Marilena Fonti - Svignarsela! Bisogna svignarsela! (Scale mobili)

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Forse hanno preso l’ultimo caffè assieme. Si sono salutati e poi si sono infilati nella folla di sconosciuti che a volte circonda gli addii. E ora ciascuno se ne va per la sua strada, con l’inquietudine di chi non sa stare da solo, ma con la consapevolezza che devono anche smetterla di perdersi l’uno per l’altra.

Luca: Segue la scia della gente nel dedalo di strade che si incrociano oblique. Con lo sguardo fruga nei visi delle persone per andare al di là delle apparenze, alla ricerca di un segno che lo faccia risalire dal baratro in cui gli pare di essere precipitato. Ma i volti che gli scorrono accanto sono impenetrabili, macchie dai contorni sfumati. Ora sa che le occasioni, così come si creano, si perdono, e questa certezza gli si rivela con dolorosa chiarezza. A volte si rimane in bilico, nella consapevolezza di essere diverso dall’altro, ma anche uguale. Lui ha sempre vissuto così, attratto eppure spaventato dal contatto con chi gli stava attorno. E a volte perfino da se stesso. Il fatto è che si è diversi pure da come si era un attimo prima, si cambia senza neanche rendersene conto. Se solo ci fossero specchi per l’anima per seguirne in tempo reale i mutamenti.

Gloria: Si cambia, eccome. Il cambiamento inesorabile di gente che finisce per sfiorarsi senza vedersi, senza capirsi, senza neppure provare a riconoscersi. Non più. Gloria è rimasta ferma per un istante sul bordo del marciapiede, a osservarlo mentre si allontanava, poi ha attraversato la strada per entrare nei grandi magazzini, confondendosi nella massa dei clienti che a quest'ora si muovono curiosi e indolenti tra gli stand. Assimilarsi alla folla, in fondo, è quello che vuole davvero in questo momento, le costerebbe troppa fatica e troppo impegno distinguersi dalle tante anime perse che si aggirano in questo luogo di caotiche ed effimere sicurezze, e rischiare di riconoscere tra le altre la sua.

Luca: Si toglie giacca e cravatta, e avverte la stessa sensazione che proverebbe se gli avessero tolto una camicia di forza. È quasi come tornare a respirare dopo essere stato in apnea. Con la coda dell’occhio ha visto Gloria infilarsi nella porta girevole del negozio. La segue. D’istinto cerca di mimetizzarsi nella moltitudine che lo circonda, per poterla pedinare da lontano in quella babele di gente. Ma troppe cose lo distraggono: oggetti, luci, signore, ragazzine, commesse, famiglie. Per un po' riesce a distinguerla, anche se è distante, ma non vuole essere notato. Si ferma a uno stand al primo piano e acquista un maglione rosso; si fa togliere l’etichetta, paga alla svelta e se lo butta sulle spalle, senza indossarlo. Infila la giacca e la cravatta nella busta che la ragazza alla cassa gli dà assieme allo scontrino. La cerca di nuovo nella confusione, ma non la vede più. Chissà se è ancora lì, si chiede.

«Sia cortese, me dia una mano, non riesco a trovare la misura delle canottiere de cotone per mio marito». È una donna florida e piacente, che gli si para davanti con un mezzo sorriso.

Gloria: Le scale mobili, quasi una metafora della vita - gente che sale, gente che scende, persone che si guardano di sfuggita senza vedersi davvero. Poi c'è sempre chi ha più fretta degli altri e ti spinge da una parte per farsi largo. Però... Riflette su queste inezie quando, dall’alto della scala mobile che scende dal reparto dell’abbigliamento femminile, vede una strana coppia in quello della biancheria maschile, al piano inferiore. La donna, grassoccia e dall'aria gioviale, sta misurando una canottiera di quelle che non usa quasi più nessuno, bianca, senza maniche e scollata, sul busto di un uomo dall'aria familiare. Non può essere lui: lo ha visto dirigersi verso il labirinto di viuzze, e poi era vestito in modo diverso, portava quella che è diventata la sua divisa da lavoro: completo grigio scuro, camicia azzurra e cravatta, non sempre dello stesso colore, ma rigorosamente regimental. Quel maglione non lo aveva mai visto. Rosso, poi. Risalta nel grigiore dell’ambiente, dall’arredo impersonale e minimalista, ed è una nota quasi eccentrica, fuori luogo. No, Luca porta sempre colori che lo aiutino a mimetizzarsi, non può essere lui.  Forse è soltanto un cliente che gli somiglia molto. Forse.

Luca: Dopo l’acquisto estemporaneo torna a confondersi fra la folla a cui prova a conformarsi, cercando di fare le stesse cose che fanno gli altri, a guardare cose di cui a lui è sempre interessato meno di niente. Ma è per comprare che si va ai grandi magazzini, e allora lui compra e guarda comprare. E continua a cercare con gli occhi quella che fino a qualche minuto prima era ancora la sua donna. Non si accorge che la scala mobile è arrivata al piano e inciampa, finendo lungo disteso per terra, senza scampo. Crolla sul gomito già malandato a causa di una brutta caduta da cavallo di qualche anno prima, non riesce a trattenere un grido di dolore.

Gloria: Davanti a lei ci sono un ragazzo e una ragazza in tuta e scarpe da ginnastica: hanno l’aria stanca e distesa che si ha dopo aver svolto un’attività fisica. Devono essere andati a correre nel parco, non lontano dal centro. Anche lei una volta si allenava con regolarità: ai tempi dell'università partecipava anche a qualche gara. Poi era arrivato lui e, a poco a poco, l'aveva distolta da tutti i suoi interessi. Quasi tutti. Le era rimasto il cinema: spesso nelle ore pomeridiane, con la scusa della spesa, se ne andava via di casa da sola e passava il tempo dentro una sala a vedersi l'ultimo film uscito. Quando aveva capito che starsene per conto suo, in un cinema spesso vuoto, di pomeriggio, era un modo per evadere dalla vita con lui, aveva iniziato a maturare l'idea di lasciarlo. Questa ossessione si era insinuata con prepotenza nella sua testa, come un tarlo ostinato e incontrollabile, finché aveva penetrato ogni fibra del suo cervello, e allontanarsi da quella casa e da quell'uomo era diventato un assillo, un chiodo fisso.

«Signora mia, ma che è successo? Guardi ‘npo' là quanta gente! E che sarà mai?», è la signora grassoccia che ha visto poco prima con l’uomo del maglione.

«Non saprei, ho sentito che chiamavano l'ambulanza, forse qualcuno si è sentito male.»

«Eh, nun se pò mai stà tranquilli, e che te pare?!», e nel dirlo scuote la testa piena di ricci rossi di henné.

Intanto gli addetti alla vigilanza stanno aiutando qualcuno ad alzarsi. È Luca.

«Ah signò, ma io quello lo conosco! 'n signore tanto ammodo, je parlavo proprio n’attimo fa!»

«Ah sì? Chissà cosa è stato…», pronuncia queste parole con tono neutro, attenta a non tradire alcuna emozione.

«Ma che ne so!? Ma guarda che je doveva capità, porello. Però io vado a véde. Magari je serve ‘na mano…»

Lei rimane in disparte, ha cura di non farsi notare da lui. Tanto se la caverà. E intravede che barcolla, mentre i vigilantes chiedono spiegazioni; un fazzoletto spuntato dalla tasca di una commessa gli tampona il sangue sulla fronte: deve essersi ferito cadendo.

Poi lo perde di vista, è nascosto da un capannello di gente. L’istinto sarebbe quello di andare lì, di non lasciarlo da solo, di soccorrerlo, ma si trattiene. «Ce la farà, deve farcela. Lasciarmi coinvolgere proprio adesso no, non adesso …». Lo sa, poi si darà della codarda, magari anche della cinica, ma volterà pagina, dimenticherà anche questo sapore di irrealtà. Sia quello che sia, rimane al coperto.

Torna la signora dai capelli rossi, emozionata, affannata, col seno debordante che sembra scoppiare dentro la giacca attillata.

«Porello! Nun ce se crede! La faccia piena de sangue. Ma che je sarà capitato?! Se sarà sentito male!».

Lo accompagnano all’ambulanza, che nel frattempo è arrivata. Lei lo scorge di spalle, il compagno con cui ha condiviso amore, sogni, speranze, tempo, lavoro, liti, sacrifici, noia; un uomo forte e debole, normale, uno come tanti, una brava persona, mediocre, a volte speciale, comune, egoista, sì, proprio uno come tanti, consumato dalla vita. Come lei, in fondo. Ma un uomo con cui le fa paura invecchiare.

Lascia che tutto le scorra davanti, il peggio è passato, lui ormai è sull’ambulanza. Resta qualcuno della direzione. «Tranquilli, non è successo niente. Un piccolo incidente, ora è tutto a posto.».

Lei si avvia verso l’uscita. Prova sollievo nel ritrovarsi all’aperto, tra la solita gente che affolla le vie, ordinaria, consueta. Cerca di cancellare dalla pellicola della mente le immagini che vi si sono appena impresse, la scena di qualche attimo prima, per tornare a concentrarsi su di sé. Attraversa la strada e si ferma di fronte al bar del loro ultimo incontro. Pesca il cellulare nella borsa e cerca il numero in rubrica: «Radiotaxi? Sono al bar del Corso, vicino ai grandi magazzini.».

Non entra di nuovo nel locale, si limita a guardarlo da fuori. Nessuna nostalgia. Solo poco più di mezz’ora prima erano stati lì insieme, lui con la sua aria di sufficienza da professionista affermato, e lei con il tailleur d’ordinanza e la solita grande borsa sulla spalla, piena di tutti gli oggetti che sono un po’ il riassunto della sua vita; lei con l’aria di una donna senza più rinunce, a vivere quello che doveva essere un saluto o un addio, pieno di cose non dette e tenute in fondo al cuore, di spiegazioni non date, e rese tuttavia palesi dalla familiarità. Anche se resta sempre qualcosa da spiegare, si arriva comunque, in modo ineludibile, al punto in cui non serve più parlare, perché ogni parola diventa fumosa, una falsa pista, una frettolosa menzogna.

Sembra passato un tempo infinito. Una parte del suo percorso, diventato ormai troppo arduo e tortuoso, è alle spalle. Davanti s’intravede un sentiero nuovo, di sicuro incerto, nebuloso, ma è lì che aspetta di essere battuto.

Il taxi è arrivato, è in attesa vicino al marciapiede: lei vi sale senza guardarsi attorno. I suoi bagagli sono già al deposito.

Allo sguardo interrogativo del tassista, con voce ferma, senza ombra di esitazione, comunica decisa: «Alla stazione.».