«Si sta proprio bene qui, eh?!»

     Assorto com’è nei suoi pensieri non si è neanche accorto che qualcuno si è seduto vicino a lui sulla panca. È un uomo anziano, molto, con una giacca forse troppo pesante per la temperatura primaverile. In testa ha un basco blu, di quelli che portavano gli operai negli anni ’50, anche suo padre ne aveva uno. Gli occhiali non riescono a nascondere un occhio offeso, forse cieco, fisso e senza espressione. Gli ricorda qualcuno, ma non riesce a metterlo a fuoco tra le poche immagini della sua vita passata rimaste impresse nella memoria.

     «Buongiorno. Sì, si sta bene.», risponde un po’ scostante. Vorrebbe godersi quei momenti da solo, non vuole condividere con nessuno il grumo di sensazioni che gli è salito in gola da quando è arrivato in questo luogo.

     L’uomo lo scruta, come fanno a volte gli anziani, senza pudore e senza timore di creare imbarazzi, sembra deciso a capire con chi ha a che fare. Forse abita da queste parti, pensa lui, ma se anche fosse non può essere salito fin quassù a piedi, sono più di due chilometri da qui al paese, non ce l’avrebbe fatta.

     »Non ti ho mai visto qui. Sei un turista?», chiede curioso, con un tono di familiarità che lo spiazza. Non sa cosa rispondere. Turista? Dopo tanti anni magari sì, lo è, sebbene l’idea un po’ gli ripugni. D’altra parte non può neanche più pensare di appartenere a questo luogo. Qualcuno – una donna? - qualche tempo fa lo ha definito cittadino del mondo, e lui si è sentito lusingato. Ora l’espressione gli pare un po’ stupida. Incoerente. Straniante. Però non sa cosa rispondere.

     «Lei è di qui?», chiede di rimando, le parole escono in modo quasi involontario.

     «Sì. Abito giù in città, ma vengo qui quasi tutte le mattine a respirare aria buona.», risponde l’uomo con aria complice e un po’ compiaciuta. « Prendo il pullman proprio davanti a casa mia,» continua, «e passo un paio d’ore fuori dal mondo e dal traffico». Gesticola nel parlare, muove le mani in modo nervoso, a scatti. Lui ha ancora la strana impressione di averlo già visto, sente che non gli è del tutto estraneo.

     «È un bel posto, ci venivo spesso da bambino e da ragazzo.», dichiara, più per dare soddisfazione all’anziano compagno, imprevisto e inatteso, che perché ne abbia davvero voglia.

     «Ma allora sei proprio di qui! Dovrei saperlo chi sei! Conosco tutti in città, sai, col mio lavoro non immagini quanta ne ho vista di gente!». Nell’unico occhio capace d’espressione balenano in un istante nostalgia e rimpianto.

     «Ah sì? E che lavoro faceva?». Gli dà ancora del lei, lo sente che stona, in fondo neanche lui è più un ragazzo e il vecchio gli ha dato subito del tu. E poi si rende conto di non riuscire a infondere alle sue parole la benché minima traccia di calore, è rigido e distaccato tradisce il fastidio iniziale per l’irruzione dell’estraneo.

     «Avevo un’edicola all’inizio del quartiere Castello e, prima ancora, consegnavo i giornali a domicilio.», risponde pronto l’anziano, che sembra non rendersi affatto conto della sua freddezza.

   Era il quartiere dove abitava lui. Ora il ricordo affiora nitido: quest’uomo ha portato il giornale tutte le domeniche a suo padre per anni, loro abitavano al piano rialzato e suo padre prendeva il giornale e gli dava il denaro dalla finestra. E poi, da bambino prima e da adolescente poi, è nella sua edicola che lui ha comprato l’Intrepido per sé e La domenica del Corriere per suo padre, tutte le settimane.

     La pineta sarebbe la stessa, riflette sollevando lo sguardo, se non fosse per il chiosco proprio lì, accanto alla panchina su cui sedeva sempre per riposare dopo la passeggiata, e su cui è seduto anche adesso. Tornare in questa città, quasi cancellata dallo scorrere brutale degli anni, gli era sembrata la cosa giusta da fare per rimettere un po’ di tasselli in ordine e ridare alla propria vita la prospettiva giusta. Nell’ultimo viaggio a Monaco, durante una passeggiata con dei colleghi tedeschi nei boschi attorno alla città, a un certo punto gli era sembrato di essere proprio lì, tra quegli abeti, dove aveva passato tanto tempo da ragazzo, arrivandoci spesso anche a piedi, dopo aver lasciato la moto vicino alla stazione, per inerpicarsi lungo la Via Crucis che procedeva in salita fino a un chilometro circa dal bosco. Il pezzo più duro era proprio quel tratto di strada asfaltata, che doveva affrontare prima di buttarsi nel labirinto di sentieri che aveva imparato a conoscere così bene. Le prime passeggiate le aveva fatte con suo padre, da bambino: partivano a piedi, mentre sua madre e sua sorella andavano in pullman. Il luogo dove si fermavano per il picnic, sempre lo stesso, era un’area attrezzata dove a volte accendevano anche il fuoco per il barbecue. E, giunti in pineta, loro due sceglievano il tavolo migliore e lasciavano una tovaglia o uno zaino per segnalare che era occupato. Di ritorno dalla loro passeggiata trovavano la madre e la sorella che si organizzavano per il pranzo.

     Non ricorda neanche più l’ultima volta che è stato in questa città, che non sa più se è ancora la sua. Aveva quasi dimenticato di averne una. Dopo la laurea e i corsi di specializzazione era cominciato il suo peregrinare da un punto all’altro del mondo, che lo ha portato molto in alto nella professione, certo, ma, ora se ne rende conto, gli ha anche tolto molto. Più di quanto voglia ammettere. Conosce un numero incalcolabile di persone, ma poi, alla fine della giornata, è solo con se stesso e i suoi assilli: la sua rete di rapporti ruota intorno al lavoro, ma sul piano personale c’è il vuoto assoluto, un deserto in cui sa di essersi inoltrato in piena consapevolezza, ma da cui non sa più come uscire. Non riesce a farsi tornare in mente i motivi per cui ha perso i contatti con sua sorella, forse non ve ne sono: alla morte dei genitori, a un anno l’uno dall’altra, è stato come se si fosse spezzato l’unico legame che li teneva insieme. Lei ora vive con la sua famiglia in un paese qui vicino, si fanno gli auguri per le feste e i compleanni ma, se la incontrasse, forse stenterebbe anche a riconoscerla, si sa che il tempo cambia le persone: non si vedono da più di dieci anni. Dei suoi due nipoti, gli unici che abbia, conserva ritratti dai contorni sfocati, che risalgono ai tempi dei funerali dei nonni. Del cognato ricorda sì e no il nome. Si è sottoposto a un processo di straniamento graduale e forse irreversibile e, di colpo, sente di non appartenere a nessun luogo. Neanche a questo.

     Vorrebbe dire due parole di cortesia al vecchio giornalaio, ma quando si gira non c’è più: deve essersi alzato mentre lui si perdeva nel groviglio dei suoi pensieri. Alza lo sguardo e lo vede allontanarsi a passo lento, un po’ curvo, verso quella che sembra una fermata del pullman. C’è una panchina anche lì: si sorprende a pensare con sollievo che non dovrà aspettare in piedi, potrà sedersi. Suo padre ora avrebbe più o meno l’età di quest’uomo. Sarebbe fiero di lui quell’operaio orgoglioso che conosceva tutti i romanzi di Giovanni Verga e comprava il quotidiano solo la domenica perché gli altri giorni non aveva tempo per leggerlo. Sarebbe fiero del suo successo, si sentirebbe ripagato dei sacrifici. Ma non sa più dove andare a cercare neanche lui, perfino le sue tracce sono state cancellate dalla successione implacabile di stagioni smemorate.

     Si alza quasi senza rendersene conto e si avvia verso l’auto parcheggiata più in là. Si prepara a rientrare nella sua vita di sempre, un’esistenza appesa al filo inconsistente di un’identità precaria, l’unica che ha, adesso. Se in autostrada non c’è troppo traffico forse stasera potrà usare i due biglietti del teatro che gli hanno regalato. Gli basterà cercare un nome nella rubrica per trovare qualcuna con cui condividerli, si tratta di una commedia di Neil Simon, è sicuro che non sarà difficile.

-Che mal di testa atroce-pensai intento nello svegliarmi e alzarmi di malavoglia da quello che mia mente. Ieri sera ero andato alla festa della mia attuale azienda per cui lavoro: una misera struttura in cemento a quattro piani di cui i primi erano occupati da degli squallidi e insulsi uffici. I miei colleghi, se così posso definirli, erano mediocri e banali tanto quanto lo erano le loro vite: classici padri o madri di famiglia che si spaccavano la schiena tutti i giorni al fine di portare a casa la pagnotta e offrire una “vita felice e spensierata”ai figli.

Quella sera, il nostro capo aveva deciso (in uno sprazzo di sua generosità improvvisa) di organizzare una festa,per celebrare l'avvenire delle ferie. Ricordo ancora le quantità spropositate di cibo accumulate sulle scrivanie, fiumi di alcol che fuoriuscivano dalle bottiglie di chissà quali spumanti scadenti appena comprati in un supermercato della zona, e gli uomini che                             doveva essere stato prima il mio letto. Ma cosa era successo ieri sera?Ah si ora ricordo. Mentre mi dirigevo in cucina, un violento flusso di immagini,suoni e voci occupò letteralmente la non facevano altro che rimorchiare le colleghe. L'unico momento in cui potei affermare di essermi divertito fu quando rividi lei, Charlotte. Era stata una mia ex collega durante il periodo dello stage universitario, venne licenziata perché il capo scoprì la nostra relazione, chiaramente una clausola aziendale vietata dal medesimo contratto di lavoro.

Quella sera era davvero stupenda: la sua chioma dorata era raccolta in una treccia, il suo fisico snello e asciutto era avvolto da un vestitino rosso sgargiante; su un'altra ragazza sarebbe risultato volgare ma su di lei era perfetto,quasi come se fosse stato realizzato su misura. Il suo viso era radioso, valorizzato solo da un po' di mascara e un tocco di lucidalabbra e ai piedi portava dei tacchi non esageratamente alti del medesimo coloro del vestito.

Devo essere sincero, avrei voluto passare tutta la notte con lei ma finii solo per bere litri e litri di spumante e tornarmene a casa solo. Non avevo propria voglia di compagnia quel giorno.

Mentre il caffè stava salendo all'interno della moka, presi un'aspirina e nel frattempo ammirai la pioggia che batteva contro i vetri. Gocce infinite si scagliavano sul paesaggio come proiettili,sembrava quasi volessero far sciogliere i colori della città come se fosse un quadro di acquarelli.

Pioveva anche durante il funerale. L'anno scorso,morto mio padre,dovetti occuparmi dei preparativi del funerale,sebbene non avessi tutta questa gran volontà. Quel giorno diluviava a dirotto,per fortuna mia madre aveva scelto di far cremare il corpo per cui ci ritrovammo nella cappella del Père-Lachaise ad assistere al rito. Francamente, non mi sforzai nemmeno nel vestirmi in maniera elegante. Perché fare bella figura per un morto?Ma soprattutto perché farlo per un uomo che non si è mai comportato da padre e da marito?Avevo optato per una semplice giacca nera con camicia abbinata,jeans sbiaditi e delle scarpe scure. Mia madre, a malincuore, mi lasciò prima del dovuto a causa di un brutto male. Ricordo ancora il prete che pronunciava una litania sull'ascesa di Mario Curatti alla Casa del Signore e l'odore nauseante dell'incenso che mi pervadeva le narici,provocandomi un senso di nausea. Mario Curatti era un immigrato italiano. Si trasferì dalla città di Bologna per continuare nella sua attività di calzolaio. Durante il periodo di una calda e soleggiata estate parigina, conobbe mia madre la quale si innamorò delle maniere gentili e amorevoli di quello stupendo straniero. Sfortunatamente, la vita non è una favola e ben presto mia madre se ne rese conto;mio padre non si presentò mai a nessuno degli eventi più importanti della mia vita. Si perse ogni mio compleanno, festeggiamenti di diploma e laurea e, dolcis in fundo, tradì mia madre con molte donne.

Ridendo, però, pensai che nonostante io avessi speso tutte le mie energie ad odiarlo alla fine mi ero trasformato nel mostro in cui era stato pure lui. Avevo avuto delle amanti, ma con Charlotte era diverso. È vero, lei voleva approfondire il nostro rapporto ma io non me la sono mai sentita di legarmi completamente a lei. Forse perché avevo semplicemente paura di farla soffrire come fece mio padre con mia madre. O forse no?

Dopo la cerimonia, Charlotte si era presentata sotto ad un enorme ombrello nero che si intonava alla perfezione con il lungo vestito che sbucava da sotto l'impermeabile chiaro. I capelli erano raccolti in uno chignon. Sembrava un angelo dalle fattezze umane. Venne verso di me tenendo in una mano l'ombrello e dall'altra un pacchetto.

Con tono sarcastico le dissi: “Ah questo è un bel modo per celebrare la dipartita di mio padre”

“Non scherzare, ti ho fatto questo regalo perché so che potrebbe aiutarti.”

“Mi spiace. Non sono dell'umore per ringraziare un atto di compassione.” dissi in maniera sincera

“Non ti preoccupare”affermò avvicinandosi sempre di più a me. Si mise in punta di piedi, mi accarezzò una guancia e mi posò un lieve bacio sulle labbra. Adoravo il suo profumo fruttato,niente a che vedere con l'incenso di prima.

“Vieni a casa con me. Ho davvero bisogno di avere qualcuno accanto adesso”

     “Jean...non lo so”

“Ti prego” e guardandomi con i suoi grandi occhi azzurri, annuì esclamando solamente “va bene”.

Arrivati alla mia macchina, salimmo sopra di essa e in pochi secondi ci ritrovammo a sfrecciare sull'asfalto come ad una gara di auto da corsa. Giunti nel mio appartamento,non riuscii più a controllare i miei istinti. Avevo bisogno di sentire il suo calore.La presi per un polso e la trascinai in camera mia, le sciolsi lo chignon e,mentre la baciavo come un ossesso, le tolsi l'impermeabile e il vestito. Se ripenso ancora a quell'episodio, mi sembra di risentire i suoi gemiti. Lasciandola sul letto inerme e senza vestita, potei ammirare la perfezione del suo corpo: i seni non troppo grandi erano in armonia con il resto della sua fisicità minuta e il candore della sua carnagione la faceva apparire ancora più eterea. Mi sentivo quasi in colpa nel profanare quella splendida creatura ma, fu lei a farmi accogliere tra le sue braccia. Facemmo l'amore per tutto il pomeriggio; sentii Charlotte raccogliere da terra il pacchetto che prima, nel momento della piena passione, avevo scaraventato sul pavimento della camera.

“Non vuoi aprirlo?”mi domandò curiosa

“Certo,se mi dici che possa aiutarmi”strappai la carta e con mio stupore mi accorsi che era Lo Straniero di Albert Camus.

“Incredibile, tu si che mi conosci bene”dissi rivolgendomi a Charlotte sorridendole

“Forse,potrà farti riflettere.”

Riflettere. Riflettere su cosa?Sul fatto che la mia vita è patetica tanto quanto quella di qualsiasi altro essere umano?Mentre stavo seduto al tavolo a sorseggiare il caffè, avvicinai il libro che avevo lasciato sul tavolo davanti a me. L'avevo finito ormai. Charlotte aveva ragione, dovevo riflettere su me stesso e,grazie alla dettagliata descrizione di Camus, capii che io e Meursault non eravamo poi così diversi. Ciò che mi colpì di più, fu l'ultimo capitolo in particolare l'ultima frase. Presi il libro e lo aprii all'ultima pagina, avevo sottolineato la frase affinché fungesse da promemoria:”Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”. Nonostante sapeva che sarebbe morto, Meursalt rimaneva sempre indifferente alla possibile reazione della gente e, anzi, sperava che venisse accolto con il loro odio. Probabilmente era su questo che Charlotte voleva che riflettessi, ma come si può cambiare un pensiero?Certamente, se mi fossi deciso ad auto-psicanalizzarmi ma sinceramente non ne avevo intenzione. Non mi importava come Meursalt se Charlotte si fosse improvvisamente innamorata di qualcun altro o se ad esempio dopo quella giornata piovosa sarebbe tornato il sole.

Richiusi il libro e, finendo di sorseggiare la bevanda calda e scura, mi limitai ad osservare la pioggia che cadeva. In maniera del tutto indifferente.

Nessuna emozione, nessun batticuore, nessun coinvolgimento in alcunché. Nessun sussulto, nessuna gioia e nessun dispiacere.
Un lavoro che non amo, che non mi sarei mai sognato di fare, che non mi da nessun problema e che mi impegna poco ma che toglie dignità alla stessa parola “lavoro”, tanto è monotono, ripetitivo e sterile.
Nessuna attività, niente sport, nessun divertimento. Poca vita sociale e solo ambienti monotoni e poco frequentati. Rapporti interpersonali limitati a poche persone per le quali ormai provo solo… odio? Non posso permettermelo. Indifferenza.
Donne, mai.
Non sono l’unico, vi starete dicendo, tante persone che conoscete vivono certamente una vita così e nonostante tutto tirano avanti con rassegnazione e dignità. Certo.
Possono combatterla però, sperare nel futuro o concedersi una saltuaria e fugace via di scampo.
Io no.
Ma non è stato sempre così, anch’io ho visto giorni migliori.
Ottimismo e gioia di vivere sono state le mie compagne fino ai trent’anni, e la vita è stata buona con me, fino ad allora almeno, e guardandomi intorno mi ritenevo persino fortunato, arrivando talvolta a vergognarmi un poco, tanto le cose mi andavano schifosamente bene.
E poi.
Poi ho donato il mio cuore ad una donna.
Mi era già capitato di innamorarmi ma questa volta ero sicuro di aver trovato quella giusta. E che sarebbe durata per sempre.
Ero sicuro che sarebbe stata la madre dei miei figli, volevo che lo fosse.
Eravamo una coppia strana, noi due. Io, lo straniero, alto e forte, sorridente, un po’ orso e un po’ buffone. Lei minuta, di un pallore lunare, gracile e indifesa, anche nello sguardo.
Malformazione cardiaca congenita.
Le era stata diagnosticata nella prima infanzia ed aveva segnato tutta la sua esistenza, impedendole sin da bambina di vivere una vita normale. Con gli anni si era addirittura aggravata. Il suo già debole cuore non si sarebbe mai sviluppato regolarmente, mentre lei continuava a crescere, sempre più delicata e sempre più in pericolo.
Io lo seppi quando eravamo già insieme da qualche settimana, ed ero già cotto come un adolescente alla prima esperienza.
Forse proprio per quello me ne innamorai.
Per i suoi sorrisi rari e venati di tristezza.
Mi sono sempre innamorato di donne che erano in realtà uccellini con un’ala spezzata.
Dopo sei mesi fantasticavamo di matrimonio e di bambini e dopo un anno eravamo pronti al grande passo. Quasi pronti.
In realtà sapevamo entrambi, pur senza averne mai parlato apertamente, che non avrebbe retto a lungo. L’emozione del matrimonio, l’allontanamento dalla famiglia, una qualsiasi forma di stress avrebbe potuto causarle serie complicazioni.
Che potesse reggere una gestazione o dare alla luce un bambino non era neanche pensabile. Ma era quello che più di ogni altra cosa al mondo desiderava, lo sapevamo entrambi. Per me era lo stesso, naturalmente, ma pur di continuare ad averla accanto avrei rinunciato a qualsiasi cosa.
Non ne parlavamo mai, forse perché non c’era nulla che potessimo fare, ma quel silenzio stava diventando un muro tra noi due. Lo sentivo, quasi palpabile.
Allora presi la decisione. Ero giovane, forte, con un carattere riflessivo che non lasciava però troppo spazio ad emozioni violente o a turbe psicosomatiche.
Potevo cambiare lavoro, rinunciare a tante cose che in quel momento, rispetto alla prospettiva di avere una famiglia, vedevo come futili e prive di importanza.
Avrei resistito. Soprattutto avremmo potuto rendere realtà i nostri sogni, essere una famiglia, ed avrei avuto lei, con me, per il resto dei nostri giorni.
L’idea mi accarezzava già da un po’, ma osai parlargliene solo quando fui sicuro, quando avevo già deciso.
Quando glielo proposi, ma forse dovrei dire glielo comunicai, mi ascoltò in silenzio e così rimase per qualche minuto dopo che ebbi finito di parlare, con gli occhi bagnati e sulle labbra il sorriso triste di cui mi ero innamorato.
Non disse nulla, non mi chiese perché, solo annuì, mi prese una mano tra le sue, la baciò, ed infine vi posò una guancia, sul dorso.
Mi mossi con discrezione ma con risolutezza. Avere una buona condizione finanziaria risulta determinante in alcune situazioni. Bastarono alcune conoscenze, un geniale cardiochirurgo molto impegnato nella ricerca medica e sensibile ad argomenti con otto zeri, un mese e mezzo di ferie ed un viaggio aereo fino ad un piccolo stato del sud Africa, spacciato ad amici e parenti come la nostra prima vacanza insieme.
Trapianto cardiaco incrociato, lo definiva il nostro dottor Frankenstein parlandocene.

Tanto per tranquillizzarci ci fece firmare, oltre naturalmente al congruo assegno, una liberatoria (ovviamente una cartaccia “inter nos” che non sarebbe mai risultata da nessuna parte, tranne nel caso in cui gli fosse stata utile…) nella quale dichiarammo di assumerci la responsabilità di sottoporci ad un intervento da lui sconsigliato. Scrupoloso, il taglia e cuci.
Ma meritò quei soldi fino all’ultimo centesimo.
Risvegliandomi dall’anestesia ebbi la sensazione di risvegliarmi da un sonno febbrile, ma dopo pochi minuti ero perfettamente conscio e consapevole, anche se un tantino intubato. All’infermiera che mi assisteva, immediatamente chiesi dell’acqua e chiesi di lei. Non esattamente in quest’ordine.
Si era già risvegliata da più di mezz’ora e stava bene, quasi meglio di me.
Grazie a Dio, il peggio era passato, pensai.
Non bisognerebbe mai pensare dopo un’anestesia.
Probabilmente fu soltanto qualche mese dopo la completa guarigione che incominciò il distacco. Ma ripensandoci in seguito, giorno dopo giorno, sposto sempre più indietro nel tempo il momento in cui iniziò ad esplorare il mondo senza di me: non quando alla fine conobbe qualcun altro, cosa che puntualmente le lessi in viso immediatamente, non quando annunciò che sarebbe andata in vacanza con i suoi nuovi amici, non quando si iscrisse ad un corso di balli latini, non quando andò alla prima festa senza di me. Non quando restò fuori a pranzo la prima volta e nemmeno quando, qualche tempo prima, incominciò ad uscire per fare la spesa tutte le mattine. Per avere sempre in frigo roba fresca. Non quando mi confidò che il mondo le sembrava così diverso adesso… no.
Al momento faccio risalire quella data al giorno in cui per la prima volta uscì a fare una passeggiata, giusto una mezz’ora, da sola.
Tra qualche tempo lo identificherò con il momento in cui ci presentarono.
Non mi fa più male pensare a lei. Non lo meriterebbe, in ogni caso. Credo che in fondo non mi abbia mai amato davvero. Semplicemente, ero tutto ciò che la vita le aveva messo davanti fino a quel momento. Non aveva mai avuto la possibilità di conoscere altro e si era limitata a raccogliere ciò che il vento aveva portato fino ai suoi piedi.
In verità sul momento ci stavo male da cani. Ma lo tenevo per me, non osavo parlarne per non essere meschino, per non farla sentire in colpa. Del resto non mi aveva chiesto niente, l’idea era stata mia. E poi temevo che dare voce all’amarezza e ai timori avrebbe potuto nuocere a me stesso.
Nessuna emozione, nessuna sollecitazione, nessuno stimolo brusco. Questi gli ordini del medico. La più piccola trasgressione avrebbe potuto significare crisi cardiaca, infarto. La quercia era stata privata delle sue radici. Naturalmente mangiare poco e con regolarità, ma solo cibi “sani”. Bleah.
Non potevo nemmeno berci sopra!
Avevo già lasciato il lavoro che adoravo e che mi aveva portato a girare il mondo più volte, e mi limitavo a scrivere articoli per una rivista specializzata e manuali tecnici, saltuariamente.
I miei hobby e lo sport… beh, quella era ormai roba da dimenticare. Tanto più che mi ero scelto delle attività non proprio sedentarie. Che razza di scavezzacollo ero stato, nella mia vita precedente.
Gli amici erano l’ultima risorsa rimasta, i miei amici fedeli, che mi portavano a casa un po’ del mondo esterno, il loro mondo. Forse fu colpa mia, magari mi mostravo malinconico, o forse decisero poco alla volta che per il mio bene era meglio non parlare di torta Sacher con il diabetico, ma comunque anche i loro racconti cessarono.   Le visite, quelle no. Ancora adesso, dopo due anni, almeno uno di loro, a turno o più spesso insieme, vengono a farmi visita quotidianamente.
Ma certi giorni la loro visita mi ricorda di quei tempi là, ed allora si trasforma in un incubo che fatico a razionalizzare.
Rassegnato? Non ci si rassegna ad una cosa così, e se mi chiamassi Faust l’anima la baratterei per una sola notte insieme a loro come ai vecchi tempi.
E questo è più o meno tutto.
E’ così che ho finito per trascorrere gli ultimi due anni in un limbo di bambagia, condannato a vivere una non vita senza nulla di più di una asettica quotidianità senza via d’uscita.
Ma nel copione non era questa la parte assegnata a me. Ho giocato alla roulette e la pallina è schizzata fuori dalla ruota, lasciandomi privo della speranza di vincere, senza peraltro troncarla espropriandomi di tutto il mio capitale, che comunque non è più mio. E’ sul tavolo. E’ ancora in gioco e nel contempo non lo è più.
Ed è esattamente così che ho deciso di venire qui, oggi, 27 Agosto 2002.
In mezzo a questo trambusto, a questo turbinio di vite.
E mentre attendo, in fila, sento il calore del sole sul viso e ascolto il vociare allegro e leggermente ansioso di chi mi sta intorno.
E sento il ghiaccio che mi porto dentro sciogliersi lentamente.
Le montagne russe più alte d’Europa. 
A volte il biglietto del viaggio è davvero a buon mercato.

Ci sono le cose che uno vuole fare. A venti anni, più o meno tutti, abbiamo voluto aprire un chiosco in un’isola semi deserta. Vendere cocco e vivere di natura e di amore. A trenta il sogno diventa l’attico a New York, a quaranta la fattoria in campagna. Solitamente, poi, a cinquanta si è ancora impiegati in banca.
Invece c’è gente, che, nel piccolo, ha sogni e li realizza.
Giulia e Francesca pensavano che avere una piccola attività per vendere prodotti davvero biologici fosse quello che avrebbero dovuto fare. E importava poco che farlo in un periodo in cui le attività chiudono potesse essere un rischio.

                                                                 

Prendendo spunto dal romanzo di Camus, il terzo contest ha per titolo Lo straniero

Le regole sono sempre le stesse:

I racconti devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it
La lunghezza massima è di duemila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office.
Il titolo deve essere composto dal vostro nome e da "lostraniero".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Scadenza: trentuno maggio 2016.

Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Precisazione ridondante, in quanto i racconti devono essere scritti appositamente per il contest.
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito. Sarà più semplice comunicare.

Cosa si vince?

I due vincitori (se i racconti inviati  saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it

A dicembre 2016 i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

 

“Mille lire non ti cambieranno la vita, ma possono rivelartela”.
Tutto stava nel tono. Doveva essere misterioso, ma non troppo basso altrimenti nessuno l'avrebbe sentita in mezzo a quel putiferio.
Gliel'aveva insegnato madama Dorè, la donna per cui lavorava, con cui viaggiava e che ormai le faceva da madre.
Ma Angiolina era stanca di vivere le fiere, sentirne il frastuono e dormire nel retro del camper.
Quante coppiette aveva visto correre innamorate dalla signora a farsi predire il futuro. Il segreto stava tutto nel farle andare via contente. Del resto era solo un gioco. Una piccola emozione e qualche frase da ricordare.
Quanto li invidiava. Sentiva parlare d'amore tutte le sere, e si immaginava con il braccio di un bel ragazzo attorno al collo, mentre le chiedeva se volesse lo zucchero filato.

I vincitori del contest Volta la Carta sono Renzo Semprini e Alfonso Inclima.

Ci complimentiamo con nostri due autori per gli eccellenti lavori che potete leggere nella sezione contest.

La vincitrice del contest "memorie dal sottosuolo" è Claudia Farini, con Ostriche.
Ottimi anche i racconti di Diana Salviati, Ivo Ragazzini e Vito Santore.

Ecco il testo della vincitrice:

L’ostrica

Un tanfo di putredine dovrebbe riempire l’aria, ma da me sarebbe giusto che venisse, non dal terreno che abbraccia i morti.

Afferro questo primo pensiero compiuto, lo valuto con distacco, come osservassi i dettagli di un bel bracciale o i ricami di una sciarpa costosa. Me lo ha portato mia suocera, Alma, insieme al rumore grave dei suoi tacchi mentre mi si avvicina.

Ha telefonato presto questa mattina, chiamandomi al dovere di apparire in questa amara ricorrenza.

Al mio arrivo già un gruppetto di cinque o sei persone armeggia con i vasi e i fiori intorno alla tomba di famiglia ma è lei l’unica persona che c’è veramente. Spaventosa, in un dolore che non ha avuto pietà di nessun millimetro della sua superficie. Se piangesse o gridasse o pendesse ingobbita al braccio di qualcuno si potrebbe anche prevedere, tanto per parlare, il talento del tempo nell’aprirsi un varco. Ma così no. Quello che la copre ha avuto il tempo di mescolarsi col sangue e comunica con l’esterno passando dai muscoli e dalla pelle.

Ringraziamo i partecipanti del primo contest. Sono stati quarantasei, quindi avremo, per questa volta, solo un vincitore. Pubblicheremo il suo racconto il dieci marzo.
Il nuovo contest ha, per titolo: "volta la carta"
Le regole sono le stesse di quelle per memorie dal sottosuolo. I racconti dovranno, quindi, non seguire letteralmente il testo di Fabrizio De André, ma averne libera interpretazione.

Questa è la prima delle "storie" che pubblichiamo. Storie vere, nessuna invenzione. Storie di persone che hanno lasciato un segno con  un modo di vedere e di interpretare le regole e la vita. Persone a cui vogliamo bene, anche senza averle mai conosciute; persone  a cui siamo grati, anche se non glielo abbiamo mai potuto dire.
Su gentilissima concessione di Barbara, autrice dello scritto, e con la approvazione di Rachel, la figlia di Papone, ecco a voi:



Giuseppe Sonnino è molto noto in “Piazza”, al Portico d’Ottavia dove è conosciuto con l’affettuoso nomignolo di Papone. Parla bene l’ebraico, scandendo le sillabe con il caratteristico accento degli ebrei romani. Scherza sempre con tutti, e alcune volte i suoi scherzi sono grevi, ma questa è una sua caratteristica.
Nei suoi ricordi parla sempre di quando faceva “er sordato” in Israele, cominciando nella “mahteret”, la resistenza, appena prima della proclamazione dello Stato, e poi nell’Haganà, l’esercito regolare.
Forse non sa che il caso ha voluto che partecipasse alle più importanti battaglie delle neonate forze armate d’Israele. E non sa neppure di essersi comportato da eroe.
L’avventura di “Papone” inizia nel 1945 quando, appena sedicenne, decise di recarsi in Palestina, dove frequentò – dopo un breve soggiorno al campo di transito di Beit Lid – la scuola agricola di Ben Shemen.
Da lì entrò a far parte del Kibbutz di Givat Brenner dove, nel 1947 iniziò l’addestramento militare.