Roma - Nicola Manuppelli

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Roma, di Nicola Manuppelli, edito da Miraggi Edizioni, è un romanzo complesso.
Si discosta totalmente dalla narrativa italiana. Non c’è un protagonista problematico, sconvolto interiormente, complesso come altri milioni di protagonisti di romanzi italiani, problematici e sconvolti interiormente. Non c’è la storia di questo personaggio che, duramente, sfida se stesso, sfida la società e il mondo e alla fine trova piena consapevolezza di quello che realmente è.

Roma, di Nicola Manuppelli, non è, insomma, il tipico romanzo italiano. È un romanzo ambientato in Italia, è un romanzo in cui molti personaggi sono famosi, sono attori, sono belli e conosciuti.
Paradossalmente il protagonista di questa storia, Roma, è la storia stessa. C’è un personaggio che ha più rilievo, probabilmente, degli altri, ma poco conta. Conta il narrare, il formare una tavola imbandita di storie, storie che a volte si slegano dalla trama principale e, a loro volta, trovano altri persone, altri luoghi, altri discorsi.
L’inizio è stato, per me, problematico. Leggendo le prima parole, le prime pagine, mi sembrava che qualcosa non quadrasse, non capivo bene dove lo scrittore volesse portarmi. Ero prevenuto, il mio personale database di scrittori e storie non prevedeva questa cosa. Non riuscivo a capirne il senso, la struttura, l’ambientazione. Mi sta prendendo in giro - ho pensato - in realtà è nato nel Midwest, si chiama John Fitzgerald Roth ed è figlio della tradizione letteraria americana del ‘900. Sì, perché questo sembra, inizialmente, Roma. Sembra un romanzo americano in cui si narra una storia. Si narra facendo dimenticare al lettore che sia letteratura. Si narra come se a narrare fosse un cantastorie, si narra non lasciando evidenti tracce di sé nel narrare. Ci si mette, quindi, completamente al servizio della trama. Perché sì, questa è una delle possibilità che si hanno quando si scrive un romanzo. Ci si può, appunto, mettere al servizio della storia, o, al contrario, si può mettere il testo al proprio servizio per parlare di noi. Si può essere usati dal romanzo o si può usarlo.
“Tommaso si trasferisce a Roma”, questo potrebbe essere l’incipit narrativo. Si trasferisce a Roma, vuol fare e fa il giornalista, e inizia a lavorare nel mondo dello spettacolo, nel gossip, nei bar, nelle strade piccole romane che grandi, come flusso di persone, sembrano diventare. Lavora e conosce attori famosi e attori meno famosi. Tommaso conosce Judy, giovane ragazza inglese. Siamo negli anni Settanta, siamo a Roma, ci occupiamo di film, non possiamo che finire, in un mondo perfetto, nel set del film di Fellini: Roma.
Quindi piccole storie di grandi personaggi che si intrecciano, vanno a formarne altre da cui ne nascono altre ancora. E personaggi che fanno ridere, personaggi tristi, personaggi che ti accolgono profondamente per farti vedere chi sono (chi siamo) e altri che ti respingono come a volerti dire: “a questa cosa arrivaci da solo, non è che possiamo fare tutto noi”.
Manuppelli questo fa, ci narra una storia ambientata a Roma negli anni Settanta e questa storia, o almeno la sua parte centrale, ha come set il cinema, gli attori. Soprattutto: la diceria. Avete presente la storia del pescatore che prende un pesce di sette centimetri, massimo otto. E che nella prima versione diventa di dodici e nell’ultima assume le sembianze di una balena? Ecco, adesso pensate che sia letteratura, che sia storia, e che alla fine vi ritroviate davvero una balena davanti a voi.
Ma Roma è anche altro, è “piccole storie” di ebrei che raccontano altre storie di ebrei, è vino, è ricerca, è perdersi in mezzo al traffico di esistenze che un po’ fanno famiglia e un po’ si usano solo per passare il tempo.
E in tutto questo la scrittura di Nicola Manuppelli non prende mai il sopravvento. Anche qui, come per la struttura, lo scrittore si mette completamente al servizio della storia. Non si mette in bella mostra, ma, sapientemente, scandisce i tempi, introduce i sapori, mostra e nasconde i dettagli, li inventa, li modifica, li rende reali, a tratti onirici, a tratti divertenti, a tratti assurdi, ma di una assurdità che ti dimentichi essere tale, la fai tua e ti ci immedesimi fino a credere che sia tutto vero.
Che sia tutto vero perché trovarsi dentro questa costruzione narrativa è stato un po' come essere dentro una casa, al buio, di un amico di un tuo amico, probabilmente americano.
Per quanto tu possa, con le mani, riconoscere il divano, e tu possa riuscire a non rotolare per terra, schivandolo all'ultimo, per quanto tu possa sentire un odore di quelli che "questa è casa" ma proprio non riesci a trovargli il nome, perché non è "proprio casa", per quanto tu possa essere vicino al capire che stanza ci sarà in fondo al corridoio a sinistra: quando finalmente riesci ad accendere la luce, vedi qualcosa di infinitamente grande e difficilmente immaginabile.