Polvere - Giovanna Maccari

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Polvere. La vedo tra i fascicoli che giacciono sulla scrivania. La vedo danzare nella luce mentre ne sfilo uno dalla pila. Era rimasto lì sepolto, tra un rinvio a giudizio e l’altro. Non conviene intentare una causa, specie in Italia, in cui i tempi della giustizia sono tanto lunghi, se non vi si ha un reale interesse economico. Le questioni di principio vanno affrontate altrove, affidate al confessionale di una chiesa, rimesse all’ascolto creativo di uno psicanalista, risolte, nella migliore delle ipotesi, con una lunga discussione e un invito a cena. In ogni caso la violenza non serve, può solo peggiorare le cose. E’ per questo che da anni mi occupo solo di diritto penale commerciale, casi di spionaggio industriale e affini, lasciando ad altri la consulenza nel diritto civile. Nello studio in cui lavoro - un grosso studio legale di Milano - entrano solo uomini d’affari. Chiedono a me e ai miei soci di stendere i contratti in grado di garantire alle loro aziende i migliori profitti, tutelarsi contro i reclami, rimettere sul consumatore, quanto più possibile, la responsabilità di un guasto o del malfunzionamento del prodotto o di un servizio.

Oppure tutelare i propri dipendenti dal logorio psicofisico cui può esporli un lavoro di routine. Le cause di diritto del lavoro possono essere molto gravose per un’azienda: meglio evitare, meglio prevenire. Ci sono anche clienti che ci credono, intendo al benessere dei loro dipendenti, perché migliorare le condizioni di vita delle persone li fa sentire migliori, un po’ come fare beneficienza. E’ quanto ho imparato negli Stati Uniti, dove per beneficenza si organizzano eventi di ogni genere, a volte vere e proprie gare, per finanziare ricerche e gallerie d’arte, dare aiuto ai senzatetto, purificare l’acqua in regioni del mondo in cui non è utilizzabile, in sostanza per mettere a tacere il senso di colpa di persone benestanti verso chi ha meno di loro o esprimere, anche in quell’ambito, la competizione.

Quando ero bambina non avevo mai pensato che un giorno sarei potuta andare a vivere negli Stati Uniti. Per la verità ne ho dubitato o non ci ho pensato fino al mese precedente alla partenza. Sono cresciuta, figlia unica, affidata alle sole cure di mia madre. Mio padre l’ho visto poco, era sempre al bar a bere e le sue condizioni di salute, per via dell’alcool, sono via via andate peggiorando fino alla cirrosi epatica, che se l’è portato via in breve tempo quando io avevo otto anni. Era violento con mia madre, e lei non ha mai battuto ciglio, troppo occupata a mandare avanti la nostra specie di famiglia, e a sfruttare ogni centesimo che guadagnava per farmi studiare e per coprire le interminabili cure mediche di mio padre.

Mia madre faceva le pulizie. Vivevamo in piccolo appartamento alle porte di Milano. Ci siamo salvate grazie alla polvere, manciate, strati di cui si patinavano le scrivanie. Si metteva in bici la mattina presto, prima che io mi alzassi per andare a scuola, mentre mio padre giaceva addormentato sul divano. Lasciava il tavolo della colazione apparecchiato, legava dietro la nuca un fazzoletto che la proteggeva dal freddo, e si incamminava. Fu molti anni dopo la morte di mio padre, che prese a fare le pulizie presso uno degli studi legali del paese. Io all’epoca studiavo alle superiori, frequentavo ragioneria per poter avere subito un impiego al termine dei miei studi.

Conosco perfettamente le mansioni della segreteria cui ho appena dettato una lettera di lavoro, perché è da lì che ho cominciato. E’ come segretaria che, dopo il diploma, ho iniziato a lavorare in questo studio legale, lo stesso in cui mia madre aveva lavorato come donna delle pulizie. Fu proprio l’avvocato a proporglielo.

Disse:

-Me la faccia conoscere, ho bisogno di un po’ d’aiuto, poi magari chissà.

Ricordo ancora quando mia madre me lo propose, un sabato mattina, io al tavolo della cucina davanti al caffelatte e lei in piedi sulla soglia, il fazzoletto in testa e le mani unite, all’altezza del ventre. Ricordo ancora la luce di speranza nei suoi occhi.

-Sarebbe un lavoro sicuro e ben pagato. Poi magari chissà.

Facevo un po’ di tutto e mi recavo spesso in tribunale per notifiche di atti e altre mansioni da galoppino. L’avvocato credeva in me, diceva che ero sveglia, e mi incoraggiò a iscrivermi all’Università l’anno dopo: si sarebbe occupato lui della retta. E così fu, il primo anno, dopo molte riluttanze. Volevo essere autonoma, farmi da me, e gli anni successivi sono sempre andata avanti con borsa di studio. Fu sempre sua, quando stavo per laurearmi, l’idea di fare dell’esperienza all’estero presso un’ Università straniera, Inghilterra o Stati Uniti. Erano gli anni ottanta, grandissima crescita economica e sociale, e l’avvocato aveva iniziato a espandere il suo giro di conoscenze tra gli industriali.

Le aziende si aprivano al mercato estero, in cui il Made in Italy era diventato il nuovo status symbol, e c’era bisogno che qualcuno conoscesse l’inglese e si occupasse dei contratti internazionali. Sarebbe stata la sua nuova forma di business, e insieme saremmo stati pionieri di quell’avventura. L’avvocato mi parlava del King’s college di Londra e dell’ateneo di Harvard, di cui non sapevo quasi nulla se non per averne sentito parlare in qualche film. Erano anni in cui i giovani iniziavano a girare per l’Europa, spesso, durante l’estate. Si mettevano in treno con un biglietto Interrail e visitavano le principali capitali: Londra, Dublino, Vienna, Monaco. Visitavano i musei, le piazze con i monumenti, per poi lasciarsi trasportare dalle abitudini e tradizioni del luogo, la cucina, i concerti e ripartire alla volta di un’altra città.

I miei amici, quelli appartenenti a famiglie un po’ più abbienti, raccontavano delle loro esperienze e sembrava meraviglioso, ma io volevo laurearmi e diventare indipendente il prima possibile. Vivevo ancora con mia madre, che nel frattempo aveva smesso di fare pulizie presso lo studio, ed era andata a fare assistenza quasi fissa a una famiglia, in cui la nonna aveva bisogno di una badante, oltre che di una dama di compagnia. Spesso trascorreva da loro anche la notte e io, sempre più assorbita da lavoro e studio, la vedevo sempre meno. Ogni tanto tornava a casa, i polsi segnati di viola; le chiedevo cosa fosse e lei rispondeva che si era bruciata col forno, o ustionata con l’acido muriatico.

Per la verità non ci facevo molto caso, ché quando c’era mi accontentavo di stare un po’ con lei, per poi dedicarmi agli altri collaboratori dello studio - procuratori o avvocati – con i quali avevo iniziato a fare amicizia. Confrontarmi con loro era prezioso anche per capire cosa avrei voluto fare davvero “da grande”, o come funzionava quel mondo in cui muovevo i primi passi. Mi bastava sapere di essere sempre più padrona della mia vita e sapere che sia io che mia madre in qualche modo ci stavamo facendo la nostra vita come meglio potevamo, andando avanti in maniera dignitosa.

Mi feci convincere dall’avvocato a dare la tesi all’estero, presso la prestigiosa Università di Harvard. Furono mesi intensi in cui misi in gioco tutta me stessa. L’inizio non fu facile, soprattutto per via della lingua che non conoscevo così bene, poi tutto migliorò: studiare, ma anche confrontarmi con persone di ogni parte del mondo, alcune delle quali sento ancora a distanza di anni. Fu meraviglioso entrare a contatto con una cultura in cui i professori davano del tu agli studenti, e li spronavano a dare il proprio contributo.

Era diverso rispetto al panorama accademico italiano in cui vi era un certo distacco tra studenti e docenti, il cui sapere non veniva mai messo in discussione. In più, ero entrata a contatto con una cultura che favoriva l’accesso della donna a ogni settore della società, dalla ricerca, alle cariche politiche e manageriali. Ne veniva promosso lo sviluppo, l’inserimento, il rispetto. Vi erano delle contraddizioni nella cultura americana ma da quel punto di vista la consideravo un’ideale cui l’Italia avrebbe dovuto aspirare. Sul finire di quell’esperienza mia madre mi avvertì di essersi ammalata di epatite b, molto probabilmente a causa del contatto con l’anziana signora, che a sua volta l’aveva contratta in ospedale per via di una trasfusione. Non esitai e rientrai in Italia, com’era necessario. Mia madre guarì, anche se il suo fegato, oramai minato, la rese dipendente da alcuni farmaci.

A parte ciò, i segni sul suo corpo restavano e iniziai a insospettirmi. Insistetti a chiederle se andava tutto bene, come se li era procurati e profilai l’ipotesi di un maltrattamento. È lì che avrei dovuto approfondire, invece che lasciar perdere e restare concentrata sulle mie cose, ma il senno di poi non ha mai fatto la fortuna di nessuno. In paese girava voce che il genero della signora avesse le mani pesanti, sia con la moglie che con la suocera, ma le avevo ritenute dicerie e mia madre faceva la vaga. Mi ripeteva che era stanca, ma che le era necessario continuare a lavorare perché la retribuzione era buona. Trascorsero altri due anni, oramai mi muovevo con sicurezza in ambito giuridico, supportando l’avvocato e facendo fruttare i contatti che avevo preso negli stati uniti per sviluppare forme di commercio internazionale di cui curavo la contrattualistica, e potei andare a vivere da sola, in affitto.

Venne anche il giorno, indimenticabile, in cui superai brillantemente l’esame di abilitazione alla professione di avvocato. Festeggiai con un po’ di amici e il mio fidanzato, un giovane magistrato conosciuto a una cena sociale. Pochi giorni dopo, mia madre non si sentì bene e solo a quel punto mi confessò di ricevere percosse dal genero della signora anziana. Non c’era un motivo, lo faceva nei giorni in cui aveva avuto una giornata difficile o era particolarmente nervoso, lo faceva per spazzare via la rabbia o la frustrazione, ciascuno di noi a suo modo può avere uno strato di polvere nella sua vita. Nonostante la riluttanza di mia madre le imposi di interrompere subito quel lavoro e feci in modo di far disporre delle intercettazioni, eravamo ormai ai primi anni novanta, ma non servirono a molto per certi aspetti.

Mia madre fu trovata morta ai piedi della sua bicicletta una sera d’inverno. Il fegato, fiaccato dall’epatite, aveva ceduto a seguito di un calcio che era stato fatale, e aveva mandato tutto il corpo in arresto. Un corpo senza vita, per strada, tra foglie e polvere. L’uomo, adirato per come si erano messe le cose, fu individuato grazie alle telecamere di sorveglianza di una banca lì vicino. Ho vinto il processo per omicidio colposo contro quel mostro. La sentenza non me l’ha restituita, ma mi piace pensare possa essere un disincentivo a delinquere, e un incoraggiamento a tutte le donne perché denuncino chi getta polvere sulla loro serenità. Il tassello minuscolo di un mosaico. Dal 2013 i casi di femminicidio sono aumentati del cinquanta all’anno, dicono che alla base vi sia una concezione della donna come oggetto, fonte di possesso, priva di emozioni.

Gli studi dicono vi sia paura di abbandono o istinto di vendetta verso le vittime. Così cerco di insegnare a mia figlia a difendersi in caso di pericolo, e a mio figlio a rispettare le donne, chiunque esse siano, anche ora che riapro questo fascicolo, da cui esce un filo di polvere.