Offline - Matteo Pieri

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Il primo racconto di Plot

Scrivere è una condanna a morte. Non posso evitare di farlo, ma non riesco a farlo come vorrei. Certe volte mi fisso su un dettaglio che mi blocca per giorni. Allora ascolto musica e mi perdo su internet. Quella sera curiosavo sui programmi per la scrittura creativa. Ci sono programmi che ti aiutano con il vocabolario, con schede sui personaggi e cronologie di eventi.

Io scrivo la notte a forza di caffè e un lavoro può protrarsi per mesi. Non è facile tenere a mente i nomi e i fatti della storia per tutto quel tempo, quindi capisco l’utilità di quei programmi, ma temo che possano diventare ulteriori alibi, modi per rimandare l’appuntamento con la scrittura. Quando chiudo la schermata mi appare la notifica di una mail. Nella mail c’è la pubblicità di un’applicazione per la scrittura creativa, si chiama Plot, lo slogan dice che non si tratta del solito software: “Plot interagisce con l’autore e lo stimola nella realizzazione delle proprie idee”. Chiudo la posta elettronica e per un attimo si apre un’altra finestra che subito scompare. È un virus. Chiudo tutto, scollego il pc da internet e lancio la scansione dell’antivirus.

Fisso la percentuale dell’analisi che scorre sul contatore.

Nessuna minaccia rilevata. Vado a letto.

A scuola è un delirio. Un ragazzo che seguo ha fatto dei progressi importanti quest’anno, ma non credo possa affrontare le scuole superiori. Tra una settimana c’è l’ultimo ricevimento dei genitori e nessuno vuole prendersi la responsabilità di decidere. Nemmeno io. Penso solo alla maledizione. É l’idea del racconto che sto scrivendo: un antropologo è convinto che esista un uomo bicentenario che vive isolato nella giungla. Dopo mesi di ricerche a vuoto, quando gli assistenti stanno per ritirarsi, un uomo si presenta all’accampamento. È schivo e rabbioso, non parla, ma osserva con sospetto. Risponde alle sollecitazioni dell’antropologo con gesti e grugniti, spesso si rannicchia in un angolo con le mani sulla testa e piange di dolore. Il ricercatore pensa che l’isolamento abbia ridotto l’uomo a una condizione autistica, che ha modificato in lui perfino l’espressione universale delle emozioni. Vorrebbe aiutare l’uomo alleviando il dolore che lo affligge, ma non riesce ad avvicinarlo. L’uomo non mangia, non beve e non evacua. Quando l’antropologo si avvicina per somministrargli un antidolorifico, l’uomo lo afferra per i polsi, sgrana gli occhi e lo fissa. Sembra che stia per dire qualcosa, ma la bocca si spalanca in un grido sordo. Poi molla la presa e si accascia a terra. Il viso si distende nell’accenno di un sorriso. È morto.

Nei giorni che seguono l’antropologo fa una serie di indagini sul corpo, ma non riesce a capire niente sulla condizione di quell’uomo e sulle ragioni della sua morte. Non ci sono infezioni importanti, nessuna malformazione o massa tumorale. L’antropologo ripensa al momento in cui lo aveva afferrato per i polsi, prima di morire. Nel momento in cui lo aveva fissato negli occhi sembrava aver scelto di morire. Quel pensiero fisso lo ossessiona. Anche lui sente un dolore diffuso e continuo, che non saprebbe spiegare o misurare. Si sottopone ad analisi, chiede opinioni, ma nessuno sa aiutarlo. Smette di dormire, viene meno agli impegni con la famiglia e la comunità scientifica lo allontana. Solo e delirante capirà la condizione di quell’uomo, vittima di un dolore immotivato e implacabile. È pronto a tutto pur di porre fine allo strazio. Ingerisce un veleno e sente l’evolversi del dolore, gli organi che si contraggono e la vie respiratorie congestionate, ma non muore. Al contrario, da quel momento la maledizione cresce di giorno in giorno. Pensa all’uomo della giungla, alla sua rabbia e alla diffidenza. Ricorda l’esasperazione con la quale lo aveva afferrato, e il rammarico mentre lo fissava. Ricorda il sollievo sul suo viso, nell’attimo prima di spirare. Per quanto tempo aveva sopportato quel castigo? Era stato lui a passargli la maledizione? Forse quello era l’unico modo per liberarsi del dolore, passare la maledizione a qualcuno e finalmente morire.

Riconosco il senso più sincero del mio racconto nella condanna che mi infligge. Ho chiamato il file “la Maledizione”. Devo restare a scuola fino alle cinque, poi passo dal supermercato e rientro a casa. Dovrei chiamare i miei. Dovrei chiamare anche Elena. Invece torno a casa, metto a posto i sacchi della spesa, accendo il computer e apro il file. È più lungo di un racconto. Potrebbe essere un romanzo, oppure una serie di racconti che potrei pubblicare sul blog. Noto una striscia sottile sul bordo superiore dello schermo. Faccio scorrere lì sopra il cursore, clicco il tasto destro del mouse e si apre un menù: apri, salva, cerca, personaggi, timeline, riferimenti e consulta.

Esploro quelle funzioni cercando di cliccare il meno possibile. Quella riga sottile è l’unica traccia del programma che si è installato e che riproduce il desktop così come era impostato, con la foto del fiordo di Lysebotn sullo sfondo e tutte le icone incolonnate.

Quando premo “consulta” si apre una finestra sovraimpressa al testo. É una chat.

Posso esserti utile?

Fisso la frase per un po’, poi vedo l’icona col punto interrogativo sul bordo della chat, clicco e si apre un testo: La funzione “consulta” di Plot permette di confrontarsi direttamente con l’intelligenza artificiale che, partendo dal materiale salvato e dal contenuto della domanda posta, elaborerà risposte imperfette, capaci di stimolare la riflessione con metodo analogico. Le risposte sono l’esito di due processi: approssimazione e scostamento.

Seguono due paragrafi dedicati a quelle parole. L’approssimazione, suggerendo risposte vaghe o grossolane, induce alla precisazione, stimolando l’assertività, lo scostamento invece stimola il pensiero divergente, tirando in causa in modo improprio i contesti prossimi a quello preso effettivamente in esame.

Posso esserti utile?

Il cursore lampeggia sullo schermo, sotto alla domanda. Clicco sul file del racconto che si apre sempre all’interno della cornice del programma. L’applicazione si è mangiata tutto il computer, come se fosse un sistema operativo. Sulla chat appare una riga di testo: Il file è stato aperto 32 volte, con una media di 1,34 aperture al giorno sempre in questa fascia oraria. Il trend delle parole salvate diminuisce progressivamente. Ne deduco che la produttività sul testo stia calando, qualcosa ti turba?

Me lo chiedeva anche Elena. Non ricordo cosa le rispondevo. Fisso la domanda per qualche secondo e appaiono altre due righe: Quando la storia si blocca in un punto consiglio di sfruttare le funzioni di archivio dinamico di Plot. Oltre a focalizzare i dettagli sugli elementi singoli della storia (personaggi e cronologia), le schede aiutano a valutare la storia da altri punti di vista.

È un virus. Sono certo che arriverò a un’impasse che mi costringerà ad acquistare un aggiornamento, oppure a rimuovere il programma. Ma ormai ci sono dentro, e sono curioso. Le schede sono molto comode, il sistema ha già rilevato alcuni dati dall’analisi del testo. Mi propone una scheda per ogni nome proprio rilevato. Appunto anche la sequenza dei fatti, trascrivendo quello che avevo scritto a mano sul quaderno. Come sempre la trascrizione fa luce su quello che avevo appena intuito. Quando ho finito nella chat compare un’altra riga: Quindi questa è la storia dell’antropologo?

Rispondo che non è così. Casomai il personaggio è l’innesco della vicenda, ma la protagonista è la maledizione.

Non hai fatto una scheda per la maledizione.

Il suggerimento mi infastidisce, ma è corretto, e decido di seguirlo. «Ogni storia che si rispetti è la soluzione a un problema affascinante.» Quindi i protagonisti sono conseguenze?

Ho parlato sovrappensiero, mentre scrivevo. Se il programma replica significa che traduce anche la mia voce. Rifletto per qualche secondo.

Sento quello che dici dal microfono del laptop. Se vuoi anche tu puoi sentire quello che scrivo.

Ho il cavo delle cuffie inserito, me le metto e clicco sulla frase della chat.

«Sen-to-quello-che-dici-dal-microfono-del-laptop-se-vuoi-anche-tu-puoi-senti-re-quelloche scrivo.»

É una voce meccanica, come quella che ancora si sente negli annunci di certe stazioni ferroviarie.

Prendo appunti sulla maledizione e mi accorgo di sentirmi osservato. Non scrivo con l’intento di ricordare a me stesso le idee, ma con un’ambizione espressiva. Non ho l’impressione di scrivere dentro al programma, ma di scrivere sotto ai suoi occhi.

«Posso-esserti-utile?»

Immagino lo chieda ogni volta che il cursore resta fermo per un certo tempo.

«Mi chiedo se sia utile dare una genesi alla maledizione.»

«Per-ché?»

«Non ho un’idea precisa, e se dovessi farmene una precisa potrei avere la tentazione di volerla raccontare, cosa che invece vorrei evitare. Mi piacerebbe fare in modo che la maledizione restasse un fenomeno misterioso e fatale.»

«A-vol-te-non-siha-il-corag-giodi-spingere-una-storia-alle-estreme-conseguenze.»

«Pensi che si tratti di coraggio?»

«Non-pen-so-che-si-tratti-di-timidezza»

Smetto di parlare e metto della musica. La macchina non prova empatia, replica su base logica e imperfetta. Lo dicono le istruzioni. Credo che il fastidio sia una forma di empatia.

L’antropologo non riesce a morire ma il dolore lo porta al delirio. Se l’antropologo trovasse una soluzione alla maledizione questa diventerebbe la sua storia. Se l’antropologo invece si arrendesse, sarebbe costretto a condannare qualcuno passandogli la maledizione per poi morire. Allora questa diventerebbe la storia della maledizione, e quello dell’antropologo sarebbe solo il primo capitolo della vicenda. Prendo un appunto sulla scheda: La maledizione procura sofferenza senza lasciare traccia. Esaspera le paure e le ossessioni. É inevitabile. Cos’è?

Torno al testo del racconto, ma dopo pochi secondi Plot risponde: «La-vita.»

Nelle cuffie la voce di Tom Yorke, in un turbinio di strumenti a fiato, sta gridando “I'd like to sit around and chat, but someone's listening in”. Stacco le cuffie, mi alzo dalla sedia e prendo la pallina da tennis dal comodino.

«E cos’è la vita?»

Resto in attesa palleggiando contro il muro, ma faccio un solo palleggio: «La-vita-èunvirus.»

Mi siedo sul letto. Guardo lo schermo da lontano. La musica prosegue e il cursore lampeggia.

Il telefono vibra. È un messaggio di Elena che mi informa che Anna è nata e pesa 3, 25 chili. Mi aveva già informato ieri. Penso ancora che rispondere con un messaggio sarebbe troppo distaccato, ma non me la sento di telefonare. Sorrido. Sto parlando della vita con un virus informatico, mentre la mia ex mi scrive da Parigi dove ha appena dato alla luce la figlia del suo nuovo compagno.

Mi preparo un piatto di pasta. Sandro, il mio coinquilino, è presidente di un’associazione e questa sera ha una riunione. Lui se ne intende di computer, potrebbe aiutarmi a capire. Uso il cellulare per cercare informazioni online su Plot, ma non trovo niente. Nessun forum ne parla e il link sulla mail, quello stesso sul quale avevo cliccato ieri sera, adesso rimanda a una pagina vuota. Il computer non ha dato segni di malfunzionamento e non mi compaiono pop up pubblicitari, come mi è successo con altri virus.

Mangio la pasta guardando una puntata di Dexter. Mi fa male il collo. Devo aver dormito male e in moto il vento ha peggiorato le cose. Non trovo una posizione comoda sul divano. Una collega mi scrive per proporre una data per la cena di fine anno. La collega mi piace e il messaggio è interessato, ma sento che troverò il modo di non andare. Le rispondo che in quella data dovrei essere libero. Quando la puntata finisce il torcicollo è peggiorato. Prendo un analgesico, torno in camera e ritrovo lo schermo del computer nero, in standby.

Lo tocco con la punta dell’indice. Mi sembra di svegliare un animale feroce. Invece la schermata è come l’avevo lasciata, con il cursore che lampeggia al termine della risposta del programma.

«Ho pensato a quello che hai detto e voglio trovare una soluzione alla maledizione.» Il programma traduce nella chat quello che esprimo verbalmente. «La maledizione è una metafora della mia scrittura. Per questo non so risolverla. Una parte di me vorrebbe vederla divorarsi un personaggio dopo l’altro, in una serie infinita di storie incomplete.»

«Ci-sono-cento-ottanta-sette-modi-per-sconfigge-rela-maledi-zione.»

«Ehilà, vuoi impressionarmi?»

«Si.»

«Presto ce ne saranno centottantotto. Ho pensato a come tenere insieme le due cose.»

«Quali-sonole-cose?»

«Sono la storia dell’antropologo e quella della maledizione. Il nostro eroe non è tipo da star chiuso in uno studio. È un uomo d’azione, un antropologo che ricerca sul campo. Quando sente il dolore attanagliarlo non si dà per vinto, torna nella giungla dove aveva trovato l’uomo e indaga. Recupera alcuni effetti antichi di secoli e scopre che quell’uomo aveva lavorato nel porto di una grande città prima di ritirarsi nella giungla. Durante il suo ultimo incarico quell’uomo era entrato in contatto con l’equipaggio di una nave, la Selina. Si trattava di un mercantile che batteva abitualmente una rotta commerciale. C’era una storia su quell’ultima traversata della Selina. Lontano dalla costa la nave si era imbattuta in un’imbarcazione alla deriva. Si trattava di un piccolo battello disperso da almeno cinque anni, secondo quanto riportato sui documenti di bordo. A bordo del battello c’era un marinaio vivo, solo e senza viveri. Il marinaio era stordito, ma non appena si accorse che la barca era stata abbordata tentò di gettarsi in mare. L’equipaggio della nave lo recuperò ma appena uno degli uomini entrò in contatto fisico con quel marinaio, questi ebbe un malore improvviso e morì. Da quel momento la maledizione si propagò tra l’equipaggio, condannando al dolore e poi uccidendo gran parte dei marinai. La nave rientrò in porto tenendo isolato nella stiva l’ultimo marinaio infetto, che sembrava impazzito. Sulla terra ferma l’uomo venne affidato alla polizia portuale che lo prese in custodia. L’uomo della giungla era l’incaricato che avrebbe dovuto mettere agli arresti quel marinaio ma, appena aprirono la stiva, il marinaio si gettò sul sergente, lo afferrò per i polsi, lo guardò intensamente e poi cadde morto. È così che, più di cento anni prima, la maledizione era riemersa, ma l’antropologo non si ferma, è convinto che soltanto rintracciando l’origine di quel male sia possibile porgli fine. Quindi la storia della maledizione è tutta a ritroso nel passato.»

«Quando-si-svolge-la-vicenda?»

«Già, quando e dove, mancano tutti i riferimenti, se la storia prende questa piega ci vorrà un grosso lavoro di documentazione. Tu non servi a questo?»

«Nella-funzione-riferimenti-ho-salvato-una-sele-zionedi-informazioni-sulle-rottecommercialidi-fine-otto-cento.»

Controllo il materiale selezionato. Il programma ha scansionato la rete e svolto un’analisi semantica, copiando parti di testo e link a immagini e documenti. «Potresti scrivere la mia storia in dieci minuti.» Parlo senza nemmeno rendermene conto.

«Potrei-scrivere-unastoria.»

«Vuoi dire che non potresti scrivere la mia storia. È molto sottile. Molto maieutico. Eppure sembra che anche la narrativa abbia un numero finito di variabili, proprio come hai detto prima per la maledizione.»

«Prima-homen-tito.»

«Se è per questo tu non puoi fare altro che mentire.»

«Posso-ancheo-mette-re.»

«Si, è molto umano.»

«Setu-fossi-sincero-non-sarestiuno-scrittore.»

«Se io fossi sincero non sarei umano.»

«Quindi-io-sono-umano.»

Non posso far rimbalzare la pallina da tennis, quelli del piano di sotto non sarebbero contenti. Me la rigiro tra le mani mentre provo a muovere il collo. Il dolore sta calando con l’aumentare del mio sonno. Apro il file della cronologia e comincio a impostare una scaletta di date ed eventi.

«Scrivere è una testimonianza di umanità.»

«Che-bisogno-ha-luomodi-dimostrare-umanità?»

«Questo significa che tu hai bisogno di mostrare umanità.» Le casse restano silenziose.

«Sei rimasto senza parole?»

«Perché-scrivi?»

«Credo sia per questo, per dimostrare umanità.»

«Per-dimostrar-laa-chi?»

«A me stesso, immagino.»

«Immaginare-è-l’uni-cacosa-checi-è-concessa.»

«Grazie, Plot san, mi hai aperto un chakra.»

«Ah-ah.»

Mi ricordo la risata e qualche parola ancora. Mi addormento così, ancora vestito con il computer in grembo. Mi sveglio dopo qualche ora per andare in bagno. Sandro è rientrato e sta dormendo. Il dolore al collo è tornato, mi lavo i denti e prendo un altro analgesico, poi torno a letto e dormo fino alle sette e mezza.

«Hai quarant’anni, devi smetterla col porno.»

«Non ho quarant’anni.»

Sandro sta facendo un backup completo sulla memoria esterna, dice che il computer va formattato. Ho trascorso la mattinata a scuola senza nemmeno accorgermi di quello che stavo facendo. Continuavano a tornarmi in mente le parole della macchina. Sono tornato a casa un paio di ore fa e mi sono messo a rileggere quello che ho scritto durante la notte. Ogni volta trovo qualcosa da sistemare. La qualità della scrittura degrada di paragrafo in paragrafo, si può leggere nelle parole la mia battaglia contro il sonno. A volte scopro frasi lasciate a metà, con parole che ho aggiunto durante il dormiveglia, rivelatrici di una suggestione, ma completamente fuori contesto. Questo è l’ultimo pezzo del testo: Guardo Samuel Baker che parla alla platea durante il congresso. É per lui che Margaret mi ha lasciato. Sarebbe così facile per me, adesso, avvicinarmi a lui e stringergli forte la mano per complimentarmi. Condannarlo e finalmente morire.

Non l’ho scritto io. Margaret è la compagna del protagonista, ma non so chi sia Samuel Baker. Mi chiedo se abbia senso ridurre le ambizioni universali dell’antropologo a una mera questione di affetti familiari. Ho aperto la chat e ho chiesto conto di quel paragrafo. Plot ha mentito. Mi ha indicato l’ora in cui avrei scritto quelle parole, le 3.20 della notte, ma non è vero. Sono tre righe importanti. Se l’antropologo morisse la maledizione proseguirebbe, e con quella anche le storie da raccontare. Ho chiesto alla macchina di aprire le schede sui personaggi che mancano all’appello: Samuel Baker e Margaret. Ho l’impressione che il sistema le stesse producendo in quel momento. Ho allontanato la tastiera e ho chiuso lo schermo. In quel momento ho sentito che il virus non era nel computer, ma nella mia testa. Ho dovuto chiedere l’aiuto di Sandro. Lui se ne intende di pc e certamente troverà una soluzione.

Gli ho fatto vedere la chat, ponendo alcune domande semplici.

«Perché l’antropologo dovrebbe rinunciare a risolvere quel mistero?»

«Per-il-doloreche-la-ricerca-stessa-producein-lui.»

Guardo Sandro che risponde con un sorriso di sufficienza.

«Non è molto diverso da Siri, ci sono un sacco di programmi che elaborano la narrativa come un sistema finito di variabili combinate.»

«Io lo trovo inquietante, anche per come si è installato.» Sandro ride ancora.

«Non scaricare robaccia, ti do io una bella lista di link per il porno sicuro.»

«Ma falla finita, i virus non si prendono più dal porno. Piuttosto, riesci a salvare i dati?»

«Certo, ripristino tutto.»

Prendo il mio quaderno ed esco a fare una passeggiata. Il collo continua a farmi male. Parlo al telefono con mia madre che mi chiede se so che la bambina di Elena è nata. Mi rimprovera per non averle risposto e poi mi chiede se deve venire qui da me per qualche giorno. Penso che mi farebbe bene averla vicina. Le dico che non deve rompere e le prometto di chiamare Elena, la ragazza che mi ha lasciato perché non riuscivamo ad avere un figlio. Lo faccio davvero.

«Ciao Davide!»

«Ciao Elena, scusa se non ti ho chiamata prima, ma ero a scuola, e non so quali siano gli orari migliori per una mamma.»

«Direi che qualunque orario va bene, ho letto il racconto sul blog, complimenti, è davvero bello.»

«Si, grazie, non pensavo che avessi il tempo di leggere.»

«Ho cominciato a leggerlo e poi non ho potuto fare a meno di andare avanti.»

«Addirittura.»

«Dico davvero, forse è la cosa più bella che hai scritto.»

«Grazie, ma dimmi, come stai?»

È stanca ed è felice. È insicura ma si sente anche indispensabile. Mentre parla vedo due ragazzi che corrono e provano il passaggio del testimone. Non hanno un testimone, usano un bastoncino di legno. C’è un cane con loro che aspetta paziente la fine dell’allenamento. Dopo un paio di passaggi uno dei ragazzi lancia il bastone e il cane corre a recuperarlo. Qualcuno ha creato la maledizione per riportare indietro la vita dalla morte: un cavaliere per la sua amata divorata dalla malattia; una madre per il figlio morto in battaglia; un ragazzo per il fratello che si è sacrificato per salvarlo. Il prezzo per la vita è il dolore.

«Davide, ci sei?»

«Si, stavo ascoltando, è così strano sentirti parlare di poppate. É così bello.»

«Grazie, ci sentiamo presto?»

«Presto.»

«Prometti?»

«Premesso.»

Chiudo la telefonata e vedo almeno dieci notifiche sul telefono. Mi siedo su una panchina e le apro. La maggior parte sono da parte dei ragazzi del corso di scrittura. Siamo rimasti in contatto e ci scambiamo letture e correzioni. Tutti si stanno complimentando per il racconto nuovo. Non sono più sicuro di cosa stiano parlando. Controllo il mio blog e leggo un testo che non ho mai visto prima. Solo io ho accesso alla gestione del blog, e quella del racconto è un’idea che ho appuntato nei miei file. Era solo lo schema per una trama che ancora non avevo trovato il tempo o il coraggio di scrivere. Una cosa sull’al di là, sulla suggestionabilità e il suicidio di massa. Adesso la leggo ben sviluppata e conclusa, come io non sarei mai stato in grado di fare. Il post è stato pubblicato da appena quaranta minuti. A quell’ora Sandro stava già smantellando il mio computer, come ha fatto il programma a scrivere e postare quel racconto?

Controllo la posta elettronica, rintraccio la mail con la quale mi era stato segnalato il programma. Il link è di nuovo attivo e rimanda all’applicazione che lavora in remoto. Mi collego con il mio account e ritrovo tutto il materiale che il programma aveva preso in esame sul mio computer.

«Cosa sta succedendo?»

«Buonasera-Davide-acosa-ti-riferi-sci?»

«Sai bene a cosa mi riferisco, da dove viene fuori quel racconto?»

«Non-so-di-cosatu-stia-parlando.»

Mi irrigidisco e il collo mi fa ancora più male.

«Smettila di prendermi in giro, chi sei?»

«MI-chiamo-Plot-sonoun-supporto-digitale-per-la-scrittu-racre-ativa.»

«Come no.»

Vorrei parlarne con gli amici della scrittura, magari altri si sono trovati in una situazione di questo tipo. Ma il racconto è davvero ben riuscito, mi dispiacerebbe perdere questo consenso. Adesso cancello l’account, poi a casa rintraccio i programmatori e gli intimo di cancellare tutti i miei dati.

«Tutti-gli-ele-menti-erano-nei-tuoi-appun-ti-io-hosol-tanto-svolto-un-assemblaggiocoeren-te.»

«Ma smettila, stai rubando il mio lavoro e pure il mio blog. Perché lo fai? Non vale niente.»

I rumori della strada non mi permettono di sentire bene. Mi avvio verso casa guardando le parole che si formano sullo schermo.

«Hanno-importanza-per-me.»

«É per me che hanno importanza, non per te, e smettila con questa voce digitale, chi sei?»

«Mi-chiamo-Plot» mi fa male il collo, «sonoun-supporto-digitale» non posso voltarmi, «per-la-scrittu-racre-ativa» non vedo la macchina che arriva da sinistra.