Intervista a Calogero Rizzo - Felice come un bambino



Il 5 giugno uscirà Felice come un bambino,  il nuovo romanzo di Calogero Rizzo (con prefazione e copertina di Antonio Pintér). Conosciamolo meglio.


Calogero Rizzo: avvocato perché?

Inizialmente, per una sorta svogliatezza, indolenza dello spirito, posto al suo primo bivio esistenziale. E poi perché amo correggere le mie deficienze con scelte contorte: essendo un carattere niente affatto pratico, pensai che l’incontro tra tecnica e prassi, teoresi e pellegrinaggi presso le cancellerie, avrebbe potuto correggere questa sorta d’attitudine all’astrazione che sempre m’ha attanagliato, provocandomi non poco disagio. Allo stesso modo, scelsi di diventare arbitro di calcio: per colmare, a forza, una volontà che sentivo latitare. Ma rimanendo alla professione, devo riconoscere, che poi fu amore e amore vero, sebbene totalizzante, ammorbante. Il cliente, il tuo primo nemico, t’invischia nella sua esistenza, ti toglie il sonno e i pensieri; occorre cambiare pelle molte volte in una giornata e, facendolo, non impazzire.

Fotografia della vita che stai vivendo in questo periodo.
Senza clienti, appunto. Rilassato e felice. Attorniato dalla mia famiglia: da mia moglie, a cui devo tutta la mia dedizione, per avere anche l’ultimo felice giorno insieme; dai miei figli, ai quali devo tutto il mio tempo, per aiutarli a compiere il loro percorso educativo. Una vita, finalmente, solare, nella sua fatica quotidiana, alla quale nulla può sottrarci, né sarebbe giusto, in fondo.

Come mai, quindi, vivi all’estero?

Per avere una seconda vita, ché la prima poco m’ha persuaso.
La professione, dopo quasi un ventennio, m’atterrò, letteralmente: la sera del sei giugno 2015 mi ritrovai sul pavimento del salotto di casa, poco dopo all’ospedale: crollo del sistema centrale nervoso, mi spiegò, infine, un medico. Dopo mesi di inutili diagnosi, tra vertigini, scosse elettriche e patimenti vari, volli andare in Inghilterra, dove viveva mio fratello: due giorni senza telefono, né pensieri, m’avevano restituito vent’anni di vita, ricreandomi di nuovo trentenne e felice. In un mese, fummo tutti in Inghilterra, mia moglie a lavorare, i ragazzi nella nuova scuola e io che chiedevo la sospensione volontaria dall’esercizio della professione, per tentare di abilitarmi qui; poco convinto, a dire il vero, poi arrivò la Brexit a sciogliere quest’ultimo mio scrupolo. Insomma, l’anno sabbatico divenne biennio, in cosa si trasformerà non ho la più pallida idea, mi piace questo vivere all’impronta.

Arriviamo alla letteratura, quando e perché hai iniziato a scrivere?

Iniziai a scrivere l’agosto del 1998, un trattatello: Della vanità, che non volli tentare di pubblicare, essendo il tempo dei trattati morto e sepolto. M’indusse la mia vanità a scriverlo, poiché ero stato respinto da una ragazza che frequentavo all’epoca: le rinfacciavo la sua. Molta di quella materia è poi rifluita, frantumata, rielaborata in qualche racconto, in parte anche in Felice come un bambino.
Nel 2001 scrissi, e pubblicai questa volta, col mio fraterno amico Massimo: Kairós. Eutanasia di un sequestratore. La vicenda nota e triste di un uomo che aveva fatto parte di una banda che nei primi anni ottanta aveva sequestrato la neonata Elena Luisi. Era la vicenda, dalla nascita al riscatto finale di quell’esistenza, passando tra la burrasca del crimine alla sofferenza della galera.
Perché scrivo? Bella domanda, non saprei; penso, fondamentalmente, perché l’esercizio della scrittura mi restituisce la vocazione all’astrattezza, all’immaginifico, ai quali troppo frettolosamente avevo abdicato. Se leggere mi lancia in dimensioni le più disparate, scrivere moltiplica esponenzialmente questo senso di navigazione. Confesso che l’essere il demiurgo dei personaggi che vado creando o narrando, solletica una certa tendenza all’onnipotenza che, talvolta, si declina in crudeltà, talaltra in misericordia.

 Autori che ami.

Pretendendo la domanda impossibile risposta, ne voglio dare una tranciante: Platone, che poi sulle sue opere ho imparato a scrivere. Lo incontrai adolescente e ancora lo leggo e rileggo, stupendomi sempre di quanto ancora ne possa cavare da queste letture, quasi un invito a volere svuotare il mare col secchiello. Questa risposta, mi permette di aggiungere, solamente, che dunque gli autori che maggiormente amo sono i classici; intendendo, calvinianamente, tutti quegli autori, o opere, che alla rilettura rinnovino il mio stupore, thauma direbbe Platone.

Come è cambiato, se è cambiato, il tuo modo di leggere con internet?
Internet in sé non avrebbe cambiato il mio approccio alla lettura, e difatti non lo cambiò finché non cambiai paese. Impacchettata la mia biblioteca, dovetti lasciarla in una cantina italiana, dicendomi che avrei dovuto fare maggiore affidamento sulla memoria, abbandonando quei libri glossati a margine come figli abbandonati. E memoria fu all’inizio. Alla fine, non potendo snaturarmi, ho ricreato quella biblioteca in versione virtuale: il tablet straripa di titoli che ho scaricato e che non rileggerò mai più, insieme a quelli che vado leggendo. Mi è parso, coll’atto di scaricare anche i vecchi libri insieme coi nuovi, di consolare un lutto.

E come è cambiato il tuo modo di scrivere?

È cambiato assai. Prima scrivevo rigorosamente a matita – la penna vietata – su quadernoni lo schema e svolgimento di quel che avevo in testa. Poi sempre più inavvertitamente mi sono trovato a scrivere direttamente sulla tastiera del computer; la causa non fu internet, ma la scrittura giudiziaria: atti, diffide, suppliche; utile esercitazione alla sintesi.


Felice come un bambino. Quando è nato? Che senso ha avuto scriverlo?

È un’ulteriore riflessione sulla condizione umana, la necessità di una consolazione che sempre essa reclama: la ricerca di qualcosa di irrecuperabile coi nostri soli mezzi, conseguibile solo attraverso un atto di grazia, anche laicamente intesa, se possibile. Ora, la domanda che pone il racconto è se anche gli oggetti abbiano tale possibilità di consolazione. Una volta, m’insegnò il mio compagno di questionare, Massimo Iiritano – che tanto ha scritto sull’argomento –, che i girasoli di Van Gogh stanno lì miseri, accartocciati ad attendere la redenzione, come tutto il creato. Qualche anno dopo, principiando a meditare questa storia, chiesi a me stesso se un oggetto in qualche misura redento – vuoi la capacità dell’artefice, il caso o che so altro – potesse restituire all’uomo, ancora al colmo del suo smarrimento, una misura di senso, se non proprio di conforto.

Di cosa parla?

Di due investigatori che vanno alla ricerca della palingenesi della loro vita, pur non sapendolo, attraverso la ricerca di un oggetto. Uno va ad est, l’atro ad ovest; entrambi incrociano le proprie vite con quelle di altri, in un caso in maniera, addirittura, definitiva. In particolare, la loro ricerca, incoccia e incrocia quella di un’altra tormentata esistenza, un artigiano sefardita del passato, autore di un trattatello mistico che sta a base di tutta la vicenda. Vicenda di danari che si fa quello che si diceva poc’anzi, ricerca intorno a se stessi, le ragioni del proprio agire, soprattutto nell’errare, intendendo quest’ultimo verbo nella sua duplice accezione.

Devi leggere Felice come un bambino: perché?

Perché, mi dicono – e non è l’editore –, che dia diletto, se non felicità, lo spenderci sopra un paio d’ore. A parte gli scherzi, sarebbe veramente presuntuoso, da parte mia, indicare le ragioni per leggere un mio libro, il quale, d’altro canto, è stato scritto per essere letto; potremmo assumere questa come ragione necessaria e sufficiente, come per ogni libro. D’altro canto, dovrà esser la fatica del lettore a dover trovare il senso che preferisce o a cui la propria indole lo condurrà. Scriverlo fu faticoso; indicare perché leggerlo, sarebbe sforzo titanico quanto violento e inopportuno.

Stai scrivendo altro?

Si, sto collazionando e rivedendo tanti racconti scritti in questi ultimi anni, oltre a un romanzo che ho appena terminato e che sto revisionando. Essendo inquieto – nel senso di: incapace a fare una cosa per volta – sto lavorando a un altro progetto, immaginandone nella fantasia un quarto, insomma un caos, che poi da lì vengo e tendo sempre a tornarvi.

La prima parola che ti viene in mente pensandoti mentre scrivi.

Fatica.

 La prima parola che ti viene in mente pensandoti mentre leggi.

Felice (come un bambino).

Il Santone dello Svapo: che lo svapo sia con voi


Da oggi è possibile prenotare, con un bello sconto,  il libro del Santone dello Svapo. Libro che sarà disponibile a partire dal 10 giugno, qui sul sito e in quasi tutti gli store online.
Siamo molto orgogliosi, Matteo (Il santone) è senza ombra di dubbio il primo recensore di sigarette elettroniche d'Italia e uno dei più importanti e seguiti del mondo.
Grazie a lui migliaia di persone hanno smesso di fumare e hanno conosciuto un nuovo mondo, fatto di salute e di passione.
In questo primo ebook impareremo a conoscere il personaggio e la persona, inizieremo a capire i sistemi di svapo e a come smettere di fumare; Matteo ci dirà come ha iniziato, che sistemi c'erano anni fa e come si sono evoluti. Tra qualche mese, in un altro ebook, vedremo sistemi più complessi e tanto altro ancora. Concluderemo a fine anno con un volume cartaceo che conterrà il tutto e altre gradite, sorprese.
Renzo Semprini Cesari, che tutti noi conosciamo per Zeppole e Nuvole, ha curato il libro. Libro che inizierà con una lunga intervista a Matteo, di cui mettiamo qui una piccola parte e, a finire, il link per il preorder.

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Nuove prospettive

Oggi, primo maggio 2017, inizia la seconda parte dei contest Jona Editore.
La prima ha avuto termine dando vita a prospettive: dodici temi, venti autori, quaranta racconti pubblicati.
Anche questa antologia sarà curata da Renzo Semprini Cesari.

Al termine, a dicembre, pubblicheremo un altro ebook e un libro cartaceo con una selezione dei racconti delle due.

Le regole sono le stesse, cambiano solo il numero di parole massime che i partecipanti possono utilizzare, passando da duemila a quattromila.

Il primo:

Titolo: Mad World

Scadenza: 30 maggio 2017

Parole massime: 4000

Mail per inviare il racconto (inedito e in qualsiasi formato office o open office) e per chiedere eventuali informazioni: contest@jonaeditore.it

Il tema, prendendo spunto dal titolo della celebre canzone, è aperto. Potete interpretarlo come meglio credete.

Il file che inviate deve avere come titolo: nomecognomemadworld: dove, ovviamente, per nome e cognome dovrete scrivere il vostro (in caso contrario sarà cestinato).

I due o più  vincitori (se i racconti inviati  saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it

A dicembre 2017 i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in digitale.

Oltre al racconto inviate autorizzazione a pubblicarlo, nome e cognome ed eventuale vostro sito.

Il gatto del cimitero

Splat.

Morto per il freddo e riverso a terra, viene travolto dalla mia zampina e tramutato in frittella. Che delusione scoprire che queste belle faville svolazzanti altro non sono che miseri insettini.

Splat.

Eccone un altro. Fino a poche sere fa la notte brillava, grazie alle lucciole che danzavano tra i fili d’erba e rendevano fatato e un po’ surreale il margine della superstrada. Ora, invece, soltanto i fari delle auto e dei grandi camion che sfrecciano sull’asfalto, o che si fermano nello spiazzo per riposare, inondano le ore notturne, rendendole meno nere.

Splat.

Sono tutti morti. Che amarezza scoprire che si tratta solo di bestioline! Qualche giorno fa, quando la mia amica Lucciola mi ha indicato gli scintillii lampeggianti, ho pensato di non essere il solo a vedere le luci colorate che danzano nell’aria! Ho pensato persino di non essere il solo a vedere il velo di colore che circonda le persone! Mi sento uno sciocco, ho così tanto bisogno di ottenere risposte sull’origine dei bagliori variopinti da non riuscire a filtrare neppure la realtà, separandola dalle mie speranze: è evidente che nessun altro può vedere questi colori.

Splat.

Schiaccio l’ultima lucciola morta a causa del freddo e poi me la mangio. Dopo giorni passati in questa valle di cemento a bordo della superstrada la fame si è fatta più crudele: sebbene qualche camionista di passaggio lasci casualmente cadere qualche avanzo di cibo, non ho avuto molte occasioni di fare un vero pasto, così anche i cadaveri di questi insettini mi sembrano briciole di pandoro succulente.

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