Alla fine dell’ultima rampa di scale Riccardo si trovò davanti Nando, il collaboratore scolastico che, preceduto dalla pancia esuberante, mortificata in un’incongrua polo slim fit, avanzava col suo solito passo strascicato lungo il corridoio del secondo piano. L’uomo si tirava dietro, con la consueta imperturbabile calma, tutto l’armamentario che gli serviva per la sommaria pulizia delle aule. Quando lo vide, lo apostrofò sorpreso: «Professore, non pensavo che fosse ancora qui, ha telefonato la preside, la cercava!». Di sicuro la dirigente voleva vederlo per i saluti, non era ancora riuscito a incontrarla, né era sicuro di volerlo fare prima di andarsene. «Grazie, ho da sbrigare ancora un paio di cose, poi passo da lei.», rispose lui, tanto per dire, poi si avviò veloce verso la quinta C, superando Nando, sul cui viso affiorò un’espressione rassegnata: doveva essere proprio quella la stanza in cui aveva intenzione di recarsi, per espletare alla svelta le incombenze di fine giornata.
L’aula era vuota, constatò Riccardo con sollievo. Aveva evitato di proposito di incontrare gli alunni, usciti un’ora prima per l’assenza del collega di fisica. Gli addii ufficiali lo mettevano a disagio, da sempre. E poi gli ultimi minuti dell’ultimo giorno in quella scuola voleva passarli da solo, in una sorta di intimo raccoglimento. La data ufficiale per la fine delle lezioni era in effetti l’indomani, il suo giorno libero, quindi per lui quelle appena trascorse erano state davvero le ultime ore in classe. Alle fine degli scrutini, fissati per l’inizio della settimana successiva, avrebbe salutato in modo definitivo quell’istituto e quella città. Con un innegabile senso di liberazione, doveva ammetterlo: si era adattato con fatica alla mentalità un po’ gretta e provinciale della gente e dei colleghi, ma entro qualche giorno si sarebbe lasciato tutto alle spalle, rifletté compiaciuto. In fondo il rapporto a cui teneva di più, quello con gli studenti, dopo piccoli scontri iniziali di adattamento alle reciproche idiosincrasie, aveva funzionato abbastanza bene, ed era l’unica cosa che contasse davvero. Stava facendo il giro delle sue classi per togliere dai cassetti delle cattedre i libri e i fogli che vi aveva accumulato nel tempo: quello in sala professori lo aveva già svuotato e aveva consegnato in presidenza, e all’oblio eterno, i fascicoli di verifiche corrette che conteneva.
Quella scuola era un’istituzione nella piccola città: lui ci era arrivato sei anni prima, dopo il passaggio in ruolo, attratto dal numero di cattedre disponibili in provincia. Allora era sua intenzione chiedere il trasferimento non appena i tempi fossero stati maturi, ma poi l’idea di abbandonare l’unica classe che avrebbe potuto portare fino agli esami lo aveva convinto a rimandare e, quando la possibilità di tornarsene dalle sue parti, al nord, aveva coinciso con la fine del corso di studi della quinta C, aveva avviato le pratiche. Quell’anno, inoltre, i commissari di Lettere, la sua materia, erano esterni, quindi lui aveva chiesto di far parte di una commissione nella sua provincia d’origine, e l’aveva ottenuto. Per cui non gli restava che caricare i bagagli, già quasi tutti pronti, nella sua Opel Astra familiare, restituire le chiavi del mini-appartamento ammobiliato al proprietario, e riprendere la strada di casa. E magari anche cercare di recuperare il rapporto con Giulia, la sua compagna: si era logorato parecchio in quei sei anni di incontri a metà strada, nei fine settimana, durante l’anno scolastico, e per periodi più lunghi, nella loro città, durante le vacanze. Le approssimative teorie secondo le quali i rapporti a distanza dovrebbero creare aspettativa e desiderio nella coppia erano state ribaltate senza scampo dalla verifica effettiva. Si erano presto resi conto di quanto fosse tutt’altro che romantico affrontare un viaggio alla fine di settimane spesso faticose. L’idea di incontrarsi in alberghi modesti, gli unici che potessero permettersi, per stare insieme una manciata di ore, e poi ripartire ognuno per la propria destinazione, con la prospettiva di affrontare la stessa trafila a distanza di qualche giorno, era diventata alla lunga insostenibile: il pendolarismo amoroso logora, ormai nessuno dei due se la sarebbe sentita di mettere in dubbio quell’assioma.
Seduto dietro la cattedra, nell’accingersi ad aprire il primo dei cassetti in alto, abbracciò con lo sguardo l’aula che, senza la vitale irrequietezza dei ragazzi, a fatica imbrigliata da regole e estenuanti tentativi di concentrazione durante le lezioni, si mostrava nel malinconico grigiore tipico dei luoghi da tempo abbandonati al proprio declino. Alle finestre c’erano ancora i grandi fogli di carta da pacchi bianca, usati per schermare i vetri dal sole che, a una certa ora della mattina, a partire dalla primavera, infieriva implacabile nell’ambiente di pochi metri quadrati, in cui erano stipati quasi trenta alunni. La Provincia, responsabile della manutenzione, aveva altre priorità, che escludevano le tende. E loro avevano dovuto arrangiarsi. Quella, inoltre, era una delle aule in cui l’anno precedente non erano riusciti a imbiancare le pareti poiché, completato il piano terra e il primo piano, si erano fermati per mancanza di fondi, rimandando i lavori a una data successiva. Cioè sine die. L’aspetto positivo di tanta trascuratezza erano le scritte accumulatesi sui muri nel corso degli anni, negli ultimi cinque a opera della sua classe, che era rimasta in quell’aula dal primo all’ultimo giorno. Durante la sorveglianza, nell’intervallo della ricreazione, gli era capitato di soffermarsi a decifrare quei graffiti improvvisati e spontanei, spie di impulsi primordiali che, a detta di una sua collega, non mentono mai. Tra dichiarazioni estemporanee e accorate, apprezzamenti più o meno audaci delle varie parti anatomiche femminili, e in qualche caso anche maschili, spuntavano qua e là citazioni che tradivano umori e amori. Ricordava di aver letto qualcosa che gli ricordava il Macbeth, e di averlo detto, incredulo, alla classe, suscitando la loro ilarità. Si alzò, giro intorno alla cattedra e andò a controllare se ci fosse ancora: c’era. E a quel punto sapeva, essendone stato informato dall’autrice del plagio, che: «Quando è notte e il lupo grida all’ombra della luna, la danza delle streghe non porta mai fortuna.», non aveva nulla a che fare col bardo, ma era opera di tale Gabry Ponte, che lì dentro conoscevano tutti tranne lui. Però in seguito qualcuno doveva aver aggiunto, sotto: «È brutto il bello e bello il brutto, libriamoci per le nebbie e l’aer corrotto.» e, tra parentesi, (canto delle streghe, Macbeth, Shakespeare), con accanto il disegno di una faccina sorridente. La seconda citazione, certo frutto di una piccola ricerca del tutto volontaria, era destinata a lui, e avrebbe dovuto vederla prima, era ovvio. Ormai non c’era più tempo per scherzarci su con la classe, rifletté con una punta di rammarico. Sulla stessa parete, un po’ più a destra, c’era l’onnipresente e immarcescibile scritta in stampatello maiuscolo: DUX MEA LUX, di sicuro opera dell’irriducibile e altrettanto inconsapevole Renato Corda. Aveva comunque provocato una serie di reazioni: qualcuno aveva scritto ‘ossimoro’, con una freccia che partendo dal nome della figura retorica, andava a finire alla riga che sottolineava l’elogio. Quel commento non poteva che essere di Silvia Parisi, precisa e pignola, magari un po’ pedante, ma anche l’unica nella classe che potesse permettersi un’analisi del genere. Gli scappò un sorriso al pensiero dell’alunna geniale quanto scombinata: a guardarla nessuno avrebbe sospettato che fosse una studentessa modello. Si mimetizzava, e anche piuttosto bene, dietro stili e acconciature improbabili, proponendosi come alternativa alla tendenza comune. La sua versione degli ultimi mesi aveva una metà dei lunghi capelli ricci del loro colore naturale e l’altra metà di un turchese intenso. L’abbigliamento era in genere scelto sulla base di quella nuance, a volte per contrasto, altre per fare pendant, con risultati sempre e comunque d’effetto. Riccardo aveva sentito i compagni chiamarla strega turchina, conseguenza della sua universalmente riconosciuta ostinazione a non condividere il frutto del proprio studio con nessuno: non ne aveva mai fatto segreto, e la sua solitaria lotta per la meritocrazia non contribuiva certo a facilitarle i rapporti con i compagni. Sull’altro lato qualcuno aveva invece tracciato l’esclamazione ‘bimbominkia!’, con la solita freccia in direzione dell’invocazione nostalgica. E, proprio sopra la scritta originale, qualcun altro aveva parafrasato: DUX MEA CRUX, sintetizzando le reazioni di tutti gli altri.
Spostando lo sguardo notò, quasi dove la parete faceva angolo con la sporgenza che delimitava la porta, una scritta, piuttosto grande, affiancata da un cuore dentro cui erano stati disegnati occhi e una bocca sorridente: ‘Classe, vi amo!’ E vicino a questa confessione entusiastica e un po’ spudorata, c’era scritto ‘Tarquini sei un mito!’ Sergio Tarquini, il suo collega di Storia dell’Arte, godeva dell’ammirazione incondizionata dei ragazzi per la gestione disinvolta e scanzonata delle lezioni. Fu a quel punto che vide, proprio sotto il panegirico del collega, il proprio cognome seguito dall’aggettivo ‘infame’. E, come se non bastasse, qualcuno aveva aggiunto, con grafia diversa, ma tratto deciso: ‘E anche stronzo’. A suggellare la telegrafica ma incisiva sequela di epiteti, una data che risaliva a due anni prima. L’unico collegamento che riuscì a fare tra gli alunni della classe e gli autori di quelle espressioni di biasimo irriducibile fu con un ragazzo che era stato bocciato proprio quell’anno, soprattutto a causa delle insufficienze nelle sue materie. Uno dei due esegeti, ancorché ignoto, doveva comunque essere ancora tra i suoi alunni, meditò, e chissà se, nel frattempo, aveva cambiato opinione sul suo conto, si chiese con divertito stupore. Sorridendo a quel pensiero, e pur iniziando a sentirsi preda di un voyeurismo blando, ma irrefrenabile, si mise a cercare altre scritte che lo riguardassero. La ricerca minuziosa non portò però a nulla, dovette convenirne dopo qualche minuto suo malgrado, e con un malcelato senso di delusione.
Ripercorse con lo sguardo tutta la parete, memoria di cinque anni, o forse più, della vita scolastica dei ragazzi consumata in quell’aula. ‘Con i voti della Gravina ci giochiamo la schedina’, ‘ I was here, pensatemi sempre =)’. ‘Never a failure always a lesson!’, i loro messaggi affidati a quei muri scrostati lasciavano il segno dei loro giorni dentro quella stanza, diventando testimonianza di un mondo parallelo a quello in cui scorreva il resto del loro tempo. Gualtiero Rossi, sempre imboscato all’ultimo banco; Ilaria Vicini, talmente timida, che bastava guardarla per più di due secondi che faceva gli occhi lucidi, Bogdan Seciu, con la fissa del calcio. Rivide in un attimo le facce di ognuno di loro: facce a volte attente, a volte perse dietro chissà quali sogni, che nella frazione di un attimo potevano camuffarsi da incubi. Adolescenti intrappolati in un circuito da montagne russe, incalzati in un’alternanza vorticosa da paure e speranze. Gli tornò in mente la mattina che Nando era entrato in aula per comunicare alla classe che il loro compagno Daniele Selvi era stato coinvolto in un incidente la sera prima, ed era finito all’ospedale in coma. Rivide quelle espressioni sospese tra incredulità e sgomento. E rivide le stesse facce la mattina che Daniele, sorretto dalle stampelle, aveva fatto il suo primo ingresso in aula dopo due mesi di assenza insieme a Nando, che gli portava lo zaino con goffa solerzia. Ineffabili. Quel muro era la loro cronaca, felice e spensierata, come possono essere solo le storie che riflettono momenti di partecipazione nell’esistenza delle persone, un pezzo di tempo condiviso. Formula risolutiva di brandelli di vita espressa negli abbozzi di graffiti. Lui sarebbe partito, e i ragazzi avrebbero proseguito ognuno verso un suo personale percorso, lasciandosi dietro speranze, riflessioni, sfoghi, incisi su quella parete, forse il loro ultimo baluardo di libertà e leggerezza. Sarebbe rimasta l’effigie un po’ intemperante e essenziale di un periodo cruciale nella loro esperienza, finché qualcuno non avesse cancellato tutto con qualche iconoclasta pennellata di vernice bianca. Ma non sarebbe successo tanto presto, di quello almeno era sicuro.
Riccardo tirò fuori dalla tasca dei jeans lo smartphone e si mise a fotografare sezioni del muro: ne avrebbe portato con sé l’immagine in frammenti, visto che non poteva staccare l’intonaco solcato dall’istinto incoercibile dei suoi alunni. Per farci cosa non lo sapeva ancora, ma una parte di quella memoria voleva portarsela dietro. Quando ebbe finito, prese i suoi libri dal cassetto e uscì dall’aula, chiudendo la porta. Rifece le scale in discesa e, quando arrivò al piano terra, gli parve di sentire un brusio eccessivo provenire dalla sala professori. Proseguì lungo il corridoio, fino a raggiungere una posizione da cui poter sbirciare, senza essere visto. Stava accadendo quello che aveva temuto: avevano organizzato un piccolo ricevimento di addio a sorpresa, con i tramezzini e le bibite, disposti con precisione geometrica sul grande tavolo al centro della sala e inframmezzati a piatti e bicchieri di plastica. Muovendosi con grande circospezione per non farsi notare da nessuno, si avviò verso la porta laterale e sgattaiolò fuori, avviandosi a passo spedito verso il parcheggio. Senza fermarsi, si voltò a guardare l’austera costruzione in stile neoclassico, bizzarro compromesso tra lo stile degli architetti del ventennio e l’intitolazione a un partigiano. Ancora qualche giorno e poi sarebbe stato addio per sempre, per ricominciare altrove. A leggere altri muri.

     Non riusciva a prendere sonno: le parole di Mauro, il suo amico dalla sincerità spesso brutale, le rimbalzavano nella testa col ritmo ripetitivo e assillante di un tamburo sciamanico. «Mica penserai di riprenderti il tempo perduto?», le aveva detto. «Ma gli sbagli, quelli sì, si possono correggere.». Erano undici anni, nove mesi e cinque giorni che sua figlia non sapeva più nulla di lei. Il giorno dopo avrebbe compiuto sedici anni. Dopo estenuanti quanto vani tentativi di addormentarsi, Adriana si alzò e si mise al computer, ma non per lavorare al suo ultimo libro per ragazzi, non ce l’avrebbe fatta, era troppo turbata. Si accinse invece a mettere in pratica quello che, dentro di sé, aveva immaginato di fare un milione di volte, ma che non aveva mai osato fare. Iniziò a scrivere a Marta. Per raccontarle cosa era stata la sua vita dal momento in cui, circa dodici anni prima, era scappata dalla casa in cui abitava con lei e con suo padre. Quell’ultima notte, in effetti, lei non si era mossa dalla loro abitazione: era rimasta nascosta in cantina, da cui sentiva i passi dell’uomo, con cui era ancora sposata, che si spostavano frenetici da un punto all’altro del piano sovrastante, dove era la zona giorno. Arrivata in giardino, aveva imboccato la porta dello scantinato, che s’apriva sul retro della casa, approfittando del fatto che lui, che le era corso dietro quando lei si era precipitata giù per le scale, fosse risalito, forse perché bloccato dal pianto di Marta, svegliata dal trambusto.

     Le scrisse di come si fosse rannicchiata nell’angolo più buio, dove non arrivava neanche un filo della luce di cui la luna, piena quella sera, inondava la loro città. E di come se ne fosse stata là, immobile, come un animale braccato, tutta la notte, col terrore di fare rumore e che lui la sentisse.

     Il panico era aumentato alle prime luci dell’alba: temeva che si mettesse a cercarla. Invece, poco prima dell’ora in cui usciva di solito per andare al lavoro, aveva sentito che chiudeva a chiave la porta d’ingresso e aveva capito che c’era anche lei, Marta, con lui. In seguito era venuta a sapere che l’aveva portata da sua madre, forse perché era la cosa più semplice, oppure perché non voleva affidarla alla babysitter. La stessa che era rimasta con la bambina la sera prima, quando Adriana e suo marito erano andati a cena con i soci dello studio legale: sarebbe sembrato strano richiamarla dopo così poco tempo. E poi non era mai successo che si rivolgessero a lei di mattina, c’era sempre Adriana a prendersi cura di Marta, lui avrebbe dovuto inventarsi delle spiegazioni.

     Quando aveva sentito l’auto partire, aveva aspettato ancora una ventina di minuti, per essere certa che non tornasse indietro, poi era uscita dal suo nascondiglio. Non aveva le chiavi, la sera prima si era avventata fuori e quel pensiero non l’aveva neanche sfiorata. Si era avvicinata comunque alla porta: lui non si era limitato a chiuderla, ma aveva messo una catena con un grosso lucchetto tra un pomello e l’altro dei due battenti, con la chiara intenzione di impedirle in tutti i modi di entrare, anche nel caso avesse avuto una chiave. O magari voleva soltanto ribadire chi fosse il padrone lì. Quella mattina, dolorante e sconvolta com’era, non le era sembrato neanche strano: considerando la situazione, anzi, le era parso del tutto normale. E anche entrare come una ladra in quello che fino a poche ore prima era stato il centro di tutta la sua esistenza, era parte di quella normalità fuori da ogni logica. Sul lato posteriore della casa c’era l’accesso alla cucina: per fortuna lui non aveva pensato a chiudere la grata di ferro. Adriana aveva rotto con un sasso il vetro che ricopriva la parte superiore della porta e, inserita una mano tra le schegge, aveva tolto la sicura alla serratura e aperto. Una volta dentro, aveva disinfettato le ferite superficiali che si era procurata e fasciato stretto il polso sinistro, che le faceva male da svenire. Quindi aveva infilato a casaccio della roba in una valigia e telefonato a Dora, la prima persona che le fosse venuta in mente in quel momento. In quella città, a parte la famiglia e gli amici del marito, lei non conosceva nessuno: la gente che frequentava ruotava intorno al lavoro di Bruno, che era uno dei soci dello studio legale fondato da suo padre, uno dei più prestigiosi avvocati in città. I genitori e il fratello di Adriana vivevano in un’altra regione, lei non voleva coinvolgerli finché non avesse avuto le idee chiare sulla piega che avrebbero preso le cose. Anche se abitava lì da quando si erano sposati, non era riuscita a crearsi dei legami che fossero solo suoi, non ne aveva avuto il tempo né l’occasione. Ad eccezione di Dora, che aveva incontrato a un corso di scrittura creativa di cui la sua amica era docente: le poche ore dedicate a quel corso l’avevano strappata all’isolamento in cui s’era ritrovata quasi senza rendersene conto, e avevano fatto nascere una buona amicizia tra loro. Al termine delle lezioni a volte si fermavano a bere qualcosa e a parlare di libri: erano i suoi unici momenti di evasione dalla routine familiare.

     Quando Dora era arrivata le era bastata un’occhiata per rendersi conto della gravità della situazione; le aveva chiesto solo se avesse un posto dove andare. Lei le aveva risposto che non ne aveva la più pallida idea. Mezz’ora dopo era a casa sua: non le aveva fatto domande né mentre finivano di preparare i bagagli per caricarli in macchina, né durante il tragitto. Era rimasta da lei sei mesi, tanto le ci era voluto per iniziare a guadagnare qualcosa e avere la possibilità di pagarsi un piccolo affitto, in un appartamento nello stesso quartiere dove si trovava quello della sua amica, prima di trasferirsi nel piccolo paese dove ancora abitava, poco lontano dalla città. Pubblicava già con una certa regolarità racconti in qualche rivista e, con l’aiuto di Dora, che lavorava in un’agenzia letteraria, era riuscita a ottenere un contratto per quello che fu il primo di una lunga serie di libri per bambini. Nelle interminabili giornate che passava in casa, mentre Dora era al lavoro, si metteva al computer e scriveva, prendendo spunto soprattutto dai personaggi di una delle storie che era già stata inserita in un’antologia compilata alla fine del corso di scrittura. La trama e le gesta dei personaggi, un gruppo di animali di peluche, tutti schierati sul davanzale della finestra nella cameretta di una bambina, ognuno in attesa di qualcosa che, accadendo, faceva partire le avventure, si dipanavano quasi per conto loro. Ed era come se lei le raccontasse a Marta che, dal giorno in cui era andata via dalla loro casa, non aveva più potuto avvicinare. Tutte le storie, come quelle che le narrava quando erano sole in casa, da quel momento in poi avevano iniziato a scaturire senza interruzione, come se dovessero fare da collegamento tra lei e sua figlia, un ideale ponte di parole che unisse il suo pensiero a quello della bambina.

     Dopo tanto tempo, scrivere direttamente a lei, senza il filtro delle storie di cui si era riempita la vita fino a quel momento, le dava una sensazione di inquietudine e di liberazione, insieme. Le scrisse che l’aveva sempre seguita da lontano: sapeva in quale scuola di danza fosse andata e quante volte alla settimana; avrebbe riconosciuto tutte le babysitter che si erano prese cura di lei, le raccontò che qualche volta le aveva anche parlato senza che lei la riconoscesse e, subito dopo, aveva ricevuto una lettera di diffida dall’avvocato di suo padre, anche lui socio dello studio del nonno. Le aveva scritto che si era curata le ferite di quella notte, sia quelle più superficiali che quelle dell’anima, senza confidarsi con nessuno e senza denunciare nessuno: il braccio che le faceva male era fratturato, e lei non era voluta andare in ospedale, poiché temeva di dover riferire come se lo fosse procurato, e avrebbe dovuto spiegare anche i lividi diffusi su tutto il corpo.

     Le scrisse che a un certo punto l’uomo che aveva sposato si era trasformato in un’altra persona; gli impegni nello studio legale si erano fatti troppo pressanti per lui, non aveva retto allo stress, e lei era diventata la sua valvola di sfogo. In un crescendo esponenziale era passato dallo strattone, allo schiaffo, al pugno, ai colpi alla cieca. Quella sera lei lo aveva contraddetto a proposito del breve viaggio che stavano organizzando per la vacanza di Pasqua; non ricordava neanche più cosa avesse detto di preciso, e in lui si era scatenata una furia incontenibile, non aveva mai raggiunto quei livelli prima di allora. Il polso si era rotto quando era caduta tra il letto e il trumeau, che era lì vicino. Quando lui l’aveva vista per terra si era fermato di colpo, come se si fosse disinnescato qualcosa, era rimasto disorientato per qualche secondo, poi si era girato, forse per andare in bagno. Era stato in quel momento che lei aveva trovato la forza di alzarsi e di precipitarsi giù per le scale.

     Le aveva spiegato che, ignorando i consigli di Dora e di una donna avvocato a cui nel frattempo si era rivolta, non aveva mai voluto rivelare cosa fosse accaduto realmente: ne sarebbe derivato uno scandalo clamoroso, che avrebbe coinvolto troppe persone, a cominciare da lei, sua figlia. Per non parlare del personale dello studio: la famiglia del suo ormai ex marito era molto in vista, sia in ambito sociale che in quello professionale, e le ripercussioni sarebbero state inevitabili e pesanti. Però aveva dovuto subire le conseguenze di quel suo atteggiamento conciliante, perché loro, al contrario, non si erano fatti nessuno scrupolo nel massacrarla. Non era trapelato nulla dei veri motivi della sua fuga improvvisa. Agli occhi di tutti era stata lei ad andarsene, abbandonando un marito esemplare e una bambina piccola. Aveva scritto a Marta che l’avvocato a cui suo padre si era rivolto, molto più prestigioso e con molti più agganci della sua, aveva creato e prodotto un ampio dossier per farla apparire inattendibile e irresponsabile, sia come moglie che come madre. Non era stato difficile per Bruno ottenere l’affidamento: anzi, in seguito a un suo tentativo di riconciliazione, da lei rifiutato con fermezza, era diventato ancora più determinato e spietato in quel suo intento, ottenendo che lei non si accostasse a Marta per nessun motivo.

     Le parole dirette a sua figlia si erano riversate sulla carta come un fiume in piena: era bastato sollevare di poco lo sbarramento che le arginava e avevano inondato con impeto quel lembo di vita che ancora restava loro da condividere. Se solo avessero potuto stemperare l’aridità dei loro rapporti, e non trasformarsi invece in una palude stagnante: le sue emozioni avrebbero finito per esserne risucchiate senza scampo. Scrisse, senza mai fermarsi, fino a quando, dalla piccola finestra del soggiorno, al riflesso della luce giallastra del lampione si sostituirono le prime luci del giorno. Alle sette di mattina, stanca, ma con una strana irrequietezza addosso, che si combinava in modo strano con un piacevole senso di leggerezza, che non provava più da tempo immemorabile, si fece un caffè e una doccia. Si vestì e, dopo aver messo le dieci pagine, che aveva intanto stampato, in una busta chiusa, si avviò verso il centro del paese, per andare a prendere il pullman che l’avrebbe condotta in città. Voleva portare la lettera alla scuola di sua figlia, e chiedere a un collaboratore di consegnarla: a casa qualcuno l’avrebbe di sicuro intercettata, impedendo che arrivasse alla destinataria. Passando davanti al bar in piazza intravide Mauro, già seduto al solito tavolo, che leggeva il giornale. Entrò, avrebbe fatto colazione con lui, come sempre. Non aveva fretta. Non poté evitare che lui notasse la busta e, al suo sguardo interrogativo, gli sorrise. Mentre Lietta, la barista, serviva loro due cappuccini e le sue ottime brioche ancora tiepide, gli disse:

     «Qui c’è la mia vita, raccontata a mia figlia. Avrei dovuto farlo tanto tempo fa, ma era così piccola, non avrebbe capito. Forse non è troppo tardi. Chissà, magari ce la facciamo ancora a riconoscerci. E a correggere gli sbagli.». Tacque per qualche secondo. La sua mente era altrove. Riviveva altri giorni. «In fondo, quando eravamo insieme e mi era ancora concesso di essere sua madre, eravamo inseparabili, noi due, non può aver rimosso proprio tutto. Non è possibile. Non ci credo.», sembrava che volesse convincere se stessa, lacerare la trama fitta del dubbio che, resistente e inalterabile, avvolgeva come una ragnatela inestricabile i ricordi.

     Lui le prese una mano, la strinse tra le sue.

   «Brava. I silenzi distruggono. È ora di interrompere il tuo, una volta per tutte. Coraggio.», e la stretta si fece più forte.    

Nicola Muratore (Veni Vidi Nici) si occuperà, per noi, di bici. Di come andare su due ruote, di cosa vuol dire "fissa". Ci accompagnerà nel mondo dei bike messenger, ci farà sentire il suo amore per la strada vista da una sella e come vivere senza automobili e inquinamento.
Ecco la sua presentazione e la presentazione della rubrica "in bici" (da gennaio qui e sul sito).

Ciao a tutti! Mi presento: sono Nicola, conosciuto ai più come Nici. In tanti si chiederanno cosa ci faccio qui. Bene, vi rispondo subito: sto realizzando un mio piccolo sogno che fino ad ora era rimasto nel cassetto (o meglio, nel mio hard disk). Ma andiamo per gradi.
Ho studiato filosofia all’Università degli Studi di Torino. Durante l’ultimo anno di Magistrale, per arrotondare, ho iniziato a lavorare come bike messenger, ovvero come corriere espresso in bicicletta. All’epoca non sapevo nulla di quel mondo, vastissimo e dettagliatissimo al medesimo tempo. Mi ci lanciai dentro a capofitto, armato di sola intraprendenza (e una buona dose di sana incoscienza). Fatto sta che, anche dopo essermi laureato, io da quel mondo non ne sono più uscito. È un mondo complesso, ma per fortuna ho avuto degli amici pazienti che mi hanno aiutato a districarmi in quella che all’inizio mi sembrava un’accozzaglia di nomi strani senza senso. Poi la curiosità e la voglia di migliorare ha fatto il resto. Sono passati anni, finché il testimone non è arrivato a me: le persone hanno iniziato a chiedermi che lavoro facessi, che strumenti utilizzassi, qual è la maniera migliore per svolgerlo. Ed è precisamente da lì che è nato il mio progetto. Il bike messenger non è un mestiere, ma una filosofia di vita. Una volta finito il turno di lavoro il bike messenger non smette di essere tale. Il bike messenger non si limita a portare a destinazione un pacco. Spiegare tutte queste cose a voce può risultare noioso e prolisso e per questo ho pensato di scrivere un libro per chi ha tempo, voglia e pazienza di scoprire com’è la vita di un bike messenger. Da qui nasce “Mess Life”.
Le persone che devo ringraziare sono veramente moltissime, ma ci sarà tempo. Quelle che proprio non posso far aspettare sono Giulia, stella cometa che mi ha indicato dove rivolgere lo sguardo, e Alessandro Mazzi che ha deciso di dare una chance concreta al mio progetto. Ebbene sì, sembra che vedrò il mio libro pubblicato. Il lavoro da fare è ancora parecchio, ma ormai le basi sono state gettate e, quello che prima era solo un sogno, sta crescendo solido.
Nel frattempo ho l’onore e il piacere di tenere questa rubrica per quello che sarà il mio editore, ovvero Jona Editore. Spero così di stuzzicare la vostra curiosità sul lavoro di bike messenger, ma soprattutto su tutto il contesto in cui nasce e cresce, tutto quello che il cliente non vede, tutto ciò che, come si suol dire, sta sotto la punta dell’iceberg, e dunque le biciclette, le gare (clandestine e non), le mode sensate o meno adottate dai corrieri. Per amalgamare tutte queste informazioni tecniche ho deciso di sfruttare la mia esperienza autobiografica, utilizzata come collante tra i capitoli più schiettamente “didattici”. Spero in questo modo di non tediare né chi sarà alla ricerca di informazioni, consigli o dettagli tecnici, né chi invece vorrà leggere una “storia” su questi strani personaggi chiamati “bike messenger”

A partire dal contest "Le correzioni" il nuovo curatore della selezione è Renzo Semprini Cesari.
Auguriamo a lui il meglio, sicuri del suo impegno e della sua passione  per  contribuire ad avere una grande selezione di novelle.
Ovviamente non parteciperà più a questo concorso.

titolo: le correzioni
scadenza:  31 dicembre 2016
 
Il titolo, al solito, è uno spunto. l'interpretazione è libera (il titolo è un romanzo di Jonathan Franzen).
I racconti (inediti) devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it
La lunghezza massima è di duemila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office.
Il titolo deve essere composto dal vostro nome e da "una giornata senza pretese".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito. Sarà più semplice comunicare.
 
Cosa si vince?
 
I due o più vincitori (se i racconti inviati saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it
 
A dicembre 2016/ marzo 2017 i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

Alla vita e le opere di Simone de Renzo

Una cena di famiglia è sempre un’esperienza impegnativa: arrivi a casa, saluti, baci, abbracci, come va l’università, figlio mio bello, che corsi segui? Sei l’orgoglio della famiglia, tutti dipendono da te, per vantarsi con i vicini, per dare senso alle loro vite. Tu sei il Figlio, il primogenito maschio, sei il frutto di costrutti e obblighi sociali, ti sposerai, ingraviderai la tua donna: vivrai il senso della monogamia coronata dal “sacro vincolo del matrimonio”. Tu sei il frutto di sacrifici e rinunce e tutto dipende da te.

Stamattina ero nella mia stanza, allo studentato, guardavo Flinn, che non si chiama così, ma io lo chiamo così. Gli ho detto d’improvviso, come se lo realizzassi in quel momento: “Oggi scendo, torno dai miei.”

“E sticazzi non ce li metti?” rispose mentre accendeva una canna.

Flinn, il buon vecchio Flinn, è il mio compagno di stanza, un tipo grosso, grasso, che parla con un forte accento da uomo del sud della capitale. Lui, dai suoi, ci torna ogni fine settimana. Senza la mammina, lui, non farebbe un cazzo; è del tutto inadatto alla vita, ma il buon vecchio Flinn questo non lo sa.

Io, dipendesse da me, non ci tornerei mai a casa, ma non perché sappia badare a me stesso, anzi, io penso di esser ancor meno autosufficiente di Flinn. La differenza, tra noi, è che, io, ne sono pienamente consapevole. No, io non ci tornerei mai, lì a casa, dove ogni cosa mi ricorda la massima aspirazione di un ragazzo bianco benestante. Ogni cosa mi ricorda la mia sostanziale inadeguatezza al “ruolo”.

“Fammi fumare” dissi, di colpo, a Flinn, e lui, come al solito, mi lasciò la sua canna. È un galantuomo Flinn, mi offre sempre la sua droga. Questo è il mio modo di vivere, parassitario e a scrocco.

Il Padre è una figura archetipica o freudiana - se preferite -, è l’uomo alto con mascella virile che ti guarda e, forse, ti vorrebbe abbracciare, ma prima di farlo ti allunga una mano per un saluto da uomini veri. In quel momento ti senti virile come una principessina preadolescente, sei mingherlino, bianchiccio come i molto malati; porti capelli lunghi e unti da disadattato. Sei il fallimento frutto di anni di machismo, specie quando allunghi quella mano molle per una stretta da femminuccia.

E devi stringere forte, lo sai, e ti concentri a farlo bene. E alla fine ti convinci di riuscirci, ma il tuo orgoglio è frenato dallo sguardo del Padre che ti ricorda che non sei nulla.

Ogni tanto ci scappa un sorriso bonario, a quell’uomo, e ti ricordi che dietro al principe del foro, prima dei capelli grigi e delle spalle dritte, c’era un ragazzo con sogni e speranze; o quantomeno era uno con impulsi sessuali, sì, insomma, era uno che voleva chiavarsi tua madre.

Alla stazione dei bus, alcune ore fa, aspettavo la mia corsa. C’era Sam, che non si chiama così, ma io la chiamo così, a farmi compagnia. È una quindicenne a cui do ripetizioni; è di buona famiglia, di quelle con soldi e libri, non letti, sugli scaffali; di quelle famiglie con silenzi rancorosi e apprensioni maniacali.

“Ti posso fare un pompino?”, mi aveva chiesto.

“No.”

“Perché?”

“Come te lo devo dire che non mi piace la figa?”

“Ancora con ‘sta storia?! Perché non vuoi mettere il tuo cazzo nella mia bocca, santoiddio?”

“Mi piace il cazzo. Degli altri. Nella mia, di bocca.”

“So che non è vero, non sei frocio.”

“Non mi piace scopare.”

“Non ti piaccio io!”

“Forse, ma più in generale mi darebbe fastidio.”

La mia meschinità non è giunta al punto di profittare così di una ragazzina che si sente capita solo dal suo “mentore” o, più probabilmente, non mi va che questa ragazzina, una volta cresciuta, scopra che sono solo un uomo da sottosuolo.

“Come vuoi, ma tu sei strano.”

La Madre è una figura mitologica, metà bestia e metà cupcake. La donna più dolce, apprensiva e buona del mondo, un momento; un uragano di rabbia e frustrazione quello dopo. Per questo l’abbracci forte, la Madre, chiedendoti quando è stata l’ultima volta che l’ha fatto tuo padre, quando è stata l’ultima volta che l’ha desiderata davvero.

Avevo un’amica di scopate, una volta (no, non stupitevi, è normale che io faccia queste associazioni quando penso alla Madre). Ricordo quando troncai la cosa. Ero lì che non pensavo a nulla, spingevo il mio corpo esile contro quello di lei, grassa come poche, poi, d’improvviso, realizzai che avevo sfogato abbastanza e doveva finire. Eiaculai e dissi: “Ok, questa relazione può anche finire.”

“Come vuoi. Io non sono coinvolta, ma tu sei sicuro di chiuderla? Non è che hai solo paura di coinvolgerti troppo?”
Ricordo che guardai quella megattera spiaggiata sul letto con mal celato disprezzo. Non saprei dire se per me o per lei.

Poche sere prima aveva detto che mi amava ed io avevo risposto di restare fedeli al piano: “io ti scopo, tu mi scopi, il resto non ci interessa”. Ricordo che, mentre mi spogliavo del preservativo per rivestirmi, mi chiesi se esisteva una classifica della dignità. Per esempio, chi pratica sesso vantandosi che non è coinvolto e poi piange la fine dei suoi sogni Disney quando scopre che l’altra persona non lo è davvero, dove si colloca? Chissà se sono più su, o più giù, di quelli che su Facebook fanno l’elogio della solitudine e della bella vita, ma poi, al primo sorriso distratto che captano, partono con il: “Vi prego trombami, sposami, dammi figli!”. Ma soprattutto, qual è il mio posto, in questa classifica?

A tavola la Madre ha già preparato tutto, una donna emancipata deve sempre saper badare alla casa, non basta quante ore lavora, sono sempre meno di quelle del marito.

Prendi posto a sedere e ti rolli una sigaretta, tuo padre, rigorosamente a capotavola per leggi non scritte, se ne accende una già fatta.

“Come stanno andando i corsi?”

“Vorrei lasciare tutto e fare l’artista.”, lo pensi, ma ovviamente non lo dici. Ci vuole carattere per ammettere di essere un cliché, e tu non ne hai.

Rispondi, invece: “Regolare, pa’, tutto regolare…” e parte una conversazione sugli argomenti di studio. E ui è contento, e lui sorride; e lui è soddisfatto. Siete tutti contenti, tutti tranne Sorella Minore.

Arriva a tavola e ti guarda con disprezzo. Si veste da punk, si fa i capelli strani, si crede speciale. Crede che nessuno capisca che è in cerca di attenzioni spicciole; crede che nessuno sappia che la vita fa schifo, la società fa schifo, noi, facciamo schifo.

Sorella è una figura dolce, malinconica, romantica, sognatrice; crede che ci sia abbastanza disgusto in lei per scatarrarsi fuori da questo mondo. La guardi negli occhi e le dici, senza parlare: “io so di essere patetico, e tu?”.

Un tempo ero popolare, ero stato eletto rappresentante d’istituto, al liceo. Avevo il sostegno di Miriam, che non si chiama così, ma io la chiamo così, la mia ex. Lei mi rendeva sicuro, forte, mi spronava a fare attività interessanti. Buffo che non l’amassi affatto. Un giorno venne da me, visibilmente agitata e con occhi lucidi.

“Senti Simon” che poi non mi chiamo così, ma lei mi chiama così, “dobbiamo lasciarci.”

“Ok, posso sapere come mai?”

“Non ti amo più”

“E allora? Io non ti ho mai amata e non è che ti ho fatto problemi.” Non lo dissi, non ebbi modo di dire nulla, scoppiò a piangere.

Pensai che sarei arrivato tardi da Tony, che non si chiama così, ma io lo chiamo così, per il torneo di Tekken, ma poi provai pena per lei, l’abbracciai e finimmo a fare una delle migliori scopate, insieme, di sempre.

Mamma arriva con la prima portata e ti fa spegnere le sigarette. “Non si fuma a tavola”, lo sai, ma non farlo avrebbe tolto a lei il privilegio di dirtelo; e perché privare una donna del suo ruolo domestico proprio quando il figlio grande torna dall’università?

Così tu e il padre spegnete le sigarette e siete pronti alla cena.

Eccoci qui, dunque, una famiglia felice, uguale a tutte le altre famiglie felici che desinano parlando di amenità, come la politica.

La mia dolce sorellina, Lisa, che non si chiama così, ma io la chiamo così, si accende contro papà su Trump e la mamma cerca di fare la democratica, io finisco la frutta e mi rollo un’altra sigaretta. La scena, tutto sommato, è rilassante; tornare a casa non è così terribile.

Mi accendo la sigaretta, ma mamma ripete che non si fuma a tavola. La spengo e la metto dietro l’orecchio destro.

Papà mi chiede che voglio da bere, gli rispondo che un amaro va benissimo.

Lisa mi guarda come per dire: “ma lo senti quanto si sta rincoglionendo?”. Fa riferimento alla discussione che non stavo ascoltando. Le rispondo, sempre in silenzio, con sorriso e sguardo: “lo sai che ti provoca”.

Ha un bel viso, Lisa, sta bene anche con quei capelli strani che non le rendono affatto giustizia. Li porta, tuttavia, con autentico spirito punk. Quando mamma, notando, forse, il mio sguardo sulla mia sorellina, mi dice di dire la mia su quei capelli, non posso fare a meno di tradire la speranza di complicità e difendere Lisa.

Prima di cedere al cicchetto di amaro, che, per inciso, mi fa schifo, come tutti i superalcolici, vado in bagno a pisciare, poi vado in camera mia. È un luogo di foto, gadget, poster, un luogo dell’infanzia. Torno in bagno e mi sciacquo il viso. Mi guardo allo specchio. Ma sì, facciamolo. In fondo non c’è scopo, non c’è senso, non c’è nulla da vincere o da perdere.

Vado nell’ufficio di papà, apro il cassetto della scrivania e prendo la pistola, perché, oggi giorno, tutti hanno una pistola. La prendo. Nei film la impugnano sempre con grande facilità e leggerezza, non ti fanno capire quanto sia pesante.

Non avevo mai preso l’arma di papà. Ho sempre saputo dove fosse, ma, ovviamente, sapevo, per istinto, per educazione, per dovere morale, che non dovevo neanche avvicinarmi a quei cassetti. La impugno e una strana forza mi pervade il braccio destro, tutto in me si contrae, si indurisce, il cuore stesso è una pietra.

Guardo il mio riflesso alla finestra, ci punto l’arma contro e godo della mia immagine. Mi metto la canna in bocca e premo il grilletto. Una sensazione unica, un misto di adrenalina e paura mi pervade al momento del blocco della sicura. Sembra tutto vero. Cerco i proiettili, li trovo, la carico. Tolgo la sicura. Punto il riflesso, punto in aria, punto alla testa. Il mio riflesso sorride, non so perché. Assaporo il peso dell’arma nelle mie mani, la sensazione di poter decidere della propria vita e di quella altrui.

La voce di mamma mi chiama. Annuncio che sto arrivando. Metto l’arma nei pantaloni, dietro la schiena. Il corpo, al contatto col freddo del ferro, ha un brivido di piacere.

Torno a tavola e dico che stavo cercando una cosa. Aspettavano me per il dolce. Cosa aspettiamo?, sono qui. Mamma mi taglia una fetta di torta e me la mette nel piatto, fa lo stesso con gli altri. Oggi è il mio giorno speciale, un bel giorno in famiglia.

A metà della mia fetta sono sazio. Prendo la sigaretta dietro l’orecchio e la metto a tavola. Guardo Lisa, difronte a me, che mangia scomposta; mamma, alla mia destra, che mi sorride; papà, alla mia sinistra, che è concentrato sul suo dolce.

Sento la pistola dietro di me, mi eccita questa cosa che nessuno sappia che ci sia. La loro vita è regolare, felice, non c’è imprevisto così assurdo come un figlio armato a tavola. In effetti, perché dovrei essere qui a tavola con una pistola? Non ha senso. È uno strano film e spero che voi mi stiate vedendo e che vi stiate chiedendo che cavolo voglia fare con questa maledetta arma. Me lo chiedo anch’io.

Sapete cosa disse Hitchock? Se un fucile entra in scena, prima o poi, deve sparare. Ecco, questa cosa ha senso.

Porto la mano destra alla pistola, la estraggo puntandola alla testa di Madre. Sparo prima che qualcuno possa accorgersi di quello che sto facendo.

Il rumore sordo, il braccio che trema per il rinculo, lo schizzo di sangue che mi imbratta la mano e il viso. Sembra, quasi, che stia succedendo davvero!

La testa di Madre sposta il baricentro a destra, poi sbatte sul tavolo prima di cadere, insieme al corpo, sul pavimento.

Le orecchie ronzano. Tutto procede rallentato come in sogno. Le espressioni di Lisa e papà si modificano in smorfie di confusione e puro terrore. Non so come, non so perché, ma mi sto alzando in piedi per puntare l’arma verso il Padre. Due colpi al petto. Altri schizzi, stavolta sulla tovaglia bianca.

Padre fa un buffo salto sulla sedia verso l’indietro come se volesse cadere, ma la sedia non gli da’ soddisfazione e finisce, con una smorfia imbronciata, di faccia sulla sua fetta di torta. Una cena con torte in faccia, un classico, della commedia americana.

Lascio la pistola sulla tavola e mi siedo. Lisa è immobile, mi guarda.

“Buona la torta, eh?!”, ma non risponde. Mi accendo la sigaretta e guardo Madre.

“Guardala”, dico a Lisa, “ti somiglia. Sembra anche lei… una ragazza coi capelli strani.”

Solo a questo punto, Sorella Minore, sviene.

Siamo felici di annunciare un nuovo progetto editoriale, questa volta con la veste striscia.
L’autore è Alberto Baroni (che intervisteremo settimana prossima e che vi presenterà la sua opera), il titolo  è nove-diciotto.
Pubblicheremo alcune puntate qui, sul sito (in una sezione laterale della home), come anticipazione e, a partire da fine dicembre avremo la nascita di un bimestrale.
Per adesso vi presentiamo i personaggi:


LA FIADP


La FIADP è la fabbrica dove lavorano i personaggi delle strisce Nove-Diciotto. L'acronimo sta per Fabbrica Italiana Aghi Di Pino, così chiamata dal fondatore Giuseppe (Pino) Dal Volgo. La fabbrica produce aghi, ditali, spilli, spille da balia, uncinetti, ferri da maglia, zip e quasi tutti gli articoli da merceria in metallo, bottoni compresi.

Come in tutte le vere aziende padronali un organigramma vero e proprio non esiste. Tutto parte e ritorna dal vertice supremo: il padrone, al quale tutti, seppure talvolta tramite giri tortuosi, alla fine rendono conto personalmente.
Ma, come in tutte le aziende, ciascuno ha un ruolo che può ben essere inquadrato in un settore realmente esistente.

titolo: Una giornata senza pretese
scadenza:  30 novembre 2016
 
Il titolo, al solito, è uno spunto. l'interpretazione è libera (il titolo è una canzone di Vinicio Capossela).
I racconti (inediti) devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it
La lunghezza massima è di duemila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office.
Il titolo deve essere composto dal vostro nome e da "una giornata senza pretese".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito. Sarà più semplice comunicare.
 
Cosa si vince?
 
I due o più vincitori (se i racconti inviati saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it
 
A dicembre 2016 i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

Che ci faccio qui?
Domanda esistenziale complessa, ma, intendo, che ci faccio qui, ad Amsterdam?
Incominciamo da quello che so. Mi chiamo Daniele Tenagli, ho passato i trenta e lavoro in una fabbrica di scatole, in Italia. Sono stato famoso un tempo. Vi ricordate quando c’erano i grandi movimenti di piazza da occupy stocazzo a “giù le mani dalla scuola pubblica”?, beh è passato un po’, non troppo per dimenticarsene, ma abbastanza per dimenticarsi di me; ero stato definito da qualche giornale straniero, non ricordo neanche quale, il “poeta di una generazione”. Quindi so che ho scritto poesie, so che hanno avuto successo, so che sono state tradotte in varie lingue e decantate in piazza. Deduco che di poesia non si mangi, ma per fortuna la gente ha bisogno di scatole per metterci dentro cose di cui non hanno bisogno per riempire un vuoto che due righe in versi rischiano solo di ampliare.
Questo background non mi dice che ci faccio qui, in questa città, che è esattamente come la ricordavo: un fottutissimo labirinto di strade dai nomi impronunziabili con sbirri in ogni dove e una noia che ti si mangia. Qua ci si viene da ragazzetti, per farsi le canne, e da vecchi, per spendere 15 minuti e 50€ con una maggiorata neo-maggiorenne.
Squilla il telefono.
—Pronto?!—, dico.
—Oi, allora? Sei arrivato?— voce di donna; affabile, vecchia amica; non è cambiata, è Ilaria.
—Sì, sì, ci sono, sto cercando il mio ostello.—
—Ottimo, fammi sapere quando ti sistemi, ci sentiamo più tardi.—
—Ok.—
—Ciao!—
—Ciao Ilà!—, mettiamo giù.
Ilaria, vive e lavora qui, è una vecchia amica, si è laureata in economia, ha fatto in Olanda prima l’erasmus e poi il dottorato; so che pensate, ma lei non fuma. Ci conoscemmo a scuola, sedicenni, può essere?, ma sì, tempi antichi, tempi di cotte adolescenziali in cui ti sbucci il cuore per una che “non voglio rovinare questa amicizia”.
Percorro tanteparoleinsiemestraat, svolto a sinistra, trovo un canale, attraverso il ponte, poi prendo paroleacasostraat e mi ritrovo in una strada uguale a quella di prima. Case storte, il canale, ponti, gente anonima che cammina. Insisto a seguire google maps finché non mi rendo conto che affidarmi ad esso è come lasciarsi guidare da un George Staub cieco.
Mi ritrovo a nomiacasostraat, in tutto uguale alle altre, ma noto che i coffe-shop hanno nomi diversi. Fiducioso continuo a camminare, accetto la monotonia come se fosse naturale e affronto il dedalo come nulla fosse. Male che vada becco il Minotauro che con una “clavata" pone fine a sta vita del cazzo.
Guidato dall’ispirazione mi ritrovo a Piazza Dam, “ok, da qui è facile” mi dico ottimista come un Icaro lanciato in aria.
Ridendo e scherzando sono all’orto botanico e sulla Plantage Middenlaan. L’ostello è da queste parti.
Arrivato a destinazione, mi libero dei convenevoli con l’ospite e vado a disfare lo zaino e a lavarmi.
Guardo l’orario, c’è tempo, per cosa non lo so, ma c’è tempo. Mi butto sul letto.
“Che ci faccio qui?”, mi chiedo.
La tromba del giudizio suona attraverso il nulla “sono pronto, Satana; finiamola qua e trascinami all’inferno, niente è peggio del castigo inferto da Dio: vivere!”, ma non è la tromba del giudizio, è il cellulare. Mi sveglio e mezzo rincoglionito apro la chiamata.
—Danié, allora? A che stai?—
—Sto.—
—Sì vabbé senti, io stacco tra un’oretta, ci vediamo a Piazza Dam? Sai arrivarci?—
—Sì, tutte le strade portano lì.—
—Allora tra un’oretta lì.—, dice perentoria.
—Va bene a dopo.—
—A dopo.—
Ormai sono sveglio, vale la pena farsi un giro. Mi affaccio alla finestra per assaporare il clima e decidere come vestirmi. L’imbrunire colora il parco di freddo, di grigio; è come un’alba invernale.
Si accendono i primi lampioni e un’immensa tristezza mi pervade. TICK-TACK, è il passo del Minotauro, arriva, ma io non sono pronto. TOCK-TOCK, bussa, ma io non sono vestito.
Con che abiti si schiatta? Che figura ci faccio se muoio in mutande?
Resto in silenzio, il mostro ringhia e se ne va, “ok, l’ho scampata”.
La notte scivola piano dietro le case tipicamente storte, i colori delle stesse vanno spegnendosi mentre i lampioni luccicano sui canali come vibranti coltelli. Farei una foto, ma avrei solo un evanescente ologramma della realtà, buona solo per dire “#Amsterdam” su qualche social.
Squilla il telefono.
—Pronto, Danié? Dove stai?—, è Ilaria, cazzo, sono in ritardo.
—Sono dietro l’angolo, sto arrivando.— dico e chiudo. Sono in nonsodovecazzostostraat. Prendo una via a caso. Mi dice culo, sono a Piazza Dam.
—Ehi!— fa Ilaria vedendomi. Smonto la faccia preoccupata e chiedo al cuore di battere calmo, ormai sono arrivato, ma lui non smette.
—Ciao.— dico con imbarazzo.
Bacio sulla guancia, abbraccio e il solito repertorio di “come stai?” e “tutto bene”.
—Beh allora? Che ci fai qui?—, mi chiede
“Già, che ci faccio qui?”, mi chiedo.
—Pensavo non ti fosse piaciuta granché A’dam.— dice, venendo incontro al mio silenzio.
—No, guarda, avevo dei giorni liberi, nessun impegno e la voglia di fare una vacanza.— dico, padrone di me, quasi.
—Sono contenta… Ma lo sai che qualche giorno fa ti stavo pensando?—
—Come mai?—
—C’era un reading di protesta qui a Piazza Dam, sai, di quelli che organizzano ogni settimana, perché, sì, insomma, qui quasi ogni settimana fanno qualcosa in piazza… vabbé, dicevo, l’altro giorno stavano facendo un reading in inglese e ho riconosciuto una tua poesia, come si chiamava… quella che dice che ogni poesia è una rivolta di massa…
—Ogni poesia è una rivolta dell’animo / l’animo della massa in rivolta è una poesia d’amore.— recito, ma non ricordo come va avanti, né come inizi, francamente.
—Sì, esatto.—
—Beh mi fa piacere che se anche non sia tradotto in dutch con l’inglese mi fanno passare un po’ ovunque.—
—Dai, ti porto in un locale qua vicino con musica dal vivo, così mi aggiorni un po’.—
—Ok.—
Per strada mi aggiorna lei. Vive qui, si trova bene, ha fatto tante cose, non ha una relazione da un bel po’, ma non le pesa perché il lavoro, che non so quale sia, la prende. Cammina veloce le sto dietro, mi guardo intorno e penso che sto per sprecare una serata in chiacchiere.
Finalmente arriviamo al locale. Suonano del rock. Ordiniamo due Amstal.
—Allora?!, dimmi di te.—
“Che cazzo vuoi che ti dica?”, penso
—Insomma, scrivi ancora?—, incalza lei.
—No, ho smesso.—
—Come mai?—
—Non ci tiravo granché.—
—E adesso? Lavori sempre in una fabbrica di scarpe?—
—Di scatole.—
—Sì, giusto. E come ti trovi?—
La musica parte forte e ci urliamo domande e risposte vicino le orecchie. Mi sento a disagio. La guardo negli occhi neri, le guardo i capelli in disordine, il viso struccato, e la riconosco: è proprio lei, la mia Ilaria. Il cuore è un tamburo. Poi, improvvisamente, il TICK-TACK. Il Minotauro annusa nostalgia ed entra nel locale, mi sta cercando.
—Andiamo fuori?—, propongo.
—Ok.—
L’aria è fredda, c’è lo sbalzo termico, chiudo bene il cappotto e la seguo.
Arriviamo in un parco e ci sediamo su una panchina. Siamo solo noi, la panchina e il palo della luce. Tutto intorno è nero, così alzo lo sguardo e vedo le stelle, ma l’universo mi angoscia, così guardo Ilaria, che guarda le stelle, e la cosa mi angoscia di più.
—Mi sei mancato— dice, e, d’improvviso, quelle parole mi arrivano come acqua gelida nel sonno, poi continua: —Non ci vediamo davvero da tanto, né ci sentiamo, ma è come se non ci fossimo mai separati.—
—Anche tu mi manchi.— le dico, ma sento che non sto esprimendo nulla di quello che vorrei dire.
Appoggia la testa sulla mia spalla e un brivido mi percorre. Guarda in alto, guardo lei, impietrito, infastidito dal disagio; una stretta allo stomaco mi fa mancare l’aria.
Mi guardo intorno aspettandomi che il Minotauro sbuchi da un momento all’altro. “Scappa”, le urlerei, “ci penso io”. Il mostro mi assalirebbe e SDONG, colpo secco; si stacca la colonna dal cranio e ogni mio disagio si spegne. SDONG, magari.
Mi sveglio nel mio letto, sudato. Non so cosa e se ho sognato. Io e Ilaria ci siamo dati appuntamento oggi al museo di Van Gogh, inizia il weekend. Io, Ilaria, Van Gogh… questa settimana può finire solo con una fucilata in pancia in un campo di grano.
Ci vediamo alla scritta “I’Amsterdam”, tutto procede tranquillo, non sa che tremo.
Passiamo di stanza in stanza, ci fermiamo ad ogni singolo quadro per ammirarlo, non servono parole, solo ammirazione. Percepisco la rabbia, la depressione, la paura, la speranza. Ha disegnato il suo mostro intrappolandolo per sempre. Quelle scarpe da lavoro che raccontano la fatica di vivere, la solitudine delle sedie, l’immensità dei paesaggi notturni, l’orrore del campo di grano. “Quanto ti capisco, fottuto pazzo”, penso.
Guardo Ilaria e mi viene un brivido. Siamo vicini, sembriamo una coppia sposata. Sentimenti che mi sembravano morti per sempre tornano più forti di qualsiasi mostro.
Guardo il quadro dei mangiatori di patate, sento l’odore della povertà, il ruvido delle mani levigate, la stanchezza del corpo. Osservo i volti uno ad uno e sono lì con loro, poi d’improvviso dico: — Da quando tempo ci conosciamo?—
—Sedici anni e 4 mesi.— dice prontamente lei, con la stessa maestria con cui ricorda tutte le date di compleanno di ogni individuo del mondo.
—E per quanto tempo non ci siamo visti o sentiti?— chiedo e la guardo.
— Tre anni e ventitré giorni.— mi dice come se fosse una risposta scontata. Non voglio sapere come fa ad essere così precisa, so che è una sua caratteristica, mi piace per questo.
La guardo, mi sta guardando. Così vicini, così lontani.
—Perché?— mi chiede.
—È tanto tempo.— rispondo sorridente. “La tua assenza mi ha trasformato in un mostro di Beksinski”, penso e mi chiedo se riesce a sentirmi.
Guarda il quadro e dice: —Sono contenta che siamo insieme, solo noi umanisti siamo in grado di capirlo.—
Mi limito a dire un semplice: —Già.— che suona come un “non so che stai dicendo, ma non m’interessa saperlo, quindi ti do ragione”, dannazione.
Sopravviviamo a Vincent e lei mi lascia per un impegno.
Cammino un po’ perso per la strada, non so dove andare né che fare.
Mi ricordo di un coffe-shop davvero bello, l’Hill Street Blues. Mi metto sulle sue tracce.
I pensieri mi ronzano in testa come pugni nello stomaco.
Tutto sommato questo labirinto non era poi così complesso, è il dedalo dentro di me che non trova ordine. Il filo di Arianna dei miei pensieri è Ilaria, ma sento che non è un filo ordinato, ma una matassa ingarbugliata che non mi guida da nessuna parte.
Arrivo in qualche modo al locale, non so quanto tempo ci abbia messo, certo non poco. Ordino un thé e prendo da fumare. Non ci capisco granché e chiedo l’erba più rilassante. Vado nella sala giù ed è come la ricordavo: graffiti, murales, scritte, ricordi e segni del passaggio di altre persone su tutte le superfici. Trovo i divani vicini al finestrone che dà sul canale e mi butto lì. Sorseggio il thé, fumo, guardo il sole giocare con le onde del canale e penso che tutto sia meraviglioso. Il tramonto, che portento!
Mi viene da ridere senza motivo. Sono assolutamente rilassato, l’acqua del canale scorre, la terra gira e l’universo esiste, mancano solo tutte le parole che avrei voluto dire a Ilaria e tutte le azioni che avrei potuto compiere per porre fine al limbo che ci divide.
TICK-TACK, eccolo, il mostro. Le voci si spengono, tutti scompaiono, siamo solo io e lui in un silenzio irreale. Sta all’inizio della scala, lo so. Guardo davanti a me, il canale. Sa che io so che è qui, sa che lo ignoro. TOCK-TOCK, colpisce il muro per dirmi che sta per scendere. “Lo so, scendi pure”, penso. TICK-TACK, ecco i suoi passi. Lenti, inesorabili. Lo zoccolo pesta il pavimento. Cammina, si fa sempre più vicino, il suono è sempre più forte. Il cuore mi sta per esplodere. Ormai è dietro di me, con la sua clava, pronto a finirmi.
—Pardon, do you wan’t anything else, sir?— mi chiede la cameriera. Sobbalzo un po’. Le dico di no. Non mi serve niente. Mi alzo e vado verso un altro locale. Ho i nervi a pezzi.
Brucio un bei soldi in alcolici, ma ottengo l’effetto desiderato. Il cervello è andato in pausa. Tutto è lontano, distaccato.
Esco dal locale e percorro ubriacocomeunostronzostraat. Penso a Ilaria, un chiodo fisso.
Trovo un pisciatoio e mi libero. I miei passi vanno da soli non so verso dove.
Il giorno passa con un dopo sbronza che mi ricorda che non ho più vent’anni. Non so come sia arrivato a casa, né come non sia caduto in un canale. Sono ancora qui, evidentemente il Dio degli ubriachi e degli innamorati esiste.
Cagotto, doccia gelata e colazione nordica. Ora posso anche accendere il cellulare e leggere il messaggio di Ilaria per stasera. Appuntamento a cena, a casa sua. “Dovrò comprare il vino”, penso.
La giornata trascorre tra entusiasmi e timori e mi sento Peter Walsh che va a trovare Clarissa Dalloway. In testa una sola domanda “che cazzo di vino bevono qui?”.
Alla fine sono davanti l’appartamento di Ilaria, come d’accordo. Fremo come un ciccione all’apertura del buffet. TOCK-TOCK, busso, stavolta sono io, a bussare.
Mi apre la porta una vecchia amica, un lontano ricordo di molte vite fa.
—Ehi!—, mi fa sorridendo.
—Ho portato del whisky.— già, niente vino.
—Ah… non avresti dovuto…—
In effetti non avrei dovuto. Ricordavo che non fosse un asso della cucina e infatti aveva già ordinato da mangiare e dovevamo dividere la spesa.
Parliamo, mangiamo, ricordiamo vecchie storie, vecchi segreti. Intere vite che avevo dimenticato tornano a pulsare nelle sue parole.
Non so dire quando ci siamo spostati sul divano, saremmo dovuti uscire, ma mentre lei parlava io versavo whisky. Non volevo farla ubriacare, volevo ubriacarmi io, ma è finita che eravamo entrambi brilli.
Non capisco più cosa stia dicendo. Qualcosa sulle poesie.
Sono sul divano con un bicchiere mezzo pieno di alcool. Lei ha un libro in mano, si stende sul divano, poggia la testa sulle mie gambe.
—La mia poesia preferita è questa: fiori in grembo.— sta parlando di una mia poesia, molto vecchia, una delle prime andate in stampa.
—Perché?— chiedo quasi ingenuamente.
—Perché parla di me.— dice come fosse ovvio.
Inopinatamente tutto mi diventa chiaro. La poesia, Ilaria, Amsterdam, il Minotauro, la “penna al chiodo”.
—Tutte le mie poesie parlano di te. Al di là di tutto ho sempre e solo voluto parlare di te, la mia rivoluzione, la mia camionetta in fiamme, la mia forza.—
Si mette seduta, mi guarda, mi trema la mano.
Mi cade il bicchiere e la guardo. L’afferro per le braccia.
—Sei tutte le mie rivolte, sei l’energia di una folla lanciata contro la celere, sei il cuore di un milione di persone che batte all’unisono.—
Mi guarda un po’ sbigottita e mi chiede: —Perché non me lo hai mai detto?—
—Perché avevo paura, così ho scritto, ti ho nascosto in una caterva di fogli...— abbasso lo sguardo— La poesia è il rifugio dei vigliacchi.— dico a me stesso.
Mi abbraccia, la bacio sulla guancia. Non si volta, non ricambia. Non c'è nulla da fare, nessun lieto fine. È sempre Ilaria e questa è sempre la stessa storia. Ci siamo detti “ti voglio bene” mille volte, ma abbiamo sempre inteso cose diverse.
Mi sento esausto dopo la confessione. Restiamo in silenzio, alla fine mi aiuta a stendermi sul divano. Tutto gira, ma non so se dentro o fuori di me.
Al mattino lei è nel suo letto, dorme. Le lascio un “Grazie” su un bigliettino e le do un bacio sulla fronte.

Tornato in Italia ripresi a scrivere. Realizzai una raccolta di poesie che decisi di chiamare “Adius, Amsterdam”. Inviai a Ilaria una copia autografa con la scritta “solo poesie che non parlano di te”.