quel mondo, vastissimo e dettagliatissimo al medesimo tempo. Mi ci lanciai dentro a capofitto, armato di sola intraprendenza (e una buona dose di sana incoscienza). Fatto sta che, anche dopo essermi laureato, io da quel mondo non ne sono più uscito. È un mondo complesso, ma per fortuna ho avuto degli amici pazienti che mi hanno aiutato a districarmi in quella che all’inizio mi sembrava un’accozzaglia di nomi strani senza senso. Poi la curiosità e la voglia di migliorare ha fatto il resto. Sono passati anni, finché il testimone non è arrivato a me: le persone hanno iniziato a chiedermi che lavoro facessi, che strumenti utilizzassi, qual è la maniera migliore per svolgerlo. Ed è precisamente da lì che è nato il mio progetto. Il bike messenger non è un mestiere, ma una filosofia di vita. Una volta finito il turno di lavoro il bike messenger non smette di essere tale. Il bike messenger non si limita a portare a destinazione un pacco. Spiegare tutte queste cose a voce può risultare noioso e prolisso e per questo ho pensato di scrivere un libro per chi ha tempo, voglia e pazienza di scoprire com’è la vita di un bike messenger. Da qui nasce “Mess Life”.
Le persone che devo ringraziare sono veramente moltissime, ma ci sarà tempo. Quelle che proprio non posso far aspettare sono Giulia, stella cometa che mi ha indicato dove rivolgere lo sguardo, e Alessandro Mazzi che ha deciso di dare una chance concreta al mio progetto. Ebbene sì, sembra che vedrò il mio libro pubblicato. Il lavoro da fare è ancora parecchio, ma ormai le basi sono state gettate e, quello che prima era solo un sogno, sta crescendo solido.
Nel frattempo ho l’onore e il piacere di tenere questa rubrica per quello che sarà il mio editore, ovvero Jona Editore. Spero così di stuzzicare la vostra curiosità sul lavoro di bike messenger, ma soprattutto su tutto il contesto in cui nasce e cresce, tutto quello che il cliente non vede, tutto ciò che, come si suol dire, sta sotto la punta dell’iceberg, e dunque le biciclette, le gare (clandestine e non), le mode sensate o meno adottate dai corrieri. Per amalgamare tutte queste informazioni tecniche ho deciso di sfruttare la mia esperienza autobiografica, utilizzata come collante tra i capitoli più schiettamente “didattici”. Spero in questo modo di non tediare né chi sarà alla ricerca di informazioni, consigli o dettagli tecnici, né chi invece vorrà leggere una “storia” su questi strani personaggi chiamati “bike messenger”

Muri Spensierati

In occasione del lancio del contest di Gennaio dal titolo ‘Muri spensierati’ abbiamo il piacere di  di promuovere una nuova collaborazione, quella con l’associazione culturale Officina d’A. “Officina” è un termine che proviene dal latino e significa “opera, lavoro, fare”. Una valenza simbolica forte e incisiva che ben si presta a indicare anche la cooperazione in ambito artistico. Spinti dal piacere della ricerca i pittori di Officina d’A hanno smesso da tempo di fare mostre per esporre le proprie opere o per appendere quadri alle pareti, e si sono dedicati alla realizzazione di progetti di più ampio respiro. Arte come ricerca: dunque non solo piacere estetico, ma anche strumento per una riflessione. Officina d’A collabora con artisti di ogni disciplina, filosofi, musicisti e teatranti. Ben lontani dal voler fornire risposte, spingono i fruitori dei propri eventi, piuttosto, a porsi domande, con occhio attento alla comunicazione. Alcuni racconti del prossimo contest saranno utilizzati dagli artisti di Officina d’A all’interno del loro nuovo progetto intitolato, appunto, ‘Muri’.



MURI SPENSIERATI – il contest

Siamo abituati a considerare i muri e i confini come elementi che limitano, che privano, che tolgono libertà. Ovunque volgiamo lo sguardo sentiamo parlare di muri domestici che nascondono abusi, di confini tracciati con filo spinato, di separazioni fra Stati, stili di vita ed economie, di immigrazioni, di diversità, di paure. Siamo attorniati da uno stato di ansia e terrore. Ma i muri e i confini non hanno solo funzioni e accezioni negative, possono bensì contenere, proteggere o raccontare. I muri eretti migliaia di anni fa hanno perso la propria funzione e oggi raccontano una storia che non è solo quella di coloro chi li hanno eretti, o di colui che li ha fatti erigere (pensiamo a un momento, a un portale, alle mura di cinta di una città, di una chiesa, di un castello, pensiamo a una casa diroccata di campagna) ma è anche una storia nuova composta da stralci delle storie di tutti coloro che hanno vissuto affianco a quel muro, che ci hanno sbattuto contro, che ci hanno pianto, riso, che ci hanno lasciato sopra una scritta, che vi ci sono arrampicati per raccogliere una mela o per scoprire un nuovo orizzonte. I muri sono sempre stati la carta sulla quale l’uomo ha tracciato i propri pensieri, dai geroglifici ai graffiti, ai writers, alla spray art. Ai muri sono stati affissi cartelli elettorali, pubblicità, locandine di film e di concerti, manifesti funebri. Muri sui quali opere d’arte sono state nel tempo coperte da una mano di calce per graffiarci sopra simboli di guerra e di terrore. Ma la calce si sgretola e con un poco di pazienza e di fortuna la bellezza torna alla luce. Tra i muri domestici si possono consumare abusi, ma anche amori, i primi baci. Muri antichi, muri di mattoni cotti a mano, muri di cemento armato. I muri tra due appartamenti ascoltano storie di famiglie, respirano vite, sono dei pazienti confessori. Il progetto muri, avanzato dall’associazione culturale Officina d’A, con la quale Jona fa partire questa collaborazione, si pone come obbiettivo soffiare via la polvere dell’ansia, le notizie negative, le accezioni opprimenti dei muri e del loro alter ego che sono i confini, le guerre, le separazioni tra i popoli, le problematiche dell’immigrazione, non per ignorarle o per chiudere gli occhi, ma per ricordare che la vita è anche qualcosa di positivo. Scrostare il grigio e offrire una visione dei muri che sia fresca, spensierata, romantica, oppure colorarlo quel grigio e offrire al lettore qualche momento di pace e di beatitudine.


Il primo gennaio pubblicheremo il bando per il contest.

Elena Zuccaccia - Ordine e Mutilazione


La poesia può vestire abiti assai diversi tra loro, può essere bene e male allineata, essere bianca o sporca, può essere vivida o indeterminata, però una proprietà, per essere definita tale, deve avere a prescindere: irriverenza. Deve, necessariamente, non essere omologazione. E in questo periodo fatto di comunicazione racchiusa in schemi e social, che siano facebook, youtube, instagram, o solo abbreviazioni da messaggio frettoloso, gergo giovanile, o moda dimenticabile, la poesia è, unica e sola, in opposizione a questa perdita quasi totale di identificazione dell’unicità.
Il libro di cui parliamo è una raccolta di Elena Zuccaccia, il suo primo pubblicato, edito da Pietre Vive Editore.
La prima cosa che colpisce nei suoi versi è la capacità di indicare la metrica attraverso la punteggiatura. Sono piccoli frammenti amorosi senza inizio e senza fine, sono incontri di pelle, di dita, a volte di occhi, a volte di niente, per perdersi, poi, in assoli quasi indifferenti a se stessi. Sono stanze dalla porta socchiusa e con un filo di luce che arriva dalla finestra. Quel piccolo filo di luce è la connessione, il corridoio poetico della Zuccaccia.

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