Abbiamo incontrato Giovanna Preve, autrice di Tra il rumore e il silenzio.

 

Giovanna, puoi parlarci di te oltre alla poesia e alla pittura? Cosa fai nella vita?

La mia vita è divisa tra l’arte e la famiglia, tra Torino, dove lavoro ed Azeglio, in provincia di Torino, dove vivo insieme a mio marito e mia figlia di 5 anni, Maria Sole, in una bellissima casa a pochi metri dai campi e dai boschi di pioppi. Oltre all’arte ci sono i miei affetti e niente di più. Infatti sono sempre in viaggio se non lavoro e non sto con loro. Oltre alla poesia e alla pittura faccio parte di un gruppo di ricerca sulla cultura visiva attraverso la fotografia analogica che si chiama Specchio Patibolare. Ho dedicato molto tempo anche a questo progetto. Comunque no, non ho altri interessi nella vita: l’arte è il mio lavoro e il mio hobby insieme. Mi piacerebbe viaggiare di più, questo sì e non solo come pendolare.

Quando hai iniziato a scrivere?

Sassi accesi, è la mia prima, l’ho scritta nell’estate del 2007. Mai, prima di quel momento, avevo pensato di scrivere una poesia. Invece è stata una forza trascendentale più forte di tutto. Della grandissima fragilità di quel momento, della tristezza e della mia ignoranza. Avevo bisogno di descrivere un’esperienza che avevo vissuto ed esprimere i sentimenti che non riuscivo a voce a comunicare. A differenza delle altre poesie che ho scritto per lo più “di getto” questa l’ho costruita con metodo, ripensandone la struttura, riscrivendola più volte su uno dei miei quaderni da cui non mi separo mai. Nonostante la confusione in cui ero, sono riuscita a costruirla.

Sempre poesia o anche narrativa?

Dopo la prima poesia sono passati anni prima che ne scrivessi altre. Ma nel 2009 ho lasciato il dottorato in architettura e ho lavorato come cameriera per scrivere la mia autobiografia dal titolo Giovanna è stata la migliore, tratto dalla canzone Niente da capire di Francesco De Gregori.
De Gregori per me è una fonte importante: da sempre amo le sue canzoni, mi sono entrate dentro al punto che penso mi abbiano modificato geneticamente. Il racconto è incentrato sulla mia vita, che è stata molto difficile e sul mio amore per De Gregori che ha complicato il tutto. Non me lo hanno mai pubblicato però, né De Gregori l’ho mai conosciuto nonostante io abbia realizzato altri progetti che lo riguardano.

Oltre alle poesie, dipingi. Ci spieghi la differenza? Alcune sensazioni ti spingono a scrivere, altre a dipingere?

Dicono che la mia pittura sia espressionista. I miei lavori ricordano Kokoschka, Schiele, Kirchner. Quando dipingo, come quando scrivo, programmo poco, sono molto emotiva e trasferisco sul quadro le sensazioni che emorgono sul momento in una sorta di catarsi. Come quando compongo una poesia, quando dipingo, entro in uno stato di trance in cui lascio che il pensiero inconscio si manifesti. Impulso a cui cerco di dare una forma o con il colori o nel caso delle poesie con le parole che conosco che “arrivano” senza che io le riesca a controllare. Ho bisogno di scrivere una poesia, difficilmente lo decido a tavolino: in dieci anni ho scritto quasi lo stesso numero di poesie che in un mese particolarmente “felice”.
Per la pittura è leggermente diverso perché ormai lo faccio con metodo. Infatti, per quanto l’espressività sia il carattere dominante del mio lavoro, cerco di applicarmi con assiduità per migliorare la tecnica. Mi sono iscritta all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino nel 2014 proprio per acquisire degli strumenti attraverso cui plasmare l’impulso creativo e non escludo che in futuro non decida di iscrivermi alla Facoltà di Lettere.
Mi spinge a scrivere lo stesso bisogno che mi porta a dipingere e cioè vedere “fuori” quello che c’è dentro e non si conosce.

Com'è "il tempo della poesia" e come "il tempo dei dipinti"? Dovessi spiegarci com'è quel tempo, come lo vivi, se sei isolata e felice o al centro di tutto, oppure, ancora, connessa solo a te stessa: di cosa è fatto il tempo della poesia e come quello della pittura?

 “Il tempo della poesie” è un temporale che mi coglie sempre di sorpresa e che amo vivere in totale solitudine. Dipingere ultimamente è diventato un momento di socializzazione. Infatti in Cavallerizza Reale, in via Verdi a Torino, dove ho un laboratorio di pittura, faccio ritratti a coloro che frequentano questa realtà fortemente intrisa di energie a cui è impossibile sottrarsi. In Cavallerizza Irreale non posso isolarmi come sarei portata a fare di natura. Mi faccio contaminare dall’esperienza degli altri artisti ma anche cittadini che quando vengono da me a farsi ritrarre entrano nel dipinto attraverso un processo di conoscenza che anche se si consuma in un’oretta circa di posa, raggiunge, almeno da parte mia, momenti di grande intensità. E allora uno sguardo diventa importante, un dettaglio che mi parla dell’altro e che salvo all’interno del ritratto.
Tanto per la poesia che per i dipinti vivo il momento della creazione con immensa gratitudine nei confronti dell’arte, che quando arriva mi rende quello che la vita mi ha tolto ogni volta che ho sofferto, che quando c’è mi regala una felicità incommensurabile, non paragonabile agli sforzi e ai sacrifici che ho dovuto fare per arrivare almeno ad intravederla.

Una poesia che ami più delle altre nel tuo nuovo libro e perché.

Non c’è una poesia in particolare, ognuna ha un ricordo importante a cui sono legata.
La prima parte del libro è composta principalmente da poesie “d’amore” che ho dedicato a Francesco De Gregori. Le ho scritte in circa un mese, a novembre di quest’anno. Ero molto ispirata e le ho scritte come se davvero io avessi una relazione con questo artista nonostante io neanche gli abbia mai rivolto la parola. Trovo che questo sia una cosa molto particolare e mi affascina la potenza che la musica esercita su di me. Ho scritto anche una poesia mentre ascoltavo Chopin. Questa racconta benissimo il mio amore per la musica. Chopin, come De Gregori li canto come fossero presenti e vicini. È il potere della musica che prende in ostaggio la mia razionalità e mi trascina in una realtà parallela dove tutto diventa possibile. È una questione neuronale, quasi patologica.

Dipinti: hai in mente mostre? Hai molti lavori?

Ho molti lavori, sì. Lavoro tanto. Non ho in programma mostre imminenti ma mi spendo costantemente per trovare nuove possibilità di esporre. Quest’estate ho preparato 10 grandi tele che illustrano altrettante canzoni sempre di De Gregori. Mi piacerebbe fare una mostra con questi lavori perchè sarebbe un risultato importante dopo più un decennio di ricerca che comunque dubito si sia esaurita ancora.

Poesie: prevedi altri libri?

Come ho già detto, le poesie arrivano come la pioggia. Non posso programmarle. Sono fiduciosa di provare ancora l’ebrezza di comporre ma non ne sono sicura.
Anche se mi spaventa solo l’idea, sono certa che Giovanna è stata la migliore non potrà restare per sempre in un cassetto. Quindi chissà, forse lo riprenderò in mano.
La pubblicazione di Tra il rumore e il silenzio è già un regalo immenso che Jona Editore mi ha fatto e che non osavo neanche sperare. Mostre, altre pubblicazioni, etc. sarebbero importanti ma già così mi sento molto fortunata. Sento che gli sforzi che faccio quotidianamente siano ripagati dalla gioia infinita che mi dà vivere per l’arte.

 

Nei prossimi giorni pubblicheremo un'intervista alla poetessa.

Link all'ebook.

Devi fare ciò che ti fa stare bene

La vita dentro una canzone

 

Ormai era diventato il mantra di un eco lontano. “Eppure era così vicino”. Una frase che portava sempre nel cuore e che teneva bene a mente. “Un ordine impartito”. Solo nel corso degli anni aveva compreso, dal timbro caldo e dall’ampiezza del tono della voce di sua madre, che si trattava di un ordine gradito, l’opposto dell’arido imperativo che gli imponeva ogni giorno suo padre. “Studia! Non sognare!” Sì: sognare, ascoltare una favola raccontata da suo padre e cantare una canzone erano nella lunga lista delle cose non contemplate nella sua educazione. Ordinato, diligente, preparato, elegante, in sintesi un concentrato di tutto ciò che prevedevano l’istruzione e il comportamento nell’alta società. “Devi fare ciò che ti fa stare bene”. Ogni volta chiedeva a sua madre: «“cosa” devo fare», senza dare un tono interrogativo alla frase perché in quella casa non si potevano porre domande. Tra quelle mura non potevano essere esposte questioni o idee: bisognava solo eseguire gli ordini, intonati con severità, oppure scritti, come se fossero legge. Lei rispondeva in maniera evasiva, ma lui aveva imparato a comprendere che, all’insaputa di suo padre, al contrario di quelle che erano le sue volontà, nello studio e nella vita avrebbe sempre potuto contare su di lei.

Come se fosse un rito, sfilò con calma il foglio consumato, ma pur sempre intatto, dal taschino posto sotto i documenti del portafoglio, quella che una volta era una semplice tasca dei pantaloni, corti e blu, che indossava assieme alla camicia bianca, per andare a scuola. “Tutte le mattine”. Anche a causa di quell’abbigliamento sempre uguale era stato denigrato e isolato da una parte dei suoi compagni di scuola: “non meritava l’amicizia di nessuno”, così diceva quella banda di bulletti, e lo mettevano nelle condizioni di provare vergogna per se stesso, una vergogna che aveva preso la forma dei pensieri di suo padre e dell’unica cosa che riusciva a provare suo padre in quella casa. “Indifferenza”.

Ricordava ancora l’ansia che aveva provato nel cercare un posto nascosto in cui leggere per la prima volta quel biglietto. Il tremore si era impossessato delle gracili gambe, le mani sudavano. E ricordava anche l’emozione di leggerlo all’oscuro di tutto. “E di tutti”. Era stato scritto su di un semplice foglio, che sua madre aveva estratto con cura da uno dei suoi quaderni, senza che suo padre se ne accorgesse, perché i quaderni dovevano essere integri e perfetti! Si chiese se anche lei scrivendolo avesse provato lo stesso tremore e la stessa contentezza.

Lo custodiva con molta attenzione. Quella frase l’aveva letta almeno un milione di volte e l’aveva trascritta ovunque potesse essere posta di fronte ai suoi occhi, nella sua vita quotidiana, così da fare riaffiorare quelle parole. Continuamente. Nel suo cuore. L’aveva scritta su ogni diario. Compariva su tutte le agende che lo avevano accompagnato in quegli anni, di studio e di lavoro. Con lettere nitide. Precise. Ordinate. Con una grafia ricercata. L’aveva salvata sullo screen saver del computer. L’aveva memorizzata come sfondo nel cellulare. E l’aveva racchiusa in una cornice grigia di grandi dimensioni, che teneva appesa alla parete della sua stanza, disposta perfettamente al centro, davanti al suo letto. In fine l’aveva affissa sullo specchio, di fronte al quale dedicava fin troppo tempo rispetto a quello necessario a radere quel po’ di barba che osava togliere dal viso. Un viso sempre adornato dal pizzetto nero, così come nera e crespa era la montagna di capelli che si portava appresso, da sempre, e per la quale suo padre non aveva mai trovato il tempo di portarlo dal barbiere. “Non gli dedicava mai il proprio tempo”. Un tempo che non era contemplato nella dimensione della famiglia, tanto suo padre era preso dal lavoro. Così non c’era tempo per rispondere alle sue domande, per giocare con lui, per aiutarlo a studiare. “Il tempo è denaro”, diceva, e non ne sprecava neanche per interagire con sua madre - terza protagonista di quell’atto - i cui unici compiti erano quelli di accudire la casa e il giardino, enorme, che si era voluto concedere lui. “Isolandola da tutto e da tutti”. Nell’accudire la casa rientravano anche lavare i vestiti e preparare i suoi piatti preferiti, mai alla stessa ora. Gli orari li comunicava lui di giorno in giorno perché la sua vita da imprenditore non gli concedeva di fare diversamente, diceva. Sua madre gli aveva confidato, solo molti anni più tardi, che considerava quella casa un lager.

Crescere lui non era semplicemente in fondo alle priorità di suo padre, in quella lista non c’era proprio; ciò nonostante doveva essere il primo nello studio e nello sport e per questo lo aveva iscritto ad atletica, senza ammettere repliche. Ma non si era mai degnato di presentarsi a nessuna delle sue gare, anche se il suo corpo sembrava una macchina nata per vincere. Al traguardo gli unici applausi che sentiva erano quelli di sua madre e degli spettatori. “Tutto serve”. L’unica arida risposta che dava suo padre, una volta venuto a conoscenza della vittoria era: “Hai fatto solo il tuo dovere”.  

Per fortuna aveva quel foglio che gli ricordava, ogni volta che voleva, la presenza sicura di sua madre. Aveva passato i suoi anni a nasconderlo nel cuscino, sotto al materasso o dietro a un quadretto, appeso nella propria stanza, che conteneva una foto di suo padre e che lui non amava guardare. “Lì era al sicuro”. Lui non lo doveva trovare, non lo doveva vedere, non lo poteva leggere.

Il fruscio di quel foglio era musica per le sue orecchie. Lo avvicinò alle narici e inspirò, prima di rileggere quelle parole che gli placavano l’anima. Avrebbe voluto ritrovarvi anche il profumo di sua madre, ma suo padre le aveva sempre vietato di comprare fragranze e trucchi, inopportuni per una donna che doveva solo curarsi della casa e delle cose. Fece vibrare le corde vocali per scaldarle, ripetendo quella frase che amava tanto. “Siamo rimasti in venti calmi.” Poi socchiuse le labbra e iniziò a leggere:

Devi fare ciò che ti fa stare bene

anche quando ti dicono che non conviene

perché nel tuo cuore c’è soltanto il bene.

Devi camminare verso la via d’uscita

anche se fosse in salita

dovesse volerci tutta la vita.

Scegli la porta che vuoi varcare

ma non avere mai paura di volare

nel tuo cuore è già scritto dove devi arrivare.

Circondati di persone fidate

sono le uniche che possono essere amate

le uniche compagnie a poter essere considerate.

Stendi le ali e vola come un airone

il vento conosce già la direzione

e ti porterà dritto al tuo futuro senza esitazione.

Verrà il giorno in cui avverrà il cambiamento

lo vedrai dal luogo in cui ti avrà portato quel vento

e a quel punto capirai che è giunto il momento

sarà giunta l’ora di lasciarti andare

il tuo futuro non potrà più aspettare

prendi coraggio e fai ciò che devi fare.

Era una metrica imprecisa, piena di imperfezioni anche grammaticali, ma conteneva tutto quello che avrebbe voluto sentirsi dire.

Premette il foglio con il palmo aperto della mano verso il naso, con le sue dita grandi, quasi accartocciandolo, poi inspirò fino a dilatare i polmoni, portandoli al limiti, e rimase così per pochi secondi. Richiamò alla memoria il profumo della torta di mele appena sfornata, che tanto adorava aspettare seduto in cucina su quello sgabello così alto da non permettere ai suoi piedi di toccare per terra, rimasta impressa nei suoi pensieri, poi lo ripiegò con cura. Prese il portafoglio e lo infilò al suo posto, poi mise via anche quello. Fece incontrare le mani davanti a sé e allargò le dita posandovi le labbra. Ora capiva: quel giorno era arrivato. Indossò la tenuta da corsa e si diresse verso il campo sportivo dove si ritrovavano i lavoratori dell’azienda. Si dispose sulla riga di partenza. Poi contrasse i muscoli e fece leva sui legamenti, il corpo iniziò subito a rispondere alla loro contrazione, accanto a lui altri atleti correvano, ma era sempre stato quello più veloce, quello più forte, il più difficile da battere. Il primo della classe, il primo sul lavoro. “L’ultimo ad essere scelto dalle ragazze”. Fece un ultimo sforzo, poi un altro, mentre la sua mente giungeva al culmine del significato di quella strofa, miscelandosi alla frase sillabata che le ripeteva sempre sua madre quando tornava a casa frustrato per essere stato deriso, ancora una volta, a causa della sua perfezione, della sua impostazione, della sua compostezza. “Vuoi stare bene. Stare bene e ce la farai”. Quella frase sillabata prese ritmo con il suo cuore mentre il sangue gli pulsava nelle orecchie. Era solo davanti a tutti, solo come sempre e come sempre il primo. Fu allora che diede ordine ai suoi muscoli di rallentare mentre un’altra frase prendeva il sopravvento. “Voglio essere superato”. La contrazione sui muscoli si ridusse, gli arti continuarono a rallentare e mentre acquisiva la percezione del suo corpo, il sangue nelle sue orecchie rallentò anch’esso, pulsando con minore intensità. Fu allora che si accorse di essere stato superato e pensò che questo lo facesse “stare bene”. O almeno così gli sembrava. Chiuse gli occhi concentrandosi sui suoi organi di senso. Si accorse solo allora che le sue orecchie avevano un potere enorme. Un potere di cui non era consapevole, teso sempre verso l’obiettivo da raggiungere, l’ordine da rispettare, l’ostacolo da superare. Iniziò a percepire il vociare delle persone che si trovavano attorno a lui, il rumore del piede battuto sopra la gomma rossa che ricopriva la pista, il ringhio di chi stava forzando il proprio corpo per raggiungere più in fretta la meta. Tutti questi suoni e altrettanti rumori colpirono il suo udito, provocando lo stesso dolore di un muscolo indolenzito dalla colpa di non essere mai stato usato. Fu allora che si dedicò all’olfatto e si accorse che gli alberi di magnolie, che circondavano la pista, sovrastavano con il loro profumo il tanfo di sudore, oltre all’odore della terra e della gomma della pista. Le sue gambe rallentarono ancora, finché si accorse di essere stato superato e questo non lo faceva stare bene. Il pensiero andò a sua madre, dopo la morte di suo padre aveva iniziato a vivere: la camminata decisa e cadenzata, resa fluida dall’abito elegante e dalle scarpe all’ultima moda che finalmente si era potuta comprare, il viso truccato in modo leggero ma evidente, come qualche volta le vedeva fare di nascosto, davanti allo specchio, per ammirarsi solo pochi secondi subito prima di cancellare ogni prova. Ora erano gli altri che la ammiravano. “Lei aveva trovato ciò che la faceva stare bene”.

Lasciò il campo da atletica e mentre si dirigeva verso casa sfilò il cellulare dalla tasca e lo aprì sulla rubrica. La maggior parte dei numeri corrispondeva a colleghi di lavoro, persone prive di intelletto e di capacità, ma in grado di ferire con una sola parola detta dietro alle spalle, come un colpo di spada inferto per distruggere l’immagine dello sfortunato soggetto su cui avevano diretto la loro attenzione. Nella totalità delle volte si trattava di lui. Lui che era il responsabile di tutti loro, il direttore di tutti quei pigri succhia stipendi che infestavano l’azienda ricevuta in eredità da suo padre, un’eredità che gli pesava addosso come un macigno. Non avrebbe mai potuto rallentare sul lavoro come aveva fatto sulla pista di atletica, nessun neurone del suo cervello gli avrebbe mai e poi mai permesso di lasciare colare a picco l’azienda e lui con essa, ma qualcosa poteva fare. “Voleva fare”. Una bella ripulita allo staff e ai suoi capelli. Non avrebbe più permesso a nessuno di trattarlo come uno spauracchio, un ridicolo idiota di cui farsi beffa. Era capace. “Pensare a questo lo faceva stare bene”. Lo dimostrava il fatto che a venticinque anni aveva preso in mano le redini di quell’azienda e l’aveva fatta risorgere dalle macerie in cui era finita con suo padre, che, al contrario di lui, si era arreso alla propria incapacità e si era punito con un’arma. Anche lui si era armato, ma di buona volontà e con coraggio aveva messo a frutto la propria formazione e l’aveva trasformata in successo in omaggio a sua madre, che lo aveva sempre fatto stare bene. Così le aveva donato la dignità e l’indipendenza che non aveva mai ricevuto dal marito.

Nel proprio intervento di ristrutturazione aveva mantenuto tutto il personale dell’azienda, ma ora si era accorto che la metà di questo non lavorava e si assentava in orario di lavoro, a scapito dei colleghi che davano il doppio. Tutto questo sarebbe finito. Avrebbe dato una bella ripulita e al loro posto avrebbe assunto personale fresco e motivato, prima di tutti Giulia. L’aveva sempre guardata a distanza, lei che per laurearsi era stata costretta a lavorare tutte le sere poiché nella sua famiglia i soldi erano a malapena sufficienti a garantire il sostentamento. Lei che proveniva da una famiglia troppo povera per essere considerata nei colloqui di lavoro adatti al suo livello di studi. Lei che era guardata con la stessa supponenza con cui era sempre stato guardato anche lui. Si erano sempre osservati a distanza, come due prede che si studiano senza mai fare il primo passo. L’avrebbe assunta come braccio destro e le avrebbe chiesto di uscire con lui. “Anche questo lo faceva stare bene”.

Si diresse nuovamente al campo, come se nuova linfa avesse preso a circolare all’interno del proprio corpo, una linfa che forse faceva parte di lui da sempre, ma che non si era mai accorto di possedere. Arrivato alla pista si mise in linea accanto agli stessi atleti coi quali aveva gareggiato poco prima. Ora la chiave d’accesso del suo “stare bene” gli era nota e cara. La risposta non era il “cosa” ma il “come.” Partì all’unisono con i suoi compagni, guardandoli sghignazzare. Pochi minuti prima lo avevano battuto, erano convinti di essere più forti di lui? Contrasse i muscoli con decisione ma senza forzare, lasciando che l’odore delle magnolie penetrasse nelle sue narici, alle quali arrivavano anche altre fragranze di cui non conosceva le origini, né l’esistenza. Rimase affiancato agli altri. La linfa divenne improvvisamente fresca, come una doccia ristoratrice in un caldo giorno d’estate e allora affondò. Ricambiò il ghigno, superò il traguardo con disinvoltura e si voltò a braccia conserte a guardare i compagni ancora in arrivo. Fermo. In piedi. La loro andatura era scomposta e rabbiosa. “Scomposta, come la loro attività lavorativa, ma soprattutto scostante”. Non erano di nessuna utilità per l’azienda, lavoravano poco e male, mai in collaborazione con i colleghi, sempre in antitesi con lui. S'incamminò nuovamente verso casa. Fece una doccia e si recò dal barbiere. “Devi fare ciò che ti fa stare bene”. Guardò le ciocche cadere per terra formando una montagna. Il pavimento bianco improvvisamente era diventato nero, un nero che fino a pochi minuti prima invadeva la sua mente e oscurava i suoi pensieri. Pensò a come sarebbe stato sedersi su quella sedia di fianco a suo padre, mentre il suo volto emergeva in quello splendido taglio. “Questo mi fa stare bene”. Alzò gli occhi guardando nel vuoto, come se in quella dimensione potessero manifestarsi i suoi ricordi e scorrere sullo schermo come in un film. Un film che al cinema, sul grande schermo, lui non aveva mai visto. Si chiuse in se stesso giusto il tempo per ricomporre i pezzi della propria vita, ma solo per accorgersi che erano stati tenuti insieme da quelle parole. Scritte. Con cura. Su quel foglio. Fece il vuoto nella sua mente, ma il vuoto non c’era. C’era solo una parola che rimbombava, come un eco. “Devi”.


"Di cosa parliamo quando parliamo d'amore"
, titolo che arriva direttamente dal genio di Carver
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Da oggi è possibile iscriversi ai nostri corsi.

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Ma, visto di cosa trattano e capita la linea di pensiero che li unisce, come funzionano?

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Come partecipare alla lezione?

Il link vi porterà su youtube, in diretta streaming. A questo punto (se avete una webcam e se volete apparire) sarete “in classe” e potrete conoscere e interagire con il docente e partecipare alla lezione. Se non avete una webcam o semplicemente non amate mostravi, nessun problema, sarete in classe, vedrete tutto, gli altri potranno sentirvi. Se non volete neanche partecipare attivamente o doveste saltare una lezione, avete una alternativa: nella vostra area utente guarderete il video della lezione tutte le volte che vorrete.

In che orario saranno tenuti i corsi?

Al raggiungimento di almeno dieci iscritti si potrà iniziare.
Vi manderemo una mail per comunicarvi il giorno e l’orario della prima lezione. A seguire la cadenza sarà settimanale.
L’orario dovrà essere necessariamente comodo per tutti, lavoratori compresi, quindi l'inizio sarà tra le18 e le 20.
Ci sarà una lezione zero del corso, della durata di una mezz’ora, in cui vi presenterete e il docente vi spiegherà sia l’iter del corso, sia le procedure (qui descritte) per frequentare. In questo modo saremo tutti pronti per iniziare il percorso.

Per la sezione “racconto” gli studenti potranno partecipare, insieme al loro docente, alla scrittura di una antologia comprendente i loro racconti e avranno pubblicazione e contratto di editoria (ebook).

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(Armonia in rosso)

     Di fronte a lui era seduta una donna di mezz’età dall’aria affranta, forse per la giornata che si lasciava dietro le spalle, o forse per la serata che l’aspettava. Magari per entrambe. Il vagone della metro era quasi pieno. Sergio aveva trovato posto, non gli capitava spesso, e poteva osservare chi gli stava attorno senza preoccuparsi di restare in equilibrio o di impedire agli altri passeggeri di salirgli sui piedi. I suoi orari erano sempre gli stessi, e coincidevano con quelli di tanta altra gente che lavora dalle otto e mezza della mattina alle sei e mezza della sera. Solo quando andava in trasferta in qualche paese della provincia prendeva la macchina, che per tutta la settimana restava chiusa in garage. La tirava fuori il sabato per andare a fare la spesa in un supermercato distante da casa sua, che aveva prezzi più bassi rispetto agli altri. Con un solo stipendio e con la famiglia che s’allargava non poteva permettersi neanche la più piccola spesa superflua. Sua moglie era bloccata in casa nell’ultima fase della gravidanza per ordine del medico. Avevano sperato che potesse lavorare fino a due mesi prima del parto, ma le minacce di distacco della placenta, che si erano presentate alla tredicesima settimana, avevano interferito con i loro piani. Naisha, prima della pausa forzata, lavorava qualche ora la mattina, come segretaria, presso una cooperativa sociale. Era stato così che si erano conosciuti: lui era andato a ritirare un computer guasto e aveva trovato lei, che gli aveva spiegato con una dolcezza a cui non era abituato quali problemi avesse il proprio computer. Quando, dopo la riparazione, era arrivato il momento di riconsegnarlo, Pietro aveva insistito per andare di persona e ne aveva approfittato per offrirle un caffè al bar vicino alla cooperativa. Poi c’era stato un invito al cinema, e da lì era proseguito in modo del tutto naturale. Sua madre aveva fatto qualche obiezione all’inizio, troppe differenze culturali, ma alla fine anche lei aveva ceduto alla magia di quegli occhi neri, dentro i quali s’intuivano tutti i misteri della terra da cui proveniva la ragazza. Tutta un’altra cosa da quelle che le erano state presentate, in modo più o meno ufficiale, fino a quel momento.

     Sergio era in ritardo di almeno due ore. Aveva telefonato a casa per avvertire, ma non sapeva di quanto tempo avrebbe avuto bisogno per portare a termine quello che stava facendo. Dipendeva da tutta una serie di fattori. Doveva aspettare e vedere come evolveva la situazione. Quando aveva staccato, alla solita ora, era sceso nel garage che si trovava sotto il palazzo, un complesso di uffici dove aveva sede anche la sua ditta, e dove erano parcheggiate tutte le auto degli impiegati e dei dirigenti. La sua intenzione era quella di affrontare il dottor Emili, il suo capo, in un faccia a faccia appartato, senza timore che qualcuno potesse sentirli. In ufficio aveva provato a spiegargli la propria situazione, ma era troppo sconvolto, le parole gli morivano in gola, tutto quello che era riuscito ad articolare erano concetti scollegati, il cui nesso era chiaro solo a lui: nessuno sarebbe riuscito a capirne il senso, figurarsi quell’uomo tutto compreso nel suo ruolo di selezionatore di scarti: questo sì, questo no, questo forse, vediamo. Il responsabile delle risorse umane. Forse il concetto che sua moglie fosse incinta l’aveva afferrato, quello Sergio era sicuro di averlo esposto in modo chiaro, ma, anche se l’aveva capito, aveva fatto finta di niente continuando a recitare la sequela inarrestabile di spiegazioni e di giustificazioni come una litania imparata a memoria: cifre, statistiche, bilancio, microeconomia, profitto. Il suo fiume di parole aveva tracimato, riversandosi con violenza brutale nella sua vita. E sbaragliandola. Ma adesso avrebbe potuto recuperare. Sapeva che Emili si sarebbe trattenuto qualche minuto di più in ufficio, usciva sempre dopo che tutti se ne erano andati. Si preparò ad aspettarlo, sperando nel frattempo di calmarsi e di riacquistare la lucidità necessaria per dire tutto quello che aveva in mente. Nel garage individuò subito la macchina dell’uomo, una Lexus nera, sempre tirata a lucido, arrogante come possono esserlo le auto che servono a far dimenticare la mediocrità di chi le guida. E che doveva essere costata quasi quanto la casa di cui lui e Naisha stavano pagando il mutuo. Si mise non lontano dall’auto, dietro un muretto, per non essere visto da nessuno: il garage s’era quasi svuotato, ma, oltre a quella di Emili, c’erano ancora diverse vetture parcheggiate in ordine sparso, in attesa di essere ritirate. Mentre aspettava, iniziarono a scorrergli nella testa le immagini al rallenty della scena di cui era stato, suo malgrado, protagonista un paio d’ore prima, e riprovò le stesse sensazioni, amplificate dalla consapevolezza, che si era rafforzata con lo scorrere dei minuti, che ci fosse ben poco da fare per uscire da quel dedalo inestricabile tracciato sulle sue paure.         

     Prima di allora non aveva mai notato quanto fosse sgradevole quella faccia. Lui lavorava a testa bassa, non aveva tempo per occuparsi d’altro. Ma quel giorno, durante il colloquio, quell’uomo era lì, a qualche centimetro da lui, a separarli la scrivania col piano di cristallo. Non erano mai stato così vicini. Emili era uno che si rintanava nel proprio ufficio e ne usciva solo per andare a pranzo e per tornare a casa. I contatti con i dipendenti erano tenuti dai responsabili di settore. Senza rendersene conto, Sergio si ritrovò a prendere consapevolezza dei tratti disarmonici, sproporzionati, del viso che gli stava di fronte. Non era solo l’aspetto esteriore: quello ormai cominciava ad apparigli come un guscio deforme e sgraziato dentro cui si adattava, seguendone in modo preciso i contorni, una massa duttile e malsana. Gli capitava di rado di considerare le caratteristiche fisiche delle persone, non gli interessavano, ma in quella situazione non riusciva a evitarlo. All’immagine di quell’uomo si sovrapponeva, in un gioco di trasparenze, quella di un suino, un maiale, come quelli che i suoi nonni in paese allevavano per tutto l’anno per poi far loro la festa a gennaio. Il testone dalla fronte stretta si allargava sulle guance fino alle mandibole, che erano la parte più larga del viso, quasi attaccate al collo largo e tozzo, corto, quasi inesistente. Gli occhi piccoli, con dentro due puntini neri che in quel momento erano fissi su di lui, ma che a tratti vagavano per la stanza alla ricerca di un oggetto qualsiasi su cui soffermarsi, da mettere a fuoco, come per permettere al portatore di quello sguardo sfuggente di riprendere lena, per finire un discorso che diventava sempre più penoso. Le parole filtravano tra le labbra sottili, la bocca larga sembrava un taglio, una ferita tra il naso e il mento. Nell’ascoltare quello che diceva, Sergio si sentiva montare dentro un’ondata di rabbia che cominciava a diventare difficile arginare. Lui non era un violento, non lo era mai stato. Ma di fronte a quella faccia imperturbabile nella sua sfrontatezza cominciava ad avvertire il desiderio di scuotere quell’uomo fino a fargli perdere quella sua aria da padreterno in overdose di onnipotenza. Avrebbe dato qualsiasi cosa per cancellare quel sorriso stereotipato, buono per tutte le stagioni e per ogni circostanza. Ma oltre a ribollire dentro non poteva permettersi altro: qualsiasi cosa avesse fatto avrebbe finito per ricadere anche sulla sua famiglia appena abbozzata. La concentrazione al minimo, sentiva solo a tratti quello che l’altro gli stava dicendo. Coglieva parole qua e là, ma il concetto era stato già espresso all’inizio, anche se lui ci aveva messo un po’ a rendersene conto. «… esubero… sei giovane … la crisi… referenze…». Se ne sbatteva grandemente delle sue referenze, dove diavolo lo trovava un altro lavoro, così su due piedi, e con la moglie incinta di sei mesi? Puntaccapo, si chiamava così il centro di vendita e riparazione dei computer dove prestava la sua opera, forse più qualificata di quanto non fosse richiesto. Aveva frequentato due anni di ingegneria informatica all’università e a lui quel lavoro piaceva: gli permetteva di mettere in pratica l’esperienza e le conoscenze acquisite. Non aveva mai finito gli studi perché, dopo la morte del padre, non se l’era sentita di gravare sulle spalle della madre, che ormai doveva vivere con la pensione di reversibilità e pensare anche a sua sorella minore. E quando aveva provato a cercarsi un lavoro part-time, aveva dovuto ammettere che i pochi soldi guadagnati non gli sarebbero bastati per tutte le spese e, se avesse lavorato di più, non avrebbe potuto dedicare allo studio il tempo necessario. Allora si era detto che avrebbe lavorato per un po’, messo da parte un po’ di soldi, per poi riprendere quando gli fosse stato possibile. Ma più il tempo passava, più quel proposito si allontanava. Ormai se ne rendeva conto anche lui, la laurea era destinata a rimanere uno dei tanti progetti naufragati strada facendo. Per la verità nella sua vita non ce ne erano stati molti, ma rinunciare a quello gli era bruciato più degli altri perché aveva tradito le aspettative di suo padre, che sognava di vedere in lui il primo dottore in famiglia. Puntaccapo, in quel momento quel nome manifestava un’ironia spietata. Lui non poteva mettere un punto, e non poteva andare a capo, perché non era più solo, sebbene non lo fosse mai stato, solo, come in quel momento. Era stato cacciato in quel labirinto e doveva percorrerlo senza appoggiarsi a nessuno.

     Fu strappato a questi pensieri dal rumore metallico della pesante porta di ferro dell’interrato, che sbatteva richiudendosi. Doveva essere quella che portava agli ascensori e, nel deserto silenzioso del grande parcheggio sotterraneo, il rimbombo rimandò un’eco quasi sinistra.  Qualcuno era entrato, se ne sentivano i passi veloci sopra il cemento. Sergio sbirciò dal suo angolo per vedere se si trattava di Emili, ma riconobbe nell’uomo che si avviava verso un’utilitaria uno degli impiegati della ditta, stacanovista o forse solo ritardatario. Si rimise in attesa, ormai non doveva mancare molto. Fece respiri profondi per allentare la tensione, doveva mantenersi calmo. Sentì il motore avviarsi e la macchina partire. Poi di nuovo silenzio, e allora ebbe l’impressione di sentire un rumore non lontano. Mise di nuovo la testa fuori dal proprio nascondiglio: Emili era vicino alla sua auto, a qualche passo da lui. Aveva appena aperto la portiera e si stava togliendo l’impermeabile prima di salire. Non poteva farselo sfuggire. Uscì di corsa da dietro il muro: «Dottor Emili, aspetti un secondo, la prego!», gridò. L’altro si voltò sorpreso e, nel riconoscerlo, assunse la stessa aria di sufficienza di due ore prima. «Ferranti, cosa c’è adesso? Ci siamo già detti tutto, non c’è nulla da aggiungere, mi dispiace.» «Ma mi lasci spiegare», quasi implorò Sergio. «Prima sono stato colto di sorpresa, non me l’aspettavo…» continuò. «Mi creda, la situazione è chiarissima, ma le ho anche spiegato le esigenze della ditta. Mi scusi, vado di fretta, ho gente a cena. Buonasera», e fece per salire. Sergio lo afferrò per un braccio: «Mi ascolti, me lo deve! Almeno questo, me lo deve!» «Ma che ca…! Ma è impazzito! Mi tolga subito le mani di dosso.» Sergio si controllava a fatica: le sistoli e le diastoli s’erano scatenate in una danza frenetica dentro il suo petto, il cuore si era come dilatato a occupare tutto lo spazio, le tempie pulsavano, le mani tremavano. Lui non mollava la presa, mentre Emili cercava di liberarsi: «Farabutto esaltato, lasciami in pace!», urlò il selettore di scarti. «Lasciami in pace? Brutto figlio di puttana! », sibilò Sergio, ormai fuori controllo, «a me la stai togliendo la pace! Mi stai togliendo tutto, grandissimo pezzo di merda! Lo capisci questo? Mi stai togliendo tutto!». Aveva iniziato a strattonarlo. Emili cercava di liberarsi per salire in macchina. Nei suoi occhi, che non avevano comunque perso l’arroganza ormai consolidata, era affiorata anche la paura. Si guardava attorno nella speranza di vedere arrivare qualcuno, ma c’erano solo loro due. «Ma va a farti fottere, buffone imbranato!», e fece un ultimo tentativo per liberare il braccio stretto nella morsa delle mani di Sergio, che a quel punto perse quel briciolo di autocontrollo che gli era rimasto e, afferrata la portiera, iniziò a sbatterla con forza contro l’uomo. Nel tentativo di entrare in macchina, Emili era rimasto con una gamba dentro e l’altra fuori, incastrato e destinato a subire i colpi senza possibilità di scampo. La pesante portiera si abbatteva su di lui con la violenza della rabbia repressa. Sergio non riusciva a fermarsi: «Infame barile di lardo, vuoi essere lasciato in pace, eh?», e continuava a colpire. «Hai gente a cena, vero? Adesso ti concio per le feste, e poi ti ci mando io dai tuoi preziosi ospiti!» I colpi diventavano sempre più violenti. A un certo punto Emili scivolò verso terra e, nella caduta, la sua testa si trovò nella traiettoria della portiera che si abbatteva su di lui per l’ennesima volta. Dalla tempia dell’uomo uscì un fiotto di sangue che in un attimo si diffuse su tutto il viso. Fu a quel punto che Sergio si fermò e, come paralizzato, fissò sconvolto l’altro, riverso sul pavimento di cemento del garage. Gli ci volle del tempo, lui non saprebbe dire quanto, per rendersi conto di quello che era successo: il suo incubo era diventato un incubo peggiore. Quando sentì sbattere la porta di ferro dalla parte degli ascensori, riuscì a scuotersi e, riacquistato un barlume di lucidità, si rese conto che doveva allontanarsi, e alla svelta. Cercando di restare nell’ombra si avviò verso una porta che stava dalla parte in cui si trovava lui e, attento a non fare rumore, l’accompagnò nel chiudersi e salì di corsa le scale che l’avrebbero portato fuori di lì. A casa.

Si era fatto due chilometri a piedi per arrivare alla stazione della metro: avrebbe potuto prendere il bus, come sempre, ma sentiva il bisogno di camminare, di scaricare il miscuglio di tensione, rabbia e paura. Ridiventare padrone di sé, almeno per quella sera. Doveva riuscire a dominare il terrore che gli era rimasto dentro per quanto era successo nel garage, non poteva portarlo a casa. Doveva anche tenersi dentro tutti gli interrogativi sulla sorte di Emili che gli si affollavano in testa: i giorni successivi sarebbero stati decisivi per il corso della sua vita futura. Poteva succedere tutto. O niente.

     Quando era sceso dalla metro aveva percorso le poche centinaia di metri che lo separavano da casa sua quasi di corsa. Era già buio, in genere arrivava prima. Non vedeva l’ora di rientrare nella villetta a schiera nella prima periferia della città, dove aveva sognato di passare il resto della vita con Aisha e con i figli che sarebbero venuti. Quella sera più che mai aveva bisogno di un rifugio certo. Della presenza di sua moglie. Una donna coraggiosa: era partita dall’India settentrionale da sola per frequentare l’università in Italia. Quando si erano conosciuti era al terzo anno, e lavorava anche qualche ora nell’ufficio in cui si erano conosciuti. Col matrimonio e la gravidanza aveva rallentato, ma non rinunciato del tutto: aveva intenzione di riprendere appena possibile. Da dov’era Sergio cominciava a intravedere la luce del loro piccolo giardino: Aisha l’accendeva sempre, diceva che portava bene. E che nel suo paese c’era la festa della luce, e la divinità della ricchezza, in quel giorno, faceva visita nelle case dove ce n’era.

     Era a due passi dal piccolo cancello della sua casa: si fermò un attimo per essere sicuro di riuscire a mantenere l’atteggiamento pacato che si era imposto. La finestra del salotto era aperta e ne usciva tanta luce: Aisha doveva aver acceso il lampadario centrale. Di solito accendeva solo le due lampade sulla credenza, mentre guardava la televisione dopo cena. Nell’avvicinarsi alla casa, giunse davanti alla finestra e vide che dentro c’era il tavolo apparecchiato. Sua moglie stava sistemando dolci e frutta sulla tovaglia rossa, come il suo sari. Era quello che aveva indossato quando si erano sposati: rosso, con ricami in varie tonalità di blu. Il rosso era il colore dell’abito da sposa nella parte del paese da cui lei veniva, era considerato il colore della purezza. Lo aveva cercato tanto in Italia, senza successo, e poi aveva chiesto alla sua famiglia di spedirgliene uno dall’India. Lui ne ricordava ancora la meraviglia quando aveva aperto il pacco. Lo aveva indossato solo un’altra volta dopo il matrimonio: in occasione del loro primo anniversario. E di colpo, con uno spasimo di consapevolezza, Sergio si rese conto che quel giorno era proprio il loro anniversario, il secondo, e lui, trascinato e stritolato nel tritasassi di quella giornata, lo aveva completamente dimenticato. Non riusciva a staccare gli occhi da quella scena, e l’armonia che sprigionava dai gesti distesi di sua moglie gli restituiva un po’ della fiducia che si era dissolta nella confusione, nella paura, nella rabbia, e nel senso di colpa, delle ore precedenti. Cercò le chiavi nella tasca dei pantaloni e si preparò a entrare in casa: aveva già fatto fin troppo tardi.   

IL ROMANZO DIETRO AL QUADRO

di

Aneres T. Lone Wolfe

Depose con grazia la frutta e i dolci sull’alzata di vetro e ottone, quella che teneva con cura quasi volesse confortarla. La base era stata forgiata in metallo, mentre il piatto che la sovrastava, piccolo, sottile e privo di decorazioni, si ergeva dal tavolo su tre protuberanze. Davano l’impressione di non avere neanche la forza di reggere tutto quel peso. Si tenne improvvisamente a questa base cercando la stabilità necessaria alle sue gambe, ormai prive di vigore, poiché indebolite dal peso dei pensieri. Le mani erano tremanti, perché lavorare in quella casa era diventato difficile, ma soprattutto doloroso. “Molto doloroso”. Negli ultimi mesi tutta quella tensione e l’atmosfera che saturava come una cappa i suoi abitanti, l’avevano appesantita. “O forse la forza l’aveva abbandonata per altri motivi? Si trattava veramente di un evento esterno? Se non avesse fatto quella domanda, se non avesse chiesto dove si trovava la signora, sarebbe stato tutto diverso ora? Cosa era successo veramente? Che cosa aveva visto il Padrone? Nessuno gliene aveva mai parlato, e perché mai avrebbero dovuto farlo del resto?”. La testa della serva e il suo corpo erano rivolti ancora verso l’alzata, con una parvenza di serenità, ma l’espressione sul suo volto svelava la sofferenza che portava dentro, una sofferenza che non provava solo lei in quella casa. Marta fece roteare i biscotti che ormai non profumavano più come quando li aveva sfornati, o così le sembrava. Appena fatti erano dolci, fragranti e gustosi, croccanti fuori e morbidi dentro. “Quando si dice trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Se avesse potuto cambiare quell’evento, se solo avesse taciuto o semplicemente non si fosse interessata, ora probabilmente le cose sarebbero state come allora: “il dessert perfetto”. Il cuore dei biscotti era fatto di cioccolato, una crema gustosa che usciva riversandosi nel piatto, un accessorio che ormai non faceva più parte di quel tavolo, diventato inutile e superfluo dal momento che il padrone tollerava ben poco di restare in quella stanza, e lo scarso appetito che aveva lo sedava in pochi minuti. In quello stesso tempo, trangugiava del vino rosso direttamente dalla bottiglia, tanto più che, ormai, anche i bicchieri erano diventati superflui. “Troppe cose erano diventate superflue”. Si chiese se lo fosse diventata anche la sua presenza in quella casa. Ora i suoi Padroni avevano perso ogni senso del gusto, del piacere, della realtà. Amava preparare quei dolcetti, la mattina presto, adorava levarsi alle prime ore dell’alba e lasciare quella scia profumata in tutta la casa, che guidava i Padroni appena svegli verso la cucina per assaggiarne qualcuno appena sfornato. Un rito ormai perso.. Ora vivevano in due stanze separate in cui passavano la maggior parte della loro giornata. Osservò il cibo disperso all’altro capo del tavolo, di questo se ne sarebbe occupata solo più tardi, aveva ancora tempo. Sarebbe stato un altro atto, un’altra scena che si ripeteva come in un flashback, sempre la solita. La Padrona sarebbe arrivata per prima, il Padrone sarebbe tornato solo più tardi, quando lei fosse uscita. Entrambi avevano ancora una volta bevuto la stessa quantità di vino, lei quello bianco dolce che le dava tanto conforto, lui quello rosso vivo. Rosso come le pareti che aveva voluto dipingere e come la tovaglia che aveva voluto far colorare. Rosso cupo, come il suo umore, come i suoi pensieri, rosso come la pazzia che lo ottenebrava, rosso. Un rosso vivo su cui sua moglie aveva voluto dipingere dei fiori blu a ricordargli quegli elementi della natura che tanto amava lavorare, mentre prendeva la misura del terreno che aveva voluto comprare e sistemare per lei. Non voleva che dimenticasse quanto fosse bravo nel curare il giardino, nel curare il terreno, nel curare la loro vita. “Il loro amore”. Invece ora era tutto abbandonato. “Fuori da quella finestra si vedeva la devastazione in quel cupo giorno di marzo”. Solo degli scarni rametti di mimosa, disposti con cura nella seconda alzata, ricordavano l’arrivo della primavera. Invece in casa c’era l’inverno, così come nei loro pensieri. L’erba era alta, incolta, a coprire oltre la metà dell’altezza di quegli arbusti, o forse erano alberi, ormai non lo ricordava più. Erano piegati dal vento, da molto tempo non venivano più curati. “Troppo tempo”. In mezzo ad essi, dei fiori di campo selvatici facevano capolino, azzurri e gialli. Quelli azzurri erano i preferiti della padrona e suo marito lo sapeva, per questo lei aveva dipinto quei vasi di fiori ovunque sulle pareti, nella tovaglia, se avesse potuto li avrebbe dipinti anche dentro al suo cuore. Lui, forse per qualche forma di autocontrollo che possedeva ancora, o di legame con il passato, aveva dipinto delle erbacce tra i suoi fiori preferiti, alte e grandi a sovrastarle, ma senza coprirle, né cancellarle, anche se le aveva dipinte di nero. Ma la Padrona le aveva colorate di blu, con cura. A volte il Padrone l’aveva notata mentre lo faceva, entrando in quella stanza, ma era uscito in fretta sbattendo la porta, pur sempre senza stringere i pugni. Fuori il cielo era triste e non dava speranze, gonfio e scuro prometteva pioggia. La sedia della padrona era come sempre appoggiata al muro, lì doveva restare, fuori dalla vista di suo marito. Il padrone invece aveva la sedia appoggiata al tavolo, di lato, tre passi più avanti alla sua, controllati ogni giorno, ogni ora con le sue stesse gambe. Entrambe le sedie erano dirette verso un’unica direzione, mai si doveva incrociare lo sguardo fra loro: due binari paralleli, due strade distinte che non si incontrano mai, a guardare verso una direzione dove non c’era nient’altro se non il vuoto. Ma non il vuoto dei pensieri, e questo si capiva dal cibo disperso sul tavolo con rabbia, in ogni direzione. Sempre la stessa scena, sempre lo stesso flashback. Il Padrone era uscito in fretta, di corsa, con un turbine di pensieri e la tempesta in atto all’interno della mente. Con i capelli arruffati e i pugni stretti come se dovesse stringere tutto e al tempo stesso volesse liberarsi di qualcosa, o come se, improvvisamente, aprendoli, avesse potuto fare sparire tutto nel vuoto di quell’odioso passato. La Signora lo aveva seguito cauta, in silenzio, a testa bassa, lo stesso sguardo rivolto verso il tavolo che teneva lei ora in questo momento, una testa che non poteva mai più alzare, nessuno poteva più incrociare il suo sguardo. Lei lo alzò, solo per un attimo, rivolgendolo fuori per osservare quella costruzione lontana, ma non poi così lontana. Una costruzione che il Padrone voleva fare demolire, crollare, anzi che avrebbe voluto distruggere con le proprie mani, pezzo dopo pezzo, mattone dopo mattone. Una costruzione dove aveva visto quello che non avrebbe dovuto vedere. Stranamente questa volta rientrò per primo e si avvicinò alla finestra, poi strinse nuovamente i pugni. Guardò il tavolo arrabbiato poi uscì di nuovo. Il rosso era anche nei suoi occhi ormai iniettati di sangue, un rosso che non sarebbe più scomparso, il rosso di un uomo che non avrebbe mai dimenticato. Un rosso misto di rabbia odio e dolore, un rosso che aveva dipinto lui stesso ma di cui non era l’autore né l’artefice. La Signora rientrò e si sedette in quella sedia appoggiata al muro, osservando la serva che continuava a sistemare i pasticcini su quello stesso piatto, con la testa ancora china, in silenzio. Doveva essere un dessert perfetto e invece continuò a fissare il vuoto astratto in cui non c’era niente, o meglio nel quale c’era qualcosa, una tensione nell’aria che non poteva dimenticare. Gli eventi non potevano più cambiare le cose, anche se avevano comunque e inevitabilmente cambiato il presente e il futuro; ormai ogni giorno sarebbe rimasto per sempre così: “il dessert imperfetto”.

"Ti fa stare bene", titolo che arriva direttamente da una canzone di Capareza
Come sempre potete ispirarvi all'opera originaleoriginale e prendere qualsiasi direzione troviate inerente.

Le regole, sempre le stesse:

I racconti (inediti) devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it

La lunghezza massima (e vivamente consigliata) è di quattromila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office (doc, docs, odt).
Il titolo deve essere composto dal vostro nome-cognome e da "Ti fa stare bene".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Scadenza 30 novembre 2017.
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito e a mettere un like alla pagina facebook. Sarà più semplice comunicare e potrete seguire ogni nostra iniziativa.
Cosa si vince?

I due o più vincitori (se i racconti inviati saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it

 Entro fine  dicembre 2017 i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

Link a Prospettive, l'ebook della prima antologia.

 

A pochi giorni dall'uscita di Che lo svapo sia con voi (2) intervistiamo l'autore (Matteo Gallegati - Il santone dello svapo) ed il curatore, Renzo Semprini Cesari

 

-         Ci puoi descrivere, in poche parole, “Che lo svapo sia con voi (2)?

MG È semplicemente il riassunto di come riuscir a rigenerare qualsiasi cosa tenendo conto delle regole fondamentali della rigenerazione.

RSC Con questo volume, il Santone dello svapo ha completato il suo ampio percorso per introdurre al mondo dello svapo e mostrarne gli aspetti basilari. Parla principalmente di rigenerazione, e lo fa suggerendo dei principi di massima, per poi scendere nel dettaglio degli attrezzi, delle resistenze, dei fili e dei liquidi. È una sorta di vademecum per il neofita - al quale è rivolto il libro in prima battuta - con assiomi e anche qualche risposta alle domande più frequenti, ma allo stesso tempo è un promemoria per il vaper più esperto, perché parla anche di obbiettivi (sia personali, sia dello svapo in generale), di rispetto del lavoro dei modder e di qualità.

-          Che differenze ci sono rispetto al primo volume?

MG Questo è puramente tecnico, il primo volume mi raccontava molto di più.

RSC Nel primo volume si può vedere di più Matteo Gallegati, e lo svapo è quasi il pretesto per conoscere qualcosa della sua vita e del suo modo di pensare. Non è un’auto celebrazione, ma il mostrarsi da parte di un uomo che - volente o nolente, haters o lovers - è un personaggio con followers in ogni social, che parla di svapo in maniera euristica e che dello svapo ha seguito e fatto la storia. Dal punto di vista tecnico, il secondo volume è la chiusura del cerchio.

-         Completati i due volumi e in attesa del libro che li raggrupperà, in uscita a dicembre, pensi che adesso sia un saggio completo o ci sono altri argomenti da trattare?

MG Penso che siamo arrivati a buon punto e che possa essere molto utile per i neo vapers. Ovvio si puo sempre dire di più su questo argomento, ma volevo ottenere un libro che non fosse troppo complicato e adatto a tutti i tipi di utenti, nello svapo se si vuol scendere nel tecnico si potrebbero scrivere volumi interi. Magari con il tempo approfondiremo. Ma io in primo luogo sono uno youtuber quindi la fonte più grande di informazioni rimane sempre il mio canale.

RSC Penso che il saggio sia completo, senza dimenticare, come ho già detto, che è rivolto prima di tutto ai neofiti, a chi si sta affacciando, o si vuole affacciare, al mondo dello svapo. Questo non vuol dire che non sia interessante anche per i vaper più esperti, perché il libro nel suo insieme, oltre a far conoscere più da vicino Matteo Gallegati e il suo pensiero, è un ottimo strumento di confronto. È chiaro che a livello di saggio non scende nei dettagli più complessi, nelle sfumature da nerd, non affronta tutte le casistiche speciali, ma se non lo fa è anche perché l’idea di fondo del Santone dello svapo, e più volte lo ribadisce, è che per svapare bene, ma nella vita in genere, bisogna essere svegli, osservare, provare, sbagliare e provare ancora. Quindi non esisteranno mai manuali o saggi che diffondono la verità assoluta, perché la verità assoluta non esiste.

-          Com’è stato lavorare con RSC, MG?

MG Mi sono trovato molto bene, l’editoria ha tempi molto serrati ma devo dire che è stata un’ottima esperienza.

RSC Piacevole, facile, curioso, costruttivo. Mi ha fatto conoscere un mondo a me ignoto, e una persona vera.

-           Progetti lavorativi? Hai altre iniziative editoriali?

MG Per ora non ho altri progetti oltre al cartaceo, ma per il futuro non si sa mai, tempo permettendo ovviamente.

RSC Al momento sono impegnato nella promozione del mio primo romanzo, Zeppole e Nuvole, uscito in formato ebook da diversi mesi, e in formato cartaceo a fine settembre. Ci tengo molto, è una dedica a Napoli e alla commedia all’italiana. Per fine dell’anno, poi, forse Natale, c’è in cantiere una grossa sorpresa, il sequel di Pinocchio, con illustrazioni dell’amico pittore Gianni Caselli. Ovviamente parliamo di pubblicazioni Jona Editore.

-           Se dovessi individuare quello che ancora ti manca, nella tua attività creativa, solo una cosa, cosa diresti?

MG Beh devo specializzarmi tecnicamente in produzioni audio-video. Voglio imparare sempre più cose per dare contenuti sempre migliori.

RSC La gloria imperitura. Scherzo (non del tutto). Non c’è una sola cosa, non ci può essere, almeno per me. L’attività creativa non ha mai fine, per cui non riesco a pensare a una sola cosa che mi manchi, se non il vivere di questo mestiere.

-          Se, invece, dovessi individuare un traguardo, in tal senso, che hai raggiunto e di cui sei fiero, quale diresti?

MG Beh sono fiero dei miei 200 mila iscritti e di tutta la community che sto creando attorno a questo settore, e vi prometto che farò di tutto per migliorare sempre.

RSC Il matrimonio con Jona Editore.

-          La cosa più importante che intendi realizzare nel 2018?

MG Creare un’attività stabile e produttiva che possa far lavorare per me altre persone in modo da dare sempre un prodotto migliore ai miei followers, ampliare format e fare video sempre migliori e di qualità maggiore!

RSC Sopravvivere. Poi, in seconda battuta, vendere un milione di copie.

-         Un aggettivo, solo uno, per il tuo compagno di scrittura?

MG CROCCANTISSIMO!

RSC “Croccante” sarebbe scontato, allora dico “genuino”.


Link al Libro
Ricordiamo che inserendo il coupon "santone" potete acquistare i due volumi de Che lo svapo sia con voi al prezzo scontato di 15 euro.

Ed ecco il secondo, attesissimo, volume de Che lo svapo sia con voi, de Il Santone Dello Svapo. In questo volume Matteo ci spiega tutte le tecniche per rigenerare, arrivando, così, al massimo dell'aroma e del gusto possibile.
Da leggere, ovviamente, dopo il primo volume, per avere una buona base di apprendimento.

Abbiamo creato un coupon "santone" (dovete inserirlo, senza virgolette, nel carrello) che vi permetterà di prendere entrambi i volumi con 5 euro di sconto e, in più, per chi acquista i due volumi o anche solo il secondo, avrà altri 5 euro di sconto per il cartaceo, in uscita a dicembre.
(Curatore: Renzo Semprini Cesari)

Settimana prossima intervista doppia a Matteo Gallegati e Renzo Semprini Cesari.

Link all'ebook