“E così, finalmente ci vediamo!”

La stanza è grande e accogliente con due grandi finestre all’inglese attraversate da pesanti infissi di legno scuro. Ci sono due poltrone di velluto tinta cammello, un lettino o una chaise-longue, forse, due sedie, una bella scrivania in noce lucidato, con quattro barattoli colmi di penne e un quaderno. Le pareti sono color crema. Non c’è lampadario: solo quattro grandi lampade a terra, una per ogni angolo della stanza più una ricurva sulla scrivania.

Heinrich Wanner è un uomo abbastanza alto, dal viso tondo e corporatura forte. Una fisiognomica spicciola potrebbe definirlo un uomo pacioso e autorevole allo stesso tempo: guance paffute, occhietti chiari e sopracciglia e capelli biondo miele, questi ultimi tagliati corti a mò di istrice. Indossa una camicia bianca a maniche corte, una cravatta mozza carta da zucchero con pantaloni blu scuro e porta tondi occhiali con la montatura dorata. Heinrich non ha gusto nel vestire, d’altronde è tedesco, sebbene trapiantato a Boston da anni e poi è un professionista, non bada all’aspetto esteriore.

Heinrich Wanner, il dottor Wanner, è uno psicoterapeuta. Lo si potrebbe dire dai suoi occhiali, vagamente junghiani.

“Sì, finalmente” aveva risposto lei. La sua nuova paziente, Emma. Una donna bionda e minuta, carnagione chiarissima, vestita di grigio antracite. Emma era bella o forse lo era stata nonostante le occhiaie pesanti e un’espressione persa, che non riusciva a camuffare, sebbene volesse darsi un tono, sembrare distinta, come se non fosse lì per un disperato bisogno di curare la sua psiche.

Emma aveva chiamato lo studio una prima volta, aveva preso appuntamento, poi aveva richiamato e disdetto con una scusa, cui ne seguirono altre cinque. Il dottor Wanner lo sapeva che fanno tutti così. In realtà è una pratica messa in atto più dalle donne, che s’inventano impegni con i figli, con la madre malata e così rimangono attaccate alle proprie sofferenze.

La segretaria del dottor Wanner, Erika, lo sapeva bene anche lei. D’altronde, lei stessa si era comportata così tanti anni fa, aveva ventisei anni ma poi finalmente si decise “ad aprire la sua anima” al dottore, come diceva lei; il quale, oltre a curarla la prese anche a lavorare con sé e lei divenne la sua segretaria. Erika lavorava lì da sedici anni.

“Si accomodi, dove vuole. C’è il lettino, quella chaise-longue lì o la poltrona o la sedia. Forse sulla poltrona sta più comoda”.

Emma era sprofondata nella poltrona.

“Mi parli, Emma. Se preferisce che ci diamo del tu, io sono d’accordo ma preferirei tuttavia il Lei per una forma di rispetto nei suoi confronti. Non so se mi ha capito ma ciò che voglio dire è che io sono adesso il suo psicoterapeuta e Lei la mia paziente”.

“Va benissimo il Lei”.

“Mi dica, Emma”. Il Dottor Wanner la guardava ora con aria impegnata, gli occhi strizzati. Lui si era seduto su uno sgabello che aveva piazzato davanti a lei ma in diagonale rispetto alla sua faccia. Aveva chinato il busto. Sembrava pronto a mungere e ad Emma quasi venne da ridere.

“Cosa devo dirle?”. Emma aveva abbozzato un sorriso. Non sapeva minimamente cosa aspettarsi.

“Ah, certo. Lei non ha idea di come si svolga una seduta. Mi diceva Erika, la mia segretaria, che è la prima volta che lei varca la soglia dello studio di uno psicoterapeuta”.

“Sì”.

“Bene. Mi dica perché è qui. Cosa l’ha spinta a cercare il mio aiuto”. Ora sorrise lui.

Sospiro. Emma guarda a sinistra in alto, poi in basso e poi parla: “E’ un periodo un po’ buio e devo rimettere insieme un po’ i pezzi”.

“Continui a parlare” e il dottore accompagnò alle parola il gesto del suo braccio mosso come un’onda, ma a scatti.

“Sono separata da tre mesi. Mio marito, il mio ex-marito, è in carcere. E’ in carcere, perché ha cercato di uccidermi”.

“Vada avanti”.

Emma si aspettava una parola accorata, uno sguardo compassionevole ma niente. Forse è così che funziona la seduta.

“Mi picchiava, era geloso senza motivo”.

“Quanti anni è stata sposata?”

“Dieci. Lo so, è tanto tempo ma all’inizio non era così”.

“Cosa intende per ‘l’inizio’”?

“I primi tre, quattro anni di matrimonio. Noi siamo stati fidanzati un annetto, ci siamo sposati subito.”

“E come mai, secondo Lei, suo marito è cambiato?”

“Da quando ho ricominciato a lavorare, era infastidito da tutti”.

“E che lavoro faceva Lei?”

“Io lavoravo in un canale televisivo. Oh, niente di importante. Una rete locale ma mi piaceva”.

“E come lo ha trovato quel lavoro?”

“Dopo la scuola di giornalismo, aveva fatto uno stage nella rete in cui lavorava il mio direttore e poi lui mi ha contattato qualche anno dopo, quando hanno aperto il nuovo canale”.

“E perché ha chiamato proprio Lei?”

“Suppongo, perché avessi lavorato bene prima. Si era ricordato di me e così ho ricominciato”.

“E lavora ancora lì?”

“No”

“E che cosa faceva, che ruolo aveva?”

“Ero in redazione. Poi mi hanno proposto un programma pomeridiano leggero, di quelli con un divano, cinque-sei ospiti e un tema da dipanare, era divertente”.

“E perché?”

“Lavoravo ma non sentivo pressioni. E poi si parlava di cucina, musica country, elezioni presidenziali ma sempre in modo leggero, al limite dell’inconsistenza, insomma, niente di impegnativo”.

“Ma a Lei piaceva”.

“All’inizio ho cercato di dare un taglio più serio al programma ma non era stato proprio possibile”, Emma aveva sorriso: “Come puoi parlare di politica internazionale, quando gli opinionisti sono un giocatore di baseball, un cantante country, e un grosso allevatore dell’Arkansas”.

“Ha mai pensato di fare un altro lavoro?”

“Sì, certo. Però al Quincy Channel ci stavo bene, eravamo una famiglia”.

“Perché le donne pensano sempre di dovere trovare una famiglia ovunque vadano. E poi pretendono di ricevere indietro quell’affetto che devono riversare comunque e sempre”, pensava Heinrich tra se e sé e intanto la guardava attento.

Aveva bussato Erika.

“Sì?”

“Sono Erika, Dottore”.

“Cosa c’è?”

“C’è sua moglie al telefono”

“E cosa vuole?”

“Non lo so ma è urgente”

“Mi scusi”. Il Dottor Wanner si alzò di scatto e si incamminò verso la porta dicendo con un sorriso garbato “Mai una volta che mi lasci in pace!”

Intanto Erika era entrata nella stanza, ne aveva approfittato per sistemare alcune cartelline sulla scrivania del Dottore. Incrociò lo sguardo di Emma. Le sfuggì un: “Come va?” Emma rispose nell’unico modo in cui si risponde in questi casi: “Bene, grazie”.

Nel frattempo, il Dottor Wanner era rientrato di fretta e con uno scatto si era seduto sullo sgabello ma prima aveva chiamato fuori dallo studio Erika, per dirle che non doveva mai rivolgere parola ai suoi pazienti. Le disse così: “Non mi piace che interloquisci con i miei pazienti, d’accordo, Erika? Chi ti dà il permesso?” Erika rispose: “Le ho chiesto solo come stesse, così per educazione” e lui: “Ecco, lascia perdere la tua educazione. Sei una segretaria? Bene, fai la mia segretaria e basta. E poi ti prego, evita di passarmi quella rompipalle! Ah, un’altra cosa: evita anche questo tremendo smalto rosso, sai che non mi piace”.

Emma, che si era alzata per guardare fuori dalla finestra era rimasta incuriosita per la verità dalla voce bassa e concitata del dottore e aveva voluto avvicinarsi alla porta che dava sul corridoio, dove era piazzata la scrivania di Erika.

Aveva sentito tutto.

Possibile che quel pacioso dottore fosse così volgare? Forse sua moglie era una specie di virago, forse Erika non aveva rispettato una sorta di protocollo che vige negli studi degli strizzacervelli: non interagire con i pazienti. Forse. Eppure quell’atteggiamento non le era piaciuto ma aveva deciso di dare tempo a Wanner e di darsi tempo per capire.

Il Dottore, dunque, si era piazzato sullo sgabello.

“Mi scusi, contrattempi ogni tanto. Dunque…” ma Emma lo interruppe: “la signora Erika è proprio gentile” e lui: “Ma sì, è la mia segretaria, cosa vuole. Ci conosciamo da tanti anni e ancora mi sopporta!” disse ridacchiando. “Comunque, mi diceva del suo lavoro alla tivù dove non lavora più”.

“Esatto. No, non ci lavoro più da un anno”

“E perché?”

“Perché mio marito era convinto che avessi una storia con il mio direttore, è arrivato a minacciarlo”.

“E lei ce l’aveva, la storia?"

“No, certo che no. John era diventato come un padre per me”.

“E allora perché l’ha licenziata?”

“Non poteva più subire le minacce di mio marito. E poi le voci avevano cominciato per davvero a circolare, insomma, tutti pensavano che fossi la sua amante”.

“Se tutti lo pensano, forse qualcosa di vero c’è. Certe donne, forse tutte, non lo so, prima lanciano il sasso e poi nascondono la mano. Suvvia, avrà voluto essere carina con lui, per sdebitarsi dell’assunzione. Guarda Erika, sempre a sorridermi, con quello smalto rosso, ma cosa vuole da me? Lo so io cosa vuole da me” pensava Heinrich. “Era una mezza depressa, l’ho ripulita per benino e le ho dato pure un lavoro, ci credo che voglia essere carina, però poi la colpa sarebbe mia”, pensava convinto, Heinrich.

Silenzio. Il Dottore era assorto nelle sue considerazioni.

Emma non capiva se stesse elaborando una qualche teoria o semplicemente pensasse ai fatti suoi.

All’improvviso, il Dottore riprese con le domande: “Dunque, Emma, al tempo in cui faceva la soubrette” /”Scusi?”/”Dicevo, nel periodo televisivo”/”Guardi che non facevo la soubrette”/”Ah ma non ci sarebbe nulla di male!”/”Certo, solo che non facevo la soubrette”.

“Sì, già immagino: minigonna, trucco eccessivo, tacchi alti, lustrini. A chiedere il parere di un cantante country. L’hanno messa lì perché è avvenente, diciamo trombabile”, pensava Heinrich.

“Va bene, mi scusi, allora. Noi scienziati tendiamo a vedere il mondo della tivù tutto lustrini ma sappiamo che non è così dappertutto. Facciamo una cosa. Io non le faccio più domande, lei mi parli, mi parli liberamente ora non solamente del suo periodo lavorativo, ma di suo marito, di come si è sentita lei. A proposito, avete dei figli?”

“No”

“Sposati da dieci anni, senza un figlio. Quel poveraccio è andato fuori di testa. Forse lei non ne ha voluti, per tentare di essere una giornalista d’assalto oppure non è neanche in grado. Certe donne sono così inutili. Lo sanno anche loro, che diamine, che se non fanno figli sono donne a metà, persone a metà. Non me ne importa un accidente di quello che dice la psicologia moderna, anni e anni di evoluzione e siamo sempre qui: donne che frignano, che cercano disperatamente di essere come noi e  non si arrendono al fatto che non sono come noi”.

Emma lo destò dal suo teorizzare interiore: “Dunque, allora, visto che abbiamo cominciato con il lavoro, io proseguo. Come Le dicevo, a mio marito non andava che comparissi in video, non voleva che parlassi con i miei ospiti, perché erano quasi sempre uomini. Era geloso del mio direttore. Ha cominciato prima ad essere geloso, cioè un po’ lo è sempre stato ma non in maniera, come dire, pesante; ma adesso si mostrava triste, mi diceva che non ce la faceva a pensarmi circondata da ‘tutti quegli uomini’, a me una volta è venuto da ridere. Ma quali uomini? L’allevatore dell’Arkansas? O l’attorucolo da avanspettacolo con il parrucchino biondo platino? Solo che lui si è alzato dal divano e mi ha dato uno schiaffo. Era la prima volta. Io sono rimasta di sasso. Lui mi ha guardato, si è messo a piangere. Mi ha detto che lo avevo fatto sentire stupido, mi ha abbracciato e l’ho abbracciato anche io. La gelosia ti fa stare male, ti fa dire e fare cose tremende, di cui ti penti subito dopo, perciò ho cercato di comprendere. Lui è stato tranquillo per un po’, poi è tornato all’attacco. In una maniera diversa. Ha cominciato a sminuirmi. Mi diceva che il mio lavoro non valeva niente, che anche una senza laurea avrebbe potuto farlo, che tanto vale mostrare le cosce, che si vergognava a dire in giro ciò che facevo. Alle cene con i suoi colleghi, si faceva beffe di me e, intanto, flirtava con tutte quelle che gli capitavano a tiro. Una sera, tornando da una di quelle orribili serate, appena entrati in casa, mi tira per i capelli, da dietro e mi dice ‘ma chi cazzo era quello con cui hai parlato o dovrei dire ti sei comportata come un’oca?’-mi scusi per il linguaggio ma devo raccontare come stavano le cose- Comunque, io sinceramente non sapevo proprio di chi stesse parlando. Era una specie di festa con tante persone. Lui mi ha detto che era stufo delle mie balle e che stava male e poi mi ha detto ‘sei una troia’, così come se niente fosse. A quel punto ho avuto paura e non ho detto niente. Tremavo. Avevo paura di andare a dormire. Volevo andarmene via ma poi come avrei fatto a tornare a casa mia? Mi sono messa a letto, alla fine, ma sempre all’erta. La mattina dopo ero a pezzi. Quando mi sono alzata lui era già uscito, io mi sono preparata per andare a lavoro, nel frattempo mi avevo mandato dieci messaggi al telefono con le sue scuse, che era un periodo nero e mi augurava buona giornata, con tanti cuoricini. Io gli ho risposto “anche a te”. Quando sono tornata,in serata, lui era sul divano. Io ho pensato tutto il giorno a come affrontarlo ma soprattutto durante il tragitto di rientro. La verità è che ero terrorizzata. Alla fine ho pensato che avrei fatto come sempre, lo avrei salutato, forse con un bacio. Ho aperto, ho detto “Eccomi” e lui niente, allora mi sono avvicinata e lui: ‘Oh, è arrivata la diva!’ e…”

E Qualcuno bussò. Era Erika.

“Dottore, mi perdoni“ e lui: ”Ma quante volte devo dire di non interrompermi? Ma Lei mi ascolta o cosa?” e lei, assurdamente composta, davanti alla reazione esagerata di lui: ”Volevo solo dirLe che c’è il Dottor Blooming, è arrivato ora da New York, mi scusi, altrimenti non l’avrei disturbata” e lui: ”Ah, ma se è così! Arrivo subito! Emma mi perdoni!” E se ne uscì.

Il Dottor Blooming era un luminare, uno di quelli che se parlano male di te, tu sei finito. Ma il Dottor Blooming non parlava male di nessuno, era un professionista serio, infatti redarguì subito Wanner, appena saputo che aveva lasciato una paziente in studio per salutarlo. Gli disse che sarebbe andato in albergo, che si sarebbero visti dopo e si congedò. Wanner lo salutò garbatamente e non appena Blooming chiuse il portone dietro di sé, Wanner si scagliò contro Erika: “Belle figure mi fa fare!” e lei: “Ma Dottore, è uscito Lei e…” ma lui la interruppe:” Erika, stia zitta e torni a badare alle sue unghie”.

Emma, che si era messa a girovagare per la stanza, non appena il dottore era uscito, anche questa volta, si era avvicinata alla porta e aveva sentito tutto. Avrebbe voluto abbracciare quella donna e poi scuoterla: ma come poteva farsi trattare così, fosse anche lui il più scienziato degli scienziati della Terra?

Ed ecco ricomparire Wanner. Emma era ancora in piedi.

“Mi scusi, Emma. Mi scusi davvero ma non potevo proprio dire di no al Dottor Blooming”.

“Ah no? E allora perché te la sei preso con la tua segretaria, razza di meschino?” pensava Emma. Era soprattutto la frase sulle unghie che l’aveva mandata in bestia. Ma come si permetteva…

“Dunque, riprendiamo, mi diceva di suo marito, della sua ostinata gelosia, mi dica”.

“Mi chiedevo se conoscere da tanto tempo una persona, dia il diritto di trattarla male”, disse Emma.

Wanner stava zitto e ad Emma venne da dire: “Lei che ne pensa?”

“Ah, non è importante ma se lo vuole sapere, dico no, certo. Suo marito si è approfittato del suo ruolo e della confidenza che si era giustamente creta fra voi”. Disse Wanner, in modo accademico.

“Quindi, anche lei con la signora Erika”.

“Prego?”

“Vi conoscete da sedici anni, ha detto, giusto?”

“Sì, giusto e allora?” rispose Wanner con un finto stupito sorriso.

“Lei la tratta malissimo, la offende. Perché non dovrebbe mettersi lo smalto? Perché a Lei, dottore, non piace?”
Wanner era imbarazzato e pensava che sicuramente il marito di Emma era stato portato all’esasperazione. Chi mai era questa soubrette, sì soubrette, che osava mettere il becco nelle sue faccende? E poi cosa mai aveva fatto di male?

“Emma, questi sono fatti miei.” Disse Wanner, con il solito sorriso di cortesia, “Non siamo qui per parlare della mia segretaria”

“E invece sì. Piuttosto, stavo parlando di Lei. Come posso fidarmi di Lei ed essere sicura che anche Lei non sia uno di quelli che odiano le donne? Non c’è bisogno di arrivare ad uccidere, sa. Basta trattare una donna come un essere senza cervello, dicendole se deve o no mettere lo smalto o pensare che una faccia la soubrette, solo perché lavora in tv. Dottor Wanner, la mia seduta finisce qui. Ho lasciato un maschio meschino e ora non posso ritrovarlo camuffato nel mio terapeuta” e se ne uscì, con l’intenzione di scuotere Erika e di pregarla di andare a lavorare altrove. Si sentiva come liberata. Forse meglio di una terapia.

Lei non avrebbe potuto più permettere a nessun uomo di comportarsi da maschio arrogante ma soprattutto non lo avrebbe più permesso a quelli “perbene”, quelli istruiti, lupi travestiti da agnelli, in realtà, più bigotti e più medievali di tutti.

Wanner rimase fermo, nel mezzo della stanza, incredulo, con lo sguardo fisso alla porta e disse sottovoce: “Troia”.

Fece tre grossi respiri e uscì dal bagno. Finse di non aver trovato nulla, che fosse tutto normale. Lo baciò sulle labbra, come ogni mattina, un bacio rapido, di cortesia. "Buon lavoro". Lo guardò allontanarsi col passo lento, quasi trascinato, e sparire dietro al portone nero. Attese, senza respirare, il motore dell’auto che si allontanava lasciandola sola e al sicuro. Fino a una settimana prima la presenza di suo marito la faceva sentire protetta, adesso la spaventava. Matteo andava a caccia, amava il senso di potere che trovava nell’imbracciare e usare un fucile, scovare una preda e decidere della sua vita. Diceva che lo avvicinava a Dio. Gliela aveva trasmessa il padre di Alice quella passione, prima che legasse con lui ne era addirittura disgustato. Ma quello che Alice aveva trovato tra i suoi trofei era uno scalpo, non erano peli di animali. Ciò nonostante, dopo la sorpresa e prima della paura, quello che aveva sentito più di tutto era delusione. Credeva che tra loro non ci fossero segreti.

Si erano conosciuti alle elementari, durante la ricreazione. Frequentavano due classi differenti perché lui era più grande di due anni. La loro scuola era molto piccola, aveva in tutto cinque classi e una sola sezione, quindi i bambini si conoscevano tutti. Fu lei a presentarsi. Lo vedeva ogni giorno starsene seduto in un angolo del giardino a guardare gli altri che giocavano. Lo chiamavano il pappagallo. Gli si avvicinò presentandosi.

"Ciao, io sono Alice".

Lui continuava a guardarsi i piedi.

"Io sono Alice, tu come ti chiami?".

"Mm-m-matteo".

"Vieni a giocare con me?". Lo prese per mano e se lo trascinò dietro, e se gli altri ridevano di lei perché giocava col balbuziente a lei non interessava.

Iniziò così la loro amicizia, e cominciarono a frequentarsi anche fuori dalla scuola. Matteo fu il primo e l'unico che Alice invitò a casa, perché si vergognava di quella piccola costruzione di mattoni con l'intonaco scrostato che cadeva a pezzi, e l'esterno era nulla in confronto alla desolazione che trovavi dentro. C'era la poltrona sformata dal culo di suo padre, con a fianco il posacenere rosa a forma di reggiseno pieno di tabacco masticato. C’era la vecchia televisione tutta scocciata e di fianco il tiro a segno, alcune freccette attaccate, altre a terra. C’era il fucile da caccia sempre poggiato sul tavolo di legno, distante qualche passo dalla poltrona. Era l’unico tavolo della casa, sul quale mangiavano a pranzo e cena, ma non importava, suo padre doveva avere sempre vicino il proprio fucile. E poi c’erano i suoi vestiti sporchi, ovunque, buttati a terra come capitava. La cameretta di Alice era uno sgabuzzino con incastrati solo il letto e un armadio a due ante. Nel piccolo spazio che rimaneva a terra lei e Matteo passavano i pomeriggi a fantasticare.

Seduto alla cattedra Matteo si godeva quegli attimi di silenzio. I suoi alunni stavano svolgendo un compito in classe. Odiava il proprio lavoro. Ripensò a come fosse finito lì. Lui e Alice stavano insieme da quindici anni e convivevano da cinque. Quella sera tornò a casa e si accorse che lei era diversa. Una vita trascorsa a osservare gli altri, in disparte, gli aveva permesso di sviluppare un'eccezionale capacità visiva: solo guardando una persona, anche pochi secondi, percepiva le sue emozioni, ne scorgeva i tratti del volto mutati; e quella sera Alice era spaventata. Aveva le sopracciglia lievemente alzate e le labbra in fuori. Proprio come stamani, rifletté. Che fosse di nuovo incinta? Ci avevano dato dentro quel mese, era possibile, ma strano che non gli avesse detto niente. Forse voleva aspettare. Aveva sofferto molto l’altra volta, quando poi aveva perso il bambino. Raccontare a tutti di un aborto spontaneo l'aveva straziata. E anche a lui era dispiaciuto, ma non poteva condividerla con nessuno. Finse gioia alla notizia di quella nascita. Su richiesta di Alice lasciò il suo lavoro precario come redattore e accettò l'incarico di docente nell’Istituto privato. Avrebbe guadagnato di più, era per il bambino, lei ripeteva. E lui l'aveva accontentata. Ma accettare quell’incarico era stato solo un diversivo, un gioco di prestigio: mentre lei gioiva per la sua accondiscendenza, lui scioglieva del veleno nella tisana, e senza macchiarsi di nulla si era disfatto del feto. Lei non lo aveva mai scoperto. Tornare a scuola, poi, dopo quel lutto così atroce, era stata una prova di coraggio e di profondo amore, ma il gioco di prestigio non si era concluso e quello che Matteo aveva creduto, che sedere su una cattedra gli avrebbe dato potere, che avrebbe stretto fra le mani le testoline di quei ragazzetti come faceva con i suoi trofei di caccia, non si era mai avverato. Entrare ogni mattina in quell'Istituto era come tornare indietro nel tempo e ridiventare il pappagallo, perché tra i colleghi professori c'era Alessandro, l'aguzzino della sua giovinezza. Era arrivato lì perché ce lo aveva piazzato il padre, ed era rimasto il solito sbruffone. Lo aveva incontrato il primo giorno del suo nuovo lavoro. Si erano incrociati nel corridoio. Matteo, il cuore che spaccava il petto, aveva finto di non riconoscerlo. Alessandro, invece, si era girato verso di lui e a voce alta aveva gridato:

"Non ci posso credere...sei davvero tu? Pappagallo? Dai, e che ci fai qui? Non mi dirai mica che sei un insegnante adesso??? T-ti cc-ci vorrà tutto il g-gg-giorno a ff-f-finire una l-lezione!". E gli diede una pacca sulla spalla. Poi ebbe la premura di presentarlo a tutti i colleghi raccontando come si erano conosciuti, lui e pappagallo.

Alice aveva veramente compreso il suo amico Matteo solo quando era entrata in quell'abitazione di via Pontichelli. Di per sé era una normale casa popolare, molti suoi compagni vivevano in luoghi simili, ciò che la turbò furono i suoi inquilini. Matteo viveva con la madre, Barbara, e una sua amica, Elena. Le stanze delle due donne erano grandi e luminose, con alte finestre. Erano arredate in maniera simile: avevano entrambe un letto matrimoniale, un grande armadio a sei ante con specchio centrale, due comodini con abat iour e uno specchio sul soffitto. La cameretta di Matteo, invece, era piccola e sembrava ricavata in quello che in origine aveva dovuto essere un ripostiglio. Aveva un letto, un armadio a tre ante e una scrivania, ma nessuna finestra. Le prime volte che vi entrò ad Alice sembrò di essere un criceto in una scatola di cartone, uno di quei contenitori angusti nei quali vengono messi quando li compri alle fiere di paese. Poi si abituò. Con il passare del tempo non fece neppure più caso ai molti uomini che si aggiravano per l'appartamento. Arrivavano, si sedevano sul divano e poi si intrufolavano nella camera di una delle due amiche. Dalla stanza di Matteo si sentiva tutto: rumori, colpi ritmici che crescevano di intensità e poi le urla, sempre uguali. A volte era la voce di Barbara a emettere un gemito, a volte quella di Elena, seguivano sempre i grugniti maschili.

Il giorno in cui Matteo conobbe la morte aveva quattordici anni. Era il compleanno di Elena, la bella amica di sua madre. Aveva passato le due settimane precedenti a intagliare nel legno il manico di un coltello, assemblandovi poi una lama. Lo aveva incartato in un foglio di quaderno e si era seduto ad aspettare che l'ultimo cliente del giorno uscisse da camera della donna. Poi si era fatto avanti.

"T-tieni questo è per te...".

"Grazie...Cos'è? Un regalo...che carino che sei...". Lo scartò.

Lui si avvicinò e le dette un bacio sulle labbra. Elena ricambiò quel bacio e infilò la sua lingua morbida nella bocca del ragazzo. Poi lo avvolse con le sue prosperose forme iniziandolo a un mondo di piacere. Lui, una volta distesi nudi nel letto, le confessò il suo amore.

"Era solo sesso...piccolo...ti ho fatto un favore, nessuna sarebbe mai venuta con uno come te...che dolce!". E iniziò a ridere fragorosamente. Quella risata acuta penetrò nelle orecchie di Matteo e arrivò fino al cervello innescando una reazione, un istinto primordiale. Afferrò il coltello e trafisse il corpo di lei più volte fino a che l'adrenalina non si affievolì e lui ritornò ad essere il quieto Matteo, il pappagallo. Elena non venne più nominata. E qualche tempo dopo una certa Gina prese il suo posto.

Alice si mise a cercare indizi nella camera da letto. Il pulsare del sangue era così forte che le rimbombava nel cervello, ma doveva concentrarsi e rimettere tutto nell'esatto modo in cui lui l'aveva trovato. Col cellulare fotografava ogni cosa prima di spostarla e poi ricomponeva il puzzle con attenzione. Le mani le tremavano, ma doveva sapere. Stava frugando nel cassetto dei calzini quando trovò una foto, ma era solo il ritratto di sua suocera: Barbara che sorrideva abbracciata a Matteo. L’aveva già vista mille volte e si domandava sempre in quale occasione avesse dato prova di tanta maternità, lei che lo aveva sempre considerato un ritardato. Quando ancora erano ragazzini l’aveva vista sputargli in faccia e urlargli che era un buono a nulla, come suo padre. “Almeno lui ha avuto il buon gusto di andarsene, tu invece stai qui con quell'aria da fesso a farti mantenere!". Solo perché aveva sbagliato a prepararle il caffè. Veniva picchiato o insultato almeno una volta al giorno, quando sua madre era di buon umore. Alice ripensò a quante volte Matteo avesse provato a fare colpo su quella donna, ad avere un legame con lei, senza mai riuscirci, tranne, evidentemente, in occasione di quella foto.

Si sedette sul letto e scrutò l’immagine da vicino cercando di carpire dove fosse stata scattata e quando. Riconobbe la casetta in legno alle loro spalle, gliela aveva lasciata sua madre. Si alzò di scatto e con ancora le mani tremanti rimise la foto quasi al proprio posto.

Alice era sempre stata una ragazzina socievole che coltivava molte amicizie, ma quando aveva incontrato Matteo, che si era insinuato nella sua vita come un piccolo corso d'acqua, e giorno dopo aveva scavato il proprio percorso spazzando via tutto ciò che lo intralciava, aveva lasciato che lui la allontanasse dai propri amici. Lo aveva fatto con apparente dolcezza, brandendo come lama il suo apparente amore. Anche più tardi, quando c'erano stati i primi episodi di violenza, aveva sempre usato quella scusa: non riusciva a controllarsi da quanto la amava. E lei ci aveva creduto, lo aveva giustificato, all'uomo poteva scappare qualche ceffone, lo aveva già vissuto in casa da bambina, ciò che contava era il resto del tempo, quando lui era calmo e la trattava come una signora.

Era una rosa sotto un vetro, non poteva lavorare né uscire da sola, ma era il prezzo dell'amore.

Alice, quella sera, lo aveva pregato di fare una gita nel bosco, l'indomani. Voleva andare alla piccola dimora di montagna, quella che gli aveva lasciato sua madre. Era una donna determinata la sua Alice, aveva già preparato tutto, e lui non aveva potuto negarle quella piccola fuga. Prima di coricarsi, però, aveva notato dentro il cassetto la foto fuori posto. Niente di strano se lei avesse aggiunto dei calzini, ma erano gli stessi dodici che c'erano la mattina quando si era vestito. Quell'istantanea gli ricordava un evento speciale. Lui e sua madre, di notte, avevano camminato per ore nel bosco, sulle spalle un lungo e pesante sacco, sui sessanta chili, nella sua mano una torcia, in quella della donna una pala. Avevano poi scavato, arrivati al posto giusto, e sotterrato quel segreto di nome Elena. Si erano poi coricati nella baracca di montagna, di loro proprietà da varie generazioni, e l'indomani Barbara aveva voluto scattare una foto, orgogliosa. Matteo controllò sua moglie, era ancora sul divano a guardare un programma in televisione, e andò ad aprire il suo nascondiglio. C'era qualcosa di strano in lei, che avesse scoperto tutto? Ne ebbe la conferma nell'istante in cui guardò i suoi trofei di caccia: i capelli erano stati spostati.

Alice seguiva Matteo lungo il sentiero cercando di memorizzare il percorso, ma non era facile: non aveva mai avuto un buon orientamento. La paura del giorno precedente aveva lasciato il posto alla curiosità, molte domande le risuonavano nella testa. Era tutto frutto della sua fantasia? No, i capelli erano veri, li aveva toccati con le sue stesse mani. Vagarono per quasi venti minuti nel bosco, in un tratto non segnalato, per raggiungere la casa. Non sapeva neanche lei cosa si aspettava di trovarvi, ma sentiva che quel posto nascondeva qualche segreto. Quando varcarono la soglia un forte odore di chiuso e muffa le penetrò nelle narici. Salì al piano superiore, quello della camera, e aprì le finestre, qualche minuto, giusto per far circolare l'aria. Matteo la aiutò a scoprire il letto dal telo di plastica e a prendere le lenzuola pulite. Poi uscirono fuori a godersi il panorama. Matteo si mise al suo fianco e le cinse la vita, si baciarono. Alice poi, con la scusa di dover cucinare, rientrò in casa. Aprì il frigo e vi trovò della carne. La prese, ma suo marito la fermò subito: era il cibo per i cani. Strano, a casa non mangiavano mai carne, lui non voleva, gli rifilava sempre quelle crocchette del supermercato dicendo che era quello il loro cibo. Forse era carne scaduta. Più tardi, mentre Matteo dormiva, si alzò dal letto, tornò in cucina, si avvicinò al frigo e aprì il contenitore. Notò, tra quei pezzi di carne, quello che era di sicuro un dito umano. Si precipitò fuori, al freddo, e iniziò a vomitare, prima di svenire. Quando riprese conoscenza era di nuovo in casa e Matteo la stava legando alle sponde del letto. Per un istante i suoi occhi si spalancarono in un'espressione di sorpresa, poi ricordò tutto.

"Volevi sapere...ecco ti mostro cosa facevo a quelle donne...avrai lo stesso trattamento...".

"Ma...perché? Chi erano? Quando è iniziata questa storia? È colpa mia?".

E mentre le tagliava via i vestiti di dosso, iniziò a raccontare: "Non è colpa tua, non lo è mai stato. Tu mi hai salvato, però non dovevi intrometterti, non dovevi curiosare...vuoi sapere come è iniziato tutto questo? La prima è stata Elena. Te la ricordi? Mi aveva preso per il culo con i suoi modi affettuosi, ma l'ha pagata. Poi, circa un anno fa, giravo di sera per il centro e mi vidi passare accanto una donna molto simile a lei. Sul momento pensai di avere di fronte proprio Elena. Incuriosito la seguii fino al locale ed entrai. Dopo poco mi accorsi che era un'altra persona, ma qualcosa dentro di me si era riacceso, avevo provato nuovamente il senso di potere che si sperimenta rubando una vita, e mi piaceva. A lavoro ero divenuto lo zimbello di tutti, i miei alunni non mi ascoltavano, lanciavano le sedie in aula durante le mie lezioni, mi deridevano. Avevo bisogno di amplificare il potere che mi dava la caccia. Alla fine anche noi siamo animali, giusto?". La violentò selvaggiamente, proprio come aveva fatto con le altre, niente sconti. E di nuovo svenne.

Al secondo risveglio era libera, ma nuda e in mezzo al bosco. Avrebbe voluto piangere e chiamare aiuto, ma non c'era nessuno. Prese a correre cercando di non sentire i tagli che le si stavano formando sotto i piedi, di non tremare per il freddo, cercò di sopravvivere. Aveva paura, ma combatté fino alla fine.

Cose da Grandi parla di immigrazione, di animali, di vita di strada. Quale di questi temi ti è più caro e quale è stato più difficile trattare?

Non credo ci sia grande differenza. Tutto dipende dall’empatia. Posso dire che inizialmente avevo pensato di parlare esclusivamente del rapporto uomo-animali, ma poi è venuto da sé spostare l’asse del racconto da uomo/animali a indifferenza/sofferenza. Quando si sente qualcuno affermare che non bisogna preoccuparsi degli animali perché “tanto sono solo bestie”, mi vengono immediatamente in mente situazioni in cui qualcuno scaccia in malo modo un mendicante perché si sente in diritto di umiliarlo, o affermazioni assurde e aprioristiche sugli immigrati e sul fatto di rispedirli ai loro paesi. In realtà in tutti questi casi c’è mancanza di empatia. La non volontà di cambiare il punto di vista, per mantenere una sorta di primato e credersi più importanti rispetto alla vita e alla sofferenza di altri esseri viventi. Io oggi mi occupo attivamente di diritti degli animali, ma sono convinta che se fossi vissuta alla fine dell’Ottocento in Inghilterra sarei scesa in piazza per reclamare il diritto di voto alle donne. Se fossi nata negli Stati Uniti, avrei combattuto per l’abolizione della schiavitù. Negli anni Cinquanta del Novecento avrei sfilato a fianco di Martin Luther King, negli anni Settanta con Harvey Milk. È una lunga battaglia per la liberazione e il rispetto che l’uomo combatte da secoli.

Il protagonista è Karim, un ragazzo siriano di diciassettenne anni che a causa della guerra nel proprio Paese è costretto a costruirsi una nuova esistenza. Hai solo immaginato ogni accadimento oppure ti sei documentata?

Purtroppo non conosco la Siria, ma ho viaggiato molto in altri Paesi del Medio Oriente. Il paesaggio, il modo di vivere lo conosco bene. Per quanto riguarda invece l’attuale situazione di questo terribile conflitto che sta distruggendo cose e persone, oltre alle notizie che i vari mezzi di informazione fanno arrivare in Europa, ho un canale di contatto diretto con quello che è conosciuto come il Gattaro di Aleppo. Quest’uomo, che ha perso tutto a causa della guerra, da anni lavora per una ONLUS francese e porta soccorso alle persone senza casa né cibo. Per sua iniziativa personale, e con il sostegno di molti stranieri, ha poi creato un rifugio per gli animali (in particolare gatti) abbandonati nelle vie della città, terrorizzati, affamati, spesso feriti, e ha dato loro ricovero e cure. Di fianco a questo rifugio è sorto anche un orfanotrofio per i bambini rimasti soli. Alaa (il gattaro) sostiene anche questa iniziativa, porta regali e un sorriso a bambini e spesso li fa interagire con i gatti, in una sorta di pet-therapy che dà sollievo agli animali abbandonati e regala un momento di gioia ai bimbi che non hanno più nessuno. Ogni giorno arrivano aggiornamenti e immagini dalla città. Aleppo oggi è una montagna di macerie. È assurdo a che livelli di male può arrivare la crudeltà umana.

Parte della storia è ambientata a Napoli della quale hai sottolineato, per esigenze di storia, più gli aspetti loschi che quelli folcloristici, caldi e generosi, e altra parte è ambientata a Roma. Che rapporto hai con queste due città?

Karim sbarca dopo un naufragio del suo barcone sulle coste del Sud Italia ed era inevitabile che nei suoi spostamenti arrivasse in una città del Sud (poi su, fino a Roma). Napoli è una delle città più belle che io conosca. Bella nelle parti eleganti del suo Lungomare, del centro, di Piazza Plebiscito e di via Toledo. Ma ancora più bella nei vicoli vivi e sonori, popolati da persone davvero calde e generose. Per questo mi è piaciuto parlarne nel libro. Ho scelto però di presentare il lato nero della città, perché si tratta di una realtà che sporca, corrompe la sua bellezza e la vera essenza. È una malattia profonda che va estirpata. Perché la vera Napoli è un’altra. Eppure gran parte della vita del posto è gestita da alcuni burattinai che si sono fatti sempre più forti da quando al coltello hanno sostituito armi sofisticate. Questa gente corrompe i giovani, e davvero li spinge a superare ogni senso di pietà costringendoli a torturare gli animali. È il primo passo verso l’annientamento delle coscienze. Così questi ragazzi possono facilmente diventare i burattini che loro cercano per farli muovere a loro piacimento, inducendoli a compiere reati sanguinosi senza sporcarsi le mani in prima persona. E forse proprio da un’azione volta alla salvaguardia degli animali potrebbe nascere un lavoro di recupero dei ragazzi (e, a volte, addirittura bambini) a rischio.

Per quanto riguarda Roma, invece, è una città dove vado spesso perché ci vivono dei carissimi amici. Con loro ho imparato a conoscere i colori, gli odori, le atmosfere. L’incontro di Karim con il barbone Carl avviene sulla riva del Tevere, al tramonto. Sono dorati, i tramonti, a Roma. è in questa atmosfera che ho immaginato la scena.

Parliamo di te. Che studi hai fatto? Quale è stato il percorso che ti ha avvicinato alla scrittura?

Io sono una prof di italiano latino in un Liceo delle Scienza umane. È un lavoro che ho intrapreso da giovane senza molta convinzione. Invece ho scoperto che è proprio il lavoro giusto per me. Stare con i ragazzi mi diverte e mi regala ogni giorno stimoli nuovi e positivi. Non mi sembra neppure di lavorare… Parallelamente a questo, però, ho cominciato a scrivere già dagli anni dell’università. Ho pubblicato alcuni racconti, ma soprattutto ho cominciato ad occuparmi (e mi sono occupata per molto tempo) di letteratura del Novecento. Ho pubblicato saggi, e poi ho collaborato con la pagina culturale di quotidiani nazionali. All’inizio della mia attività ho scritto anche tre romanzi. Uno (per ragazzi) era stato accettato da una grande casa editrice di Milano, ma poi la sorte avversa ha voluto che una ristrutturazione interna facesse cadere quel progetto. Io intanto mi dedicavo sempre di più alla saggistica. Nel 2002 ho pubblicato Il mestiere di leggere (il Saggiatore), una storia delle pubblicazioni della Casa editrice Mondadori vista attraverso i pareri di lettura, documenti editoriali di grande interesse per gli studiosi. Poi è nata una lunga passione per il poeta salernitano Alfonso Gatto. Dopo averne stilato, in collaborazione con Marta Bonzanini, la bibliografia completa e ragionata (un’impresa titanica…), ho pubblicato due sue raccolte di inediti e rari: Il Gatto in poltrona (una raccolta di critiche televisive) e Ballate degli anni, inedite in volume, scritte per la trasmissione televisiva Almanacco di storia, scienza e varia umanità (1963).

Intanto però si stava sviluppando e prendeva sempre più spazio nella mia vita la passione per gli animali. Così ho pensato di affrontare la sfida di un volume di divulgazione sull’argomento, ed è nato Bestie come noi (Effigie, 2016) che prende in considerazione vari aspetti del rapporto uomo-animali, e sostiene la tesi che una maggiore attenzione al benessere animale può portare a un miglioramento anche della qualità della vita umana.

Ora sono tornata alla narrativa, perché ho trovato un argomento che mi ha preso tantissimo. E il fatto di veder pubblicato ora un mio romanzo, a distanza di tanti anni dalle prime scritture, è una gioia davvero grande.

La promessa

Era stata una giornata lunga, difficile, faticosa. Alice era esausta e sapeva già che a casa non avrebbe potuto riposarsi. L’aspettavano due bambini che non le davano respiro. Inoltre, suo marito non era certo una persona comprensiva o accogliente. Doveva subire pure i suoi rimbrotti sul perché si ostinasse a lavorare.

Era talmente stanca, dopo una giornata in piedi, che rischiava di addormentarsi al volante.

E invece non toccò a lei, ma al guidatore di un’auto che procedeva a velocità sostenuta.

Sbandò, e invece di decelerare, sembrò acquistare terreno. Un albero lo fermò, sul ciglio della strada.

Alice arrestò subito la macchina, scese e, di corsa, si avvicinò.

Il cofano era accartocciato e l’uomo, riverso sul volante, perdeva sangue dalla fronte.

Lei non capiva se respirasse o no, ma non se la sentiva di muoverlo per controllare. Da quel poco che sapeva di pronto soccorso, le pareva fosse sconsigliabile.

Altri automobilisti intanto stavano accostando. Qualcuno prese il cellulare per sollecitare gli aiuti.

Alice comprese che non poteva star lì a guardare senza far nulla. E se l’uomo stava morendo? Sarebbe morto da solo, su un’auto, in mezzo a una via qualsiasi, senza il più piccolo conforto.

Aprì la portiera, che fortunatamente era ancora in buone condizioni, e lo chiamò.

- Signore.

L’altro non la udì, ma accostando il viso al suo, Alice sentì un lamento.

Almeno è ancora vivo, si disse.

Lui sollevò appena le palpebre. La guardò, o così sembrò ad Alice.

- Signore, mi sente? – chiese.

L’uomo continuò a fissarla.

- Stia tranquillo, hanno telefonato per un’ambulanza. Non ci vorrà molto.

Istintivamente, allungò una mano e gliela posò sulla spalla.

- Chi è lei? – esalò il ferito.

Lei gli sorrise.

- Mi chiamo Alice.

Si sentì spingere via.

- Mi scusi – le disse un uomo. Era un paramedico. I suoi colleghi inziarono ad armeggiare nell’auto.

Alice venne gentilmente allontanata.

Rimase a osservare per un po’, poi notò che era tardissimo, suo marito l’avrebbe rimproverata per tutta la sera, e decise di andarsene.

L’accoglienza fu come se l’aspettava: fredda e carica di malumore. Se non altro i bambini avevano già cenato ed erano a letto. La donna aveva spesso l’impressione che preferissero evitare il padre, e non poteva dar loro torto, a volte avrebbe voluto evitarlo anche lei.

Si mise subito ai fornelli, giusto il tempo di raccogliere i capelli in una coda e lavarsi le mani.

- Sono stanco questa sera e tu non c’eri, come al solito – grugnì Fabio.

- Non è colpa mia – si giustificò Alice, pronta. – Un incidente ha bloccato la circolazione.

- E scommetto ti sei messa in mezzo.

- Volevo dare una mano.

- Mai che ti facessi i fatti tuoi.

- Un uomo era in macchina, ferito, poteva essere grave, morire anche. Mi è sembrato naturale confortarlo.

- Poteva voler morire in pace – sbraitò Fabio.

Alice si limitò ad arrossire e a chinare il capo.

Avrebbe dovuto reagire, ma non l’aveva mai fatto, non era capace di ribellarsi. Sempre stata così fin da piccola. E molti ne avevano approfittato e continuavano a farlo, in primis suo marito.

Lui cominciò a mangiare, senza aspettarla. Un altro sgarbo, l’ennesimo.

Alice si asciugò furtiva una lacrima, prima di sedersi a tavola.

La settimana trascorse in fretta, tra casa e impegni lavorativi. A lei piaceva il suo lavoro, quindi non le pesavano i sacrifici che doveva affrontare; suo marito non era dello stesso parere.

Il sabato di solito lo dedicava a rimettersi in pari con le faccende domestiche, e non aveva mai neppure il tempo di rilassarsi un po’ o di godersi i figli; suo marito li portava sempre dalla madre, dicendo che voleva stare in pace, peccato che poi uscisse anche lui e non si rifacesse vivo fino a sera. Alice taceva, sentendosi in colpa. Per fortuna, i suoi genitori abitavano in un’altra città, così non doveva litigare con loro che, ovviamente, avrebbero desiderato incontrare i nipoti.

La sua routine venne interrotta nella mattinata da una visita inattesa. Non aveva l’abitudine di aprire la porta agli sconosciuti, ma le bastò un’occhiata attraverso lo spioncino, per non esitare.

- Mio Dio, è lei! – esclamò trovandosi l’uomo davanti.

- Sì, proprio io – le sorrise. – Mi scusi se piombo qui in questo modo, ma ero troppo impaziente. Volevo salutarla, ringraziarla e appena uscito dall’ospedale, per rimettermi in sesto ci è voluto un po’, mi sono dato da fare per rintracciarla. Spero mi perdonerà l’intrusione.

Alice sorrise e lo invitò ad accomodarsi.

Per fortuna, il soggiorno era già riuscita a riordinarlo.

L’uomo le porse un grande mazzo di gladioli.

- Sono bellissimi – disse Alice, chiedendosi subito come li avrebbe potuti giustificare con il marito. – Vado a metterli in un vaso. Le offro qualcosa? Se può bere, dico, cioè se i dottori le hanno dato il permesso – si impappinò Alice.

- Sì, posso. Non che sia il tipo da dar retta agli altri, medici compresi, decido sempre io.

Beato lui, pensò la donna. Infilò i fiori nel primo vaso a portata di mano, si recò in cucina per riempirlo di acqua, mentre pensava come liberarsene. Li avrebbe regalati alla sua vicina, decise, anche se le piangeva il cuore a darli via.

Tornò dal suo ospite.

- Non volevo imporle la mia presenza, come le dicevo, ma non potevo esimermi dal venire. Non scorderò mai quello che ha fatto per me – disse l’uomo.

- Lei esagera – si schermì Alice. – Chiunque si sarebbe comportato allo stesso modo.

- Non credo proprio. Alcuni infatti si sono limitati a osservare, lei invece ha dimostrato di interessarsi, di voler essere utile. Non si sottovaluti, non è da tutti.

- Mi imbarazza.

- Mi sa che non è difficile – constatò lo sconosciuto. – Mi scusi, ma pare un pulcino bagnato.

Notando l’espressione di Alice, si affrettò ad aggiungere:

- Non voglio offenderla. E che è talmente timida, non credevo fosse possibile al giorno d’oggi. Ascolti, le spiegherò la ragione della mia visita e me ne andrò subito. Va meglio così?

- C’è una ragione?

- Sì, ho una proposta, che mi auguro troverà interessante. Io non amo avere debiti, e quindi voglio togliermi quello con lei.

Alice azzardò un’interruzione, ma l’altro la fermò con un gesto della mano.

- Mi faccia finire, poi potrà chiedermi tutto ciò che desidera. Vede, io faccio un mestiere insolito, direi rischioso, non per me, quanto per chi mi incontra. Non ci sono molte definizioni per questo lavoro, anche se ci si potrebbe sbizzarrire su. Ma sono una persona pratica, diretta, mi limito a un solo nome: killer. O se preferisce, sicario. È lo stesso. Uccido su commissione, chiunque mi chiama, e mi paga bene, molto bene, può usufruire dei miei servizi. Basta essere chiari, precisi: nome, indirizzo e foto, a volte niente recapito, li ho dovuti rintracciare, ma non voglio annoiarla con divagazioni; sono molto efficiente, abbordo il mio uomo, o donna, lo pedino, e colpisco.

Non ho mai fallito, nessuno si è mai lamentato di me. E per lei i miei servigi sono gratuiti.

L’uomo tacque e la fissò. Alice era pietrificata. Non respirava, non si muoveva, era come intrappolata in un brutto sogno.

- Non si spaventi – la rassicurò – non sono un pazzo, non vado in giro ad ammazzare persone a casaccio, non mi converebbe. Lo faccio solo per denaro.

Alice, con un immenso sforzo fisico e di volontà, si alzò.

Lui la imitò.

- Non sono un pericolo, glielo assicuro, non le farei mai del male.

La donna tremava. Il killer se ne rese conto e tentò di avvicinarsi. Alice si rannicchiò su stessa, pronta a subire l’aggressione.

Ma l’uomo le parlò gentilmente.

- Signora, non volevo davvero impaurirla. Le sto solo offrendo assistenza. Tutti abbiamo qualcuno che non sopportiamo, che detestiamo, che addirittura odiamo. Immagino anche lei, è una persona molto gentile, posso testimoniarlo, ma persino lei può avere chi le crea talmente tanti problemi da volersene liberare. Ed eccomi qui.

Alice ritrovò la voce.

- No, no, se ne vada, la prego.

- Alice, mi ascolti solo un altro momento; le ripeto che non mi piace avere debiti, con nessuno, e ne ho uno grosso con chi mi ha salvato la vita. Non intendo andarmene senza che mi abbia risposto.

- Io non odio nessuno – bisbigliò la donna.

- Ha ragione, sono troppo insistente. Sediamoci e discutiamone con calma.

La prese gentilmente da un braccio e la sospinse verso il divano.

Alice ubbidì, come era solita fare.

- Le espongo ogni cosa dal principio: in ospedale mi hanno dovuto rimettere insieme; ero ridotto molto, molto male, ho rischiato di morire in un paio di occasioni, per fortuna ho il cuore forte.

Mi hanno dimesso, anzi mi sono dimesso, non ne potevo più; stare chiuso ventiquattrore su ventiquattro in un posto mi rende nervoso, al limite dell’isterico. Sa, vecchi traumi legati a esperienze passate.

Ho cominciato subito a pensarla, a come trovarla. Sapevo soltanto il suo nome, ma scovare persone è il mio lavoro. Ho indagato, chiesto in giro, l’ho descritta, in fondo la vostra è una piccola città, e comunque ho i miei metodi, che preferisco non svelarle.

È libera di cacciarmi, capisco di averla sconvolta, ma vorrei che riflettesse su ciò che le ho detto. Le lascio il mio biglietto da visita, ci sono tutti i miei domicili, mi può telefonare quando vuole, in qualsiasi momento, anche di notte. Non si faccia scrupoli, ci sono abituato.

Si avviò verso l’uscita.

- Ne approfitti ora che sono libero, sono, per così dire, in convalescenza, perciò posso essere a sua completa disposizione. Altrimenti potrei essere chiamato per qualche servizio, e dovremmo rimandare, non si sa per quanto.

Uscì, e Alice rimase a fissare la porta domandandosi se fosse pazzo lui, o fosse impazzita lei.

Le settimane non passarono invano. Alice aveva un tarlo che non la faceva più vivere, né dormire, né lavorare.

L’unica cosa che la scuoteva erano gli abituali rimproveri del marito, a cui però rispondeva a monosillabi, riuscendo soltanto a farlo infuriare di più.

Non poteva confidarsi con nessuno, non aveva amiche, Fabio le aveva fatto il vuoto intorno, e neppure colleghe con cui fosse in confidenza. E poi non è facile raccontare che una persona vuole uccidere qualcuno per te, è troppo da digerire, per chiunque.

Non che Alice avesse intenzione di approfittare della sua protezione, non detestava nessuno, non augurava la morte a nessuno. Eppure, a volte, si diceva: la maestra di suo figlio che non gli dava remore, una vicina di casa prepotente, il collega astioso, qualcuno ci sarebbe stato.

Ma poi si rimproverava: non avrebbe potuto, non se lo sarebbe mai perdonato, era orribile soltanto fantasticarlo.

Meglio dimenticare. Non aveva scelta.

Anche lui, il killer, la pensava e si chiedeva se avesse un senso ormai aspettare. Aveva compreso che Alice non era una donna decisa, tutt’altro, era una persona debole, impaurita, una che ha sempre bisogno che le dicano cosa fare, quando farla, e come. Probabilmente non l’avrebbe più sentita. Inoltre, nel frattempo, aveva ricevuto un incarico interessante che lo avrebbe condotto dall’altra parte del mondo, in un paese mai visitato prima. Era molto tentato, e nel suo ambiente era meglio non rifiutare un lavoro, potevi essere sostituito, in alcuni casi eliminato, se si cominciava a ritenere che non servissi più.

E poi odiava avere debiti, dover essere riconoscente a qualcuno lo faceva stare letteralmente sulle spine. Non aveva idiosincrasie, con la sua attività non poteva permetterselo, ma essere in svantaggio verso il prossimo lo innervosiva.

Sapeva cosa fare per star meglio: non indugiare oltre, prendere l’iniziativa.

Si vestì in fretta e uscì.

Seguire Alice non era molto piacevole, non che avesse scrupoli di coscienza, per quelli ormai…, solo che aveva una vita tanto monotona che più di una volta aveva rischiato di addormentarsi al volante.

Ufficio, casa, scuola, supermercato, ecco il suo tragitto settimanale. E il sabato e la domenica, quando avrebbe potuto dedicarsi un po’ allo svago, non metteva il naso fuori. Probabilmente si dedicava alle pulizie, neppure al marito o ai figli, dato che li aveva visti uscire la mattina presto, recarsi sempre allo stesso indirizzo, e tornare la sera tardi.

Possibile, si chiedeva, non avesse amici con cui fare almeno una passeggiata? O prendere un caffè? Era una vita così incolore.

Lui era un assassino, un killer, però viaggiava, conosceva sempre persone nuove, anche se molte non potevano raccontarlo, e si divertiva, in ogni posto che visitava scopriva sempre qualcosa che l’affascinava.

Alice invece… cominciava a dispiacersi per lei.

Quindi, pure se la donna non era d’accordo, avrebbe portato a termine il suo compito, l’avrebbe affrancata da un incomodo; non poteva mutarle l’esistenza, tuttavia poteva migliorargliela togliendo di mezzo un essere molesto, qualsiasi esso fosse. Già un’idea su chi puntare se l’era fatta in quei giorni.

E cominciò, perciò, a pedinare qualcun altro.

Alice era appena rientrata dalla scuola dove aveva parlato con le maestre dei suoi figli. Una di loro era stata particolarmente aggressiva; aveva sottolineato che il bambino era una vera peste, sempre in movimento, sempre a disturbare.

Ne era rimasta mortificata. Aveva chinato il capo e mormorato qualche parola. Non poteva confessare all’insegnante che il figlio verosimilmente sfogava in classe tutto quello che si teneva dentro a casa. Il padre lo fulminava con gli occhi appena provava solo a muoversi, quindi dove e quando avrebbe dovuto comportarsi come uno della sua età?

Si asciugò una lacrima. Era una pessima madre, pessima.

Piantala di lagnarti, si disse, pensa a quante cose devi ancora fare prima che torni tuo marito.

Andò in cucina e cominciò a sbucciare le cipolle: un’ottima scusa per piangere.

La telefonata giunse la mattina presto; i bambini stavano vestendosi e Fabio era in cucina davanti a una tazzina di caffè.

Toccò ad Alice rispondere e se ne pentì all'istante.

Era una brutta notizia, tanto brutta da non sapere come riferirla al marito.

Gli si sedette davanti e lo guardò.

- Che succede? – le chiese lui incuriosito.

- Io, Fabio, io… – cominciò Alice per zittirsi subito.

- Dannazione – sbottò Fabio, con l’abituale garbo – che ti piglia? Possibile che tu non possa sostenere una conversazione senza farfugliare?

- Fabio, tua madre, tua madre non c’è più – compitò la donna.

- Ma sei più pazza ogni giorno che passa! Mia madre sta benissimo.

- No, mi dispiace, no. Hanno chiamato per avvertire che ha avuto un incidente domestico e non hanno potuto salvarla. Mi dispiace tanto, Fabio.

Suo marito la fissò per un minuto che parve durare all’infinito, poi si alzò adagio.

Ora mi picchia, si disse Alice, deve sfogarsi con qualcuno, su qualcuno.

L’uomo, al contrario, la ignorò e si diresse verso la loro camera da letto.

Alice udì sbattere forte la porta, dopo silenzio, infine urla belluine, urla di disperazione.

Non si mosse, rimase ferma lì a contemplare le piastrelle azzurre della cucina.

Il killer decise che era ora di chiamare Alice. Voleva salutarla e augurarle ogni bene. Forse sarebbe stata più serena, dopo il suo intervento.

Gli rispose la donna. Se avesse invece risposto il marito, avrebbe inventato un pretesto qualsiasi, ma ebbe fortuna.

- Alice – esordì – come sta?

- Chi è? – la donna esitò, poi comprese. – Ah, è lei.

- Non sembra felice di sentirmi.

- Mi scusi, sono stravolta, sa, mia suocera…

- Sì, lo so, condoglianze.

- Grazie.

- Volevo dirle addio; devo andarmene dall’Italia, per un po’.

- Bene, allora addio – tagliò Alice.

- Aspetti, volevo anche avvisarla che non mi considero più in debito con lei. Ormai siamo pari, dopo la morte di sua suocera.

Alice non replicò.

- È ancora lì? – domandò l’uomo.

- Come ha detto? – sussurrò.

- Sì, non è stato complicato. Un banale incidente nel suo appartamento. A proposito: confortevole, spero lo ereditiate. Era una donna anziana, sopraffarla è stato un gioco da ragazzi.

Alice taceva.
- Alice?

- No, non può essere stato lei.

- Certo, è stata opera mia. Pensava fosse caduta da sola? No, non proprio. Ho capito quanti problemi le causava e ho deciso di agire, dato che non avrebbe mai preso una decisione. Mi scusi, ma iniziavo ad avere una certa fretta.

- Mia suocera.

- Sì, sì, un’intrigante. Ho assistito a qualche scena tra voi tre: lei, suo marito e la madre. Troppo opprimente quella donna.

- No, no.

- Suo marito è quello che è a causa di una cattiva educazione. Non è stato mai svezzato; è il classico tipo che suppone tutto gli sia dovuto, tutto debba andare come vuole lui. Non so se cambierà dopo questa perdita, le confesso che ci credo poco, però potrebbe pure accadere. Se vuole proprio continuare a essere sposata con un simile individuo.

- Non la volevo morta.

- No, immagino di no. Lei è troppo buona, troppo amabile, non mi avrebbe mai incaricato di ucciderla, però le dovevo un favore, e ho ritenuto che fosse la persona più molesta della sua vita.

- No, lei non capisce – urlò Alice. – Mia suocera non era cattiva, era una debole, subiva mio marito come lo subisco io. Non era invadente; mio marito voleva che i bambini stessero sempre da lei, perché così non li aveva tutto il giorno tra i piedi. E non si intrometteva: era una brava persona, una brava persona.

- Io… ho visto un litigio tra voi tre in strada, la signora sembrava aggressiva.

- Si era solo ribellata all’ennesima prepotenza di Fabio.

- Mi dispiace molto, molto. A volte la fretta è cattiva consigliera. È stato un errore, una svista.

- Una vista? Una persona è morta! – strillò Alice, ormai senza controllo.

- Sono mortificato. Proverò a rimediare.

- No, no, la prego, non faccio altro. Mi dimentichi, le domando solo questo: dimentichi che ci siamo incontrati, che l’ho soccorsa.

- Non volevo finisse così. Ma l’ascolterò, non ho alternative a questo punto.

Alice riattaccò. Le lacrime stavolta sgorgarono copiose.

Povera povera donna, non avrebbe meritato una tale fine. Sapeva lei chi l’avrebbe meritata; aveva sprecato l’occasione di diventare vedova.

Si asciugò il viso, e comprese che quelle lacrime non le stava versando solo per la suocera.

Fabio tornava a casa sempre più tardi, quando rientrava; Alice non se ne preoccupava, al contrario era contenta di potersi godere figli e casa senza le sue contumelie e le sue prepotenze.

Non si allarmò quindi neppure all’ennesima sparizione, anzi, messi i bimbi a letto, si concesse un prolungato bagno caldo.

Il campanello della porta la disturbò. Imprecò e fu tentata di ignorarlo. Poi il suo senso innato di responsabilità prevalse e si costrinse a muoversi. Si infilò l’accappatoio, stringendoselo bene addosso e si recò nell’anticamera. Guardò dallo spioncino e restò interdetta: due uomini in divisa erano sul suo pianerottolo. Che potevano volere? Forse era per lui, il killer, sicuramente era un ricercato, un latitante; magari qualche vicino lo aveva notato entrare nel suo appartamento, gli abitanti del palazzo erano persone discrete, tuttavia non si può mai stare tranquilli, un impiccione può sempre farsi vivo.

Da fuori insistevano; si fece coraggio e aprì, infischiandosene di essere poco vestita. Suo marito l’avrebbe insultata, o peggio, se l’avesse vista, ma non era lì, e poteva approfittarne.

- Buonasera, signora – esordì il più anziano dei due, probabilmente il più alto in grado – possiamo entrare? Dovremmo parlarle.

Alice si limitò ad annuire.

Rimasero in piedi nel vestibolo a fissarsi, finché il poliziotto non seguitò.

- È sola? Non c’è nessun altro con lei?

- Ci sono i miei figli, dormono – rispose Alice, capendo subito che non si riferiva ai bambini. Si sentì una stupida, ma era talmente confusa.

- Signora, dobbiamo comunicarle una brutta notizia. Abbiamo rinvenuto un uomo, un corpo. Mi dispiace, dai documenti risulta essere suo marito.

- Fabio… è morto?

- Sì, signora. Lo ha trovato un ragazzo che consegna pizze, sul ciglio di una strada, una strada di periferia.

- Cosa gli è successo? Un incidente?

- No, mi addolora dirglielo, però siamo sicuri si tratti di un omicidio. Gli hanno sparato.

- Sparato? Chi? Come?

- Chi non lo sappiamo. Come… non vorrei darle i dettagli. Un unico colpo, non ha sofferto, se la può consolare.

Alice cominciò a tremare. I due la guidarono in salotto e la fecero accomodare sull’ampio divano.

- Per questo le ho domandato se fosse sola, sarebbe il caso di chiamare un parente, un amico. I suoi genitori?

- No, no – replicò Alice, in un bisbiglio – i miei abitano lontano, in un’altra città.

- Parenti? O un’amica.

- Sto bene, sto bene – disse la donna, senza nessuna convinzione.

- Avviseremo noi i congiunti di suo marito, se preferisce.

- Mio marito non ha… non aveva più né padre, né madre. Mia suocera è morta da poche settimane.

- Le mie condoglianze, signora. Le faccio portare un bicchiere d’acqua?

- No, no, grazie.

L’agente giovane, che finora aveva fatto solo presenza, si avvicinò al collega e gli sussurrò brevemente all’orecchio.

- Sì, giusto – commentò il più anziano e tornò a rivolgersi ad Alice. - Un’ultima cosa e poi la lasceremo in pace, signora. Sul corpo, a parte i documenti che ci hanno permesso di scoprire l’identità di suo marito, abbiamo trovato un foglietto, in una tasca della giacca. È scritto a mano, in stampatello. L’ho qui con me, posso mostrarglielo? Dovrebbe confermarci sia la scrittura di suo marito.

Alice tese la mano e il poliziotto prese un foglio bianco, ripiegato in quattro e glielo porse.

Lei lo aprì e indugiò, come se avesse scordato come si legge. Poi le lettere le si materializzarono davanti agli occhi, divennero sempre più chiare, come fossero in rilievo. Erano due parole, nerissime sullo sfondo candido: Ho rimediato.

Alice si bloccò. Mille pensieri le arrivarono addosso, come un fiume in piena: lui, lui, era stato lui. Aveva sbagliato e voleva farsi perdonare, ed era stato di parola. L’aveva ucciso lui suo marito, l’aveva freddato per strada e gliel’aveva fatto sapere. L’aveva liberata.

- Signora? Comprendo la sua pena, tuttavia devo avere una risposta – insistette il poliziotto.

Alice sollevò il viso e lo guardò.

- Non è la scrittura di Fabio – disse.

L’agente conservò il foglio.

- Dobbiamo andare, signora.

- Sì, sì.

- Davvero non possiamo avvertire nessuno che venga a tenerle compagnia?

- No, no, grazie. Ho la mia dirimpettaia, se avessi bisogno, posso rivolgermi a lei – non specificò che la donna aveva più di ottant’anni, era sorda, e si reggeva in piedi a malapena.

- Allora torniamo in commissariato. Potrà avere ulteriori ragguagli domani - si congedarono.

Alice non li accompagnò. Rimase seduta a riflettere.

Non c’era più Fabio nella sua vita. Niente più ingiurie e vessazioni. Aspettò lo strazio, il rimpianto, ma non arrivò nulla, nessun sentimento a travolgerla.

Si alzò e si guardò allo specchio. Si accorse che le lacrime luccicavano nei suoi occhi.

Le lasciò scorrere, senza asciugarle.

Dopo tanto, tanto tempo, erano le sue prime lacrime di gioia.

 

.

Il 2017 è stato il primo anno di pubblicazioni Jona Editore. Ce ne sono state sedici.
Ci sono state due antologie, una in essere, l'altra terminata, che hanno portato e portano a due ebook e un libro in brossura.
C'è stato il primo libro d'arte (Strutture) e il primo libro di poesie (Tra il rumore e il silenzio), presto entrambi in brossura.
C'è stato "Il Gioco 1.0", primo esperimento sociale e di scrittura schizofrenica, da cui nasceranno dieci libri. Il Gioco 2.0 è in fase di selezione personaggi ed è diretto dalle due vincitrici della prima edizione: Angela Colapinto e Serena Barsottelli. Il Gioco 2.0 ha un suo spazio in cui potete vedere gli sviluppi, in attesa della partenza con dieci personaggi che selezioneremo.
Con Il Gioco 1.0, invece, abbiamo esordito, anche grazie a Enrico Pistoni, creatore del video, su youtube, aprendo un canale e dando voce ai personaggi.
Nel 2018 sono iniziate le lezioni. Lezioni di punteggiatura, di struttura, di racconto e di scrittura schizofrenica.
Ieri abbiamo aperto una nuova sezione: "arti visive". Tre pittori ci hanno già dato la gioia di poterveli proporre. "Quelli di Officina d'a". Artisti che, insieme a Renzo Semprini Cesari, hanno scritto Strutture.
Questa sezione non avrà solo pittura, ma ci raggiungeranno fotografi, disegnatori, fumettisti, condividendo il nostro modo di pensare all'arte.
Da aprile inizierà un servizio podcast. Potreste ascoltarci come fossimo una radio, ma all'ora che desiderate voi. Parleremo di letteratura, di editoria, di arte, e ci sarà, anche, un programma particolare, di cui vi parleremo presto.
Con la seconda antologia chiuderemo il ciclo "Prospettive", ma Renzo Semprini Cesari, curatore della sezione, è pronto a esporvi una nuova formula.
Le pubblicazioni, nel 2018, saranno circa quaranta. Venti comprenderanno Il Gioco 1.0 e il Gioco 2.0, due libri saranno di fotografia, due di vignette, due i saggi, e poi narrativa italiana e francese. Quasi tutti i libri saranno anche in brossura e tutti saranno distribuiti in libreria, oltre alla solita vendita dal sito.
Settimana prossima inizieremo a presentarvi i nostri Podcast e vi introdurremo altre nostre iniziative.

 

Immagine: Dittico - D.N.A. di Gianni Caselli

UNO

C’è qualcosa che non va. Anzi, non c’è niente che torna. Mi deve essere sfuggito il filo che teneva insieme cuore e cervello e adesso ciao, non riesco più né a riprenderlo, né a districarlo, né tanto meno a buttar via l’intero groviglio. Ho quella dannata sensazione di essermi introdotta in una stanza rotonda con il preciso intento di mettermi a sedere in un angolo. Che idiota, come ho potuto cascarci di nuovo? Mi faccio quasi compassione, qui appallottolata sulla poltrona a guardare un film che sembra raccontare la storia della mia vita. Possibile che ci si riveda tanto spesso nei film? Siamo davvero così banalmente tutti uguali? Forse sì. Eppure Ramiro no, lui non è uguale a nessuno. Anzi, è talmente fuori dal comune - o fuori di testa - che non saprei nemmeno bene come descriverlo. Un malandrino, ecco cos’è, che si sta prendendo tutto lo spazio nelle mie giornate senza lasciare impronte del suo passaggio, come se non esistesse. Bell’affare davvero, brava Tessa, la tua vita è quasi più patetica di questo film strappalacrime.

Meno male che ogni tanto c’è lo stacco pubblicitario a sdrammatizzare: merendine sane, creme miracolose e automobili superveloci da pagare in comode rate; l’occasione perfetta per andarmene in cucina ad arraffare un po’ di biscotti al cioccolato. No, decisamente così non si può andare avanti; ma non si può nemmeno tornare indietro. Dannazione.

Mollalo. Sprechi il tuo tempo. Esci con qualcun altro. Tutti saggi i miei amici: facile giocare al buon consigliere coi miei di problemi. La verità è che una volta che abbiamo attraversato di corsa un prato ricoperto di neve fresca non possiamo ripensarci tornare indietro e sperare di ritrovare il prato immacolato: le impronte di noi tutti restano lì a ricordarci la precisa traiettoria della corsa, fa eccezione solo Ramiro? Non siamo cassette musicali, non si può riavvolgere il nastro e aspettarsi di riascoltare la stessa canzone. Nella vita il tasto rewind non è previsto. C’è una sola opzione obbligata: l’effetto palla di neve, che rotola sempre più giù tirandosi dietro sbagli, dolori, fili ingarbugliati e molto altro. Alla fine della discesa ciò che potremo ascoltare sarà talmente diverso dalla maledetta canzoncina iniziale, che faremo quasi fatica a riconoscerla.

DUE

Alle 21.45 Edo saltò giù dal treno con l’agilità di un’otaria e trotterellò rapidamente verso l’uscita della stazione, il cappuccio della giacca bordato di pelo a coprirgli la faccia facendolo somigliare a un eschimese. Pioveva, faceva freddo e non aveva ancora avuto nemmeno tempo di mangiare qualcosa. Scese le scale della metro e il cellulare iniziò a suonare. Tentò di rispondere senza smettere di camminare e senza posare né l’ombrello, né i tre libri che stringeva sottobraccio. Lo zaino gli s’impigliò nel corrimano e gli fece perdere l’equilibrio, ma riuscì a non cadere.

“Pronto. Sì sono io. Mh. Va bene non si preoccupi, contatto il professore domani in mattinata. No, nei prossimi giorni sarò all’estero, potremmo organizzare un incontro verso metà della settimana prossima. Perfetto. La ringrazio. Ci sentiamo domani per definire il tutto. Buona serata”.

Nel frattempo era riuscito a salire sul metrò senza sbagliare direzione, aveva trovato un posto a sedere, e già si apprestava a fare una nuova telefonata per risolvere quella nuova questione. Si chiese come mai il suo cellulare funzionasse anche lì, nelle viscere della terra, mentre sua sorella ovunque si trovasse non riusciva mai a fare una chiamata senza che cadesse la comunicazione. Da quando si era trasferito a Roma si vedevano di rado e la cosa pesava a entrambi. Lei era petulante e polemica, ma gli parlava di ogni cosa e vedeva in lui un punto fisso nella sua vita traballante. Lui la adorava e avrebbe fatto qualsiasi cosa per supportarla nelle sue volubili e folli iniziative. Il loro rapporto poteva riassumersi con un “mi appoggio a te così intanto ti sorreggo” e la lontananza geografica era chiaramente un ostacolo molesto. Edo, il cellulare all’orecchio, si rosicchiò un’unghia nervosamente mentre pensava che stava perdendo il controllo della situazione: non sapeva nemmeno più con chi stesse uscendo sua sorella. La frenata brusca e il rumoroso aprirsi delle porte della metropolitana scacciarono il moto di gelosia, che già stava affiorando, e ritornato quello di prima uscì spedito dal convoglio, sbadigliando sia per la fame sia per il sonno. E dimenticando l’ombrello sul sedile. Quando riuscì a ricordarsi la strada e imboccò il vialetto che conduceva al portone erano quasi le 23.00. Speriamo bene, pensò mentre suonava il campanello.

TRE

Quando Ramiro spense il computer e guardò l’orologio gli venne un colpo: non aveva cenato, non era andato a giocare a tennis, non aveva chiamato Tessa per il loro rituale aperitivo sul fiume - estate e inverno, tanto il fiume è sempre bello, e guarda come siamo fortunati ad avere questa bella vista gratis - insomma il tempo era volato. Almeno era riuscito a rimettere a posto le foto dell’ultimo viaggio e aveva quasi ultimato la presentazione per la promozione del suo prossimo tour-avventura, doveva solo rivedere il discorso. Si grattò la testa già spettinata peggiorando l’effetto scienziato pazzo e si alzò dalla scrivania.

Potrei mangiare qui in ufficio già che ci sono, devo avere qualcosa nel frigo. No, magari chiamo Simon e passo da lui per qualche dolcetto di quelli che fa sua mamma, buonissimi. Chissà se Tessa è rimasta a casa visto che non l’ho chiamata? Domani ho il volo per andare a discutere il nuovo progetto e non l’ho nemmeno avvertita.

Non si chiedeva spesso cosa facesse quella ragazza, così aperta e chiusa allo stesso tempo, quella strana ragazza capace di non fare domande quando urge una risposta e con il singolare potere di ottenere risposte senza domandare nulla. Non se lo chiedeva perché non ne aveva il diritto, se ne rendeva conto da solo, ma in fondo avrebbe voluto saperlo. Lei sembrava non arrabbiarsi mai, ma soffriva parecchio a causa sua. Forse non era ancora andata a dormire, avrebbe potuto passare per un saluto, le avrebbe di certo fatto piacere. Uscì dall’edificio, sorrise, e si incamminò a piedi per prendere il treno che portava in città.

QUATTRO

Ma chi diavolo suona alla porta, a quest’ora, senza avvertire? Il principe azzurro non credo, anche se dopo quel film ci starebbe bene. Che tanto, Tessa, a te i principi azzurri non piacciono, a cosa ti serve aspettarli  se poi li mandi via? Un cavaliere nero magari, ma già non se ne trovano di cavalieri, figuriamoci neri. Tutti di un grigio topo sbiadito che fanno passare la voglia ancor prima che ti venga.

Brava Tessa, brava, alla larga i principi azzurri, via i cavalieri grigi, non ti resta che lanciarti tra le braccia degli squilibrati, ottima scelta. Ma chi sarà alle undici di sera? Ramiro non si presenta mai all’improvviso, più propriamente non si presenta e basta, bisogna andare a recuperarlo chissà dove se si vuole avere il piacere di vederlo. Magari mi ha fatto una sorpresa, magari gli è successo qualcosa - ma avrebbe telefonato, no, non può essere lui, stasera sarà uscito con un’altra. Forse è solo lo scherzo di qualche ragazzino, lo facevo anch’io da piccola.

Fammi vedere che faccia ho, ecco i soliti capelli da strega, dannazione c’è un motivo se odio le visite a sorpresa, spero solo che non sia di nuovo il vicino con la scusa che ha perso il gatto perché stasera non sono proprio in vena. Ma dove diavolo sono le chiavi? Questo posto si mangia le cose, le fa sparire e poi le risputa quando ormai non servono più. O peggio, quando le ho già rimpiazzate. Ah eccole, giuro che se è il vicino … EDO! E TU COSA CI FAI QUI?

“Ah, meno male che sei a casa, mi si è cancellata un’altra volta la rubrica del cellulare, non ricordo il tuo numero a memoria e non sapevo come avvertirti. Ho fatto scalo all’aeroporto, ma ho perso la coincidenza, cerco di partire con il primo volo di domani perché devo essere in università in mattinata a tutti i costi, poi c’è il benedetto articolo che sto scrivendo con il professore della mia tesi, ti ricordi che te ne ho parlato no? Ho la scadenza tra due giorni e mi mancano ancora tutte le conclusioni. Fa un freddo cane e mi sono pure bagnato i piedi, uffa mi vien già da starnutire, meno male che ci sei, ma dove ho lasciato il mio ombrello?”

CINQUE

A metà strada tra l’ufficio e la stazione Ramiro si ricordò di avere lasciato gli appunti e la documentazione del nuovo progetto a casa del suo collega e amico Lucio. Doveva assolutamente recuperare quel materiale. Ma dove aveva la testa? Certi errori non li commetteva nemmeno da giovane; forse era proprio perché stava invecchiando che succedevano cose del genere, la troppa sicurezza non aiuta. Sorpresa a Tessa rimandata. Girò sui tacchi e si diresse spedito a casa di Lucio, in cima alla collina, circondata da un bosco dove non arrivava neppure la strada asfaltata.

Lassù c’era una vista spettacolare: le luci della città brillavano tremolanti e lontane, con la montagna alle spalle. Spesso si trovavano lì quando avevano scadenze che li costringevano a fare gli straordinari. Lucio era un tipo silenzioso, gentile e intelligente, privo di difetti, ma non affascinante. Anche Tessa lo conosceva e pensava che fosse il fidanzato ideale per qualsiasi ragazza - quindi anche per lei - poi però tornava a casa con Ramiro, che ascoltava poco, parlava tanto, assomigliava a un selvaggio ed era sfuggente.

Arrivato da Lucio, Ramiro ne approfittò per stampare il biglietto elettronico e fare il check-in on line, così da evitare la fila il giorno dopo, e tra una chiacchiera e l’altra tornò a casa a mezzanotte passata. Si dispiacque per non avere visto Tessa, ma non si può sempre fare tutto.

SEI

“Tu rifiuti di vedere le cose dal mio punto di vista, ovvio che non ci capiamo”.

“C’è poco da capire Tessa, a me dispiace solo vedere che stai male e che ti racconti una storia assurda per dimostrare a te stessa che sei contenta”.

“Forse hai ragione, sono patetica. Però penso veramente che dobbiamo imparare a prendere dalle persone quello che possono offrirci senza tentare di ottenere ciò che non sanno, o non vogliono darci!”

Ogni volta la stessa storia, mio fratello è tanto caro ma certe cose non c’è verso di fargliele capire; lui deve sempre pensare male, che nervoso. Per me invece è il contrario, ogni brandello di positività che si possa scovare nella gente va apprezzato per ciò che è, e bisognerebbe anche farselo bastare. Certo, poi spesso va a finire che sì, cogli una nota positiva da uno, una nota positiva dall’altro, e anche un bel concertone di note negative da tutti quanti, ma ne vale comunque la pena, o no? Insomma se uno è bravo in matematica ma è una schiappa in italiano, storia e geografia, probabilmente verrà bocciato e tutti penseranno che è un asino, ma se era bravo in matematica, perché dimenticarsene?

Forse però dovrei essere un po’ meno indulgente, questo devo ammetterlo. Diciamo pure un po’ meno stupida, dai. Se mi fossi lasciata scoraggiare di più da tutte le bassezze di Ramiro probabilmente la mia vita sentimentale sarebbe stata più semplice.

Ho sempre creduto che essendo esigenti e selettivi si rischiasse di rinchiudersi nella propria intransigenza, fermi a guardare il mondo da una finestrella che ci restringe inesorabilmente la visuale, e così mi ostino a giustificare qualsiasi cosa le persone mi facciano, con una tolleranza che nemmeno io so bene da dove venga. Ramiro è solo l’ultimo gradino di una lunga scala che si ricongiunge con se stessa come un otto volante. Con persone come lui si può resistere solo se capaci di apprezzare il viaggio, o una tratta di esso, senza pensare alla meta, e soprattutto senza pensare a cosa fare una volta arrivati.

“Capisci Edo? Lui è così, ma non è cattivo. Cioè, sono sicura che è convinto di volermi bene, ci tiene a me, solo che è impossibile pensare di costruirci qualcosa insieme e allora tutti ne deducono che sia uno stronzo e basta. Non è vero, ha un sacco di qualità positive, mi devi credere, altrimenti non ci uscirei, non sono proprio così cretina. Hai capito cosa intendo dire?”

Lo so che non capisce e non ha nessuna intenzione di sforzarsi. Ramiro a lui non piace anche se non l’ha mai visto, e il fatto che io gli corra dietro come un cocker scodinzolante, leccandogli pure le mani quando si degna di portarmi a fare una passeggiata, lo manda su tutte le furie.

“Sì, sì Tessa, come no. Hai una capacità strabiliante di indorarti la pillola. A me sembra tutto molto più semplice, e cioè che hai tra le mani un maschilista, egoista, infantile e playboy che approfitta del fatto che al mondo esistano ancora delle rimbambite come te, che si raccontano le favole da sole, e mentre lui ti usa, tu gli faciliti pure il compito facendogli credere che per te vada tutto bene”.

SETTE

Il primo aereo della mattina era alle 6.30, presto, prestissimo, soprattutto per uno come Edo che sembrava avere dei ghiri tra i suoi lontani discendenti. Quella mattina riuscì ad alzarsi, vestirsi e farsi trasportare all’aeroporto senza nemmeno svegliarsi del tutto. Lo faceva da quando era piccolo, apriva gli occhi a metà e si trascinava come un automa, neanche fosse in sonnambula. Tessa mal sopportava quel comportamento, ma le sue frecciate non erano mai riuscite a cambiare la situazione. Così alle sei in punto Tessa, sveglissima, scaricò all’aeroporto il fratello addormentato e se ne tornò alla lunga giornata frenetica che l’avrebbe attesa.

L’imbarco iniziò in orario, Edo mostrò la sua carta senza aprire la seconda metà degli occhi, trovò il suo posto accanto al finestrino e in pochi secondi dormiva di nuovo come se non si fosse mai mosso dal letto.

Poco dopo il decollo il suo sonno fu disturbato dalla voce gracchiante del capitano che dava il benvenuto a bordo e pubblicizzava i prodotti in vendita durante il volo. Maledette low cost, sembrava di stare al mercato. Sbadigliò con la bocca spalancata e pensò che sua sorella l’avrebbe sgridato. Per fortuna non era lì. Il suo vicino di posto stava leggendo una rivista scientifica, ma continuava a passare da un articolo all’altro senza concentrarsi su niente in particolare. Magari ha paura di volare, pensò con aria già meno assonnata. Se un minuto prima avrebbe potuto essere scambiato per una specie di panda in letargo, ora l’opportunità di intavolare un qualsiasi discorso con un perfetto sconosciuto l’aveva svegliato.

“Scusi, ha per caso sentito quanto durerà il volo? Ho un appuntamento alle 11.00 e non vorrei arrivare in ritardo, già ho perso l’aereo di ieri sera, meno male che mia sorella mi ha ospitato per stanotte…”

“No non ho sentito, ma di solito questo volo dura circa un’ora e mezza, lo prendo spesso per lavoro. Tu sei in viaggio di lavoro o di piacere?”

No, non sembrava aver paura di volare, ma era comunque amichevole. Edo aveva la tendenza a intrattenere discorsi con chiunque e appena ne aveva l’occasione non esitava a lanciarsi in lunghi monologhi, durante i quali a volte era davvero difficile non perdere il filo. Lo sconosciuto, però, ascoltò la storia dei suoi viaggi per un minuto scarso e poi lo interruppe con una domanda che non aveva alcun nesso con l’argomento: “Tu credi esistano altre forme di vita nell’universo? Stavo leggendo qui le varie ipotesi che negano la presenza di extraterrestri, ma io non sono tanto convinto”.

“Ehm, a essere sincero non ci ho mai pensato”. Balbettò Edo a disagio. Odiava addentrarsi in conversazioni in cui non si sentisse il più ferrato in materia, ma ricorrendo alla sua capacità di cadere sempre in piedi aggiunse: “Non so se gli extraterrestri esistano, ma spero proprio di sì. Magari tra le ragazze marziane potrei incontrare una fidanzata adatta a me, visto che le terrestri sembrano non apprezzarmi abbastanza”.

Non credeva minimamente a quell’idiozia, ma era soddisfatto per aver riportato il discorso su un terreno più neutrale. L’altro lo guardò serio, fissandolo con due occhi così scuri che era impossibile distinguere la pupilla dall’iride. Un’espressione indefinita, a metà tra la curiosità e la rassegnazione, un’espressione estremamente vivace ma in fondo triste. E poi, inaspettatamente, cominciò a parlare.

“Extraterrestri…di solito intendiamo omini verdi che viaggiano su dischi volanti, per forza ci riesce difficile credere alla loro esistenza. Prendi invece una formica, che vive nel tuo giardino e non andrà mai molto più lontano: per lei l’universo è il giardino, i fili d’erba saranno i paesi, le foglie  le città e gli alberi che ne so, forse i grandi raccordi anulari. La formica non si pone certo il problema che vi possa essere un mondo al di là del suo. Per noi umani però il giardino è solo una minuscola parte di tutto ciò che chiamiamo universo. Per la piccola formica noi siamo gli extraterrestri, enormi e venuti da chissà dove. Eppure il nostro mondo è lo stesso della formica, solo che lei non lo sa e ne esplora solo una minima parte. E allora non potrebbero esistere degli altri esseri in giro, diversi da noi, che non potremmo riconoscere come appartenenti al nostro mondo per lo stesso motivo per il quale la formica non può riconoscere noi?

Pensa alle bamboline Matrioske: la bambola più grande ha percezione di tutte le altre, mentre la più piccola ha percezione solo di se stessa. E non parlo unicamente in termini di dimensioni; parlo anche dell’incapacità di riconoscere l’essenza dell’altro, confondendolo con qualcosa che ci fa più comodo vedere. I così detti extraterrestri potrebbero essere il vicino di casa, il collega, il barista, chiunque. Alieno non è necessariamente qualcuno che viene da fuori, può essere benissimo qualcuno che non si trova tanto bene dentro. Come me. Io mi sento extraterrestre, non perché vengo da un altro pianeta, ma perché vivo questo pianeta in un modo diverso. Ho cercato di spiegarlo alle persone, ma tutti invece di capire hanno cominciato a pensare che ero matto; ovvio eh, per la gente è più comodo trovare una spiegazione come la follia piuttosto che mettere in discussione le proprie convinzioni. 

E’ raro che qualcuno resista alla tentazione di provare a farmi tornare “normale”. Si avvicinano in tanti, curiosi. E poi si allontanano poco dopo, frastornati dalle mie strane abitudini e incapaci di conciliare le reciproche differenze. Chissà perché, fanno tutti fatica ad avere un rapporto continuativo con me e poco a poco mi sono convinto che nemmeno io desidero nulla di più. Alieno anche ai rapporti soffocanti dunque, meglio avere più alternative. Se non mi vedo con una persona ne contatto un’altra, difficilmente resto solo. E’ comodo questo metodo, funziona. La fregatura però c’è, il rapporto con gli altri non è mai vero del tutto. Extraterrestre, già me ne stavo dimenticando.

La ragazza marziana che cerchi io credo di averla trovata sai? E’ un po’ aliena anche lei, ha i piedi per terra ma la testa no, quella ce l’ha tra le nuvole. La conosco da parecchio tempo e all’inizio avrei giurato che avrebbe seguito lo stesso percorso di tutti, curiosità-novità-insofferenza-allontanamento. Invece no, ha deciso da sola se poteva o meno sopportare certe cose, spesso si fa delle domande ma trova le sue risposte senza coinvolgermi. Mi ha visto, mi ha seguito un po’ da lontano in modo da poter sempre scappare, e non ha mai cercato di farmi diventare altro. Qualche volta mi sgrida, ma se lo fa è perché ha già deciso di passarci sopra e lo fa con il sorriso. Quando è davvero arrabbiata nemmeno mi vuole vedere, perché sa che non si può cancellare quello che l’ha ferita e sa che io non sono abituato a chiedere scusa. Vedi? Non è una tipica terrestre, anche se lei come me non viene da nessun’altra galassia.

Quando un alieno incontra un altro alieno accadono cose strane. Mi sono accorto che mi stavo perdendo tante cose, della marziana e anche di tutti i terrestri. Forse potrei essere migliore, ma non riesco a lasciare la sicurezza delle vie di mezzo. Viaggiare su un treno è rassicurante, incontri tanta gente che sale e che poi scende e infine sparisce. Io in genere viaggio così, anche se so che salire su un taxi con un solo compagno di viaggio e arrivare esattamente dove si vuole sarebbe molto diverso.  A volte mi sorprendo a comportarmi come una persona comune, ma dura sempre poco. Per fortuna la marziana non mi fa mai vedere la delusione nei suoi occhi, così continuo a fare male un po’ a me e un po’ a lei. E intanto aspetto che si stanchi e sparisca. Per lei sarebbe decisamente meglio se si stancasse, ma io non riuscirei mai a mandarla via prima del tempo.

Mi piacerebbe presentartela, ti troverebbe simpatico. Si chiama Tessa e guardandoti bene addirittura un pochino vi somigliate”.

 

Debora Gatelli – La vita segreta delle parole

UNO

C’è qualcosa che non va. Anzi, non c’è niente che torna. Mi deve essere sfuggito il filo che teneva insieme cuore e cervello e adesso ciao, non riesco più né a riprenderlo, né a districarlo, né tanto meno a buttar via l’intero groviglio. Ho quella dannata sensazione di essermi introdotta in una stanza rotonda con il preciso intento di mettermi a sedere in un angolo. Che idiota, come ho potuto cascarci di nuovo? Mi faccio quasi compassione, qui appallottolata sulla poltrona a guardare un film che sembra raccontare la storia della mia vita. Possibile che ci si riveda tanto spesso nei film? Siamo davvero così banalmente tutti uguali? Forse sì. Eppure Ramiro no, lui non è uguale a nessuno. Anzi, è talmente fuori dal comune - o fuori di testa - che non saprei nemmeno bene come descriverlo. Un malandrino, ecco cos’è, che si sta prendendo tutto lo spazio nelle mie giornate senza lasciare impronte del suo passaggio, come se non esistesse. Bell’affare davvero, brava Tessa, la tua vita è quasi più patetica di questo film strappalacrime.

Meno male che ogni tanto c’è lo stacco pubblicitario a sdrammatizzare: merendine sane, creme miracolose e automobili superveloci da pagare in comode rate; l’occasione perfetta per andarmene in cucina ad arraffare un po’ di biscotti al cioccolato. No, decisamente così non si può andare avanti; ma non si può nemmeno tornare indietro. Dannazione.

Mollalo. Sprechi il tuo tempo. Esci con qualcun altro. Tutti saggi i miei amici: facile giocare al buon consigliere coi miei di problemi. La verità è che una volta che abbiamo attraversato di corsa un prato ricoperto di neve fresca non possiamo ripensarci tornare indietro e sperare di ritrovare il prato immacolato: le impronte di noi tutti restano lì a ricordarci la precisa traiettoria della corsa, fa eccezione solo Ramiro? Non siamo cassette musicali, non si può riavvolgere il nastro e aspettarsi di riascoltare la stessa canzone. Nella vita il tasto rewind non è previsto. C’è una sola opzione obbligata: l’effetto palla di neve, che rotola sempre più giù tirandosi dietro sbagli, dolori, fili ingarbugliati e molto altro. Alla fine della discesa ciò che potremo ascoltare sarà talmente diverso dalla maledetta canzoncina iniziale, che faremo quasi fatica a riconoscerla.

DUE

Alle 21.45 Edo saltò giù dal treno con l’agilità di un’otaria e trotterellò rapidamente verso l’uscita della stazione, il cappuccio della giacca bordato di pelo a coprirgli la faccia facendolo somigliare a un eschimese. Pioveva, faceva freddo e non aveva ancora avuto nemmeno tempo di mangiare qualcosa. Scese le scale della metro e il cellulare iniziò a suonare. Tentò di rispondere senza smettere di camminare e senza posare né l’ombrello, né i tre libri che stringeva sottobraccio. Lo zaino gli s’impigliò nel corrimano e gli fece perdere l’equilibrio, ma riuscì a non cadere.

“Pronto. Sì sono io. Mh. Va bene non si preoccupi, contatto il professore domani in mattinata. No, nei prossimi giorni sarò all’estero, potremmo organizzare un incontro verso metà della settimana prossima. Perfetto. La ringrazio. Ci sentiamo domani per definire il tutto. Buona serata”.

Nel frattempo era riuscito a salire sul metrò senza sbagliare direzione, aveva trovato un posto a sedere, e già si apprestava a fare una nuova telefonata per risolvere quella nuova questione. Si chiese come mai il suo cellulare funzionasse anche lì, nelle viscere della terra, mentre sua sorella ovunque si trovasse non riusciva mai a fare una chiamata senza che cadesse la comunicazione. Da quando si era trasferito a Roma si vedevano di rado e la cosa pesava a entrambi. Lei era petulante e polemica, ma gli parlava di ogni cosa e vedeva in lui un punto fisso nella sua vita traballante. Lui la adorava e avrebbe fatto qualsiasi cosa per supportarla nelle sue volubili e folli iniziative. Il loro rapporto poteva riassumersi con un “mi appoggio a te così intanto ti sorreggo” e la lontananza geografica era chiaramente un ostacolo molesto. Edo, il cellulare all’orecchio, si rosicchiò un’unghia nervosamente mentre pensava che stava perdendo il controllo della situazione: non sapeva nemmeno più con chi stesse uscendo sua sorella. La frenata brusca e il rumoroso aprirsi delle porte della metropolitana scacciarono il moto di gelosia, che già stava affiorando, e ritornato quello di prima uscì spedito dal convoglio, sbadigliando sia per la fame sia per il sonno. E dimenticando l’ombrello sul sedile. Quando riuscì a ricordarsi la strada e imboccò il vialetto che conduceva al portone erano quasi le 23.00. Speriamo bene, pensò mentre suonava il campanello.

TRE

Quando Ramiro spense il computer e guardò l’orologio gli venne un colpo: non aveva cenato, non era andato a giocare a tennis, non aveva chiamato Tessa per il loro rituale aperitivo sul fiume - estate e inverno, tanto il fiume è sempre bello, e guarda come siamo fortunati ad avere questa bella vista gratis - insomma il tempo era volato. Almeno era riuscito a rimettere a posto le foto dell’ultimo viaggio e aveva quasi ultimato la presentazione per la promozione del suo prossimo tour-avventura, doveva solo rivedere il discorso. Si grattò la testa già spettinata peggiorando l’effetto scienziato pazzo e si alzò dalla scrivania.

Potrei mangiare qui in ufficio già che ci sono, devo avere qualcosa nel frigo. No, magari chiamo Simon e passo da lui per qualche dolcetto di quelli che fa sua mamma, buonissimi. Chissà se Tessa è rimasta a casa visto che non l’ho chiamata? Domani ho il volo per andare a discutere il nuovo progetto e non l’ho nemmeno avvertita.

Non si chiedeva spesso cosa facesse quella ragazza, così aperta e chiusa allo stesso tempo, quella strana ragazza capace di non fare domande quando urge una risposta e con il singolare potere di ottenere risposte senza domandare nulla. Non se lo chiedeva perché non ne aveva il diritto, se ne rendeva conto da solo, ma in fondo avrebbe voluto saperlo. Lei sembrava non arrabbiarsi mai, ma soffriva parecchio a causa sua. Forse non era ancora andata a dormire, avrebbe potuto passare per un saluto, le avrebbe di certo fatto piacere. Uscì dall’edificio, sorrise, e si incamminò a piedi per prendere il treno che portava in città.

QUATTRO

Ma chi diavolo suona alla porta, a quest’ora, senza avvertire? Il principe azzurro non credo, anche se dopo quel film ci starebbe bene. Che tanto, Tessa, a te i principi azzurri non piacciono, a cosa ti serve aspettarli  se poi li mandi via? Un cavaliere nero magari, ma già non se ne trovano di cavalieri, figuriamoci neri. Tutti di un grigio topo sbiadito che fanno passare la voglia ancor prima che ti venga.

Brava Tessa, brava, alla larga i principi azzurri, via i cavalieri grigi, non ti resta che lanciarti tra le braccia degli squilibrati, ottima scelta. Ma chi sarà alle undici di sera? Ramiro non si presenta mai all’improvviso, più propriamente non si presenta e basta, bisogna andare a recuperarlo chissà dove se si vuole avere il piacere di vederlo. Magari mi ha fatto una sorpresa, magari gli è successo qualcosa - ma avrebbe telefonato, no, non può essere lui, stasera sarà uscito con un’altra. Forse è solo lo scherzo di qualche ragazzino, lo facevo anch’io da piccola.

Fammi vedere che faccia ho, ecco i soliti capelli da strega, dannazione c’è un motivo se odio le visite a sorpresa, spero solo che non sia di nuovo il vicino con la scusa che ha perso il gatto perché stasera non sono proprio in vena. Ma dove diavolo sono le chiavi? Questo posto si mangia le cose, le fa sparire e poi le risputa quando ormai non servono più. O peggio, quando le ho già rimpiazzate. Ah eccole, giuro che se è il vicino … EDO! E TU COSA CI FAI QUI?

“Ah, meno male che sei a casa, mi si è cancellata un’altra volta la rubrica del cellulare, non ricordo il tuo numero a memoria e non sapevo come avvertirti. Ho fatto scalo all’aeroporto, ma ho perso la coincidenza, cerco di partire con il primo volo di domani perché devo essere in università in mattinata a tutti i costi, poi c’è il benedetto articolo che sto scrivendo con il professore della mia tesi, ti ricordi che te ne ho parlato no? Ho la scadenza tra due giorni e mi mancano ancora tutte le conclusioni. Fa un freddo cane e mi sono pure bagnato i piedi, uffa mi vien già da starnutire, meno male che ci sei, ma dove ho lasciato il mio ombrello?”

CINQUE

A metà strada tra l’ufficio e la stazione Ramiro si ricordò di avere lasciato gli appunti e la documentazione del nuovo progetto a casa del suo collega e amico Lucio. Doveva assolutamente recuperare quel materiale. Ma dove aveva la testa? Certi errori non li commetteva nemmeno da giovane; forse era proprio perché stava invecchiando che succedevano cose del genere, la troppa sicurezza non aiuta. Sorpresa a Tessa rimandata. Girò sui tacchi e si diresse spedito a casa di Lucio, in cima alla collina, circondata da un bosco dove non arrivava neppure la strada asfaltata.

Lassù c’era una vista spettacolare: le luci della città brillavano tremolanti e lontane, con la montagna alle spalle. Spesso si trovavano lì quando avevano scadenze che li costringevano a fare gli straordinari. Lucio era un tipo silenzioso, gentile e intelligente, privo di difetti, ma non affascinante. Anche Tessa lo conosceva e pensava che fosse il fidanzato ideale per qualsiasi ragazza - quindi anche per lei - poi però tornava a casa con Ramiro, che ascoltava poco, parlava tanto, assomigliava a un selvaggio ed era sfuggente.

Arrivato da Lucio, Ramiro ne approfittò per stampare il biglietto elettronico e fare il check-in on line, così da evitare la fila il giorno dopo, e tra una chiacchiera e l’altra tornò a casa a mezzanotte passata. Si dispiacque per non avere visto Tessa, ma non si può sempre fare tutto.

SEI

“Tu rifiuti di vedere le cose dal mio punto di vista, ovvio che non ci capiamo”.

“C’è poco da capire Tessa, a me dispiace solo vedere che stai male e che ti racconti una storia assurda per dimostrare a te stessa che sei contenta”.

“Forse hai ragione, sono patetica. Però penso veramente che dobbiamo imparare a prendere dalle persone quello che possono offrirci senza tentare di ottenere ciò che non sanno, o non vogliono darci!”

Ogni volta la stessa storia, mio fratello è tanto caro ma certe cose non c’è verso di fargliele capire; lui deve sempre pensare male, che nervoso. Per me invece è il contrario, ogni brandello di positività che si possa scovare nella gente va apprezzato per ciò che è, e bisognerebbe anche farselo bastare. Certo, poi spesso va a finire che sì, cogli una nota positiva da uno, una nota positiva dall’altro, e anche un bel concertone di note negative da tutti quanti, ma ne vale comunque la pena, o no? Insomma se uno è bravo in matematica ma è una schiappa in italiano, storia e geografia, probabilmente verrà bocciato e tutti penseranno che è un asino, ma se era bravo in matematica, perché dimenticarsene?

Forse però dovrei essere un po’ meno indulgente, questo devo ammetterlo. Diciamo pure un po’ meno stupida, dai. Se mi fossi lasciata scoraggiare di più da tutte le bassezze di Ramiro probabilmente la mia vita sentimentale sarebbe stata più semplice.

Ho sempre creduto che essendo esigenti e selettivi si rischiasse di rinchiudersi nella propria intransigenza, fermi a guardare il mondo da una finestrella che ci restringe inesorabilmente la visuale, e così mi ostino a giustificare qualsiasi cosa le persone mi facciano, con una tolleranza che nemmeno io so bene da dove venga. Ramiro è solo l’ultimo gradino di una lunga scala che si ricongiunge con se stessa come un otto volante. Con persone come lui si può resistere solo se capaci di apprezzare il viaggio, o una tratta di esso, senza pensare alla meta, e soprattutto senza pensare a cosa fare una volta arrivati.

“Capisci Edo? Lui è così, ma non è cattivo. Cioè, sono sicura che è convinto di volermi bene, ci tiene a me, solo che è impossibile pensare di costruirci qualcosa insieme e allora tutti ne deducono che sia uno stronzo e basta. Non è vero, ha un sacco di qualità positive, mi devi credere, altrimenti non ci uscirei, non sono proprio così cretina. Hai capito cosa intendo dire?”

Lo so che non capisce e non ha nessuna intenzione di sforzarsi. Ramiro a lui non piace anche se non l’ha mai visto, e il fatto che io gli corra dietro come un cocker scodinzolante, leccandogli pure le mani quando si degna di portarmi a fare una passeggiata, lo manda su tutte le furie.

“Sì, sì Tessa, come no. Hai una capacità strabiliante di indorarti la pillola. A me sembra tutto molto più semplice, e cioè che hai tra le mani un maschilista, egoista, infantile e playboy che approfitta del fatto che al mondo esistano ancora delle rimbambite come te, che si raccontano le favole da sole, e mentre lui ti usa, tu gli faciliti pure il compito facendogli credere che per te vada tutto bene”.

SETTE

Il primo aereo della mattina era alle 6.30, presto, prestissimo, soprattutto per uno come Edo che sembrava avere dei ghiri tra i suoi lontani discendenti. Quella mattina riuscì ad alzarsi, vestirsi e farsi trasportare all’aeroporto senza nemmeno svegliarsi del tutto. Lo faceva da quando era piccolo, apriva gli occhi a metà e si trascinava come un automa, neanche fosse in sonnambula. Tessa mal sopportava quel comportamento, ma le sue frecciate non erano mai riuscite a cambiare la situazione. Così alle sei in punto Tessa, sveglissima, scaricò all’aeroporto il fratello addormentato e se ne tornò alla lunga giornata frenetica che l’avrebbe attesa.

L’imbarco iniziò in orario, Edo mostrò la sua carta senza aprire la seconda metà degli occhi, trovò il suo posto accanto al finestrino e in pochi secondi dormiva di nuovo come se non si fosse mai mosso dal letto.

Poco dopo il decollo il suo sonno fu disturbato dalla voce gracchiante del capitano che dava il benvenuto a bordo e pubblicizzava i prodotti in vendita durante il volo. Maledette low cost, sembrava di stare al mercato. Sbadigliò con la bocca spalancata e pensò che sua sorella l’avrebbe sgridato. Per fortuna non era lì. Il suo vicino di posto stava leggendo una rivista scientifica, ma continuava a passare da un articolo all’altro senza concentrarsi su niente in particolare. Magari ha paura di volare, pensò con aria già meno assonnata. Se un minuto prima avrebbe potuto essere scambiato per una specie di panda in letargo, ora l’opportunità di intavolare un qualsiasi discorso con un perfetto sconosciuto l’aveva svegliato.

“Scusi, ha per caso sentito quanto durerà il volo? Ho un appuntamento alle 11.00 e non vorrei arrivare in ritardo, già ho perso l’aereo di ieri sera, meno male che mia sorella mi ha ospitato per stanotte…”

“No non ho sentito, ma di solito questo volo dura circa un’ora e mezza, lo prendo spesso per lavoro. Tu sei in viaggio di lavoro o di piacere?”

No, non sembrava aver paura di volare, ma era comunque amichevole. Edo aveva la tendenza a intrattenere discorsi con chiunque e appena ne aveva l’occasione non esitava a lanciarsi in lunghi monologhi, durante i quali a volte era davvero difficile non perdere il filo. Lo sconosciuto, però, ascoltò la storia dei suoi viaggi per un minuto scarso e poi lo interruppe con una domanda che non aveva alcun nesso con l’argomento: “Tu credi esistano altre forme di vita nell’universo? Stavo leggendo qui le varie ipotesi che negano la presenza di extraterrestri, ma io non sono tanto convinto”.

“Ehm, a essere sincero non ci ho mai pensato”. Balbettò Edo a disagio. Odiava addentrarsi in conversazioni in cui non si sentisse il più ferrato in materia, ma ricorrendo alla sua capacità di cadere sempre in piedi aggiunse: “Non so se gli extraterrestri esistano, ma spero proprio di sì. Magari tra le ragazze marziane potrei incontrare una fidanzata adatta a me, visto che le terrestri sembrano non apprezzarmi abbastanza”.

Non credeva minimamente a quell’idiozia, ma era soddisfatto per aver riportato il discorso su un terreno più neutrale. L’altro lo guardò serio, fissandolo con due occhi così scuri che era impossibile distinguere la pupilla dall’iride. Un’espressione indefinita, a metà tra la curiosità e la rassegnazione, un’espressione estremamente vivace ma in fondo triste. E poi, inaspettatamente, cominciò a parlare.

“Extraterrestri…di solito intendiamo omini verdi che viaggiano su dischi volanti, per forza ci riesce difficile credere alla loro esistenza. Prendi invece una formica, che vive nel tuo giardino e non andrà mai molto più lontano: per lei l’universo è il giardino, i fili d’erba saranno i paesi, le foglie  le città e gli alberi che ne so, forse i grandi raccordi anulari. La formica non si pone certo il problema che vi possa essere un mondo al di là del suo. Per noi umani però il giardino è solo una minuscola parte di tutto ciò che chiamiamo universo. Per la piccola formica noi siamo gli extraterrestri, enormi e venuti da chissà dove. Eppure il nostro mondo è lo stesso della formica, solo che lei non lo sa e ne esplora solo una minima parte. E allora non potrebbero esistere degli altri esseri in giro, diversi da noi, che non potremmo riconoscere come appartenenti al nostro mondo per lo stesso motivo per il quale la formica non può riconoscere noi?

Pensa alle bamboline Matrioske: la bambola più grande ha percezione di tutte le altre, mentre la più piccola ha percezione solo di se stessa. E non parlo unicamente in termini di dimensioni; parlo anche dell’incapacità di riconoscere l’essenza dell’altro, confondendolo con qualcosa che ci fa più comodo vedere. I così detti extraterrestri potrebbero essere il vicino di casa, il collega, il barista, chiunque. Alieno non è necessariamente qualcuno che viene da fuori, può essere benissimo qualcuno che non si trova tanto bene dentro. Come me. Io mi sento extraterrestre, non perché vengo da un altro pianeta, ma perché vivo questo pianeta in un modo diverso. Ho cercato di spiegarlo alle persone, ma tutti invece di capire hanno cominciato a pensare che ero matto; ovvio eh, per la gente è più comodo trovare una spiegazione come la follia piuttosto che mettere in discussione le proprie convinzioni. 

E’ raro che qualcuno resista alla tentazione di provare a farmi tornare “normale”. Si avvicinano in tanti, curiosi. E poi si allontanano poco dopo, frastornati dalle mie strane abitudini e incapaci di conciliare le reciproche differenze. Chissà perché, fanno tutti fatica ad avere un rapporto continuativo con me e poco a poco mi sono convinto che nemmeno io desidero nulla di più. Alieno anche ai rapporti soffocanti dunque, meglio avere più alternative. Se non mi vedo con una persona ne contatto un’altra, difficilmente resto solo. E’ comodo questo metodo, funziona. La fregatura però c’è, il rapporto con gli altri non è mai vero del tutto. Extraterrestre, già me ne stavo dimenticando.

La ragazza marziana che cerchi io credo di averla trovata sai? E’ un po’ aliena anche lei, ha i piedi per terra ma la testa no, quella ce l’ha tra le nuvole. La conosco da parecchio tempo e all’inizio avrei giurato che avrebbe seguito lo stesso percorso di tutti, curiosità-novità-insofferenza-allontanamento. Invece no, ha deciso da sola se poteva o meno sopportare certe cose, spesso si fa delle domande ma trova le sue risposte senza coinvolgermi. Mi ha visto, mi ha seguito un po’ da lontano in modo da poter sempre scappare, e non ha mai cercato di farmi diventare altro. Qualche volta mi sgrida, ma se lo fa è perché ha già deciso di passarci sopra e lo fa con il sorriso. Quando è davvero arrabbiata nemmeno mi vuole vedere, perché sa che non si può cancellare quello che l’ha ferita e sa che io non sono abituato a chiedere scusa. Vedi? Non è una tipica terrestre, anche se lei come me non viene da nessun’altra galassia.

Quando un alieno incontra un altro alieno accadono cose strane. Mi sono accorto che mi stavo perdendo tante cose, della marziana e anche di tutti i terrestri. Forse potrei essere migliore, ma non riesco a lasciare la sicurezza delle vie di mezzo. Viaggiare su un treno è rassicurante, incontri tanta gente che sale e che poi scende e infine sparisce. Io in genere viaggio così, anche se so che salire su un taxi con un solo compagno di viaggio e arrivare esattamente dove si vuole sarebbe molto diverso.  A volte mi sorprendo a comportarmi come una persona comune, ma dura sempre poco. Per fortuna la marziana non mi fa mai vedere la delusione nei suoi occhi, così continuo a fare male un po’ a me e un po’ a lei. E intanto aspetto che si stanchi e sparisca. Per lei sarebbe decisamente meglio se si stancasse, ma io non riuscirei mai a mandarla via prima del tempo.

Mi piacerebbe presentartela, ti troverebbe simpatico. Si chiama Tessa e guardandoti bene addirittura un pochino vi somigliate”.

 

Vivo in una piccola città protetta da un’enorme teca trasparente. Faccio una vita riservata e solitaria ed esco solo per andare a scuola. Frequento il dodicesimo corso di base, come tutti quelli della mia età. I miei diciotto anni sono un peso enorme e vivo schiacciata tra la voglia di andare via e la paura dell'ignoto. Non so nulla sul mondo che mi circonda, non sono mai uscita dalla teca: è proibito. So che ne esistono altre, ma per andarci occorre un visto particolare rilasciato dal Governatore. Poche persone l’hanno ottenuto, dicono, e io ne conosco nemmeno una.

I racconti della vita prima delle teche si sono persi negli anni e restano solo aneddoti, che sembrano più fiabe che realtà. Nessuna traccia storica, niente di scritto, nessuno ricorda più cosa sia successo, si sa solo che al di fuori delle teche l’aria è malsana e velenosa.

La mia fantasia viaggia parecchio, quella sì: nelle ore di solitudine, e a volte anche durante le ore di scuola, immagino il mondo meraviglioso che si potrebbe trovare al di fuori di Liggen, la nostra teca. Lo sto facendo anche ora, ma la sirena della fine lezioni mi desta dai miei pensieri. Il foglio degli appunti si è fermato alle prime righe... Non abbiamo che questi su cui studiare, i professori ci dettano decine di pagine ogni giorno e noi le dobbiamo imparare praticamente a memoria; dopo le verifiche ci ritirano i fogli e li macerano per riciclare la carta e farne di nuovi. A causa della mia smania di evadere, oggi non ho trascritto la lezione: ora sì, che sono nei guai! Lancio uno sguardo a Lydia, la mia vicina di banco, che mi fa un cenno di assenso. Nemmeno dopo le lezioni abbiamo il permesso di parlare tra noi: una navetta ci porta alle nostre case e durante il viaggio è imposto il silenzio assoluto.

Saluto distrattamente mia madre, mangio un panino in fretta e poi la aiuto a fare le faccende domestiche, come tutti i giorni. Questa vita noiosa non mi basta, ci deve essere dell'altro: da fare, da vedere e da vivere.

Mia madre mi sta richiamando, e dalla faccia severa credo lo stia facendo da molto.

- Emma! Ci sei?

- Scusa, ero distratta.

- Ho visto, spicciati con quelle verdure.

- Sì, faccio presto. Scusami.

Ricomincio a lavare le verdure per la cena, ma la mia mente riprende presto a vagare per gli affari suoi.

Dopo cena si va subito a letto.

Fuori dalla finestra un rumore richiama la mia attenzione. Mi affaccio e vedo Lydia che si ripara sotto il ciliegio del mio giardino. Apro le imposte e le faccio cenno di avvicinarsi. Si arrampica con destrezza sul pergolato, che arriva fino al piano della mia camera. La aiuto a entrare.

- Ma sei pazza? Sei in giro durante il coprifuoco?

- Lo faccio spesso, non preoccuparti. Ti ho copiato gli appunti di oggi, tieni.

Mi lascia in mano i fogli e si accinge a uscire dalla finestra da cui è entrata.

- Grazie, mi hai salvato la vita. Corri a casa adesso, non avresti dovuto rischiare!

- Volevo darti il tempo di studiare, ma sarei uscita lo stesso, la sera mi piace andare a correre.

- Come fai con le ronde?

- Conosco a memoria gli orari e i percorsi, non cambiano mai: potrei girare tutta la notte senza che mi vedano. Vuoi venire con me?

Senza pensarci un secondo, col sangue che mi pulsa nelle tempie, sono già sul davanzale e la sto seguendo mentre scende dal pergolato. Se mi vedesse mia madre le prenderebbe un colpo.

Sorrido, mi sento leggera come non mai e mi affido completamente a Lydia standole dietro, passo dopo passo. Dopo aver attraversato una zona boschiva siamo senza fiato e ci fermiamo in una radura. Non mi ero mai allontanata così tanto da casa e non mi ero mai sentita così eccitata. Il silenzio è praticamente assoluto, rotto solo dal nostro respiro affannoso, e anche il buio è quasi totale. Aspiro l’aria come se respirassi per la prima volta e il profumo che sento, un misto di erba e resina, mi dà un senso di libertà mai avvertito prima.

All'improvviso sentiamo un rumore provenire dalla boscaglia. Per un attimo restiamo paralizzate. Una figura si sta avvicinando, ci hanno scoperte, mia madre mi ammazzerà!

- Salve! Per quale ragione girovagate solinghe a quest’ora tarda?

Soffochiamo una risata per il suo modo strano di parlare.

- Facciamo jogging - risponde altezzosa Lydia - e tu che ci fai qui? Non hai paura delle ronde?

- Le ronde, vi prendete gioco di me? Avete il coprifuoco?

- Avete? Abbiamo semmai!

- Noi non l’abbiamo, io non sono di Liggen, vengo da Waarheid, una teca vicino alla vostra. Non sapevo lo aveste, vengo qui spesso e non ho mai incontrato nessuno, prima di questa sera.

- E vi lasciano andare nelle altre teche? Chiedo, estasiata all’idea di potermele girare tutte.

- In realtà no, i tunnel sono chiusi a chiave, ma si dà il caso io ne abbia una copia…

- Non sono mai uscita da Liggen. Esclamo senza pensarci.

Lui mi sorride. Ha un aspetto gradevole, deve avere pochi anni più di noi. È un tipo strano, non solo nel modo di parlare, ma anche per come è vestito: indossa un completo grigio con tanto di fazzoletto al taschino, calza delle lucidissime scarpe nere e porta una borsa a tracolla. Mai visto nulla del genere.

Mi devo essere incantata di nuovo, distolgo lo sguardo, ma temo si sia accorto che lo stavo fissando perché sembra a disagio e borbotta:

- Scusate la mia goffaggine, non mi sono introdotto a voi come si conviene. Piacere di fare la vostra conoscenza. Mi chiamo Reed. Dice allungandoci la mano.

Io mi avvicino cautamente e gliela stringo, sussurrando a fil di voce.

- Io sono Emma e lei è la mia amica Lydia. Ora però è meglio che andiamo a casa o passeremo dei guai.

- È stato un piacere inaspettato incontrarvi e spero facciate jogging di nuovo da queste parti, io vengo spesso qui. Aspettate, vorrei lasciarvi un presente.

Rovista nella borsa e tira fuori uno strano oggetto, me lo deposita in mano e mi sussurra: - Leggetelo, parla di una donna che porta il vostro nome... spero vi piacerà.

È pesante, l’esterno è liscio e fresco.

- Che cos'è?

- Un libro, come quelli di scuola, ma più bello da leggere.

- Noi non usiamo questi cosi... Rigiro tra le mani il plico e a un certo punto si scompone. - Oh, cielo! L'ho rotto!

La sua risata mi indispettisce. Mi mostra come farlo tornare della forma originale e me lo riconsegna. Non so perché, ma mi dà gioia stringere questo oggetto tra le mani. Sulla superficie ci sono scritte parole con lettere strane, ma leggibili: “Madame Bovary”. Me lo avvicino istintivamente al viso e aspiro il profumo: mai sentito nulla di così buono.

- Grazie mille, lo leggerò e ve lo riporterò appeno lo avrò finito. Addio.

- Spero sia piuttosto un arrivederci a presto. Naturalmente lo potete leggere anche voi, Lydia.

- Dubito. Adesso dobbiamo andare, Emma: alle due, le guardie fanno il secondo giro.

- A presto allora. Gli dico mentre ci inoltriamo nella boscaglia.

Torniamo a casa senza parlare, arrivate sotto casa mia, Lydia dice bisbigliando: - Non torneremo mai più laggiù, potrebbe essere un malintenzionato.

- A me sembrava una brava persona.

- Non possiamo rischiare. E così dicendo mi fa un cenno di saluto con la mano e si dirige verso casa sua.

L’arrampicata fino alla mia finestra è più difficoltosa del previsto, ma riesco a raggiungere indenne il piano superiore. Mi infilo a letto e decido di cominciare subito a leggere questo... come lo aveva chiamato? Ah, sì, libro.

L’alba arriva troppo in fretta. All'inizio la lettura era stata difficoltosa: i caratteri non erano tutti uguali a quelli che conoscevo, col passare dei minuti, però, quelle parole scritte così ordinatamente, messe nelle righe tutte così regolari e con i margini perfettamente allineati, hanno cominciato a diventarmi più familiari e leggerle non mi procurava più difficoltà, anzi non riuscivo più a smettere di farlo e non ho potuto decidermi a riporlo. Quando mia madre mi chiama per la scuola, nascondo accuratamente il mio tesoro sotto il materasso, non voglio rischiare che qualcuno lo trovi.

Appena finite le lezioni torno a casa di corsa e con la scusa di avere mal di testa mi rinchiudo in camera per proseguire con la lettura. Sono oltre ai tre quarti delle pagine quando mia madre mi chiama per la cena. Le dico che non mi sento abbastanza bene per mangiare e che preferisco stare a letto. Non fa domande e non insiste, per fortuna. Dopo un paio d'ore arrivo all’ultima pagina e provo una sensazione di euforia mista a un senso di vuoto... cosa farò adesso che l'ho finito? Come farò a sentirmi di nuovo così? La risposta è semplice: tornerò a cercare quel ragazzo. Sono le undici, e come la sera prima sgattaiolo fuori dalla finestra e mi dirigo alla radura oltre il bosco. Mi metto nello stesso punto in cui l'avevamo incontrato, e aspetto. Quando sto per rinunciare all'impresa, eccolo. Si avvicina sorridendo.

- Non ditemi che la lettura non vi piace.

- Al contrario, mi è piaciuta molto! Gli dico restituendogli il libro.

- L’avete già terminato? Diventeremo grandi amici allora. Possiamo essere meno cerimoniosi?

Lo guardo stranita, non capisco tutto quello che dice, lui mi sorride e aggiunge.

- Potremmo darci del tu, se per te va bene.

- Oh! Sì, per me va benone.

Reed ripone il libro nella borsa con espressione compiaciuta, e vi armeggia dentro.

- Allora, eccone un altro. E mi porge un nuovo volume.

Lo prendo con timore, come se avessi paura di sciuparlo, quasi con devozione.

- Posso farti una domanda, Reed?

- Prego, la curiosità è sintomo di intelligenza.

- Davvero? Mia madre dice che è un difetto. Comunque, mi chiedevo: come mai tu passi qui le tue serate e non nella tua teca?

- Mi piace molto stare qui. Ho scoperto questo posto per caso dopo aver letto un articolo su un vecchio giornale di prima del conflitto.

- Quale conflitto?

- Per tutti i numi! Non ti hanno fatto studiare la terza guerra mondiale?

- Non ne ho mai sentito parlare.

- Ma non fate storia a scuola? Cosa vi insegnano? C’è stato un tempo in cui le teche non c’erano, più di cinquecento anni fa. Poi un capo di stato ha deciso di conquistare il mondo e ha usato delle armi che hanno irreparabilmente danneggiato il nostro pianeta. L’aria era malsana e piena di radiazioni pericolose. I pochi sopravvissuti hanno vissuto sottoterra per decenni e poi hanno costruito le teche che ora ci proteggono. Per questo non possiamo vivere all’esterno, l’ambiente è ancora contaminato.

Ascoltarlo mi dà pace e gioia, e più ascolto le sue parole, più ne voglio sentire: nessuno mai mi aveva raccontato cose così interessanti.

- Avremo modo di parlarne… Per rispondere alla tua domanda, ho letto su questo vecchio giornale che le stelle nel cielo sono molto più luminose se c’è buio totale e da noi, purtroppo, c’è sempre troppa luce anche di notte e si vede a malapena la luna quando è piena. Invece qui c’è il buio quasi assoluto e si vedono tutte le miriadi di stelle.

Guardo in alto e in effetti lo spettacolo è incredibile, possibile che non ci abbia mai fatto caso? Avevo sopra di me questo spettacolo e non me ne sono mai curata? Resto a bocca aperta e giro su me stessa cercando un punto in cui non ci sia uno di quei puntini luminosi e tremolanti, ma niente: tutto il cielo ne è pieno. Riabbasso il capo giusto in tempo per vedere il viso di Reed, raggiante, intento a guardare la mia faccia strabiliata. Si ricompone subito e inizia a indicarmi i vari punti in cui ci sono le costellazioni, che sono gruppi di stelle, e per ciascuna mi racconta la leggenda a cui è legata: un viaggio incredibile che mi toglie il fiato.

Il tempo vola, e arriva il momento di rientrare a casa. A malincuore ci salutiamo e ci diamo appuntamento all’indomani sera.

Le serate si erano susseguite numerose, ritrovarmi a parlare con lui era diventato un rituale a cui non avrei mai potuto più rinunciare. Nessuno sapeva usare le parole come lui e di sentire quello che aveva da dirmi non mi sarei mai stancata.

Ogni sera, dopo cena, mi trovo nella mia camera a pensare a lui e a leggere l’ultimo libro che mi ha dato; oppure, sempre più di frequente, a sistemarmi i capelli e a scegliere qualcosa da mettermi per andare da lui. E poi giù dalla finestra e di corsa attraverso il bosco, fino alla nostra radura, col cuore che trepida dal desiderio di stare con lui e di ascoltare le sue storie. Ogni volta mi porta dei nuovi libri, ormai sono come una droga.

Questa sera, per la prima volta, non mi ha portato un libro. Mi sento strana e delusa.

- Come mai? Non dirmi che ho già letto tutti i libri che hai!

- No, Emma, non li hai letti tutti, ce ne sono ancora molti. Proprio per questo non intendo più portatene. Devi cominciare a scegliere tu quali leggere.

- Ma mi sono piaciuti tutti. Hai buon gusto. Come posso scegliere dei libri? Non ce ne sono a Liggen.

- Per questo ho un regalo per te.

- Un regalo? Per me? Mi hai già regalato tante serate meravigliose in compagnia tua e dei tuoi libri… sono in debito.

- La gioia che vedo nei tuoi occhi quando stringi tra le mani un libro nuovo è una ricompensa più che sufficiente. Ma non sei curiosa di sapere cosa ti voglio regalare?

- Certo che sì.

Mi trovo a saltellare come una bambina e lui sorride, si sta godendo il momento e si capisce dal suo sguardo che non vede l’ora di darmi il regalo. Io sono impaziente, non sono molto abituata a riceverne, in effetti, e la curiosità mi divora. Reed estrae dal panciotto una chiave e me la porge. La prendo in mano e la soppeso con titubanza, non capisco a cosa mi possa servire.

- Oltre quelle colline troverai una porta d’acciaio: apri la serratura con questa chiave e mi troverai là tutte le volte che vorrai. Mi piacerebbe che tu conoscessi il mio mondo, troveresti un’infinità di libri...

- Ma perché stai facendo questa cosa?

- Dal nostro primo incontro ho visto nei tuoi occhi una curiosità inconsueta e a quanto pare non erravo.

- Io ci voglio venire adesso!

- Aha aha, subito? Immaginavo che ti sarebbe piaciuto il mio regalo, ma non avrei mai pensato saresti stata così impaziente. Va bene, andiamo.

Mi prende per mano e ci dirigiamo verso le colline, le superiamo e arriviamo alla fatidica porta d’acciaio. Mi tremano le mani mentre cerco di introdurre la chiave nella serratura, sono eccitata al pensiero di cosa potrò trovarci al di là. Reed mi aiuta a girarla e apre insieme a me la pesante porta. C’è un buio molto intenso e lui estrae dalla tasca una piccola torcia che illumina il pavimento davanti a noi, mi stringo a lui senza nemmeno rendermene conto: ho paura. Lui mi stringe a sua volta e mi dà quella sicurezza che mi serve per camminare nella semi oscurità, verso l’ignoto.

Camminiamo un bel po’, non so bene per quanto tempo, so solo che non sento la stanchezza perché non vedo l’ora di scoprire il suo mondo. Arriviamo di fronte a un’altra porta uguale a quella attraversata prima e infiliamo la stessa chiave nella serratura. Reed la apre appena e controlla dalla fessura che non ci sia nessuno nei paraggi. Poi fa cenno di andare e oltrepassiamo l’uscio richiudendoci la porta alle spalle.

Vengo investita da una luce accecante, sembra sia giorno da quanto è alta l’illuminazione, e subito dopo arriva il rumore assordante della città. Nulla a che vedere con il silenzio di Liggen. C’è movimento e tutti parlano e ridono senza che nessuno li rimproveri, o li fermi. Dopo qualche attimo di stupore guardo Reed e gli chiedo: - Ma se mi scoprono?

- Non ti scopriranno, vieni con me.

Mi riprende per mano e mi fa entrare in un enorme palazzo con un portone di legno massiccio. Appena entro non credo ai miei occhi: un’immensa distesa di libri messi in bell’ordine sugli scaffali, ovunque mi giri vedo librerie zeppe. Ce ne sono di ogni colore e dimensione. Mi gira la testa a forza di vorticare su me stessa per godere quello spettacolo. Reed è estasiato dal mio stupore, gli sembrerò sciocca, ma non avevo mai visto nulla di così maestoso.

- Ma dove siamo?

- Nella biblioteca di Waarheid, la più grande di tutte le teche.

- Santo cielo! Mai visto nulla di così bello in vita mia. Di chi sono tutti questi libri?

- Nostri. Ci sono tutti i libri che sono stati scritti dai tempi dei tempi. E chiunque può prenderli in prestito e leggerli, senza pagare. Quelli che hai letto tu li ho presi da qui. Le storie che ti ho raccontato sulle costellazioni, le ho lette su libri presi qui.

Mi sento sopraffatta dall’emozione, non so cosa dire, lo abbraccio stretto e gli dico solo grazie, non mi viene altro da dirgli. Ci aggiriamo a lungo tra gli scaffali, mai avrei pensato che potessero esistere così tanti libri e vorrei prenderli tutti, non so davvero da quale iniziare. Alla fine decido di andare in ordine, comincio dal primo scaffale accanto all’ingresso e prendo il primo volume: ho intenzione di leggerli tutti.

- Ora andiamo, prima che ti sorprendano le guardie della tua teca.

Stringo tra le mie mani il nuovo volume e seguo Reed che mi scorta fino all’uscita del tunnel.

Sono passati due anni da quando Reed mi ha dato la chiave e io non ho perso tempo. L'ho usata moltissime volte. Ho divorato un libro dopo l'altro, conoscendo personaggi magnifici e viaggiando in mille mondi diversi, in epoche passate e future.

Qualche volta indugiamo ancora nella radura, sdraiati sull’erba a guardare le stelle, come oggi. Il cielo sembra più luminoso del solito, il cielo è limpido e la luna illumina i nostri corpi sdraiati. All’improvviso una scia luminosa attraversa la volta celeste strappandomi un grido di stupore.

- Hai visto anche tu?

- Sì, l’ho vista. È una stella cadente. In questo periodo dell’anno se ne vedono molte. Aspettiamo la prossima ed esprimiamo un desiderio. Una leggenda narra che se esprimi un desiderio mentre cade una stella, quel desiderio si avvererà.

- Davvero?

Setaccio tutto il cielo in cerca di un’altra scia luminosa, ma sono tutte immobili, adesso che ne cerco una non cadrà mai, lo so, la solita fortuna! Saprei cosa desiderare, so quello che voglio.

- Tu cosa desidereresti, Reed?

Mi squadra con uno sguardo strano e carico di emozione e sussurra.

- Io ho già tutto quello che desidero, non saprei.

- Io desidero una cosa, invece.

- No, non dirmela, se lo dici ad alta voce poi il desiderio non si avvera.

- OK, allora lo terrò per me e per la prossima stella cadente.

Mi metto a sedere sempre con il naso verso il cielo, lui si avvicina e mi mette un braccio intorno alle spalle, non eravamo mai stati così vicini e sento lo stomaco in subbuglio. La sua vicinanza mi dà contemporaneamente gioia e spavento. Non avevo mai provato nulla del genere. Ed ecco la scia che attraversa il cielo dall’orizzonte verso l’alto! Sospiro, chiudo gli occhi ed esprimo nella mia mente il mio più grande desiderio. Mi sento molto felice anche solo per aver potuto consegnare a quella stella cadente il mio pensiero, quello che più vorrei al mondo, confidando che la storia raccontata da Reed sia vera e che si avvererà. Si deve avverare.

Non voglio aprire gli occhi, ho paura che tutto possa svanire e che quindi il mio desiderio vada disperso.

- Emma, tutto bene?

- Sto solo ripetendo il mio desiderio affinché quella stella non lo dimentichi.

- Come sei dolce, piccola Emma.

Mi abbraccia stretta e io provo smarrimento e di nuovo quella strana sensazione alla bocca dello stomaco, non so cosa mi stia capitando, ma so che il giorno in cui si avvererà il mio desiderio potrò sentirmi così tutti i giorni.

Liggen mi è sempre stata stretta, ma da quando ho conosciuto Reed e il suo meraviglioso mondo, non è più tollerabile vivere qui.

Oggi è il fatidico giorno: entro questa sera saprò se mi hanno accordato il visto per andare a vivere a Waarheid, saprò se il mio desiderio si può avverare. Sarebbe magnifico poter stare sempre in mezzo ai libri, con Reed, e non dover più leggere e vederci di nascosto!

Mi presento all’orario stabilito presso la sede del Governo. Il Vicegovernatore mi riceve nel suo ufficio e senza mezzi termini mi comunica che il mio visto è stato negato. Non è possibile. Le lacrime mi salgono agli occhi senza che io lo possa impedire. Vorrei urlare, imprecare, protestare, ma è contro la legge. Chino mestamente la testa e corro verso casa.

Tutto, intorno a me, sembra diventare ancora più insopportabile: il silenzio è assordante e l’aria sembra irrespirabile. Avevo fatto affidamento su questo visto e ora dovrò vivere per sempre sapendo di non poter vedere avverato il mio sogno. Mi chiudo in camera, mi butto sul letto con il cuscino sopra la testa e sfogo tutto il mio dolore.

Alle undici, col viso gonfio dal pianto e la testa che mi scoppia, metto qualche vestito in una borsa e stringo al petto l'ultimo libro che ho letto, con l'intenzione di usare la chiave per l'ultima volta: fuggirò al di là della porta d’acciaio, a ogni costo. Vado oltre le colline. Davanti alla porta, c'è Reed, con un sorriso meraviglioso sulle labbra.

- Non è andata come speravamo, mi hanno negato il visto.

Mi guarda e non smette di sorridere, mandando tutte le mie certezze all'aria, pensavo che anche lui volesse che andassi a vivere con lui a Waarheid, ma quel sorriso sembra esprimere tutt'altro. Sono confusa, delusa, mi pulsa la testa, ho la nausea e mi sento una perfetta idiota.

- Perché sei così afflitta? Non è cambiato nulla: il piano è sempre lo stesso. Noi due insieme, però a Liggen.

- Dove starai? Non puoi scappare giorno e notte.

- Sapevo che il tuo arretrato governo non ti avrebbe mai concesso il visto e allora l'ho richiesto anche io. A me lo hanno elargito e da oggi sono un fiero cittadino di Liggen. Abbiamo anche la chiave... possiamo avere tutto.

Le lacrime mi impediscono di vedere la sua espressione, ma dal tono della sua voce sembra felice almeno quanto lo sono io. Improvvisamente capisco: non ho bisogno di andarmene dal mio paesino bigotto per essere libera, mi basta la possibilità di stare con lui e di viaggiare in tutto il mondo attraverso le parole scritte nei libri.

Viaggeremo in un mondo nuovo e diverso tutte le volte che vorremo e vivremo le avventure descritte nei libri, perché la libertà, dopotutto, non è un luogo.

"Uomini che odiano le donne", tratto dal romanzo di Stieg Larsson.
Come sempre potete ispirarvi all'opera originale e prendere qualsiasi direzione troviate inerente.

Le regole, sempre le stesse:

I racconti (inediti) devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it

La lunghezza massima (e vivamente consigliata) è di quattromila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office (doc, docs, odt).
Il titolo deve essere composto dal vostro nome-cognome e da "uomini che odiano le donne".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Scadenza 28 febbraio 2018.
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito, alla nostra newsletter e a mettere un like alla pagina facebook. Sarà più semplice comunicare e potrete seguire ogni nostra iniziativa.
Cosa si vince?

I due o più vincitori (se i racconti inviati saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it

 Entro fine marzo 2018  i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

Link a Prospettive, l'ebook della prima antologia.

 

Qui abbiamo parlato de Il Gioco.


Bando di partecipazione per la seconda edizione, le regole:


Data di inzio: 15 aprile 2018

Ognuno di voi dovrà pensare un personaggio. Quello che noi consigliamo è di trovarlo in voi. Di cercare di esplorare una parte della vostra natura nascosta, non resa manifesta, e di darle vita. Di trovare, per questa parte, un vestito. Che sia uomo, donna, buono, cattivo, vecchio o giovane, sta a voi. A parer nostro l’errore potrebbe essere quello di enfatizzare quello che già vivete. Una vostra versione più grande/bella/ricca. Al contrario, sarebbe interessante se trovaste quella cosa che, in voi, non volete vedere, nascondete, mascherate. Non, quindi,  quello che volete essere, ma quello che siete malgrado voi.
Dovete scrivere la presentazione. Almeno una pagina (word – va bene sia .doc, sia .docs - Times New Roman, 12, interlinea 1,5) scritto in prima persona del personaggio e inviarla (unita ai vostri dati: nome, cognome, residenza)  a ilgioco@jonaeditore.it
Noi apriremo un gruppo (segreto) in Facebook e creeremo dieci account.
Ogni personaggio che passerà la selezione ne avrà uno e sarà iscritto al gruppo “Il gioco”.
Dovrà presentarsi nella home del gruppo, cosicché tutti possano iniziare a conoscersi.
Dovrà avere tre livelli di scrittura:
Pubblico: nella home del gruppo
Privato: messaggistica con gli altri personaggi
Diario: dovrà, quotidianamente, scrivere le sue impressioni (sempre in prima persona-personaggio) e mandarcele.
I personaggi potranno incontrarsi dal vivo, ma sempre e solo in qualità di personaggio, senza mai rivelare la vera identità.

Il gioco durerà tre mesi.

Se il personaggio sarà poco presente e non interagirà con gli altri participanti: sarà eliminato.

Se sarà noioso, poco interessante, stereotipato: sarà eliminato

Se l’autore parlerà al di fuori del gruppo del suo personaggio: sarà eliminato.

Si partirà in dieci, altri subentreranno.

Alla fine dei tre mesi, i dieci rimasti avranno un contratto editoriale e scriveranno la loro storia. Il vincitore assoluto oltre a scrivere la sua scriverà un romanzo corale, con tutta l'esperienza dei personaggi per i tre mesi all'interno del gruppo.
In totale saranno, quindi, pubblicati undici libri, sia in versione digitale, sia in versione cartacea.

Per qualsiasi domanda, potete scrivere qui o mandare una mail a:

ilgioco@jonaeditore.it

Alla stessa mail, entro il 30 marzo 2018 potete mandare la vostra candidatura.
Per seguire ulteriori sviluppi e approfondimenti, potete seguirci attraverso la pagina Facebook e quella Instagram, e soprattutto il blog:  Il Gioco.

Responsabili editoriali di questa edizione, le vincitrici de Il Gioco 1.0:

Serena Barsottelli

Angela Colapinto


I dieci partecipanti  de Il Gioco 1.0 hanno descritto, in poche righe, la loro esperienza:

Debora Gatelli Per me il gioco e' stato come vivere in una dimensione parallela che con il passare delle settimane convergeva sempre più' pericolosamente con la mia vita reale fino ad intersecarsi con essa. E adesso non so più bene chi sono ma la sensazione e' comunque piacevole!

Mariarosa Quadrio Per me Il gioco è stato un viaggio dentro di me, le mie paure, i miei desideri. La parte migliore è stata trovare dei meravigliosi compagni di viaggio. È stata una splendida avventura che non scorderò mai.

Peppe Patti Per me Il gioco è stata quella esperienza che mi ha confuso del tutto sulla mia identità e che ha aggiunto un pizzico di pazzia in più in me. Ah, ha avuto anche dei lati negativi.

Serena Barsottelli Il gioco è stata la possibilità di dare vita a quella persona che vive dentro di me, ma che fuori dalla mia mente non può e non deve esistere. Mi ha dato la possibilità di essere la me stessa che, nonostante tutti i nonostante, continua a sopravvivere.


Nicoletta Fanuele Il gioco è stato un modo scoprire e scoprirsi, per raccontare un personaggio che da un po' di tempo scalpitava e non riusciva a trovare i giusti spazi e la giusta considerazione in altri contesti. Il gioco è un viaggio meraviglioso, un'avventura indimenticabile.

Galena Colapinto Il Gioco, per me, ha rappresentato la possibilità di aprire i cancelli a lati nascosti. È stato un ottimo sedativo, un viaggio dentro me stessa, a volte perturbante, altre liberatorio. È stato un po' come guardarsi in uno specchio e ritrovarsi a studiare la propria immagine come fosse qualcosa di nuovo.

Margherita Salterini Il gioco è l'esperimento con la E maiuscola, un'esperienza in divenire che abbandona ogni standard a cui si è abituati. È l'occasione di creare un mondo parallelo, che ci piaccia oppure no. Che sia un po' noi o per niente noi.

Chiara Trombetta Per me Il Gioco è stata la finestra di libertà che ho sempre cercato, l'opportunità di costruire qualcosa di vivo e in continua evoluzione insieme a un gruppo di menti fertili e altrettanto folli.
 
(Tutti i disegni de Il Gioco 1.0 e de Il gioco 2.0 sono di Alberto Baroni)


Qualora la redazione dovesse accettare la candidatura di un minore di anni diciotto sarà necessario che i genitori provvedano a sottoscrivere la liberatoria (scaricabile qui) per l’utilizzo delle immagini del minore stesso.
Nel caso che, inoltre, un minore di anni diciotto risultasse tra gli ultimi dieci rimasti  ai quali l’Editore offrirà contratto editoriale, sarà cura dello stesso Editore fornire tutta l’assistenza per l’ottenimento, da parte degli esercenti la potestà genitoriale nell’interesse del minore, dell’eventuale autorizzazione da parte del Giudice tutelare competente, per la stipula del contratto e per la riscossione delle somme dovute a titolo di corrispettivo percentuale sulle vendite.

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