Des Moines, Iowa, USA

 

Intervista a Daniele Pantano per Jona Editore, maggio 2020.

La poesia di Daniele Pantano arrivò per la prima volta alla mia attenzione in lingua originale, nella sua pubblicazione americana di alcuni anni fa. Mi colpì da subito, tanto da segnalarla ad Emerging Writers Network tra i dieci migliori titoli dell’anno. Ora sono a dir poco felice di vedere il suo lavoro tradotto e, naturalmente, ho colto al volo l’occasione di intervistarlo che mi è stata offerta da Jona Editore. Considerando che Daniele vive vicino a Leeds, in Inghilterra, e io in Iowa, negli Stati Uniti centrali, abbiamo gestito le nostre domande e risposte via e-mail.

Questo libro serba tante piccole sorprese. Il titolo “DOGS”, per esempio, ha un che di grezzo, di approssimativo, fa pensare ai cani di strada, mentre – per contrasto – molte poesie suggeriscono una profonda e raffinata cultura, con le sue immagini simboliche, pietre miliari della storia europea. Un primo esempio significativo è “Tra le Stazioni della Metro”, che fa chiaramente riferimento alla nota poesia di Ezra Pound “Nella stazione della metro”. Come hai deciso di servirti di un riferimento, di un contributo simile, per questa poesia in particolare e per la raccolta in generale?

Vorrei innanzitutto ringraziarti per la generosa lettura delle mie poesie e per le tue preziose parole, John, che apprezzo molto. Come sai, sono sempre stato un grande ammiratore del tuo lavoro ed è molto emozionante poter intavolare con te questa conversazione. Il titolo si basa sulla versione originale dei miei Selected Poems, Dogs in Untended Fields, che è già stata pubblicata in inglese e in tedesco, e che sarà presto disponibile anche in francese, albanese, russo, sloveno, curdo, persiano, spagnolo e in qualche altra lingua. Per qualche strana ragione, la traduzione letterale del titolo non funzionava molto bene in italiano, quindi abbiamo deciso di scegliere una versione abbreviata per l’edizione italiana, appunto. Quindi, devo dire che hai ragione: non abbiamo di certo a che fare con simpatici cagnolini imbellettati da preziosi collari, qui; si tratta di cani selvaggi, come quelli in cui ti potresti imbattere sulle colline siciliane. Se mi identifico con quei cani selvatici? Sicuramente. E per quanto riguarda le poesie, la maggior parte delle quali sono state scritte tra il 1997 e il 2012, si tratta essenzialmente dell’inventario del mio processo di sviluppo come poeta; dei miei incontri con le “culture” che si trovano su un altro livello rispetto a quello della classe operaia in cui sono nato; dei quesiti che ho posto a me stesso sulle diverse storie europee; i miei tentativi di dare un senso al mondo in cui vivo e ai codici attraverso cui si esprimono il dolore, il trauma, l’esilio; dei miei sforzi per vivere una vita autentica, quella che mi hanno sempre detto che un cane bastardo come me non merita.

Soffermandoci sulla questione dei rimandi culturali, vorrei chiederti qualcosa sulla tua storia. I tuoi genitori provengono da paesi molto diversi, Sicilia e Germania, hai insegnato negli Stati Uniti e in Inghilterra e trascorri molto tempo in Svizzera. Senza dubbio questo miscuglio culturale ha dato una bella mano a plasmare la forma dell’intera raccolta, ma mi piacerebbe sapere cosa hai da dirci più in particolare al riguardo.

Sì, questa è una domanda che viene spesso fuori durante le interviste. Ed è una lunga storia, come puoi immaginare, ma eccoti quella breve: da bambino immigrato, nato in Svizzera (da padre siciliano e madre tedesca), sono sempre stato visto come una sorta di strambo animale dai sogni irrealistici, soprattutto quando mi è venuta l’idea di diventare un poeta. La società svizzera e il suo sistema educativo hanno fatto del loro meglio per essiccare la mia corteccia e tenere la gabbia ben chiusa. Non mi fu permesso di sostenere gli esami di ammissione alle superiori perché ero considerato straniero. Il mio insegnante della scuola secondaria mi disse: “agli italiani idioti come te non frega niente di andare al liceo”. Ho fatto domanda per diversi apprendistati ma, di nuovo, sono stato respinto su tutti i fronti. Mi sono reso rapidamente conto che dovevo lottare duramente per poter avere una possibilità di istruzione superiore creandomi delle opportunità fuori dalla Svizzera. Alla fine, sono riuscito a svignarmela, ingannando un noto talent scout del tennis di Zurigo e convincendolo a darmi una borsa di studio per frequentare una delle più prestigiose accademie di tennis e scuole preparatorie degli Stati Uniti, anche se non avevo mai frequentato una lezione di tennis in vita mia. Dunque, sono riuscito a prendermi il diploma di scuola superiore, che mi ha permesso di frequentare un’università americana e, cosa più importante, che mi ha offerto l’opportunità di diventare uno scrittore, un poeta, una persona che gioca con le parole. Il mio esilio autoimposto e il suicidio linguistico, cioè la mia decisione di scrivere esclusivamente in inglese, mi era necessario per vivere una vita da scrittore, per lavorare sulla mia identità artistica e seguire letterati del calibro di Simic, Brodsky o Nabokov in lingua inglese, in quello spazio non translinguistico in cui vivo da quando avevo diciassette anni. Scrivere poesie mi ha permesso di vivere la vita dello scrittore, di girare il mondo, di insegnare a migliaia di meravigliosi studenti negli Stati Uniti e in Inghilterra, e molto altro ancora. La mia attuale carriera vuole anche essere una sorta di “vaffanculo” finale per i miei ex insegnanti in Svizzera, ma, cosa ancora più importante, dimostra a molti dei miei studenti – tra le altre cose – che, nonostante quel che si dica, tutto è possibile, non importa chi sei o da dove vieni.

Affascinante, e incoraggiante anche per il modo in cui hai superato il pregiudizio. Se dovessi applicare questa storia che mi hai raccontato a una poesia in particolare, potrebbe essere “Studio sulle polveri sottili e Soluzione Salina Ipertonica”. I versi di apertura combinano l’idea di un “nessun luogo” a cui si arriva con l’immagine gioiosa di “ci sarà sempre un carnevale”. Quella poesia si riferisce al tuo mash-up personale, o magari sbaglio? Potresti fornirmi tu qualche altro esempio? 

Posso dire di aver scritto Studio sulle polveri sottili e Soluzione Salina Ipertonica durante il mio tragitto giornaliero in treno da Liverpool a Ormskirk (nel 2009, credo), mentre insegnavo alla Edge Hill University. Affronta l’dea di esilio e di trauma, ma sonda anche le possibilità di speranza e il bisogno di arrivare alla fine del percorso con qualsiasi mezzo possibile, non so se mi spiego. Penso che tutte le mie poesie, in un modo o nell’altro, affrontino il mio “mash-up personale”. Vedo il mio lavoro come una lunga “confessione”, ma non significa necessariamente che si tratti di una poetica “confessionale”. Le mie poesie riguardano in realtà il linguaggio, la riscrittura dei nostri miti (alla fine, tutti noi creiamo i nostri miti, giusto?), e come questo codice espressivo trovi sempre un modo per farci sentire irrequieti.

Ah, confessione e mito: questo mi porta a una delle poesie più intriganti “La stagione di Trakl”. Georg Trakl era un poeta austriaco dell’inizio del secolo precedente, e ammetto di aver avuto bisogno di fare un paio di ricerche per aiutare la mia memoria ormai pericolante. Ogni lettore può notare da sé come la tua poesia sia in grado di coinvolgere il mondo naturale, come, che ne so, un acero o una brezza, con il solo potere della voce e della confessione. Allo stesso modo, dà vita a fantasmi, soldati morti e “anziani pellegrini”. Tutto sommato, mi ricorda un poeta molto più famoso, Ovidio, e le sue “Metamorfosi”. Cosa puoi dirci di questa straordinaria poesia e di come ha preso vita?

Il fantasma di Trakl perseguita tutta la mia produzione. Leggo la sua opera da quando ero un adolescente, attraverso lo studio della sua ineguagliabile abilità nell’usare una gamma di colori e “oggetti” molto limitata per creare visioni da incubo che si nascondono in una bella immagine: ha avuto una grande influenza su di me. Ho anche tradotto e pubblicato le sue poesie, molti anni fa ormai –– vedi il mio approccio concettuale più recente in ORAKL (Black Lawrence Press, 2017). E, in qualche modo, ha continuato a saltar fuori durante la mia carriera accademica, soprattutto negli anni della scuola di specializzazione, quando lavoravo con Franz Wright, Nicholas Samaras, James Reidel e Daniel Simko, che erano anche studenti di Trakl e che mi hanno ricordato e incoraggiato a fidarmi della voce della natura e a registrare le sue confessioni, quando lavoravo al manoscritto della mia prima raccolta. Comunque, La stagione di Trakl è semplicemente un omaggio alla sua persona, un riconoscimento delle sue influenze sul mio lavoro di poeta e traduttore letterario. È bello vedere, tuttavia, che la poesia è in grado di dar vita ad altri fantasmi.

 

Scendendo più nei dettagli di DOGS e in particolare nella poesia “Artista in Fuga”, c’è un verso che risuona forte e chiaro, come una sorta di ossessione, direi. Il pezzo è una specie di elegia per tua madre e, a un certo punto, parla di “Linguaggio, annidato nel silenzio”. Questo ci riporta ancora una volta al concetto di confessione, al comunicare per esporre la propria interiorità e, ancora, al concetto di un mondo senza voce che ha però una sua anima. Cosa puoi raccontarci di questo verso, di questa poesia e del loro significato nel complesso?

Questa, per me, non è una domanda facile a cui rispondere. La poesia riguarda il funerale di mia madre. Il modo in cui si è uccisa. È una confessione, una registrazione di ciò che è accaduto durante il servizio in chiesa. La sua bara scomparve e ci vollero ore per trovarla. Ero ancora abbastanza giovane. Il resto è nella poesia, che si domanda anche: quale lingua può eventualmente affrontare questo tipo di perdita? Come parliamo per esporre l’anima quando l’anima è stata messa a tacere? Come possiamo catturare in dei versi un mondo che improvvisamente ha perso la sua voce, la sua capacità di parlarci? Non lo so. Ma forse è esattamente quello che sto cercando di realizzare nelle mie poesie: trovare i silenzi che parlano, i silenzi che – come una volta disse Roberto Bolaño da qualche parte – sono “stati creati apposta per noi”.

Bolaño ovviamente è un artista potente, ma il potere delle tue poesie assume una forma diversa, più personale, che considera anche i dettagli più insignificanti dell’esperienza. Lo vedo anche da quest’ultima risposta e dal modo in cui questi versi riprendono i tragici eventi che li hanno ispirati. Comunque, se si tratta di una domanda difficile, sorvolerei: cosa puoi dirci, invece, della relazione tra immaginazione e realtà? Da che parte si trova la tua Musa? Se servisse un riferimento a una specifica poesia, per rispondere alla mia domanda, vorrei suggerire “Vita di Montagna” che parla proprio della scrittura stessa.

Realtà e immaginazione, per me, sono la stessa cosa, o almeno vanno di pari passo. Nella sua forma più elementare, la scrittura è l’atto di tradurre il “reale”, ovvero gli eventi, in un linguaggio che tenti di decifrare ciò che crediamo sia vero (il nostro tentativo di dare un senso al mondo), indipendentemente dal fatto che stiamo parlando di emozioni, oggetti, alberi, insomma, di qualsiasi cosa. Ed è proprio l’immaginazione che consente questo processo. Nella migliore delle ipotesi, il risultato ci offre una sorta di interpretazione della vera natura del reale, cioè il noumeno, la cosa in sé. Sai cosa significa sperimentare la vera perdita? O il vero amore? O la vera depravazione? Non lo sappiamo. Non sappiamo davvero nulla di nulla. Eppure, alla fin fine, la poesia è l’unico veicolo che ci offre una possibilità per avvicinarci di almeno un passo alla cosa in sé, e l’immaginazione (la Musa?) è l’ingrediente segreto di tutto questo; ci consente almeno di immaginare come potrebbe essere il vero, la “realtà” non filtrata di qualsiasi esperienza. Come tale, la poesia offre possibili verità in assenza di verità assolute. Come dico sempre, nel migliore dei mondi possibili, la poesia è estremamente importante e, al tempo stesso, assolutamente superflua; la poesia cambia tutto e non cambia niente. Dove volevo arrivare, con questo discorso a proposito dei versi su mia madre? Tutto nella poesia è vero, comprese le citazioni. È successo esattamente come lo descrivo. Però, non saprò mai cosa sia successo realmente. Ne abbiamo già avuto abbastanza della mia poetica kantiana? Secondo me sì. Continuiamo a vivere nell’incertezza, dunque, e immaginiamo cosa possa ancora essere possibile – almeno all’interno e attraverso la scrittura – che è quello che ho fatto in Vita di Montagna. L’ho scritta quasi due decenni fa ma, solo di recente e inaspettatamente, ha preso vita, con l’essenziale differenza che, mentre la poesia perfetta non è ancora arrivata e mai arriverà, non sono stato io ad essere partito a bordo di quel traghetto.

Dunque, hai detto che “la poesia ha preso vita”, che è diventata la parte migliore di sé, il suo “noumeno”. Altri artisti, non soltanto i poeti, hanno descritto questa stessa esperienza. Ci sono dipinti di Picasso che sono, in realtà, ri-dipinti; sembravano essere dei lavori completi, ma li lasciò in sospeso per un po’ e poi, in qualche modo, fu in grado di scorgere attraverso la tela un’altra immagine, più autentica. Non pensi che, all’interno delle tue poesie, si registri tale processo in divenire, per esempio in “Simic e il suo esercito di Ragni”?

Be’, no, Vita di Montagna, una poesia che ha ormai diciotto anni, prende letteralmente vita, la peggior vita possibile; io e mia moglie ci siamo separati già da qualche anno, e solo ora riesco a toccare con mano i particolari più dettagliati della questione. Come ho già detto, la poesia, rispetto alla prosa o alla pittura o alla fotografia o ai film – per fare alcuni esempi – si avvicina alla verità senza mai catturare veramente l’esperienza vissuta o la vera natura dell’esistenza: la poesia resterà per sempre incompiuta. Siamo per sempre incompleti. Picasso sarebbe d’accordo, penso. Era in eterno conflitto con il compiuto. Distrusse tutto ciò che gli sembrava completo, da qui la sua ricerca di ciò che andava al di là dei dati fisici del suo lavoro. Ora, Simic e il suo esercito di Ragni è un’ars poetica incorniciata da un partito immaginario che Simic decide, appunto, di radunare nel seminterrato di casa sua, dopo aver vinto il Pulitzer nel 1990. Proprio così. E quel “regno di luce” della poesia, è il noumeno dell’esistenza che ci sfugge, il cadavere del poeta, ovviamente. È quella luce che si trova dentro e oltre tutti noi.

Ragni indaffarati, altre creature, radici, frutta e verdura: il mondo naturale continua a farsi largo e a germogliare ovunque. La nostra conversazione mi fa pensare che tutto faccia parte della ricerca di questo “noumeno”; in fondo, esiste forse niente che sia più “cosa in sé” di un animale o di un fiore? A ogni modo, la forza della natura – cercando il sole – conferisce alla tua poetica un certo ottimismo. Lo si nota soprattutto in “La Teoria del Caso”, con i suoi “raccolti in mezzo allo splendido degrado”. Cosa ne pensi di questa lettura?

Sì, mi trovi d’accordo! Qui c’è un certo ottimismo, anche se la poesia parla di traumi e dell’impossibilità di tornare al vecchio sé, del permanere delle nostre cicatrici. Qui, la luce (artificiale) dell’ottimismo che tutti cerchiamo è rimasta purtroppo nascosta nella cantina delle nostre radici, assieme al resto del raccolto dell’anno, mentre tutti vaghiamo nei nostri giardini incolti, scavando nella terra, alla ricerca di un ultimo segno di speranza.

Penso che adesso sia giunto il momento di alleggerire la conversazione. Le tue poesie mostrano anche un istinto di assurdità, oserei persino dire un senso dell’umorismo. Al funerale di tua madre, per esempio, sentiamo il borbottio di un pazzo. Una giustapposizione del genere fa scaturire una risata improvvisa e sembra essere un particolare centrale in “Domino-Apertura”. Cosa puoi dirci, in generale, e in particolare di questi bizzarri compagni di letto che hai deciso di accoppiare in questi versi?

Assurdità? Sì, può essere. Ma, addirittura, “senso dell’umorismo”? Sei il primo scrittore o lettore che abbia mai scorto del senso dell’umorismo nel mio lavoro. La prenderò per buona, mi offre uno spunto su cui riflettere! La mia prima risposta, comunque, sarebbe sempre la stessa: “Non scrivo poesie divertenti” –– mi ricorda un verso di Jack Gilbert, che dice: “I pescatori greci non / giocano sulla spiaggia e io non / scrivo poesie divertenti.” Ora, in realtà, il concetto di follia e la figura del matto sono due cose che mi interessano molto, sì, ma lasciamole per un altro giorno o per un’altra domanda. Ad ogni modo, “Domino - Apertura” è semplicemente un’indagine o una riflessione sulle relazioni umane all’interno di uno spazio, o di un non-spazio, creato dal caso e dal caos: quello di cui sono composte tutte le nostre vite, essenzialmente. Sono consapevole del fatto che io stia continuando a evitare di rispondere alle tue domande su poesie specifiche, e ti faccio le mie scuse. Non sono in grado di spiegare le mie poesie. Di fatto, semmai, le mie poesie sono le spiegazioni, il modo più diretto e conciso che ho per parlare di uno specifico argomento. E, una volta che l’ho fatto, non c’è più lingua. Questa poesia, tuttavia, è importante per me in quanto è un esempio di una poetica più sperimentale e linguisticamente innovativa. Credo che, qui, il linguaggio dia il meglio di sé e si carichi di possibilità quando viene trattato come un semplice mastice, quando le giustapposizioni – ad esempio – vengono fuori in maniera naturale, quando i versi sulla pagina “eseguono” piuttosto che “produrre” il linguaggio: la poesia del dire contro la poesia del detto, come dice Robert Sheppard. Insomma, direi che in DOGS c’è un buon equilibrio tra il dire e il detto, direi che c’è qualcosa di buono per tutti, o almeno lo spero.

 

 

English Version

 

John Domini
Des Moines, Iowa, USA

Daniele Pantano interview, for Jona Editore, May 2020.

Daniele Pantano’s poetry first came to my attention in English, in its American publication, some years ago. I was so impressed, I selected his book among one of that year’s ten best, for the Emerging Writers Network. Now I’m overjoyed to see his work translated, and naturally I jumped on the chance to interview him. Since he lives near Leeds, England I in Iowa, in the central US, we handled our questions and answers via email.

Your book has some fine surprises. The title, for instance, has a rough quality, it makes one think of street dogs—but many of the poems suggest high culture or touchstones of European history. A telling early example is “Between Stations of the Metro,” which plainly references Ezra Pound’s famed poem “In the Station of the Metro.” How do you see such a reference working, contributing, both for this particular piece and for the book as a whole?

Let me first thank you for your generous reading of my poems and your kind words, John, which I appreciate very much. As you know, I’ve always been a great admirer of your work, and it’s very exciting to be speaking with you via this Q&A.

The title is based on the original version of my Selected Poems, Dogs in Untended Fields, which has already been published in English and German, and which is forthcoming in French, Albanian, Russian, Slovenian, Kurdish, Farsi, Spanish, and a few other languages. For some reason, the literal translation doesn’t work very well in Italian, so we’ve decided to go with an abbreviated version for the Italian edition. So, you’re right, we are not dealing with cute lapdogs with pretty collars here; these dogs are the wild ones you meet in the hills of Sicily. Do I identify with those wild dogs? Most definitely. And the poems, most of which were written between 1997 and 2012, are essentially records of my development as a poet; my encounters with “cultures” beyond the working class I was born into; my interrogations of my own as well as Europe’s histories; my attempts to make sense of the world I live in and the languages of grief, trauma, exile; my efforts to live an authentic life, one which I was always told a bastard dog like me doesn’t deserve.

To stick with the subject of cultural cross-references, I have to ask about your own story. You have parents from very different countries, Sicily and Germany, and you’ve taught in the US and in England, and you spend a good deal of time in Switzerland. No doubt this jumble helps shape the whole book, but I’d like to hear what you have to say about it.

Yes, that’s a question that comes up often during interviews. And it’s a long story, as you can imagine––but here’s the short of it. As an immigrant child born in Switzerland (with a Sicilian father and a German mother), I was always seen as some kind of strange animal with unrealistic dreams, especially when it came to my idea of wanting to be a poet. Swiss society and its educational system did its best to silence my bark and keep my cage locked tightly. I wasn’t allowed to sit my high school entrance exams because I was considered a foreigner. My secondary school teacher told me that “Italian idiots like you have no business going to high school.” I applied for several apprenticeships, but again I was rejected on all fronts. I quickly realized that I had to fight hard to get a shot at higher education and create my own opportunities outside of Switzerland. I eventually got out by tricking a well-known tennis scout in Zurich into getting me a scholarship to attend one of the most prestigious tennis academies and preparatory schools in the US, even though I’d never had a tennis lesson. Nevertheless, I did get my high school diploma, which allowed me to attend an American university, and, perhaps more important, offered me the opportunity to become a writer, a poet, someone who plays with language(s). My self-imposed exile and linguistic suicide, i.e., my decision to write exclusively in English, were necessary for me to live the writing life, to write my own artistic identity and follow the likes of Simic, Brodsky, or Nabokov into the English language, into that translingual non-space I’ve been living in since the age of seventeen. Writing poems has allowed me to live the writing life, to travel the world, to teach thousands of wonderful students in the United States and England, and so much more. My career also serves as a final “fuck you” to my former teachers in Switzerland, but, more importantly, it also proves to so many of my students, for example, that, despite the word on the street, anything’s possible, no matter who you are or where you come from.

Fascinating. Heartening, too, the way you overcame prejudice. If I were to apply the story to a particular poem, that might be “Study in Soot & Hypertonic Saline.” The opening lines combine both “nowhere to go” with the happy notion that “there’s always a carnival.” Does that poem address your own personal mash-up, as I imagine? Or would you single out some other, better example? 

I can say that I wrote “Study in Soot & Hypertonic Saline” during my daily train commute from Liverpool to Ormskirk (back in 2009, I think), when I was teaching at Edge Hill University. It addresses notions of exile and trauma, but also the possibility of hope and the need to get to the end of the line by whatever means possible, if that makes sense. I think all of my poems deal with my “personal mash-up,” in way or another. I see my work as one long “confession,” which doesn’t necessarily mean it’s “confessional.” My poems are really about language, the “writing through” of our own myths (we all create our own myths, don’t we?), and how language always finds a way to make us feel restless.

Ah, confession and myth—that takes me to one of the most intriguing poems here, “Trakl’s Season.” Georg Trakl was an Austrian poet from the turn of the previous century, and here in the States I needed research to buttress my crumbling memory, but any reader can see how your poem invests the natural world, like a maple or a breeze, with the power of voice and even confession. So too, it brings ghosts to life, dead soldiers and “ancient pilgrims.” All in all, it calls to mind a far more famous poet, Ovid, and his “Metamorphoses.” What can you say about this remarkable poem and its roots?

Trakl’s ghost haunts all of my poems. I’ve been reading him since I was a teenager, and his unparalleled ability to use a very limited palette of colors and “objects” to create nightmarish visions that hide in plain sight has been a major influence on me. I’ve also been translating and publishing his poems for many years now––see my most recent conceptual approach in ORAKL (Black Lawrence Press, 2017). And somehow he kept popping up during my academic career, especially in graduate school, when I was a working with Franz Wright, Nicholas Samaras, James Reidel, and Daniel Simko, who were also students of Trakl, and who reminded and encouraged me to trust in nature’s voice and record its confessions when I was working on the manuscript of my first collection. Anyway, “Trakl’s Season” is simply an homage to Trakl, an acknowledgment of his influences on my work as both a poet and literary translator. It’s nice to see, however, that the poem is capable of bringing other ghosts to life.

Deeper into DOGS, in the poem “Escape Artist,” you have a line that resonates powerfully, haunting the whole, I’d say. The piece is something of an elegy for your mother, and at one point it offers: “Language, nestled up against silence.” This takes us once more to the concept of confession, speaking up to expose the soul, and again to the notion of the voiceless world having a soul. What can you say about this line, this poem, and their place in the whole?

This one’s tricky for me. The poem is about my mother’s funeral. She killed herself. It is a confession, a record of what happened during the church service. Her coffin went missing, and it took hours to find her. I was still quite young. The rest is in the poem, which also asks: What language can possibly deal with this kind of loss? How do we speak to expose the soul when the soul has been silenced? How do we capture in a poem a world that suddenly lost its voice, its ability to speak to us? I don’t know. But perhaps that’s exactly what I am trying to accomplish in my poems: to find the silences that speak, the silences, as Roberto Bolaño once said somewhere, that are “made just for us.”

Bolaño of course is a powerful artist, but the power of your poems takes different form, more personal, considering the minutiae of experience. I see that in this latest answer, the way the poem reprises the tragic events which inspired it. This takes me to a natural follow-up—if one that’s hard to answer. Still, what can you say about the relation between imagination and the actual, for you? Where does your Muse stand, regarding “what really happened?” If it would help to answer with reference to a specific piece, I suggest “Mountain Life,” which speaks of the writing itself.

The actual and the imagination are one and the same for me, or at least they go hand in hand. At its most basic, writing is the act of translating “the actual,” i.e., phenomena, into a language that attempts to decipher what we believe to be the actual (our trying to make sense of the world), whether we’re talking about emotions, objects, trees, whatever. And it is exactly imagination that allows this process to happen. At best, the result offers us some kind of interpretation of the true nature of the actual, i.e., the noumena, the thing-in-itself. You know, what does it mean to experience true loss? Or true love? Or true depravity? We don’t know. We don’t really know anything about anything. Yet poetry is the only vehicle that offers us the chance to come that one step closer to the thing-in-itself, and imagination (the Muse?) is the secret sauce in all of this; it enables us to at least imagine what the true, unfiltered “actual” of any experience might ultimately feel like. As such, poetry offers possible truths in the absence of any absolute truths. As I always say, in the best of all possible worlds, poetry is supremely important and utterly superfluous; poetry changes everything and nothing at all. What does any of this mean in regard to the poem about my mother? Everything in the poem is true, including the quotations. It happened exactly the way I describe it. I’ll never know what truly happened, though. Have we had enough of my Kantian poetics yet? I think so. Let’s continue to live in uncertainty and imagine what’s possible, then––in and through writing, at least––which is what I did in “Mountain Life,” a poem I wrote almost two decades ago, a poem that has only recently and unexpectantly, shall we say, come to life, with the crucial difference that while the perfect poem still hasn’t and will never arrive, I’m not the one who left on the ferry.  

Hm, the poem “came to life,” you say—it became its best self, its “noumena.” Other artists have described this experience, and not just poets. Picasso has paintings that are actually re-paintings; they seemed complete, but he let them lie dormant a while, and then he somehow saw through what was on the canvas to another image, more true. Among your poems, doesn’t one describe just such a process of becoming, namely, “Simic’s Army of Spiders?”

Well, no, “Mountain Life,” a poem that’s eighteen years old, literally came to life, the worst life; my wife and I separated a few years ago, and I’ve now actually lived through its specific details. Like I said, poetry, compared to prose or painting or photography or film, for example, does come closest to truth without ever truly capturing lived experience or the true nature of existence––poetry is forever unfinished; we are forever unfinished. Picasso would agree, I think. He always argued against completion. He destroyed anything that felt complete, hence his search for what’s beyond the phenomena of his work. Now, “Simic’s Army of Spiders” is an ars poetica framed by an imaginary party Simic threw in the basement of his house upon winning the Pulitzer in 1990. That’s it. And that “country of light” you see in the poem, that’s existence’s elusive noumena, yes, and the poet’s corpse, of course. It’s that light that’s in and beyond us all.

Busy spiders, other critters, roots and fruits and vegetables—the natural world keeps burrowing and blossoming throughout. Our conversation makes me think this is part of striving for “noumena;” what is more a “thing itself,” after all, than a flower or beast? In any case, the force of nature lends the poetry a certain optimism, seeking the sun. I see that especially in “Chaos Theory,” with its “harvests amid decay.” How does this reading sit with you?

Yeah, I can see that. There’s a certain optimism there, though the poem speaks of trauma and the impossibility of returning to an old self, the permanence of scars. Here, the (artificial) sun of optimism we all seek is unfortunately hidden away in the root cellar with the rest of the year’s harvest, while we all wander around our fallow gardens, digging in the dirt, searching for one last sign of hope.

Now, perhaps it’s time to lighten the conversation up. Your poems also display an instinct for absurdity, even a sense of humor. At your mother’s funeral, for instance, we hear the babbling of a madman. Juxtaposition like that prompts startled laughter and seems in particular central to “Dominoes–Opening.” What can you say about the strange bedfellows you put together there—and throughout, really?

Absurdity? Sure, I can see that. But “a sense of humor”? You are the first writer or reader who’s ever detected a sense of humor in my work. But I’ll take it. It gives me something to think about. My initial response, however, would still be the same: “I don’t write funny poems”––which reminds me of a Jack Gilbert poem, where he writes, “The Greek fishermen do not / play on the beach and I don’t / write funny poems.” Now madness and the mad is something I’m very interested in, yes, but let’s leave that for another day or question. Anyway, “Dominoes–Opening” is merely an investigation or interrogation of human relationships in a space, or non-space, created by chance and chaos, the make-up of all of our lives, essentially. I’m conscious of the fact I keep trying to avoid answering your questions regarding specific poems––my apologies. I’m unable to explain my poems. If anything, my poems are the explanations, the most direct and concise way for me to talk about a specific subject. And once I’ve done that, there’s no language left. This poem, nevertheless, is important to me insofar as it’s an example of a poetics that is more experimental and linguistically innovative. I believe language is at its best and most charged with possibilities when it’s treated like silly putty­­, when juxtapositions, for example, develop naturally, when the poem on the page “performs” rather than “produces” language––the poetry of saying versus the poetry of the said, as Robert Sheppard puts it. I would say there’s a nice balance between saying and said in DOGS––something for everyone, I hope.

 

 

 

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2/5/2020

 

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Parte 8: Il re paranoico

Buonasera cari amici, mi sarebbe piaciuto aggiornare i miei appunti di lettura ma mi sono resa conto di non avere abbastanza ispirazione per scrivere un commento elaborato.

Mi limito allora a dedicarvi un brevissimo passo, che strapperà una risata amara a chiunque si sia mai sentito ridicolo per i suoi problemi d'ansia e pensiero catastrofico (non ha senso nasconderci, compagni, piuttosto uniamoci come gli Alcolisti Anonimi di Boston e combattiamo le ingiustizie del Commonwealth). La nota 211 si sofferma su un particolare della camera di Michael Pemulis, geniale matematico-tennista della classe operaia: un regalo goliardico e filosofico, che rivela le conseguenze della pressione sociale sulla psiche di un ragazzo nel quale non è difficile identificarsi.

"Come con la cosa neurogastrica, solo Ted Schacht e Hal sanno che il più grande timore di Pemulis è di subire un provvedimento di espulsione per motivi disciplinari o accademici, e di essere costretto a scendere giù per la Comm. Avenue e prendere un diploma a Allston come i figli degli operai, e ora, durante il suo ultimo anno all'Eta, la paura si è ingigantita, e questa è una delle ragioni per cui Pemulis prende tutte quelle precauzioni elaborate nelle attività extrascolastiche tipo farsi invitare in modo esplicito da un cliente della Sostanza eccetera - ed è per questo che Hal e Schacht per il suo ultimo compleanno gli hanno regalato un poster che hanno messo sopra una mensola della stanza di Pemulis, e nel poster c'è un re divorato dalle preoccupazioni con una grande corona in testa che siede sul trono e si gratta il mento e rimugina, con una didascalia: SÌ, SONO PARANOICO - MA SONO ABBASTANZA PARANOICO?”

Parte 9: Cosa ti manca, Orin Incandenza?

Buonasera carissimi, mi trovo più o meno a due terzi di questa poderosa lettura. Se vi può consolare non ho sfinito soltanto voi, ma anche la maggior parte dei miei amici e dei miei parenti Perché la mole di Infinite Jest contribuisce al suo fascino, ci si potrebbe chiedere? Per come la vedo io, la lunghezza di Infinite Jest non è frutto di un esasperato esercizio di stile o di uno sfoggio di bravura postmoderno. Dave Wallace non era mosso dall'intenzione originaria di scrivere "L'opera struggente di un formidabile genio", la definizione che Dave Eggers utilizzerà per la propria brillante opera parodistica. Prima di essere un oggetto di culto, una chicca consigliata da ogni adorabile librario hipster, Infinite Jest è un diario di vita vissuta: una vita stroncata troppo presto, ma vissuta pienamente tra le biblioteche e i campi da tennis, tra le aule universitarie e i reparti psichiatrici, destreggiandosi tra le passioni più disparate, dalla filosofia moderna alla cultura pop, dalla letteratura russa al cinema neorealista. Una parabola moderna che non racchiude solo un grande e metaforico racconto, ma anche un'intera visione della vita: lucida ed enciclopedica ma allo stesso tempo folle ed onirica, cinica ma così profondamente compassionevole.

In questo indimenticabile passo, Orin Incandenza interrompe una scappatella amorosa per un sondaggio porta a porta: le sue riposte, che si portano dietro una realizzazione agrodolce, parlano a ogni membro più o meno consapevole della società di massa.

«Cosa le manca, per favore?»

Orin sorrise distaccato. «Mi piace pensare che mi manca molto». «Un passo indietro. È cittadino Usa?»

«Sì».

«Lei quanti anni ha?»

«La mia età?»

«Che età ha?»

«La mia età è ventisei anni».

«Più di venticinque allora?»

«Così sembra». Orin stava aspettando il trucchetto con la penna per farlo firmare da qualche parte così che

i timidi del suo fan club avrebbero avuto il loro autografo. Cercò di ricordare dall'infanzia di Mario quanto riuscivano a stare sotto le coperte prima che diventasse insopportabilmente caldo e loro cominciassero a soffocare e a scalciare per uscire fuori.

L'uomo fingeva di prendere nota. «Ha un lavoro dipendente, è un libero professionista, è disoccupato?» Orin sorrise. «Il primo».

«La prego di fare una lista delle cose che le mancano».

Il mormorio dei ventilatori, la calma del corridoio color vino, il mormorio più vago del fruscio delle

lenzuola di dietro, immaginarsi la bolla sempre più grossa di COz sotto le lenzuola.

«La prego di elencare gli elementi della sua vita Usa che Lei si ricorda e/o non ha in questo momento, e le

mancano».

«Non sono sicuro di riuscire a seguirla».

L'uomo girò una pagina per controllare. «Struggimento, desiderio, seduzione, nostalgia. Nodo alla gola».

Rigirando un'altra pagina. «Anche la malinconia».

«Vuol dire le memorie d'infanzia. Vuol dire il cacao con dentro un marshmallow mezzo sciolto in una

cucina con le piastrelle a scacchi e i fornelli a gas smaltati, quel genere di cose. Oppure le porte onniscenti agli aeroporti e gli Star Market che in qualche modo sapevano che eri lì e si aprivano. Prima di scomparire. Dove sono andate a finire quelle porte?»

«Smalto con la s?» «E poi qualcos'altro».

Lo sguardo di Orin ora era rivolto verso il rivestimento antiacustico del soffitto, il cerchietto lampeggiante dell'allarme antifumo, come se i ricordi fossero sempre più leggeri dell'aria. L'uomo seduto fissava in modo vacuo la pulsazione della vena giugulare interna di Orin. La faccia di Orin cambiò leggermente. Dietro di lui, sotto le coperte, la donna non-svizzera stava sdraiata su un fianco con molta calma e pazienza, e respirava silenziosa nella maschera portatile di O2 con filtro che aveva preso dalla sua borsetta, con una mano nella borsetta che stringeva la pistola in miniatura Gbf della Schmeisser.

«Mi manca la Tv», disse Orin, guardando di nuovo in basso. Non sorrideva più con distacco.

«La vecchia televisione delle trasmissioni commerciali». «Sì».

«La ragione in diverse parole, per favore, per lo spazio RAGIONE che segue».

«Oh, Dio». Orin guardò in su di nuovo e distolse lo sguardo da dove sembrava non esserci niente, e si carezzò la mascella intorno al punto retromandibolare in cui la pulsazione era più leggera e vulnerabile. «Può sembrare stupido. Mi mancano le pubblicità a volume più alto dei programmi. Mi mancano le frasi "Ordinalo subito prima di mezzanotte" e "Risparmia più del 50 per cento". Mi manca quando dicevano che i programmi erano stati filmati in studio davanti a un pubblico vero. Mi mancano gli inni a tarda notte e le riprese della bandiera e i jet da combattimento e i capi indiani con la pelle color del cuoio che piangevano davanti ai rifiuti. Mi mancano Sermonette e Evensong e le videate di prova e quando ti dicevano a quanti megahertz il trasmettitore stava trasmettendo». Si toccò la faccia. «Mi manca di prendere in giro le cose che amavo. Come quando ci riunivamo nella cucina con le piastrelle a scacchi di fronte al vecchio scatolone Sony a raggio catodico la cui ricezione era sensibile agli aeroplani e prendevamo in giro l'insulsaggine commerciale della roba trasmessa».

«Le canzoncine insulse», fingeva di prendere nota.

«Mi manca quella roba con un denominatore così basso che potevi guardarla e sapevi in anticipo quello che avrebbero detto gli attori».

«Emozioni di predominio e controllo e superiorità. E piacere».

«Puoi dirlo forte, amico. Mi mancano le repliche estive. Mi mancano le repliche infilate in fretta nei programmi per riempire gli intervalli degli scioperi degli scrittori o degli attori. Mi mancano Jeannie, Samantha, Sam e Diane, Gilligan, Hawkeye, Hazel, Jed e tutti gli altri onnipresenti mostri della televisione. Capito? Mi manca vedere e rivedere sempre le stesse cose».

Si sentirono due starnuti smorzati dal letto dietro di lui che l'handicappato non notò nemmeno mentre faceva finta di scrivere e continuava a spostarsi la cravatta che gli ciondolava mentre scriveva. Orin cercò di non pensare alla topografia delle lenzuola in cui il Soggetto aveva starnutito. Non gli importava più del trucchetto. Si sentiva tenero, in qualche modo, verso quell'uomo.

L'uomo guardò in alto verso di lui come fanno le persone con le gambe quando guardano i palazzi e gli aeroplani. «Naturalmente può rivedere gli intrattenimenti tante volte, senza sosta, sui dischi TelEntertainment di memoria e recupero».

Il modo in cui Orin guardava in su non aveva niente a che fare con il modo di guardare in su del tipo seduto. «Ma non è la stessa cosa. La scelta, capisci. In un certo senso rovina tutto. Con la televisione eri obbligato alla ripetizione. La familiarità ti veniva inflitta. Ora è diverso».

«Inflitta».

«Non lo so neanch'io», disse Orin, improvvisamente stordito e triste dentro. Quella sensazione terribile come nei sogni di qualcosa di vitale che hai dimenticato di fare. La parte calva della testa inclinata era piena di lentiggini e abbronzata. «C'è un'altra domanda?»

«Mi dica le cose che non le mancano». «Per simmetria».

«Per un certo equilibrio dell'opinione». Orin sorrise. «Più o meno».

«Proprio così», disse l'uomo.

Orin resistette al desiderio di appoggiare la mano sull'arco del cranio del disabile. «Bene, quanto tempo abbiamo?»

Parte 10: Una fiaba infinita

Salve amici, oggi stranamente ho scelto un orario pomeridiano per aggiornare i miei appunti di lettura. Avvicinandomi lentamente alla conclusione di questo incredibile viaggio, ho pensato a quanto quest’opera sia “fiabesca” in un senso tutto particolare del termine: prima di darmi della pazza fatemi spiegare. Michel Houellebecq, uno degli autori che più mi hanno svoltato la vita negli ultimi anni e che più mi hanno spinta a studiare letteratura francese, è stato definito da Dominique Noguez "il Baudelaire dei supermercati". Ecco, se io volessi seguire questo stesso modello comparatistico (probabilmente a sproposito, perdonatemi, non ho nemmeno ancora seguito il corso di Letterature Comparate), mi verrebbe da definire il caro Dave Wallace come una sorta di "Hans Christian Andersen delle case di recupero". Infinite Jest potrebbe essere letto, in questo senso, come una raccolta di infinite fiabe parallele: fiabe contemporanee, nichilistiche, morbose e spaventosamente realistiche nella loro assurdità. Ma dopotutto anche le fiabe tradizionali erano spesso prive di lieto fine, nelle loro versioni originali.

Pensateci... Abbiamo la fiaba di Marathe, un eroe senza gambe che cercava la pellicola di un film così divertente da essere letale: nel frattempo si innamorò della fanciulla senza cranio alla quale aveva salvato la vita. La fiaba di un ragazzo chiamato Hal Incandenza che vedeva il mondo sotto forma di voci enciclopediche, linee continue e astrazioni filosofiche: a causa di ciò si sentiva molto solo, ma non voleva parlarne perché parlare del proprio disagio non è semplice, bambini. La fiaba di Randy Lenz, un vero Rumpelstiltskin del Commonwealth, che era un maestro dei travestimenti (nel senso più pirandelliano del termine), doveva sempre stare al Nord di ogni cosa e girava con "Principi di psicologia e le lezioni di Gifford sulla religione della natura"sottobraccio. La fiaba di una ragazza chiamata Joelle Van Dyne, una Raperonzolo della società di massa, che dalla sua torre declamava incantesimi radiofonici e cinematografici in grado di stregare tutti gli underdog di Boston. Non vi preoccupate, non ho intenzione di leggere queste storie ai bambini (Avril Incandenza magari sì, ce la vedo benissimo a fare una cosa del genere). Certo però sono fiabe che un professore di Letteratura Inglese potrebbe leggere ai suoi studenti annoiati e disincantati per aiutarli a capire meglio l’Amleto, ad esempio. Vi propongo allora un passo che mi è parso rappresentativo di questo aspetto fiabesco di cui vi ho parlato: Don Gately, durante l’ennesimo sogno allucinato, incontra il suo personale fantasma del Natale Passato.

"Poi, un paio d'ore prima della sinfonia del cambio di parcheggio di mezzanotte su Washington Street, c'è un altro sogno spiacevolmente particolareggiato in cui la sagoma spettrale che è apparsa e scomparsa in vari punti della stanza finalmente si ferma in un punto per un po' di tempo e così Gately può guardarla bene. Nel sogno è la sagoma di un uomo molto alto con il petto incavato, gli occhiali con la montatura nera, una felpa sopra

un paio di vecchi pantaloni di cotone tutti macchiati, e sta disinvoltamente appoggiato con l'osso sacro alla griglia del ventilatore che fischia sotto il davanzale della finestra, le lunghe braccia penzoloni sui fianchi e le caviglie incrociate, e Gately può notare che i pantaloni di tela spettrali sono corti, di quelli che i ragazzini dell'infanzia di Gately chiamavano «Acqua in Casa» - un paio degli amici più cattivi di Bimmy Gately si divertivano a chiudere in un angolo del cortile qualche ragazzino con il collo sottile come una matita che aveva quel tipo di pantaloni troppo corti e gli dicevano: «Ehi, fratello, dov'è l'inondazione del cazzo?» e poi gli tiravano uno scappellotto o un colpo sul petto per sentire il violino, perché c'era sempre un violino, sbattere e capovolgersi dentro la custodia nera. Certe volte il braccio della figura spettrale sembrava sparire e poi riapparire all'altezza del naso, a spingersi indietro gli occhiali con uno stanco gesto annoiato e involontario proprio come facevano sempre quei ragazzini con i pantaloni con l'acqua in casa, con quella stessa aria stanca che faceva venire voglia anche a Gately di mollargli uno spintone furibondo sul petto. Nel sogno Gately sentì un'improvvisa fitta dolorosa adrenalinica di rimorso e intravide la possibilità che la figura rappresentasse uno di quei ragazzini-violinisti della North Shore che lui non aveva mai salvato dagli spintoni dei suoi compagni, e ora tornava in uno stato adulto mentre Gately era vulnerabile e muto, per saldare i conti in qualche modo. La figura spettrale scosse le spalle sottili e disse che No, assolutamente, era solo un normalissimo vecchio spettro, non aveva nessun rancore e nessun piano particolare, era solo un generico spettro da giardino. Nel sogno Gately pensò sarcasticamente Oh, bene, allora se era solo uno spettro da giardino, cazzo, che sollievo. La figura-spettro sorrise come per scusarsi e si strinse nelle spalle spostando leggermente l'osso sacro dalla griglia sibilante. Nel sogno i suoi movimenti possedevano una strana qualità: erano di velocità normale, questi movimenti, ma sembravano segmentati e voluti, come se per farli ci volesse un grande sforzo. Poi Gately pensò che in effetti nessuno sapeva che cosa era necessario o normale per uno spettro autoproclamatosi generico in un sogno delirante. Poi pensò che questo era anche l'unico sogno che avesse mai fatto in cui anche nel sogno sapeva di essere in un sogno, e addirittura si metteva a speculare sulla qualità del sogno che stava sognando. In un attimo tutto diventò così multistratificato e confuso che gli occhi gli si rovesciarono all'indietro. Lo spettro fece un gesto stanco e indispettito come se non volesse entrare in una di quelle confuse controversie sogno-contro-realtà. Il fantasma disse che Gately avrebbe fatto meglio a smettere di cercare di capire e semplicemente trarre profitto dalla sua presenza, dalla presenza del fantasma nella stanza o nel sogno, in entrambi i casi, perché Gately, nel caso se ne fosse accorto, per lo meno non doveva parlare a voce alta per interfacciarsi con la figuraspettro; e la figuraspettro disse anche che gli ci voleva una pazienza incredibile e una grande forza d'animo (al fantasma) per rimanere fermo in una stessa posizione abbastanza a lungo perché Gately potesse vederlo e interfacciare con lui, e lo spettro non poteva promettere niente perché non sapeva quanti altri mesi avrebbe resistito dato che la fermezza d'animo non era mai stata una delle sue doti migliori. Dalla finestra vedeva le luci notturne della città tingere il cielo della stessa tonalità di rosa scuro che si vede quando si chiudono gli occhi, aggiungendo così ambiguità al sogno- dentro-il-sogno.”

Parte 11: Hal, Sylvia e l’orizzontalità

Salve carissimi, ci stiamo avvicinando davvero alla fine di questo viaggio. Se vogliamo dare per assodato che ogni viaggio si cominci con inquietudine e si porti a termine con malinconia, allora è anche vero che la malinconia rende impossibile fare analisi sensate o perlomeno intellegibili per l’interlocutore: ho deciso di provarci ancora una volta. Nel brano che vi propongo troviamo il nostro Hal Incandenza perso in un flusso di coscienza sul pavimento della Sala Proiezioni 5 , intento a meditare sui concetti di passione e ambizione, sull'Amleto e sulla lingua tedesca, ma anche ad apprezzare la propria condizione di orizzontalità. Le sue parole mi hanno riportata alla poesia I am Vertical della grande Sylvia Plath, una poetessa che alla fine anche io ho imparato ad apprezzare.

Si può certamente immaginare che il caro Dave conoscesse bene questa famosa autrice, anche lei portata via dallo stesso misterioso male che entrambi hanno saputo rappresentare così efficacemente: in un passo tratto dalla parte iniziale del libro, abbiamo una Kate Gompert che corre in camera a leggere le opere di una certa “Sylvia Plate” (in questo frangente Kate Gompert è rappresentata come lo stereotipo della ragazza emotivamente instabile e un po’ bohémien che oggi si riconosce in autrici come Sylvia Plath).

Per farla breve entrambi i brani attribuiscono un significato metaforico ai concetti di "verticalità" e "orizzontalità"... Quale sia questo valore, ognuno di noi dovrà stabilirlo per sé.

"A volte negli ultimi tempi mi sembrava quasi una specie di miracolo nero che qualcuno potesse tenere tanto a un argomento o a un'impresa, e potesse continuare a tenerci tanto per anni. Che potesse dedicarvi tutta la vita. Mi sembrava ammirevole e patetico allo stesso tempo. Forse non vediamo l'ora, tutti, di dedicare la nostra vita a qualcosa. Dio o Satana, politica o grammatica, topologia o filatelia – l'oggetto sembrava puramente incidentale rispetto a questo desiderio di dedicarsi completamente a qualcosa. Ai giochi o agli aghi, o a qualche altra persona. C'era qualcosa di patetico. Una fuga-da sotto forma di un tuffarsi-in. Ma esattamente una fuga da cosa? Queste stanze piene zeppe di escrementi e carne? A che scopo? Ecco perché qui ci facevano iniziare da piccolissimi: perché ci dedicassimo completamente a qualcosa prima dell'età in cui spuntano becchi e artigli alle domande perché e a cosa. Ci facevano una gentilezza, in un certo senso. Il tedesco moderno è meglio equipaggiato per combinare gerundivi e preposizioni del suo cugino bastardo. Il significato originario del termine addiction implicava avere degli obblighi, essere fedele, legalmente e spiritualmente. Dedicare la propria vita a qualcosa, tuffarvisi dentro. Avevo fatto delle ricerche, su questa cosa. Stice mi aveva chiesto se credevo ai fantasmi. Mi era sempre sembrato un po' assurdo che Amleto, con tutti i suoi dubbi paralizzanti su tutto, non avesse mai messo in dubbio la realtà del fantasma. Non si fosse mai domandato se la sua pazzia in realtà non fosse non-fittizia. Stice aveva promesso di farmi vedere una cosa terrificante. Cioè, se Amleto facesse solo finta di fingere. Continuavo a pensare al soliloquio finale del professore di Film e Cartucce nell'opera incompiuta di Lui in Persona "Begli uomini in piccole stanze che usano ogni centimetro di spazio disponibile con efficienza impressionante", l'acida parodia degli accademici che la Mami aveva preso come un'offesa personale. Continuavo a pensare che sarei dovuto andare al piano di sopra a vedere come stava Il Tenebra. Sembravano esserci così tante implicazioni al solo pensiero di mettersi a sedere e alzarsi e uscirè dalla Sp 5 e compiere un numero variabile di passi dipendente dall'ampiezza della falcata per arrivare alla porta delle scale, che il solo pensiero di alzarmi mi rendeva felice di essere sdraiato sul pavimento.

Ero sul pavimento. Sentivo la moquette verde Nilo con il dorso delle mani. Ero completamente orizzontale. Ero a mio agio sdraiato, perfettamente immobile, a guardare il soffitto. Mi piaceva il fatto di essere un oggetto orizzontale in una stanza piena di roba orizzontale. (…) Improvvisamente l'attacco di panico e l'ultimo spasmo del fuoco profilattico mi assalirono con l'intensa orizzontalità che era tutto intorno a me nella Sala Proiezioni - il soffitto, il pavimento, la moquette, il piano dei tavoli, la seduta delle sedie e le mensole subito sopra gli schienali delle sedie. E ancora - le tremule righe orizzontali nel tessuto di Kevlon alle pareti, la lunghissima parte superiore del visore, i margini della porta, i cuscini, la parte inferiore del visore, la base e la parte superiore del basso lettore di cartucce nero e i piccoli controlli che ne sporgevano come lingue mozzate. L'orizzontalità apparentemente senza fine del divano, delle sedie e della sdraio, ogni linea delle mensole alle pareti, la mensolatura orizzontale di lunghezza variabile della libreria ovoide, due dei quattro lati di ogni contenitore di cartucce, e così via. Stavo sdraiato nel mio piccolo stretto sarcofago di spazio. L'orizzontalità si accumulava tutt'intorno a me.Ero il prosciutto nel panino della stanza. Mi sentii come risvegliato a una dimensione fondamentale che avevo ignorato in tutti quegli anni di movimento in posizione eretta, di stare in piedi e correre e fermarsi e saltare, di camminare continuamente da una parte all'altra del campo. Per anni mi ero sentito fondamentalmente verticale, uno strano stelo forcuto di ciccia e sangue. Ora mi sentivo più denso; mi sentivo composto di materia più solida, ora che ero orizzontale. Atterrarmi era impossibile."

I am Vertical

"But I would rather be horizontal.

I am not a tree with my root in the soil

Sucking up minerals and motherly love

So that each March I may gleam into leaf,

Nor am I the beauty of a garden bed

Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,

Unknowing I must soon unpetal.

Compared with me, a tree is immortal

And a flower-head not tall, but more startling,

And I want the one's longevity and the other's daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,

The trees and the flowers have been strewing their cool odors.

I walk among them, but none of them are noticing.

Sometimes I think that when I am sleeping

I must most perfectly resemble them --

Thoughts gone dim.

It is more natural to me, lying down.

Then the sky and I are in open conversation,

And I shall be useful when I lie down finally:

Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me."

Sylvia Plath

Parte 12: La fine di uno scherzo infinito

Salve carissimi, il momento è arrivato: siamo giunti alla conclusione di questa epopea contemporanea. Ho impiegato più di due mesi per terminare questa lettura ma penso sia normale, perché è un'opera che si concede i tempi della vita.

Fin dall'inizio sapevo che scrivere una recensione conclusiva sarebbe stato pressoché impossibile, per questo avevo in mente diverse idee. Volevo scrivere qualcosa di vagamente spiritoso, magari inserendo qualche altra citazione musicale o qualche altro goffo esperimento di comparatistica letteraria. Volevo fare un altro paragone con la mia esperienza quotidiana, tentare ancora di farvi ridere parlandovi della studentessa ansiosa e disadattata che sono.

Ma la verità è che fare battute è difficile, di fronte a questo finale. Dave ci è riuscito, signori: ha scritto un capolavoro davvero molto, molto triste. E così è triste leggere l'ultima frase alle due di notte, ripensando alle meraviglie incontrate come fa ogni buon viaggiatore solitario e nostalgico.

Forse è inutile girarci intorno. Forse Infinite Jest è davvero un capolavoro di misantropia e cinismo, un vero Viaggio al termine della notte nella sofferenza, nell’alienazione e nell'inettitudine, un’avventura urbana costellata di umanità ormai priva di qualsiasi tipo di redeeming qualities che la possano salvare. Forse è davvero un atto d'accusa ufficiale a quella Waste Land rumorosa, luccicante e incredibilmente stronza (perdonate il francesismo) che per convenzione ci ostiniamo a chiamare Occidente. Forse è davvero la rassegnata consapevolezza che nel nostro secolo "La vita è come il tennis: vince chi serve meglio”. Forse dobbiamo tutti sederci e ripensare a quelle massime che prima ti strappano una risata e poi un pianto, "La verità ti renderà libero ma solo quando avrà finito con te” e "Tutti sono identici nella segreta tacita convinzione di essere, in fondo, diversi dagli altri".

Ma se è valido il principio universale secondo il quale la dolcezza più straziante è quella che nasce in mezzo alla ruvidezza e alla sporcizia, allora io non riesco ad accontentarmi di un’interpretazione così pessimistica.

Certo, David Foster Wallace è morto, James Incandenza è morto e anche i suoi figli non stanno troppo bene, però almeno restiamo noi, che probabilmente non siamo altrettanto geniali però almeno ci sforziamo di essere consapevoli.

E certo, Infinite Jest parla della droga, della psicanalisi, del Quebec, del cinema e di tutto quello che volete. Però parla anche della lotta per difendere la propria fragile sensibilità dalla ferocia e dalla mediocrità del mondo. Parla della difficoltà di guardare negli occhi uno come Randy Lenz e vederci una mente piena di terribili e grottesche memorie freudiane, tanto da arrivare a farsi sparare per lui, anziché riservargli lo schiaffo che forse si meriterebbe. Parla della famiglia e delle dinamiche disfunzionali che si tramandano nelle generazioni come spettri apparentemente invisibili e inconoscibili. Parla dell'amore nel senso più carveriano del termine (che prima di capire di cosa stai parlando deve passarne di acqua sotto ai ponti). Parla della partita di tennis contro se stessi, che troppe volte è la più difficile da affrontare, dato che la vittoria e la sconfitta sono ugualmente dolorose. E su tutte queste cose si può lavorare, per quanto a volte ciò sembri impossibile.

In questo devastante explicit, Don Gately esce finalmente dai sogni allucinati e raggiunge la propria spiaggia personale, dove la marea è fin troppo lontana...

"Il tipo aziendale aveva una rosa nel risvolto della giacca e si era messo gli occhiali con le lenti metalliche ed era strafatto e con il contagocce mancava l'occhio di Fax una volta su due, mentre diceva qualcosa a Pointgravé. Un travestito aveva alzato il bordo sdrucito del vestito di P.H.-J. e aveva messo una mano tipo ragno sulla sua coscia color carne. La faccia di P.H.-J. era grigia e blu. Il pavimento si sollevava lentamente. La faccia tozza di Bobby C sembrava quasi bella, tragica, mezza illuminata dalla finestra, infilata sotto la spalla roteante di Gately. A Gately non sembrava di essere fatto, si sentiva più tipo disincarnato. Era oscenamente piacevole. La testa gli si staccò dalle spalle. Gene e Linda urlavano tutti e due. La cartuccia con gli occhi tenuti-aperti a forza e il contagocce era quella sull'ultraviolenza e sul sadismo. Una delle preferite di Kite. Gately crede che sadismo si scriva «saddismo». L'ultima immagine roteante fu quella dei cinesi che rientravano dalla porta, e tenevano in mano dei grossi quadrati splendenti della stanza. Mentre il pavimento si sollevava e la presa di C si allentava, l'ultima cosa che vide Gately fu un orientale che si abbassava verso di lui con un quadrato in mano e lui guardò dentro il quadrato e vide chiaramente il riflesso della sua enorme pallida testa quadrata con gli occhi che si chiudevano mentre il pavimento si avventava su di lui. E quando si riebbe era disteso sulla schiena su una spiaggia di sabbia ghiacciata, e pioveva da un cielo basso, e la marea era molto lontana."

 

Parte 5: Se Infinite Jest fosse ambientato a Prato

“Sazia e disperata, con o senza TV, piatta, monotona, moderna, attrezzata, ben servita, consumata… Un quarto al benessere, un quarto al piacere, un quarto all’ideologia, l’ultimo quarto se li porta tutti via!”

Così Lindo Ferretti cantava a proposito della sua Emilia-Romagna. Riascoltando questo pezzo non ho potuto fare a meno di notare molte somiglianze tra l'Emilia "Paranoica" dei CCCP e l'America distopica di Wallace: nel Commonwealth O.N.A.N. gli esseri umani lottano per tenere in vita le proprie emozioni, trovandosi a fare i conti con gli irresistibili pregi e i tragici difetti del dominio della tecnica, dell’industria culturale e dell’etica soggettiva (per usare termini da Scuola di Francoforte).

Questa è una descrizione molto semplicistica dell’America satirico-distopica di Wallace, ma era solo per farvi capire che se Infinite Jest fosse ambientato nella mia Prato (ad esempio), anziché in una Boston ipotetica, non credo ci sarebbero grandi differenze. Certo, magari certi schemi dell’ American way of life sarebbero sostituiti con quei residui medievali e postindustriali che caratterizzano molte città toscane. Magari al posto della Ennet House troveremmo la casa di cura Villa Fiorita, al posto della Enfield Tennis Academy troveremo il Rugby Club dei Cavalieri... Ma vi assicuro che a Prato i ragazzi finiscono al manicomio per gli stessi motivi, sotto ai ponti si comprano gli stessi palliativi e non mi stupirei se sabato sera al Cinema Terminale proiettassero Lo sfortunato caso di me stesso di James Incadenza: l'America del nostro Dave è sostanzialmente un’America metaforica, che ha molto da dire a chiunque abbia a che fare con la società occidentale. Per (non) farvi dormire sonni tranquilli eccovi un'alienante descrizione di Boston nell'anno del pannolone per adulti Depend.

"Enfield Ma è una delle piccole strane cose che dànno l'idea di cosa sia l'area metropolitana di Boston, perché è una cittadella composta quasi interamente da edifici dove si praticano attività mediche, industriali e spirituali. Una specie di braccio che si estende a nord partendo dalla Commonwealth Avenue dividendo Brighton in Brighton Alta e Brighton Bassa, punge con il gomito le costole di East Newton e affonda il pugno dentro Allston, il grande bacino erariale di Enfield include l'Ospedale St. Elizabeth, l'Ospedale dei Francescani per bambini, la Universal Bleacher Co., la Casa di Cura Provident, la Shuco-Mist MedicaI Pressure Systems Inc., l'Ospedale Pubblico Enfield Marine, la Svelte Nail Co., metà delle turbine e dei generatori della Sunstrand Power and Light che servono l'area metropolitana di Boston (la sede legale è però a Allston), la succursale della «Athscme Family of Air-Displacement Effectuators» (vuol dire che fanno dei

ventilatori davvero grossi), la Enfield Tennis Academy, l'Ospedale San Giovanni di Dio, l'Ospedale Ortopedico Hanneman, la Leisure Time Ice Company, un monastero di clausura, il Seminario del St. John e gli uffici dell'Arcidiocesi Bostoniana della Chiesa Cattolica Romana (in parte sotto Brighton Alta; nessuna tassa), la sede conventuale delle Sorelle per l'Africa, la Fondazione Nazionale per il Dolore Cranio-Facciale, l'Istituto Dott. George Roebling Runyon per la Ricerca Pediatrica, le strutture a livello regionale per i camion scintillanti, i camion-chiatta e le catapulte della Empire Waste Displacement che è sponsorizzata dall'Onan (i québechiani chiamano "les trebuchets noirs" le spettacolari catapulte lunghe un isolato che fanno un rumore tipo quello di un gigantesco piede che sbatte a terra quando proiettano enormi ammassi di bidoni di rifiuti tenuti insieme da cinghie speciali nelle regioni subanulari della Grande Concavità a un'altezza parabolica che supera i cinque chilometri; le fionde delle catapulte sono realizzate in una lega elastica e le enormi coppe portabidoni sembrano dei guantoni da baseball infernali; circa mezza dozzina delle catapulte sono in questa specie di capannone tipo hangar con il tetto retrattile che occupa una superficie di almeno sei isolati quadrati sull'incursione brachiforme di Enfield nell'Allston Spur, le visite scolastiche sono tollerate ma non incoraggiate), e così via. Il braccio flesso di Enfield ha per manica uno strato perimetrale di proprietà residenziali e commerciali ben più piccole. La Enfield Tennis Academy occupa ora forse il più bel posto di Enfield, circa dieci anni dopo aver rasato e spianato la cima della grande collina scoscesa che è una specie di ciste sul gomito della cittadella, la parte migliore dei settantacinque ettari di grandi prati e sentieri di trifogli e impressionanti erezioni topologiche, trentadue campi da tennis d'asfalto e sedici in sintetico e grandi attrezzature sotterranee di manutenzione e magazzini e impianti sportivi, rovi e calicantacee e pini artisticamente mescolati sui pendii con gli alberi decidui, dalla cima dell'Eta si vede a est la storica Commonwealth Avenue, luogo di transito della migrazione in salita dallo squallore di Brighton Bassa - negozi di liquori, lavanderie automatiche, bar e le facciate a strapiombo di casermoni popolari cupi e imbrattati di guano, gli enormi palazzoni incombenti dei Quartieri Brighton con i numeri arancioni alti tre piani, più i negozi di liquori e gli uomini pallidi vestiti di pelle e le bande di bambini anche loro pallidi e vestiti di pelle agli angoli delle strade e pizzerie greche dalle pareti gialle e sudici negozietti d'angolo gestiti da orientali che si fanno un culo così per mantenere i marciapiedi puliti ma non ci riescono neppure con gli idranti, più, ogni quarto d'ora, lo sferragliare e lo scampanellare del tram della Linea Verde che si arrampica sulla Ave.”

Parte 6: Ridere e morire ai tempi del Commonwealth

In una sua intervista rilasciata a un'emittente televisiva tedesca (una cosa molto meta già di per sé) il nostro Dave confessa che, approcciando la scrittura di quello che è considerato il suo capolavoro, si era inizialmente posto l’obiettivo di scrivere una storia triste: era perciò rimasto molto sorpreso quando le prime persone a leggere il manoscritto ne avevano invece elogiato l’umorismo.

In effetti, per realizzare quanto sia sofisticato e criptico l’umorismo wallaciano, è sufficiente provare a decontestualizzarlo. Se proponessi alle mie migliori amiche di giocare a Eschaton, un gioco di ruolo profondamente filosofico che si basa sulle dottrine di Korzybski e mostra con efficacia la banalità dei processi psicologici che stanno dietro ai conflitti armati, probabilmente le mie ragazze cercherebbero un termometro per misurarmi la febbre. Se al signore seduto accanto a me in aula dovessi spiegare perché sono stata presa da una ridarella irrefrenabile quando il professore si è messo a parlare del Centro Interuniversitario di Studi Quebecchesi, lui giustamente si chiederebbe quali strane persone frequentino la facoltà di Lingue. Se una mattina, dimenticando per un attimo le inibizioni, importunassi quel bel fanciullo che incontro tutti i giorni sul treno e gli proponessi di uscire a vedere un film così divertente da causare la morte degli spettatori, lui probabilmente declinerebbe l'invito e chiamerebbe la polizia ferroviaria. Se provate anche voi ecco che avrete un assaggio del senso di incomprensione che accomuna molti personaggi della storia: vi fa pensare che in fondo, nello scherzo infinito della vita, cerchiamo solamente qualcuno che rida alle nostre battute (anche se magari non fanno ridere).

Vi propongo allora un breve passo, uno dei più celebri e citati del romanzo: Steeply e Marathe discutono della difficoltà di essere liberi, svelando il segreto letale della pellicola "Infinite Jest”.

"Guardando sopra la spalla di Steeply, Marathe capì all'improvviso perché dal cielo sopra la città scintillante fossero state cancellate le stelle: erano i fumi dei tubi di scappamento delle belle luci delle auto in movimento a levarsi fino a nascondere alla città la vista delle stelle e a dare quella luminescenza artificiale madreperlacea alla volta spenta di Tucson. «E libertà-di? Non si è solo liberi-da. Non tutti gli obblighi vengono dall'esterno. Voi fingete di non vedere questo. Dov'è la libertà-di. Come fa la persona a scegliere liberamente? Come scegliere qualcosa di diverso dalle scelte ingorde dei bambini se non c'è un padre pieno di amore a guidare, informare, insegnare alla persona come scegliere? Come ci può essere libertà di scegliere se non si impara come scegliere?»

Steeply gettò via la sigaretta e si voltò lievemente verso Marathe, restando sull'orlo: «Ecco che arriva la storia del ricco».

Marathe disse: «Il padre ricco che si può permettere sia le caramelle sia il cibo per i suoi figli: ma se lui strilla "Libertà!" e permette al suo bambino di scegliere solamente quello che è dolce, di mangiare solo caramelle e non la zuppa di piselli e il pane e le uova, allora suo figlio diventa debole e malato: e l'uomo ricco che strilla "Libertà!" è un buon padre?»

Steeply fece quattro piccoli rumori. L'eccitazione della conversazione arrossava i piccoli segni lasciati dall'elettrolisi sulla pelle di Steeply e il rossore si vedeva anche nella luce lattea e diluita delle luci lontane e delle stelle basse. La luna sulle Montagne di Rincon stava su un fianco, era del colore della faccia di un obeso. Marathe credette di sentire le voci di alcuni giovani Usa ridere e strillare da qualche punto del deserto sotto di lui, però non riuscì a vedere né persone né fari. Steeply batté a terra un tacco a spillo in preda alla frustrazione e disse:

«Ma noi non pensiamo che i cittadini degli Usa siano bambini, che noi si debba pensare e scegliere per loro, paternalisticamente. Gli esseri umani non sono bambini».

Marathe finse un'altra volta di tirare su col naso.

«Ah, già, ma a quel punto tu dici: No?» continuò Steeply. «No? dici tu, non sono bambini? Dici: E qual è la differenza, per favore, se voi create una fonte di piacere registrato che è così divertente e sviante da essere letale, ne trovate una Copia Copiabile e la copiate e la disseminate così che possiamo scegliere se guardarla o no, e se poi non possiamo scegliere di resistere, al piacere, e perché invece non potremmo scegliere di vivere? Tu dici quel che crede Fortier, che noi siamo bambini, non adulti umani come i nobili québechiani, siamo bambini, spacconi ma pur sempre bambini, dentro, e ci uccideremo per voi se ci mettete davanti le caramelle».

Marathe cercò di dare al suo volto un'espressione di rabbia, cosa che gli risultava difficile. «È questo che succede: tu immagini le cose che dirò poi le dici al posto mio e ti arrabbi. Senza la mia bocca: non si apre mai. Ti parli da solo, inventi le parti in causa. Questa è l'abitudine dei bambini: pigri, introversi, soli. Io forse non sono nemmeno qui ad ascoltare».

Nessuno dei due uomini parlò di come diavolo avrebbe fatto a salire o scendere dall'affioramento sul versante della montagna, nel buio di quella notte nel deserto Us.”

Parte 7: Il sogno di Don Gately

Salve notturni! Mi rendo conto che non è esattamente l'ora ideale per scrivere appunti di lettura, ma non ho sonno e questo è il risultato…

Stamattina stavo pensando che chiunque si interessi di traduzione generalmente tiene nel portafogli (in senso figurato, intendo) una foto di Fernanda Pivano, di Nabokov o di qualche altro eroe del bilinguismo. Faccio una dichiarazione ardita, ovvero che dovremmo pensare più spesso al mio concittadino Edoardo Nesi, Premio Strega e traduttore del qui presente Scherzo Infinito, in onore del lavoro colossale che si è sobbarcato a causa di quella roba invadente e pressante conosciuta col nome di "passione" (quella che ti riempie la vita, ti fa andare a letto con le vene che tremano nei polsi e a volte è difficile da spiegare agli amici e ai parenti, per intenderci). C'è tanto da dire, della lingua del nostro Dave: una lingua estremamente variegata, straripante di livelli di interpretazione e registri linguistici. Una lingua che si riappropria del linguaggio accademico con i suoi stilemi (la nota al primo posto), ma che al tempo stesso ha momenti così idiomatici e veristi da portarci direttamente sulle strade di Boston. Per non parlare poi dei pastiche letterari, del lessico filosofico e tecnico, dei giochi di parole e delle citabilissime metafore: la grande sfida di chi voglia costruire un mondo a parte usando soltanto le parole. Terminata questa mia noiosa divagazione sulla lingua wallaciana, vi propongo un altro passo a tema notturno: l'incubo di Don Gately, che ci racconta con grande efficacia il mondo interiore di un uomo apparentemente indurito dalle sofferenze ma ancora profondamente ingenuo e pronto a meravigliarsi del mondo... Molti di noi non potranno fare a meno di ritrovarsi nei suoi timori esistenziali e nel suo senso di colpa doestoevskiano. Buonanotte.

"Come fanno le cose squallide a essere squallide? Come mai di solito la verità non solo non è interessante ma è anche anti-interessante? Gately confessa ai residenti che ognuna delle piccole miniepifanie seminali che si hanno nei primi giorni con gli Aa è sempre poliestermente banale. Racconta che, quando era un residente, proprio dopo che un post-punk industrial-grunge di Harvard Square, un ragazzo che si chiamava Bernard ma che insisteva a farsi chiamare Plasmatron-7, proprio dopo che Plasmatron-7 aveva bevuto nove bottiglie di NyQuil nel cesso degli uomini del piano di sopra e a cena era caduto in avanti con la faccia nella purea di patate istantanea ed era stato immediatamente buttato fuori e Calvin Thrust lo aveva portato in spalla alla fermata della metropolitana della Linea Verde di Comm. Ave. e Gately era stato spostato dalla nuova Stanza da 5 del reparto maschile per prendere il posto di Plasmatron-7 nella Stanza da 3 che era meno nuova, Gately fece un sogno epifanico notturno legato agli Aa la cui trita banalità ammise per primo. Nel sogno Gately era in fila con dei cittadini statunitensi decisamente normali e standard e tutti erano inginocchiati su dei cuscini di poliestere nello scantinato squallido di una chiesa. Lo scantinato era uno di quei tipici scantinati delle chiese che vengono affittati per niente, con la sola differenza che i muri dello scantinato della chiesa del sogno sembravano fatti di uno strano vetro sottile, pulito e trasparente. Tutti erano inginocchiati su quei cuscini da poco ma comodi, ed era strano perché nessuno sembrava sapere come mai tutti si fossero messi in ginocchio, e non c'era nessuno che potesse assomigliare a un domatore o a un sergente istruttore e li avesse costretti a inginocchiarsi, eppure c'era questa sensazione che ci fosse una ragione non detta ma importante per la quale si dovevano inginocchiare. Era una di quelle cose dei sogni che non hanno senso ma nel sogno sì. Poi una delle signore alla sinistra di Gately si alzò tutt'a un tratto, come per stirarsi, e nel momento in cui si alzò fu subito spinta indietro con una violenza terribile e succhiata fuori attraverso una delle pareti di vetro trasparente dello scantinato, e Gately si era tirato indietro perché si aspettava di sentire il rumore del vetro, ma la parete di vetro non si era infranta, piuttosto si era come fusa al passaggio della roteante signora e poi si era ricomposta e la signora non c'era più. Il cuscino della donna e un paio di altri cuscini di poliestere erano vuoti, Gately poté notare in seguito. E fu allora, mentre si guardava intorno, che Gately nel sogno alzò lo sguardo lentamente sopra la sua testa e vide le tubature lungo il soffitto e improvvisamente vide ruotare lentamente e senza far rumore nello scantinato, un metro sopra le teste di varie forme e colori dell'assemblea inginocchiata, vide un lungo bastone uncinato come il bastone di un pastore gigantesco, come il gancio che esce dalle quinte e salva i cattivi attori dal lancio dei pomodori, e questo bastone si muoveva lentamente sopra di loro facendo dei cerchi arricciolati, discretamente, come se stesse scansionando; e quando un ragazzo dalla faccia mite con un cardigan fece per alzarsi e fu agganciato dal bastone uncinato e scaraventato attraverso la membrana di vetro che non faceva rumore, Gately girò la sua grossa testa il più possibile senza spostarsi dal cuscino e vide, proprio fuori dal pannello di vetro trasparente, che pescava con quel bastone, una figura autoritaria vestita in modo straordinariamente elegante che con una mano maneggiava il bastone del pastore gigante e si guardava con distacco le unghie dell'altra dietro una maschera che era la faccia tonda e gialla che ride sui bigliettini di auguri. Quella figura era impressionante e ispirava fiducia e sembrava noncurante e sicura di sé, aveva un'aria confortante ma allo stesso tempo interessante. La figura autoritaria emanava allegria e grande fascino e pazienza illimitata. Maneggiava il grande bastone con il freddo studiato distacco del pescatore che non ributterà in acqua neanche un pesce. Era il lento e silenzioso bastone uncinato a tenerli tutti inginocchiati sotto le piccole circonferenze barocche del suo movimento sopra le loro teste.

Uno dei compiti affidati a rotazione al personale della Ennet House consiste nello stare tutta la notte svegli e a disposizione nell'ufficio principale per la cosiddetta Guardia dei Sogni - le persone nelle prime fasi della convalescenza da Sostanze spesso fanno sogni tipo film dell'orrore, o sogni traumaticamente seduttivi sulle Sostanze, e a volte sogni banali ma importanti ed epifanici, e il personale di turno per la Guardia dei Sogni deve stare sveglio a fare lavori di ufficio o addominali o a guardare fuori dalla grande finestra sulla baia dell'ufficio principale al piano di sotto, pronto a fare il caffè e ad ascoltare i sogni dei residenti e a fornire la tipica analisi pratica e ottimista degli Aa sulle possibili implicazioni del sogno sul processo di recupero del sognatore; comunque Gately non ebbe bisogno di precipitarsi giù dalle scale per farsi interpretare il sogno da uno del Personale, dato che il sogno era decisamente ovvio.”


[Una delle possibità che i Social danno a una casa editrice è di scoprire talenti, nuove prospettive, testi da proporre.
Agata Virgilio ha diciannove anni, frequenta Lingue e letterature straniere e ha iniziato a lavorare come traduttrice.
Abbiamo letto una sua critica a Infinite Jest in un guppo di letteratura contemporanea e l'abbiamo trovata sorprendentemente interessante.
Abbiamo deciso di proporvela, lasciando lo schema di Agata. Scrive ai lettori del gruppo. Scrive cose interessanti e, soprattutto, ci fa vedere questo capolavoro da una sua prospettiva. Scrive come fosse un viaggio nel mondo di Wallace. Viaggio che abbiamo davvero amato tutti e abbiamo amato molto.
Strutturata in undici capitoli, la pubblichiamo in tre articoli.
Ecco a voi il primo.]

Parte 1: Un’avventura senza ritorno

Ho approcciato timidamente le prime pagine di quell'incredibile avventura chiamata Infinite Jest: anche più che quella del povero David, ho sempre in testa l'immagine del mio concittadino Edoardo Nesi, che ha tradotto questo capolavoro in orario notturno, quando ancora era ingabbiato nel mestiere d'imprenditore (cosa che mi commuove ancora di più da quando sono ufficialmente una studentessa di Lingue e letterature straniere). La disperata arringa di Hal Incandenza, che molti di noi non potranno fare a meno di sentire nelle vene, ci introduce a uno degli scontri fondamentali di questa grande impresa umana e letteraria: autenticità e sensibilità personale vs mediocrità del mondo.

«La mia domanda d'ammissione non l'ho comprata», sto dicendo loro, nell'oscurità della caverna rossa che si apre di fronte ai miei occhi chiusi. «Non sono solo un ragazzo che gioca a tennis. La mia è una storia intricata. Ho esperienze e sentimenti. Sono una persona complessa.

«Leggo, io», dico. «Studio e leggo. Scommetto che ho letto tutto quello che avete letto voi. Non pensate che non abbia letto. Io consumo le biblioteche. Logoro le costole dei libri e i lettori Rom. Sono uno che fa cose tipo salire su un taxi e dire al tassista: "In biblioteca, e a tutta". Con il dovuto rispetto, credo di poter dire che il mio intuito riguardo alla sintassi e alla meccanica sia migliore del vostro.

«Ma vado oltre la meccanica. Non sono una macchina. Sento e credo. Ho opinioni. Alcune sono interessanti. Se me lo lasciaste fare, potrei parlare senza smettere mai. Parliamo pure, di qualunque cosa. Credo che l'influenza di Kierkegaard su Camus venga sottovalutata. Credo che Dennis Gabor potrebbe benissimo essere stato l'Anticristo. Credo che Hobbes non sia altro che Rousseau in uno specchio oscuro. Credo, con Hegel, che la trascendenza sia assorbimento. Potrei mettervi sotto il tavolo, signori», dico. «Non sono solo un creātus, non sono stato prodotto, allenato, generato per una sola funzione».

Apro gli occhi. «Vi prego di non pensare che non m'importi».

Li guardo. Davanti a me c'è l'orrore. Mi alzo dalla sedia. Vedo mascelle crollare, sopracciglia sollevate su fronti tremanti, guance sbiancate. La sedia si allontana da me.

«Santa madre di Cristo», dice il Direttore.

«Sto bene», dico loro restando in piedi. A giudicare dall'espressione del Decano giallastro, li ho impressionati. La faccia di Affari Accademici è invecchiata di colpo. Otto occhi si sono trasformati in dischi vuoti fissi su ciò che vedono, qualunque cosa sia.

«Mio Dio», mormora Affari Atletici.

«Vi prego di non preoccuparvi», dico. «Posso spiegare». Carezzo l'aria con un gesto tranquillizzante.

Parte 2: Ogni cosa è ipotetica

Nel corso dei miei brevi spostamenti via treno sto riuscendo piano piano ad andare avanti con l'avventura di Infinite Jest: più procedo con questo capolavoro, più mi rendo conto di quanto sarà difficile per me provare a commentarlo/recensirlo. L'effetto Infinite Jest è dare un'occhiata al curriculum della mia docente di francese e, notando che ella ha tra le proprie pubblicazioni un contributo al dizionario lessicografico del Quebec, chiedermi quali siano i suoi eventuali legami con il movimento separatista. È accompagnare un nuovo amico a fare la spesa per i suoi coinquilini e chiedermi se dopo il fatale anno del pannolone per adulti Depend non ci aspetti quello della passata di pomodoro Crai. È sognare un film sull'Università di Firenze diretto da Lui in Persona (prodotto dalla "Poor Yorick Entantainment", ovviamente). Vi auguro la buonanotte con il sogno filosofico-geometrico-tennistico di Hal Incandenza.

"In questo sogno, che faccio ancora di tanto in tanto, sono in piedi sulla linea di fondo di un campo da tennis gargantuano. Sto giocando una partita di torneo: ci sono gli spettatori e l'arbitro. Però mi sembra che, forse, il campo da tennis sia grande quanto un campo da football. È difficile da dire. Ma soprattutto è un campo complicato. Le righe che delimitano e definiscono il gioco su questo campo sono intricate come una scultura fatta con lo spago. Ci sono linee che vanno in ogni direzione, e corrono oblique e si incontrano e formano relazioni e riquadri e fiumi e affluenti e sistemi dentro i sistemi: linee, angoli, corridoi e spigoli si liquefanno in una macchia indistinta contro l'orizzonte della rete lontana. Io sono lì ed esito. L'intera visione è quasi troppo complicata per provare a comprenderla tutta insieme. È semplicemente enorme. E c'è un pubblico. Una folla silenziosa vestita dei colori agrumati dell'estate, immobile ed estremamente attenta, si materializza a quella che potrebbe essere la periferia del campo. Un battaglione di giudici di linea vigila in giacche sportive e cappelli da safari, le mani incrociate sulla patta dei pantaloni. In alto sopra le loro teste, vicino a quello che potrebbe essere il palo che regge la rete, c'è l'arbitro in giacca blu che sussurra Giocate nel microfono collegato al sistema d'amplificazione del suo seggiolone altissimo. La folla, immobile e attenta, è un quadro. Ruoto lo strumento nella mano e faccio rimbalzare sul campo una palla gialla nuova. Cerco di capire dove dovrei tirare il servizio in tutto quel casino di linee. Riesco a individuare nelle gradinate di sinistra il parasole bianco della Mami; è così alta che il suo ombrellino torreggia sui vicini di posto; siede in un piccolo cerchio d'ombra, i capelli bianchi, le gambe incrociate, e tiene alzato uno dei suoi pugni delicati, chiuso a dimostrare il suo incondizionato sostegno.

L'arbitro sussurra Giocate Per Favore.

Si può dire che giochiamo. Ma in un certo senso è tutto ipotetico. Perfino il «noi» è teoria: non riesco mai a vedere bene l'avversario, per via di tutto l'apparato del gioco.”

Parte 3: Per cosa moriresti, Steeply?

Vorrei poter aggiornare più spesso il mio diario di lettura, ma purtroppo sto procedendo molto a rilento causa impegni universitari/stanchezza serale. Che cosa starà facendo lassù, il nostro David? Il Paradiso è sicuramente troppo "mainstream" per lui: me lo immagino piuttosto su Tlön insieme all’amico Jorge, mentre sfoglia con scetticismo l'Enciclopedia Brittanica. Al tavolo accanto Pierre Menard e James Incandenza discutono accesamente di Lynch, Kierkegaard, Don Chisciotte e meta-fiction. Ma tornando a noi... Stasera vi dedico un brano d'antologia: l'agente in incognito Steeply e Marathe il rivoluzionario di professione riflettono sul concetto di fanatismo.

Marathe si era risistemato sul sedere. «Ve l'hanno insegnato che la vostra parola Usa per fanatico deriva dalla parola latina per "tempio" ? Vuol dire, alla lettera, "adoratore del tempio"».

«Oh, Gesù, ecco che ci risiamo », disse Steeply.

«E la stessa cosa vale, se permetti, per questo amore di cui parli, il grande amore di M. Tine. Significa solo attaccamento. Tine è attaccato, fanaticamente. I nostri attaccamenti sono il nostro tempio, ciò che adoriamo, no? Ciò a cui ci dedichiamo, ciò che rivestiamo di fede».

Steeply fece un gesto di trita familiarità. «Eeeeecco che ci siamo».

Marathe lo ignorò. «Non siamo tutti fanatici? Dico solamente quello che voi degli Usa fingete di non sapere. Gli attaccamenti sono una faccenda molto seria. Scegli con cautela i tuoi attaccamenti. Scegli il tuo tempio di fanatismo con grande cura. Quello che vuoi cantare come amore tragico è un attaccamento scelto male. Morire per una persona? Questa è follia. Le persone cambiano, partono, muoiono, si ammalano. Ti lasciano, mentono, si arrabbiano, si ammalano, ti tradiscono, muoiono. La tua nazione ti sopravvive. Una causa ti sopravvive».

«A proposito, come stanno tua moglie e i tuoi ragazzi, lassù in Canada?»

«Voi degli Usa non sembrate credere di poter scegliere, ognuno di voi, la cosa per cui morire. L'amore di una donna, l'attrazione sessuale, ti rinchiude in te stesso, ti rende meschino, forse anche pazzo. Scegli con cura. L'amore per la tua nazione, il tuo paese e la tua gente, quello dilata il cuore. Una cosa più grande del sé».

Steeply si mise una mano fra i seni mal orientati: «Ohh... Canada...»

Marathe si sporse di nuovo in avanti sui moncherini. «Fai tutto lo spirito che desideri. Ma scegli con cura. Si è ciò che si ama. No? Si è, solo ed esclusivamente e completamente, ciò per cui si morirebbe senza pensarci due volte, come dici tu. Tu, M. Hugh Steeply: per cosa moriresti senza pensarci due volte?»

Parte 4: La sensibilità di Hal

Gli intenditori sapranno che il celeberrimo album London Calling è stato spesso considerato un simbolo degli anni 80, pur essendo uscito nel dicembre del 1979: la sua proposta era troppo moderna, infatti, per inserirsi pienamente nello spirito degli anni 70. Qualcosa di simile si potrebbe affermare per Infinite Jest: il romanzo è stato pubblicato nel 1996, ma raramente mi è capitato di trovarmi di fronte a un'opera che raccontasse così efficacemente il 21esimo secolo. Torno al mio personaggio del cuore Hal Incadenza, alter-ego del suo autore e sotto certi aspetti il vero protagonista di questa mastodontica storia corale: mi sento di dire che, come tutti i più grandi personaggi della storia delle letteratura, Hal Incandenza è una figura universale che però racconta molto del suo tempo.

In una delle suo note più calzanti, il nostro David riassume la sofferenza di chiunque veda la propria preziosissima sensibilità soffocata dalle pressanti richieste della società di massa, dall'antagonismo sociale, dalla convinzione ormai interiorizzata che le abilità e le passioni siano valide soltanto quando sono in grado di garantirti una borsa di studio.

"Per qualche tempo intorno ai 2-3 anni si era pensato che Hal Incandenza fosse affetto da una forma di Disturbo da Deficit dell'Attenzione - in parte per la rapidità con cui leggeva e per il pochissimo tempo passato per salti di livello nei diversi videogame pre-Cd-Rom, in parte perché allora quasi ogni ragazzino di classe sociale elevata che fosse anche solo lievemente a dritta o a babordo dell'acme della curva a campana veniva considerato affetto da Dda - e per un po' c'era stato un certo viavai specialistico, e molti di quegli specialisti erano veterani di Mario ed erano naturalmente precondizionati a considerare menomato anche Hal. Ma grazie al buon senso del Centro di Sviluppo Infantile di Brandeis i giudizi di menomazione non furono soltanto ritirati ma anche convertiti nel loro contrario, all'estremo opposto del continuum Menomato-Prodigio, e per la maggior parte della sua glabra infanzia Hal fu classificato come una via di mezzo fra «Vicino al Prodigio» e «Prodigio» - per quanto si debba ammettere che parte di questo alto piazzamento cerebrale era dovuta alla tendenza dei test diagnostici del Centro di Sviluppo Infantile a non andare tanto per il sottile nella distinzione fra il puro talento neurologico e l'interesse e lo sforzo ossessivo monomaniacale del giovane Hal, impegnato nel tentativo di compiacere una o più persone come se da questo dipendesse la sua stessa vita, anche se nessuno aveva mai accennato al fatto che la sua vita dipendesse dall'apparire prodigioso o precoce o anche soltanto eccezionalmente compiacente - e quando ebbe mandato a memoria interi dizionari e software di controllo grammaticale e manuali di sintassi ed ebbe trovato alcune occasioni per recitare brevi estratti di ciò che si era inculcato nella Ram per una madre orgogliosamente impassibile o perfino per un padre ormai del tutto fuori di testa, in questi momenti di pubblico spettacolo e piacere - il Distretto Scolastico di Weston Ma all'inizio degli anni Novanta a.S. aveva organizzato gare interscolastiche ortograficamente ossessionanti sui livelli di lettura e memorizzazione chiamate «Battaglia dei Libri», che avevano rappresentato per Hal una prova del fuoco pubblica e un tripudio di approvazione quando aveva estratto quanto desiderato dalla memoria pronunciandolo impeccabilmente di fronte a certe persone, aveva sentito quasi la stessa dolce aura pallida data da uno strascico di bagliore da Lsd, una corona lattea, quasi un'aureola di grazia ricevuta, resa infinitamente più lattea dall'ineccepibile nonchalance di una Mami pronta a dichiarare con fermezza che il valore del figlio non era contingente alla vincita del primo o perfino del secondo premio, figuriamoci.”


Sette personaggi si trovano in un luogo, costretti, attraverso ricatti, a restarci per tre mesi. Ogni personaggio ha qualcosa da nascondere (sono stati ricattati proprio per quello?).
Il luogo è rappresentato dal gruppo facebook, ma, in realtà, è una casa in campagna, isolata.
La causa del ricatto è sconosciuta a tutti; ogni “giocatore” conosce solo la propria.
Ogni giocatore non sa neanche se gli altri sono lì in quanto anch’essi ricattati o complici dei ricattatori.
Ogni personaggio dovrà cercare di interagire con gli altri per scoprire le loro identità e cosa c’è dietro a questa macchinazione. Ma non necessariamente dire la verità su di sé.
Non conoscendo i reali fini dei ricattatori nessuno può sapere cosa succederà e se uscirà vivo dalla casa in campagna.

Ogni iscritto avrà istruzioni sul proprio personaggio.

 

Bando di partecipazione per la terza edizione, le regole:


Data di inizio: 15 gennaio 2019

La redazione scriverà una trama iniziale che avrà sette personaggi.
I personaggi saranno svelati in un secondo momento e ciascuno dei concorrenti selezionati dovrà interpretarne uno.
Gli iscritti possono proporre un personaggio, il quale potrà essere accettato, modificato, bocciato.

Quello che noi consigliamo è di cercare di esplorare una parte della vostra natura nascosta, non resa manifesta, e di darle vita. Di trovare, per questa parte, un vestito. Che sia uomo, donna, buono, cattivo, vecchio o giovane, sta a voi. A parer nostro l’errore potrebbe essere quello di enfatizzare quello che già vivete. Una vostra versione più grande/bella/ricca. Al contrario, sarebbe interessante se trovaste quella cosa che, in voi, non volete vedere, nascondete, mascherate. Non, quindi, quello che volete essere, ma quello che siete malgrado voi.
Dovete scrivere la presentazione. Almeno una pagina (word – va bene sia .doc, sia .docs - Times New Roman, 12, interlinea 1,5) scritto in prima persona dal personaggio e inviarla (unita ai vostri dati: nome, cognome, residenza)  a ilgioco@jonaeditore.it

Noi apriremo un gruppo (segreto) in Facebook e creeremo sette account.
Ogni autore che passerà la selezione sarà abbinato a un personaggio a cui dar voce, forma e consistenza. Il personaggio sarà iscritto al gruppo “Il gioco”.
Dovrà presentarsi nella home del gruppo, cosicché tutti possano iniziare a conoscersi.
Dovrà avere tre livelli di scrittura:
Pubblico: nella home del gruppo
Privato: messaggistica con gli altri personaggi
Diario: dovrà, ogni cinque giorni, scrivere le sue impressioni (sempre in prima persona-personaggio) e mandarcele.

Il gioco durerà tre mesi.

Verranno selezionati sette autori, ma se l’autore non si dimostrerà puntuale con le consegne, farà diventare stereotipato il suo personaggio, sarà poco presente e interattivo o se parlerà del suo personaggio al di fuori del gruppo sarà eliminato.

Qualora un autore venga eliminato, si procederà alla selezione di un nuovo autore per lo stesso personaggio.

Alla fine dei tre mesi, gli autori che meglio avranno dato vita al personaggio potranno ricevere contratto di pubblicazione per la storia nata da Il Gioco o dal loro personaggio.

Per qualsiasi domanda, potete scrivere qui o mandare una mail a:

ilgioco@jonaeditore.it

Alla stessa mail, entro il 2 gennaio 2019 potete mandare la vostra candidatura.
Per seguire ulteriori sviluppi e approfondimenti, potete seguirci attraverso la pagina Facebook e quella Instagram, e soprattutto il blog:  Il Gioco.

La redazione de Il Gioco 3.0 sarà composta dai finalisti de Il Gioco 2.0: Selene Capodarca, Damiano Lenaz e Nicola Rovetta.

Le direttrici della collana dedicata al gioco sono le vincitrici della prima edizione: Serena Barsottelli e Angela Colapinto.


Alcuni partecipanti de Il Gioco 1.0 hanno descritto, in poche righe, la loro esperienza:

Debora Gatelli: Per me il gioco è stato come vivere in una dimensione parallela che con il passare delle settimane convergeva sempre più' pericolosamente con la mia vita reale fino a intersecarsi con essa. E adesso non so più bene chi sono ma la sensazione è comunque piacevole!

Mariarosa Quadrio: Per me Il gioco è stato un viaggio dentro di me, le mie paure, i miei desideri. La parte migliore è stata trovare dei meravigliosi compagni di viaggio. È stata una splendida avventura che non scorderò mai.

Peppe Patti: Per me Il gioco è stata quella esperienza che mi ha confuso del tutto sulla mia identità e che ha aggiunto un pizzico di pazzia in più in me. Ah, ha avuto anche dei lati negativi.

Serena Barsottelli: Il gioco è stata la possibilità di dare vita a quella persona che vive dentro di me, ma che fuori dalla mia mente non può e non deve esistere. Mi ha dato la possibilità di essere la me stessa che, nonostante tutti i nonostante, continua a sopravvivere.

Angela Colapinto: Il Gioco, per me, ha rappresentato la possibilità di aprire i cancelli a lati nascosti. È stato un ottimo sedativo, un viaggio dentro me stessa, a volte perturbante, altre liberatorio. È stato un po' come guardarsi in uno specchio e ritrovarsi a studiare la propria immagine come fosse qualcosa di nuovo.

Chiara Trombetta: Per me Il Gioco è stata la finestra di libertà che ho sempre cercato, l'opportunità di costruire qualcosa di vivo e in continua evoluzione insieme a un gruppo di menti fertili e altrettanto folli.

(Tutti i disegni de Il Gioco 1.0 e de Il gioco 2.0 e de Il Gioco 3.0 sono di Alberto Baroni)

Bando di partecipazione per la terza edizione, le regole:


Data di inizio: 15 gennaio 2019

La redazione scriverà una trama iniziale che avrà sette personaggi.
I personaggi saranno svelati in un secondo momento e ciascuno dei concorrenti selezionati dovrà interpretarne uno.

Quello che noi consigliamo è di cercare di esplorare una parte della vostra natura nascosta, non resa manifesta, e di darle vita. Di trovare, per questa parte, un vestito. Che sia uomo, donna, buono, cattivo, vecchio o giovane, sta a voi. A parer nostro l’errore potrebbe essere quello di enfatizzare quello che già vivete. Una vostra versione più grande/bella/ricca. Al contrario, sarebbe interessante se trovaste quella cosa che, in voi, non volete vedere, nascondete, mascherate. Non, quindi, quello che volete essere, ma quello che siete malgrado voi.
Dovete scrivere la presentazione. Almeno una pagina (word – va bene sia .doc, sia .docs - Times New Roman, 12, interlinea 1,5) scritto in prima persona dal personaggio e inviarla (unita ai vostri dati: nome, cognome, residenza)  a ilgioco@jonaeditore.it

Noi apriremo un gruppo (segreto) in Facebook e creeremo sette account.
Ogni autore che passerà la selezione sarà abbinato a un personaggio a cui dar voce, forma e consistenza. Il personaggio sarà iscritto al gruppo “Il gioco”.
Dovrà presentarsi nella home del gruppo, cosicché tutti possano iniziare a conoscersi.
Dovrà avere tre livelli di scrittura:
Pubblico: nella home del gruppo
Privato: messaggistica con gli altri personaggi
Diario: dovrà, ogni cinque giorni, scrivere le sue impressioni (sempre in prima persona-personaggio) e mandarcele.

Il gioco durerà tre mesi.

Verranno selezionati sette autori, ma se l’autore non si dimostrerà puntuale con le consegne, farà diventare stereotipato il suo personaggio, sarà poco presente e interattivo o se parlerà del suo personaggio al di fuori del gruppo sarà eliminato.

Qualora un autore venga eliminato, si procederà alla selezione di un nuovo autore per lo stesso personaggio.

Alla fine dei tre mesi, gli autori che meglio avranno dato vita al personaggio potranno ricevere contratto di pubblicazione per la storia nata da Il Gioco o dal loro personaggio.

Per qualsiasi domanda, potete scrivere qui o mandare una mail a:

ilgioco@jonaeditore.it

Alla stessa mail, entro il 2 gennaio 2019 potete mandare la vostra candidatura.
Per seguire ulteriori sviluppi e approfondimenti, potete seguirci attraverso la pagina Facebook e quella Instagram, e soprattutto il blog:  Il Gioco.

La redazione de Il Gioco 3.0 sarà composta dai finalisti de Il Gioco 2.0: Selene Capodarca, Damiano Lenaz e Nicola Rovetta.

Le direttrici della collana dedicata al gioco sono le vincitrici della prima edizione: Serena Barsottelli e Angela Colapinto.


Alcuni partecipanti de Il Gioco 1.0 hanno descritto, in poche righe, la loro esperienza:

Debora Gatelli: Per me il gioco è stato come vivere in una dimensione parallela che con il passare delle settimane convergeva sempre più' pericolosamente con la mia vita reale fino a intersecarsi con essa. E adesso non so più bene chi sono ma la sensazione è comunque piacevole!

Mariarosa Quadrio: Per me Il gioco è stato un viaggio dentro di me, le mie paure, i miei desideri. La parte migliore è stata trovare dei meravigliosi compagni di viaggio. È stata una splendida avventura che non scorderò mai.

Peppe Patti: Per me Il gioco è stata quella esperienza che mi ha confuso del tutto sulla mia identità e che ha aggiunto un pizzico di pazzia in più in me. Ah, ha avuto anche dei lati negativi.

Serena Barsottelli: Il gioco è stata la possibilità di dare vita a quella persona che vive dentro di me, ma che fuori dalla mia mente non può e non deve esistere. Mi ha dato la possibilità di essere la me stessa che, nonostante tutti i nonostante, continua a sopravvivere.

Angela Colapinto: Il Gioco, per me, ha rappresentato la possibilità di aprire i cancelli a lati nascosti. È stato un ottimo sedativo, un viaggio dentro me stessa, a volte perturbante, altre liberatorio. È stato un po' come guardarsi in uno specchio e ritrovarsi a studiare la propria immagine come fosse qualcosa di nuovo.

Chiara Trombetta: Per me Il Gioco è stata la finestra di libertà che ho sempre cercato, l'opportunità di costruire qualcosa di vivo e in continua evoluzione insieme a un gruppo di menti fertili e altrettanto folli.

 

(Tutti i disegni de Il Gioco 1.0 e de Il gioco 2.0 e de Il Gioco 3.0 sono di Alberto Baroni)

 

Blog dedicato a Il gioco



Qualora la redazione dovesse accettare la candidatura di un minore di anni diciotto sarà necessario che i genitori provvedano a sottoscrivere la liberatoria (scaricabile qui) per l’utilizzo delle immagini del minore stesso.
Nel caso che, inoltre, un minore di anni diciotto risultasse tra gli autori migliori  ai quali l’Editore offrirà contratto editoriale, sarà cura dello stesso Editore fornire tutta l’assistenza per l’ottenimento, da parte degli esercenti la potestà genitoriale nell’interesse del minore, dell’eventuale autorizzazione da parte del Giudice tutelare competente, per la stipula del contratto e per la riscossione delle somme dovute a titolo di corrispettivo percentuale sulle vendite.

 

Alberto Baroni va a trovare i suoi personaggi per convincerli a...
Strisce scaricabili gratuitamente da qui.
Volume completo acquistabile da qui.

resistenza

Terminato il periodo estivo vi proponiamo il nostro calendario uscite e attività.

IL GIOCO

Tra ottobre e dicembre completeremo la pubblicazione dei romanzi dei vincitori della prima edizione e del romanzo corale scritto da Serena Barsottelli e Angela Colapinto.
I tre vincitori della seconda edizione, Selene Capodarca (prima classificata), Damiano Lenaz e Nicola Rovetta stanno scrivendo sia la storia personale del proprio personaggio, sia quella collettiva. Uscite previste per febbraio/marzo 2019.
Il gioco 3.0 inizierà tra novembre e dicembre 2018 e avrà parecchie novità, la più importante è che ci sarà un canovaccio e dei personaggi scritti dalla redazione.
Serena Barsottelli e Angela Colapinto sono le nuove direttrici della collana.

NUOVE COLLANE (Scrittori italiani e Narrativa, le due già in essere)

-          Scrittori americani

Quest’anno inauguriamo la collana Scrittori Americani. I due primi autori che pubblicheremo sono John Domini con la traduzione di Movieola! e Andrew Cotto con la traduzione di Outerborough Blues: A Brooklyn Mystery. Siamo molto orgogliosi dell’ingresso in famiglia JE di John e di Andrew, a cui diamo il benvenuto e le cui opere negli Stai Uniti hanno portato molti consensi. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane pubblicheremo alcuni articoli che hanno visibilità in America e li intervisteremo per farveli meglio conoscere. Direttrice di collana: Alessandra Ceccoli.
Ringraziamo Nicola Manuppelli per la collaborazione e per averci presentato John e Andrew.
Nel 2018 la collana avrà una uscita trimestrale.

-          Poesia

Dopo i due titoli pubblicati abbiamo deciso di dar maggior spazio alla poesia. Un libro ogni tre mesi e un direttore di collana. Il nome sarà svelato nelle prossime settimane.

-          Consigli di lettura

        A partire da ottobre un articolo a settimana su “consigli di lettura”. Ogni mese un tema nuovo.

R = V / I

I quesiti: “Una testata giornalistica deve schierarsi o meno?” e “Una casa editrice può/deve parlare di politica?” a nostro avviso sono superati dalla situazione odierna. Quindi se perderemo consenso o meno, se alcune persone ci vedranno come nemici non volendo più passare in “cassa” è assolutamente ininfluente.
Ogni venerdì un articolo per la collana R = V / I, a cominciare dal 21 settembre.

CORSI

A fine settembre iniziano i nuovi corsi di:

RACCONTO
PUNTEGGIATURA
STRUTTURA
SCRITTURA SCHIZOFRENICA

A ottobre 2018 uscirà il primo saggio sulla Scrittura Schizofrenica.

Nel primo trimestre 2019 uscirà un romanzo collettivo nato in un corso di scrittura schizofrenica.

Gli autori sono: Serena Barsottelli, Selene Capodarca, Alessandra Ceccoli, Angela Colapinto, Alessandro Mazzi, Nicola Rovetta.

Abbiamo intervistato Davide Gaetano Paciello, autore delle due raccolte di poesie – Distanza e Fuori posto (Diario sentimentale) appena uscite per Jona Editore.

 

  • Che cosa è per te la poesia?

    La poesia è una narrazione, un tentativo, goffo e patetico, di afferrare, razionalizzare e ordinare ciò che si sente o si vive e che Altrimenti resterebbe sospeso sopra di noi come un mistero. Con razionalizzare e ordinare non intendo che le poesie sono chiare sistemazioni di stati emotivi o di eventi, spesso la poesia è follia pura o delirio, ma, al contempo, è comunque qualcosa che si pone come un nuovo ordine: ciò che si può raccontare, indipendentemente dal modo, è un tentativo di dominazione sulle cose, un modo di addomesticare il mondo.

 

  • Che cos'è per te la tua poesia?

    La mia poesia è una presa di posizione, un tentativo di restare in un punto e resistere, un modo per dire sono qui e protesto, protesto contro il tempo e tutte le altre cose troppo vaste che solo una narrazione, come dicevo prima, mi da la forza di dominare o affrontare.



  • Quando hai iniziato a scrivere? Prosa o poesia?

    Dicono alcuni parenti che ho sempre scritto, ma penso che si possa dire di tante altre cose: solo rivedendo il passato dal punto del presente si può creare una narrazione coerente di una persona, in questo caso di uno scrittore. Forse ho divagato, ma per farla breve ho sempre inventato storie e avventure, ma ho scritto per lo più poesie, forse per pigrizia, una storia me la guardavo e me la vivevo senza doverla scrivere, una poesia, invece, avevo bisogno di scriverla perché volevo conservare quelle parole che messe in ordine mi sembravano bellissime. Ricordo che ogni volta che studiavo, da piccolo, delle poesie e delle figure retoriche avevo l’esigenza di esercitarmi a scrivere utilizzando quello che avevo imparato. Frequentavo le medie quando i miei genitori mi regalarono un quaderno rilegato affinché scrivessi lì, in bella copia, le mie poesie così da poterle conservare. Non ho mai finito quel quaderno rilegato, ma ho scritto tantissime poesie, ho diverse raccolte conservate in qualche hard disk, ma come diceva Croce da ragazzini tutti scriviamo poesie, poi solo i poeti e i cretini, cose che in realtà non si escludono a vicenda.



  • Ci parli delle due raccolte?

    Le due raccolte che sono state pubblicate, come dicevo prima, non sono propriamente le prime, ma sono sicuramente quelle che hanno un qualche valore intrinseco e anche una certa, necessaria, maturità, rispetto al passato, quindi direi che solo a partire da queste opere posso parlare di poesie con ragione di causa, se poi sono belle o brutte sta al pubblico dirlo.
    La prima raccolta, Distanza, è stata scritta interamente per una ragazza che si trasferì per un periodo di studio in un Paese arabo. Le promisi che per ogni giorno passato distanti le avrei scritto una poesia e così fu finché la distanza non vinse sulla poesia, perché la realtà vince sempre sulla narrazione, quasi sempre, almeno.
    La raccolta Fuori Posto, invece, raccoglie poesie di un periodo diverso, per quanto alcune siano state scritte immediatamente dopo la prima raccolta. Continuai a lavorarci e a scrivere per molto tempo, le ultime poesie risalgono al 2016, ma ci sono voluti circa due anni perché fossi convinto della raccolta. Il sottotitolo è “diario sentimentale” perché è sostanzialmente un diario, le poesie si sono raccolte quando ebbi una crisi depressiva che dovetti curare farmacologicamente (una cosa schifosamente comune alla mia generazione), i temi sono quelli dell’esclusione, volontaria o meno, dell’isolamento, della rassegnazione ma anche della lotta… più che della lotta sarebbe meglio dire dell’attesa, alla fine c’è un tempo per la semina e uno per la raccolta e la cosa implica che c’è un tempo dell’attesa tra il primo e il secondo.


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