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JE: Hai già iniziato a pensare al prossimo romanzo?

EP: Ho iniziato a pensarlo, sì. Niente ancora di definito, qualche idea su carta. Mi interessa sempre più vedere e narrare il mondo dei Social. Capire il mondo che sembra quasi risiedere lì, tra byte e ore passate con altre persone senza, spesso, averle mai viste in faccia.

 

JE: Non più YouTube, però?

EP: Un altro, credo si possa dire il nome: Instagram. E non con gli occhi di un uomo ma con quelli di una donna. Vedere quello che una persona può arrivare a fare, e perché, per avere successo. Capire il prezzo di centomila o un milione di follower.

 

JE: Instagram è in crescita, no?

EP: È il presente che sarà futuro. Probabilmente perché è più veloce, il più veloce che c'è in questo momento. E in questo momento la gente vuole connessione più che dialogo. Una foto, boom, mille like, mille persone che sanno che esisti.

 

JE: Ma nessuna parola, comunicazione non verbale, quasi.

EP: In realtà qualche parola la si può inserire, ma sicuramente il mezzo per comunicare è l’immagine.

 

JE: E tornando ai tuoi ultimi due anni: il romanzo ti ha tolto tempo. Lavori sempre in ambito sigarette elettroniche?

EP Sì. Da due anni tutta la mia vita, almeno quella in superficie, ha gravitato intorno alle sigarette elettroniche. Il romanzo ha avuto anche questa responsabilità. Mi ha indicato la porta di uscita, mi ha fatto capire che gravitare per un po’ va bene, oltre diventa colla.

 

JE: E nel romanzo tutto questo mondo che gira intorno alle sigarette elettroniche è rappresentato o c’è solo il protagonista?

EP: No, non solo il protagonista, molto gira in quell’ambito. E a pensarci da lettore più che da scrittore, il mondo che ne viene fuori, eccezion fatta per due persone, non è del tutto positivo.

 

JE: Quindi, premettendo che noi abbiamo pubblicato un libro de il Santone dello Svapo su come uscire dalle sigarette, considerando che lo svapo è sicuramente un fenomeno positivo, come studio sociologico è interessante, no?
EP: Interessante vedere le dinamiche all’interno di un gruppo parecchio chiuso e molto egoriferito. Ma non tanto per studiare chi svapa, ma proprio per vedere e conoscere meglio il branco.

 

JE: E secondo te gli svapatori sono riconoscibili? Se tu vedi una persona sai se svapa, come e perché?
EP: Se vedo una persona senza sigaretta elettronica no, ma se ne ha una, sicuramente dal modello, da come la usa, da come si atteggia: molto si può dire su di lui.


JE: E se tu ti vedessi svapare da fuori in che categoria ti metteresti e cosa penseresti della tua categoria?

EP: In quella dello svapatore distratto. Che è capitato in un mondo e che cerca di conoscerlo, spesso arrancando. Come uno che si ritrova in mezzo al mare e vuole tornare in terra ferma, ma facendo fatica, non sapendo bene che stile di nuoto è efficace in quelle acque, cercando di vedere le onde e, soprattutto, sperando di non affogare.


JE: Un po’ come il protagonista de La farsa, no?
EP: Esattamente.

JE: E perché un lettore dovrebbe comprarla, La farsa?

EP: Per vedere se è scritta da uno YouTuber o da una persona. Per vedere se è in pieno cliché ho un po’ di follower che saranno lettori, quindi un prodotto o se davvero è un romanzo.
JE: Due scrittori che ami?
EP: Edward Bunker,  ho amato Come una bestia feroce; Chuck Palahniuk, li ho amati tutti, paradossalmente fatta eccezione di Fight club, e aggiungo un italiano, Paolo Sorrentino. Bellissimo il suo Hanno tutti ragione.

JE: E come scrittore hai autori che ti hanno influenzato?
EP: Non credo, almeno non in coscienza.

JE: Guardando i tuoi video sembri, in effetti, più figlio della cultura rap.
EP: Assolutamente sì, è un mondo che mi coinvolge da sempre.

JE: Ultimissima domanda, quando la presentazione de La farsa?
EP: Torino, Salone del libro, domenica 13 maggio, ore 16.

 

Link a La farsa


Disegno di Alberto Baroni

Seconda delle tre parti dell'intervista a Enrico Pistoni. Venerdì 13 aprile l'ultima. (Parte prima)

 

JE: E tutto questo ha anche portato a prendere il personaggio Ignoranz Svapo e a farlo uscire dal video ed entrare in un romanzo o le due cose sono slegate?
EP: Sì, il mio canale si chiama, appunto, Ignoranz Svapo, La farsa è stata la mia occasione per prenderlo e portarlo in giro, fuori dai video.

JE: E cosa fa questo personaggio?
EP: Combatte tra il rifugio che si è creato con il suo personaggio e la difficoltà di andare fuori.
E poi c’è la vita che conduce, ci sono le persone che incontra. Una delle quali, uno per cui aveva fatto delle recensioni, nella storia diventerà il suo nemico, uno che lo minaccia, che non vuole che lui smetta di fare video.

JE: “Nemici in rete” è un tema di cui si parla molto. Il cyber bullismo. È davvero un fenomeno così diffuso?
EP: Dipende dall’accezione che vogliamo dare a questi hater. Il paragone con la televisione è questo: se uno guarda un qualcosa che non ama, cambia canale. Invece, su YouTube, prima di farlo ha la possibilità di scrivertelo, e spesso in modo parecchio esplicito.

 

JE: Ma fino a che si limita a scrivertelo è lecito, no? Io posso vedere un tuo video, non apprezzarlo e dirti cosa ne penso. Il problema, forse, ma ripeto, è un mondo che conosco poco e male, sono quelli che insultano, no?
EP: Certo, quelli sono meno numerosi, forse, ma ci sono anche loro. Figurati che diversi mesi fa feci un video che voleva essere ironico, sul Natale. E feci, come spesso faccio, parlare il mio personaggio con la musica. E prendevo in giro il Natale. Non puoi immaginare quanti insulti mi hanno scritto. Ecco, una cosa che ho capito con i social è di non toccare mai il Natale, si arrabbiano di brutto.

 

JE: Due anni di video, di lavoro, di editing, di social, cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto?
EP: Quello che ha tolto è semplice: il tempo. Chi vede video difficilmente sa quanto tempo ci vuole per realizzarli. Bisogna avere una idea. Bisogna scrivere un copione. Bisogna girarlo e poi editarlo. Tempo però che non è stato perso. In due anni ho imparato parecchio. Conosco il mondo della sigaretta elettronica molto meglio di due anni fa, riesco a girare più facilmente un video, riesco, insomma, a comunicare meglio.

 

JE: E in questo personaggio quanto c’è di Entico Pistoni?
EP: C’è molto di quello che sono e poco di quello che faccio. In parte è come fossi io, ma interpretassi non la mia vita ma quella di un’altra persona. Quindi almeno in parte, mie emozioni, sensazioni, modi di vedere la vita, quasi nulla di mio, invece, come trama, come storia.

JE Quindi il guscio è Ignoranz Svapo, l’interno sei tu?
EP: Una parte, sì, non certo tutto, ma una parte senza altro.

 

JE Qual è stato l'approccio alla scrittura? Che legame si crea con la trama?
EP: Non avevo un piano preciso in testa. Era solo un'idea, ossia quella di voler mettere in luce alcuni retroscena che lo spettatore di YouTube non può vedere. Certo, questa idea derivava sicuramente da alcune mie fatiche personali. Sono partito da quello che ho vissuto io in certi periodi, e ho provato a immaginarmi un personaggio che rimane fortemente invischiato dentro quei retroscena. Volevo portare all'eccesso le cose per vedere cosa sarebbe successo. Nel libro uso il mio vero nome(Enrico) e uso Ignoranz svapo, sebbene non sia una autobiografia o una cronaca di fatti realmente accaduti. È una storia, semplicemente.

 

JE: Come hai vissuto il legame che si crea, quando si scrive un libro, con l’editor?
EP: Prima di scrivere questo libro conoscevo per sentito dire la figura dell'editor ma non avevo davvero in mente il suo ruolo. Oggi posso dire che senza l'editor (Renzo Semprini Cesari) questo libro non esisterebbe. Mi ha aiutato in tutto, correggendo e fornendo stimoli. Per me ha svolto una funzione di specchio per quanto avevo scritto, e di bussola per quello che dovevo scrivere. Non gli sarò mai abbastanza riconoscente per il suo lavoro, lo so già.

 

 JE: stai già pensando al prossimo romanzo?

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Link al romanzo.

Oggi, in occasione del suo romanzo in uscita, La farsa, intervistiamo Enrico Pistoni.

Enrico Pistoni: Buongiorno!

JE: Buongiorno a te. Partiamo dagli ultimi  anni della tua  vita: chi è Ignoranz Svapo?

Enrico Pistoni: Ignoranz Svapo è il nome del mio canale youtube, canale in cui tratto di sigarette elettroniche: faccio delle presunte recensioni. È un canale che ho aperto da un paio d’anni. Il mio approccio ai video è dettato dall’avere un pretesto. Il mio è, appunto, quello della sigaretta elettronica, che uso per raccontare delle storie.

JE: E con questa tua frase ci siamo automaticamente giocati tutti i tuoi iscritti che non compreranno più il romanzo.

Enrico Pistoni: Assolutamente. Ho appena deluso, credo, un cinquantamila persone.

JE: Cinquantamila sono tanti, no?

Enrico Pistoni: Sì, penso che di iscritti, tra tutti i vari social, sui cinquanta/sessantamila.

JE: E come si fa ad avere cinquantamila iscritti? Insomma, non deve essere facile.

Enrico Pistoni: Come si fa non lo so, posso dire quello che ho fatto io. In questo momento tutti i social sono inflazionati, no? Secondo me uno che voglia entrare in questo mondo deve fare una serie di analisi di mercato.

JE: Quindi non basta improvvisare o, semplicemente, aprire un canale e vedere come andranno le cose?

Enrico Pistoni: Ni. Nel senso che poi la fortuna c’è e tutto quanto, però se vogliamo escludere la fortuna come variabile o comunque imboccarla al meglio possibile, secondo me si deve fare una seria analisi della nicchia in cui si vuole andare a mettere e fare qualcosa che altri non fanno. Se una persona decidesse di fare video sulla sigaretta elettronica dovrebbe guardare cosa e come fanno gli altri e trovare un modo nuovo di farla da una diversa prospettiva. Andare in diretta competizione con chi fa da anni un lavoro che vuoi fare da giorni, non porta a niente di buono.

JE: E, premettendo che uno come te ha davvero trovato un modo nuovo per fare comunicazione attraverso la sigaretta elettronica, c’è ancora spazio per chi vuole iniziare adesso? Non siete già in tanti?

Enrico Pistoni: Non c’è spazio se non hai fantasia, voglia di lavorare, perché fare video porta via tantissimo tempo, e fretta. Se hai fantasia, molta, se riesci a trovare un modo diverso dagli altri, c’è sempre spazio.

JE: Cinquantamila iscritti, due anni di video: cosa ti hanno dato e cosa ti hanno tolto?

Enrico Pistoni: Mi ha tolto molto tempo, molto davvero. Mi hanno dato, be’, diciamo che mi hanno fatto scoprire che anche partendo da una totale ignoranza in materia e in maniera completamente autodidatta si può arrivare a un buon livello. E sembra banale, ma davvero uno si accorge che lo stesso principio lo si può adattare in ogni campo della propria vita. La fine del “non lo so fare” diventa l’inizio del “non ho ancora trovato il modo per farlo”.

JE: Quindi davvero, due anni fa eri completamente all’oscuro sia della sigaretta elettronica, sia di montaggio video?

Enrico Pistoni: Assolutamente sì, ero completamente ignaro dell’una e dell’altra cosa. Il mio primo video postato nel canale è stato il primo video da me girato in cui vedevo per la prima volta un componente di una sigaretta elettronica. O forse il secondo, ma non il terzo di sicuro.

JE: Quel che si dice: “crescere col canale”.

Enrico Pistoni: Assolutamente sì, fare, disfare, imparare, mostrare. Un bel percorso, molto bello, anche se ovviamente mi ha tolto tantissime energie e tempo. Ma davvero, sono felice di avere usato quel tempo per fare quelle cose.

JE: E hai sempre voglia di fare video?

Enrico Pistoni: Ho sempre voglia di fare video, sì; sempre farli in funzione della sigaretta elettronica sì e no. Non è un argomento infinito, ma vedremo bene se ci sono nuove strade per parlarne. Ma sicuramente fare video è una cosa che amo, amo questo linguaggio.

JE: Anche perché tu di linguaggi ne usi parecchi, nel video c’è la musica, col video narri una storia.

Enrico Pistoni: Cerco di usarne, sì. C’è quello che al di là del video non si vede, un mini copione per raccontare la storia è il primo linguaggio, poi c’è la musica, e poi c’è il video. Una delle cose che mi ha dato il mio canale è proprio la possibilità di conoscere meglio questi linguaggi, esplorarli, cercando di unirli e giocando a disunirli.

JE: E tutto questo ha anche portato a prendere il personaggio Ignoranz Svapo e a farlo uscire dal video ed entrare in un romanzo o le due cose sono slegate?

 

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Calamità innaturali
di Alessandra Ceccoli e Nicola Rovetta

La vide per la prima volta, in lontananza, di fronte alla porta della terza emme; doveva essere arrivata da un'altra scuola, o l'avrebbe certamente notata in precedenza. Dietro di lei, il lungo corridoio con le altre classi svanì nel nulla, solo il danzante movimento dei sui biondi capelli rimase nella mente di Eddy, tutti gli altri pensieri finirono inevitabilmente nell'oblio. L’idea che lei non fosse reale sfiorò la sua mente, per dissiparsi non appena le passò accanto, il sorriso che le fece con le sinuose fossette pronte a mandargli in pappa il cervello, il naso e le guance punteggiati da perfette imperfezioni. Da subito non gli sembrò estremamente altezzosa e piena di sé come le altre ragazze, capaci di attirare nient’altro che il disprezzo o, per lo più, il dindarolo del giovane scolaro.

Quando sparì dietro Eddy, calpestando l’ombra di lui, volle da subito rivederla, l'ineluttabile desiderio di conoscerla era così puro: avere la possibilità di parlare con una ragazza come lei o semplicemente divertircisi insieme era il suo unico desiderio. Quando se ne fu andata si sentì le orecchie molto calde e, al tatto, gli apparvero grandicelle rispetto al solito.

Consapevole della propria asociale eccentricità, il quindicenne si rese conto che le solite ansie che provava vicino a gente sconosciuta si ingigantivano a dismisura con una ragazza così radiosa, dolce e carina. Doveva riuscire a invitarla a chiacchierare, o se non altro riuscire a rivolgerle poche striminzite parole. Come avrebbe potuto riuscirci? Non aveva la ben che minima idea di come approcciarsi. ''Potrei passarle accanto di proposito e farle dei complimenti''.

Alla pari dell’ombra che seguiva sempre il corpo di Eddy nei suoi movimenti, l’ansia lo accompagnava, ovunque lui andasse. Troppo spesso finiva per oscurargli intelligenza e senso pratico, e quando succedeva si sentiva un vero idiota. Eddy aveva cercato di fare pace con l’Ombra, ché forse solo accettandola se la sarebbe fatta amica, ma era lei piuttosto a far di tutto per rimanergli ostile. D’accordo, da un certo punto di vista, osservando la scena da fuori, pareva lo assecondasse: quel che lui faceva, lei lo riproduceva; rimaneva dietro a lui, sempre qualche passo indietro, ma poi finiva sempre per travolgerlo, precederlo in un certo senso, anticipando le sue azioni e ribaltando la percezione del povero ragazzo. E, anziché essere la sua proiezione, diventava sovente la sua premonizione. La loro era una relazione patologica: l’ombra provava per lui un amore malato, possessivo. Voleva appiccicarglisi addosso, essere l'unica custode del suo lato oscuro, di contro lui la odiava e la temeva, pur considerandola un luogo sicuro in cui rifugiarsi. Era un’amante gelosa e capricciosa: se lui cercava di fare un rapido passo avanti per scrollarsela di dosso, lei per ripicca sabotava i suoi piani, finendo per inglobarlo.

Nemmeno a dirlo, le si era appena presentata l’occasione giusta: minacciata dalla eterea figura della ragazza, come spesso accadeva, l’Ombra aveva deciso di spegnere la luce sul raziocinio di Eddy, mandandogli in corto circuito ogni abilità relazionale.

Convinto di essere totalmente ottenebrato agli occhi della ragazza e temendo di essere del tutto ignorato, per disfarsi dell’oscura presenza, Eddy tendeva involontariamente ad attivare meccanismi di difesa atti a evidenziare la sua presenza al resto del mondo. Quello delle orecchie che crescevano a dismisura era solo uno spiacevole esempio. Gli era capitato di vedersi rimpicciolire i piedi a tal punto da non riuscire più a reggersi senza doversi sostenere, oppure di cambiare il colore del viso a seconda di chi aveva di fronte, o addirittura di squagliarsi a terra a seguito di uno strano processo di liquefazione.

E il peggio era che non poteva capire o sapere se si trattasse di una sua sensazione o se la cosa fosse visibile anche all’esterno. Questa volta la ridicola sorte era toccata alle sue orecchie, ma fortunatamente era riuscito a rassicurare Melissa e a convincerla che non c’era nulla di cui preoccuparsi.

In un bel giorno assolato, nel verde giardino della scuola, Eddy vide nuovamente arrivare Melissa.

Pur esprimendo assoluta pienezza e unicità, nemmeno lei sembrava presentarsi mai del tutto sola. Dove c’era Melissa, c’era L’Aura e, a qualsiasi occhio attento, la cosa non sfuggiva. L’Aura la amava di un amore puro, incondizionato e corrisposto, un amore fraterno. Melissa, in fin dei conti, doveva esserle grata perché le regalava una luce singolare, che faceva sì che nessuno le potesse levare gli occhi di dosso. E doveva ringraziare la brillantezza di L’Aura se poteva permettersi di sfoggiare con orgoglio quel pizzico di sicurezza e vanità, senza che stonassero o risultassero inopportune. La si poteva definire una corazza di protezione e positività, fatto sta che, assieme a lei, Melissa non doveva temere nulla e poteva considerarsi immune alle avversità che la vita spesso le riservava. Al contrario, quando la sua luce era più soffusa, vere e proprie calamità si sprigionavano dal corpo della ragazza. Era successo di rado, ma se al telegiornale si parlava di incendi, terremoti o uragani, il più delle volte c'era il suo zampino.

Eddy si fece forza e, di scatto, si mise proprio di fronte a Melissa, mentre gli passava accanto, assicurandosi di nascondere l’Ombra col suo stesso corpo. I due si scontrarono quasi, forse non era quella la maniera migliore per incontrarsi, ma accadde inevitabilmente in modo istintivo.

''Ci siamo già visti''? Solitamente le ragazze lo snobbavano al primo sguardo ma lei, nonostante lo strano approccio iniziale, non si lasciò intimorire.

''Ccciao, sono Eddy...non ci conosciamo ma volevo dirti che sei molto carina''.

''Sei gentile, io sono Melissa. Mi sei spuntato fuori così all'improvviso, strana questa cosa...hai corso? Hai il fiatone''. Non poteva fare a meno di notare la spossatezza del ragazzo. Nel vedere così vicini quegli occhi dalle molte sfumature, Eddy si sentì il corpo divampare. Unendosi, tutti quei colori mostravano un brillante verde smeraldo, erano molto simili a quegli ammassi informi di gas che il giovane vedeva nelle riviste di astronomia e ci si perse come quando si nascondeva dal mondo dentro la propria mente. ''Che sta succedendo, oddio mi sta venendo uno svenimento'' Non gli era mai capitato prima, ma nemmeno l'agitazione era mai stata tanto forte. “Ho la testa così pesante''.

“Oddio...sei sicuro di stare bene?!” Il volto corrugato e sconvolto di lei lo spaventò ancor di più.

“Perché, cos'ho che non va?!”. Seguendo la direzione dei suoi occhi, si portò le mani alle orecchie, come dopo il loro primo incontro sentì subito del calore, questa volta molto più forte. “Oddio...cosa sono queste?” Se le prese tra le mani e alzò entrambe le braccia, poi se le portò davanti agli occhi già fissi e spalancati a dismisura.

“Forse dovresti andare all'ospedale?”

“Tranquilla, non è la prima volta che mi succede, tra un po’ passa. A te piace leggere?”

“Certo, i gialli li amo. Non ho mai trovato un ragazza con cui parlare di queste cose, a te cosa piace?”.

Melissa fissava le orecchie e le orecchie fissavano Melissa, il disagio era palpabile.

“Mi piace il genere fantasy, un po’ la letteratura russa e poi molto i romanzi storici. Sono sempre molto agitato quando incontro una persona nuova e con una ragazza bella come te è anche più difficile. Ma mi piace molto parlare con te, sono contento di averti incontrata.”

Stupita dalle parole di Eddy e oltraggiata dall’inaspettato moto di coraggio, L’Ombra divenne nera di rabbia e con aria di sfida si staccò dal fedele compagno di vita. Nel tentativo di ingelosirlo, decise di confondersi momentaneamente con l’ombra di un pino del giardino scolastico, osservatore immobile e imparziale.

Capì subito che il suo atto di ribellione non avrebbe dato troppo fastidio a nessuno: non era fatta per nascondersi, ma piuttosto per imporsi e, anche se il concetto potrebbe sembrare paradossale, ebbe una improvvisa illuminazione. Sfrontata e impertinente, nel tentativo di spogliare Melissa da L’Aura, le si gettò addosso e cercò di offuscare quella fastidiosa luce, approfittando del passaggio di una nuvola per non dar troppo nell’occhio.

La ragazza subito emise un grido di spavento, inseguendo con sguardo esterrefatto l’Ombra che le girava attorno scattante e furibonda, poi iniziò a correre qua e là per cercare di scrollarsela di dosso.

“Fermati, vieni qua... smettila di spaventarla”. Eddy Voleva solo continuare a chiacchierare, rischiava di non riuscire più a parlarle per la paura che le era venuta. “Sarò dannato a portarmela addosso per l'eternità”. Lo sguardo del ragazzo si abbassò, gravemente sconfortato dalla situazione.

Ci fu un attimo di confusione: L’Aura, nonostante la sua innata imperturbabilità e tranquillità interiore, oppose resistenza, tentò senza successo di divincolarsi dalla morsa dell’oscura presenza, cercando di continuare a splendere con tutte le sue forze, poi la sua luce divenne intermittente fino a scomparire pian piano. Eddy si sentì dapprima rinvigorito, improvvisamente abbandonato dal fastidioso torpore, fin quando l’Ombra tornò a incatenare il già sconfortato scolaro. Melissa, di contro, pur se interessata e lusingata dalla compagnia di Eddy, divenne estremamente vulnerabile, sovraesposta agli agenti esterni e, con ciò, il suo fascino iniziò a scolorirsi anche agli occhi del ragazzo.

I due, completamente divorati dall'angoscia della situazione, non si parlarono più per quelli che parvero alcuni lunghi istanti.

Non appena lui si girò per andarsene, con le grosse orecchie dondolanti e senza nemmeno salutarla, Melissa iniziò a piangere. Quelle poche lacrime diventarono pian piano sempre più copiose, fino a trasformarsi in ruscelli che le ricadevano abbondanti sulla candida pelle delle guance.

Dopo aver percorso lentamente i metri che lo separavano da lei, ancora sconfortato e appesantito dal terribile peso dell’Ombra, Eddy iniziò a sentire un forte gorgoglìo e non appena fece per voltarsi, il muro d'acqua inesorabilmente lo travolse.

Il ragazzo trascorse alcuni mesi in ospedale, per i dovuti accertamenti, dopodiché la madre decise di iscriverlo in un’altra scuola e i due non si rividero mai più.

 

Foto di Dino Morri, tratta da People di Dino Morri e Renzo Semprini Cesari, in uscita ad aprile 2018 per Jona Editore

L’ultimo sogno
di Selene Capodarca e Serena Barsottelli

Sibilla l’aveva vista in un sogno o era saltata fuori dal barattolo, non ricordava con precisione. O forse si era posata sul suo cuscino quando dormiva ed era entrata nell’orecchio come una formica, a passi piccoli e svelti. Da dove venisse l’idea Sibilla non lo sapeva, se l’era ritrovata davanti agli occhi come un’apparizione, un ricordo sbiadito, senza sapere se fosse reale o frutto del sonno.

Era schizzato tutto fuori dal barattolo: c’erano tracce di luce sul cuscino, sul comodino e persino sul vetro della finestra. Era colpa loro, delle idee, perché esplodevano quando meno ci si aspettava e non si era mai pronti a fermarle in tempo. E quella mattina di luce ce ne era molta: una luce scura, quasi buia, ma Sibilla non ne aveva paura, perché alcune figure lì dentro si muovevano e si affaccendavano. C’era chi lavorava e chi semplicemente si dedicava a morire, chi aveva tutto chiaro e chi era pieno di dubbi. Così mutavano le forme di nebbia nella luce scura, con velocità sempre più lenta e Sibilla si sforzava di guardare meglio, con la penna tra le dita, per fermare l’idea sul foglio prima che svanisse del tutto.

La luce, il buio, la nebbia. La storia prendeva forma. La nebbia, il buio, la luce. L’immagine era la forma.

Aveva visto Amret, il fachiro del materasso, rigirarsi sulle comode reti di un letto nello spazio espositivo azzurro del centro commerciale. Di svegliarsi non ne voleva sapere: dopo tanti anni passati a dormire sui chiodi, non si era ancora abituato al suo nuovo incarico da animatore del reparto materassi. Così Amret dormiva per giorni, anzi per settimane, e si sarebbe detto in catalessi, o forse morto, se il referto di Ishtar non avesse confermato l’esatto contrario. Perché la morte era simile al sonno, Ishtar lo sapeva bene, ma Sibilla, la spettatrice del sogno, non ne era poi così tanto sicura.

Successe più di una volta che Amret il fachiro fosse morto o quasi morto, poi i colleghi avevano quasi iniziato ad abituarsi a queste sue morti temporanee. Una volta si era addormentato sul bordo di una testiera in rovere. Rimase così, immobile, per 8 giorni, finché i responsabili del reparto non cominciarono a sospettare che la sua rigidità fosse dovuta più al rigor mortis che non alle sue capacità trascendentali. Ma Alice, la ragazzina bionda del reparto biancheria, sapeva che il fachiro non era morto, almeno non quel giorno. Lei certe cose le sentiva, e poi non aveva ancora avuto modo di esaurire il suo ultimo sogno. Per Alice i sogni erano più di quello che gli altri potessero immaginare. Per Alice sognare era creare.

Questa storia dell’ultimo sogno era cominciata dieci anni prima, inaspettatamente. In quei giorni si trovava a far visita a sua nonna, ricoverata in ospedale per una brutta frattura. Non aveva occasione di scambiare molte parole con la canuta signora del letto accanto, finché un giorno questa non le si avvicinò e cominciò a raccontare. Le raccontò del suo primo amore, di come lui la guardasse con quei grandi occhi verdi, di quando si erano scambiati il primo bacio al fiume. Continuò parlandole delle nuvole dense, di come le spighe le pungessero la camicetta e di come il cuore le battesse impazzito per il terrore di essere scoperta.

Alice ascoltava attenta, ma si chiedeva perché le stesse raccontando tutto questo, e con tale dovizia di dettagli. Lo capì soltanto il giorno dopo, quando si risvegliò stanca morta. Aveva fatto un sogno stranissimo. Ricordò di aver lavorato tutta la notte a sistemare spighette di forasacchi sull’erba, a condensare le nuvole, a spostare i raggi di sole e sistemare i due amati all’ombra dell’albero. Tutto era stato ricreato alla perfezione, anche il suono dei grilli e il battito dei cuori in sottofondo. Quando tornò a trovare la nonna, il letto accanto al suo era vuoto.

E da lì fu un susseguirsi di regie: nascite, amori proibiti, ricordi di figli persi troppo presto. Un uomo di affari cinese che aveva sempre vissuto in solitudine, le raccontò di aver amato per una notte una prostituta di Hong Kong. E Alice, diligente, eseguì. Sistemò la bottiglia di whiskey sulla moquette accanto al letto, li spogliò e mise le braccia della donna attorno all’uomo. Le ordinò di rimanere così fino al mattino, fin quando Alice non avrebbe chiesto al cielo di albeggiare sui grattacieli della città.

Recentemente si era imbattuta in un curioso libro. Un fotografo americano aveva fotografato gli ultimi pasti dei condannati a morte. Anche lei avrebbe desiderato fare altrettanto con i suoi ultimi sogni.

Con Augusto era capitata una cosa stranissima. Augusto continuava a tornare da lei e Alice non capiva. La prima volta le raccontò di essere stato fuoco e le parlò del senso di onnipotenza provato nel distruggere con tutta la violenza che aveva dentro le foreste della California del Sud. Quella notte Alice lavorò alacremente per regalargli il suo sogno, il più difficile tra tutti quelli che aveva creato.  

Augusto tornò da lei tre volte. La seconda volta le confessò il suo segreto.

“Posso entrare nei quadri che voglio e prendere forma e sembianza di quanto raffigurato”, le disse. Alice trattenne a fatica le risate.

L’ultima volta le disse di chiamarsi Marat, e le parlò di folle e di rivoluzioni. Lei lo guardò stupita. Sapeva benissimo che era Augusto ma non fece domande, come del resto non faceva mai. La notte stessa eseguì l’ennesimo ultimo sogno di Augusto.

Alice non fu la sola a essere confusa. La prima volta che portarono Augusto sul suo tavolo, Ishtar riuscì piuttosto rapidamente a confermare le cause della morte. “Lesioni da ustione estesa”, avrebbe scritto il giorno dopo sul referto autoptico, se le cose non fossero andate diversamente. La sera stessa pensò a quei residui di plastica bruciata ritrovati sul corpo ustionato di Augusto. Sorrise pensando a quanto assomigliassero a una delle Combustioni di Burri, quella che Ferdinand aveva in sala. Se lo ricordava bene, a non tutti capita di fare l’amore davanti a un Burri.

Quando il giorno dopo sollevò il telo dal corpo ebbe un sussulto. Corse subito a ricontrollare il fascicolo: Augusto Berdini, nato il primo luglio del 1963. Era lui indubbiamente, ma dei residui di plastica e dei segni di ustione non vi era più traccia. Anche i vestiti che indossava nei reperti fotografici erano diversi.

Da dove era uscito quell’ampio camicione e quel pantalone giallo? Guardò meglio la foto e trovò ironico come la luce, quel mucchio di corpi riversi e il paesaggio sullo sfondo le ricordassero il famoso quadro di Goya. Doveva smettere di rapportare tutto ciò che la circondava con l’arte. “Torniamo ad occuparci della verità”, si disse.

Ishtar esaminò accuratamente la documentazione, esplorò il cadavere e giunse alla conclusione, anche stavolta piuttosto ovvia: “morte per arma da fuoco”. Neanche quella sera riuscì a stilare il referto autoptico. Alle 7.30 dovette scappare. Avrebbe incontrato Paul e non voleva fare tardi. Aveva una voglia pazza di vederlo.

“Ma cazzo, no! Non è lui!”, urlò la mattina dopo quando scoprì nuovamente il corpo. Quello non era il cadavere che aveva esaminato il giorno prima. “Cioè sì, porca troia! È lui, eccome se è lui”.

Ma dove era finita la ferita di arma da fuoco? E quella melma argillosa che ricopriva il corpo di Augusto? E questa ferita da taglio all’altezza del petto? Infastidita da quella assurdità, si affrettò a stilare il referto autoptico dopo aver eseguito gli esami da procedura. Caso chiuso.

Respirò profondamente, si legò i capelli e uscendo dalla stanza si fermò a guardare la riproduzione de “La morte di Marat” di David appesa al muro del suo studio. Ricordava ogni dettaglio di quel quadro a memoria, eppure quella sera non aveva dubbi, era comparso un ghigno burlone sul viso di Marat. Si affrettò a uscire, Sean Ruddy l’aspettava a teatro.

Sul tavolo di Ishtar c’era posto per Amret il fachiro? Era morto davvero, quella mattina, quando non dormiva sul materasso da circa undici giorni e sette ore? Alice conosceva la risposta, perché un giorno, prima di cadere nel sonno, le si era avvicinato e le aveva parlato a lungo di sua madre, del caffè che le faceva trovare ogni volta in cui tornava a casa dopo ore di riposo sui chiodi e degli abbracci con cui lo circondava ogni volta che se ne doveva andare, quasi a bloccarlo, a non farlo ripartire. Quello che Amret non diceva, ma che Alice sapeva, era che il fachiro sentiva la mancanza della sua terra e più di tutto della sua famiglia, semmai terra e famiglia possano essere scisse tra loro.

Alice, quel giorno, aveva ascoltato ogni dettaglio, trattenendo a fatica le lacrime perché sentiva il dolore di Amret e soprattutto sapeva perché le stesse raccontando tutto questo.

Quando Ishtar si trovò di fronte il corpo di Amret il fachiro, si accorse che il suo viso era sereno, la sua pelle rilassata anzi luminosa. Alice la aspettava fuori dalla stanza per parlarle, le disse, e togliere ogni dubbio dalla faccenda di Amret il fachiro dormiglione. Sul fascicolo Ishtar scrisse soltanto “suicidio” e non ne parlò più, ricordando le lacrime di Alice, la dolcezza del cadavere e quel caso altrettanto strano di Augusto il mutaforma.

E Sibilla, con la sua luce, fece fatica a stare dietro alle idee che prendevano forma nella nebbia, ma quando la mattina si addormentò, fece un sogno stranissimo e bellissimo, dove con la penna dalla punta fatta a sole raccontava questa e altre storie, poi sorrise ricordandosi di Alice.

 

Foto di Dino Morri, tratta da People di Dino Morri e Renzo Semprini Cesari, in uscita ad aprile 2018 per Jona Editore

 

La pillola
di Angela Colapinto e Debora Gatelli

Un tipo apparentemente normale, Vito, di professione: grafico pubblicitario. Bravo sul lavoro e con una grande passione per i motori: possedeva un enorme garage dove restaurava moto e auto d’epoca di ogni tipo, più per il piacere di farlo che per usarle. La sua preferita era senza ombra di dubbio “lo squalo”, una Citroen DS pallas 23 nera e lucida, che aveva completamente ricostruito con pezzi originali, dotandola inoltre di accessori ultra moderni. All’interno aveva installato persino un sensore per il parcheggio assistito, che ai tempi in cui l’auto era nata non esisteva di certo. Sembrava incredibile ma quest’auto aveva la particolarità di essere una seconda Sagrada Familia (se non peggio): non era mai finita. C’era sempre qualche modifica o miglioria da apportare, e ogni scusa era buona per rinchiudersi in garage a lavorarci. Sapete perché accedeva tutto questo? Perché l’auto, o meglio alcune parti di essa, una volta si chiamavano Vanessa. Vanessa era una ragazza alla soglia della ventina con la particolare particolarità di essere in grado di trasformarsi nell’oggetto che sceglieva. Vanessa era stata un asciugamano, e dopo essere stata sfregata sulle ascelle di tutta la famiglia, si era fatta un giro di giostra in lavatrice. Poi, era stata una forchetta, aveva viaggiato in un paio di bocche e si era fatta fare un trattamento in lavastoviglie. E infine, aveva provato a essere una chiave e si era infilata in quelle fessure strette adatte alla sua sagomatura. Vanessa al tempo aveva un fidanzato con una spiccata passione per le auto e una sera si trasformò nel cambio della sua Citroen. Quando si trovò infilata in un pertugio non calcolato, decise che non sarebbe mai più ritornata una donna, e sfruttò la sua particolarità per punire Vito e l’amante penetrata, Cornelia.

Consideriamo ora, che quando non trafficava in garage, Vito si metteva al computer e ordinava pezzi di ricambio e accessori su siti di seconda mano. Accadeva quasi ogni sera, immancabilmente pochi minuti dopo aver messo piede in casa. Per lui era come una droga: se non ordinava almeno un paio di ricambi alla settimana gli veniva la febbre, e quando la febbre superava i trentotto gradi, cominciavano a cadergli i capelli. Fino a che era stato con Vanessa, aveva avuto folti capelli castani che portava scompigliati, ma da quando Cornelia era entrata nella sua vita, i capelli di Vito parevano essersi trasferiti sulla gambe della ragazza, ed era apparsa ormai da mesi un’evidente chierica sulla testa dell’uomo.

Perché a Cornelia crescevano i peli? Semplice, non sopportava gli uomini pelati e ogni volta che vedeva un calvo cominciavano a crescerle – spropositatamente - peli superflui su tutto il corpo. Cornelia non sopportava nemmeno che il suo fidanzato passasse più tempo con le auto che con lei e faceva di tutto per interrompere la sua attività quotidiana. Convivevano da parecchi anni e in un continuum di dai e togli, lo scambio tra loro più frequente era a base di cheratina. Se mi vuoi vicino a te, mi avrai pelato! Se ti vedo pelato, divento un mammut! Se rivuoi gambe lisce, lasciami ordinare dei pezzi, così mi ricresceranno i capelli! La crescita smisurata di peli forse non era, come la calvizie, una particolarità delle più particolari, ma anche in questo mondo surreale esistevano diversi gradi di originalità. Ritorniamo per un attimo a Vanessa, di sicuro li batteva entrambi in fatto di originalità, ma a lei interessava solo portare a compimento la sua vendetta. Ecco perché dopo essere stata il cambio, si era trasformata in una candela, nella cinghia di trasmissione, nel carburatore e ancora nella marmitta. E ogni volta, o si era rotta di proposito o se n’era andata, abbandonando la postazione e innescando così l’orrenda reazione a catena tra Vito e Cornelia.

Una sera Vito notò che a “lo squalo” mancava il paraurti anteriore. Decise di fare subito l’ordine e di farlo in fretta, lasciando Cornelia a svuotare la lavastoviglie. Lei lo sorprese mentre stava finalizzando il pagamento, ma non disse niente. Si sentì prudere, laggiù sotto al ginocchio e una folta pelliccia in pochi minuti trapassò i suoi collant. Vito tuttavia sperava di averla fatta franca e quando andò a dormire, trovò con piacevole sorpresa la sua dolce metà ad attenderlo in una sottoveste trasparente. Lo legò alla testiera del letto con una sciarpa di seta, gli lanciò sguardi ammiccanti, ma poi inaspettatamente andò a dormire sul divano lasciandolo chiuso in camera in compagnia della sua chioma ribelle e di Flick, il loro barboncino nano, che per ore gli leccò la faccia e non solo, felicissimo nel vedere che Vito non poteva usare le mani.

Dopo una nottataccia del genere il nostro secondamanodipendente se ne guardò bene dal rifare acquisti online per un paio di giorni, anche se gli serviva assolutamente una sella per la moto da corsa, dato che era sparita pure quella. Va da sé che al terzo giorno cominciò a salirgli la febbre, così comprò in fretta e furia la suddetta sella e già che c’era aggiunse all’ordine un paio di carburatori.

Cornelia, che nel frattempo aveva affinato le sue tecniche, si rallegrò per il fatto che la febbre fosse scesa in tempo, prima che i capelli di lui iniziassero a cadere e i peli di lei a crescere di fronte all’ennesimo abbandono serale. Invitò prontamente degli amici di Vito per un drink in casa, senza avvertirlo e…bingo!!! Con le visite a sorpresa aveva trovato un metodo infallibile per impedirgli di scendere in garage ad assemblare i suoi maledetti pezzi appena comprati.

A parte questi lievi dissapori, Vito e Cornelia erano comunque una coppia unita. Da sempre avevano gusti diversi, è vero, ma ciò non sempre è un male, si sa. A lui per esempio piaceva il caffè nero a colazione, amaro. Lei il caffè non lo voleva nemmeno sentir nominare, meglio una bella tazza di latte caldo.

Una domenica mattina d'inverno di parecchi anni prima, mentre facevano colazione con calma davanti alla stufa accesa, decisero di provare qualcosa che fosse nuovo per entrambi. Faceva freddo, non avevano programmi per la giornata; Vito non aveva comprato pezzi di ricambio nei due giorni precedenti e Cornelia era tranquilla e senza peli superflui in crescita. Fu così che presero una bella tazza grande e mischiarono le loro bevande: da un semplice caffè nero e un nutriente latte bianco uscì un bellissimo pupo marroncino con una testa di ricci schiumosi e una spruzzata di cacao sulle guance. Lo chiamarono Cappuccino, il loro adorato primogenito.

Vito e Cornelia erano orgogliosissimi di lui, Cappuccino era un bimbetto spumeggiante che cresceva forte e sicuro di sé, anche se faticava a crearsi una vita al di fuori della cucina. Sin da piccolissimo aveva sviluppato una cotta fortissima per la Zuccheriera, e una volta raggiunta l’adolescenza le fece una corte così serrata che lei alla fine cedette e si fidanzarono.

Da quel giorno Cappuccino divenne un ragazzo dolcissimo oltre che spumeggiante e i due vissero una storia d’amore molto felice. Qualche difficoltà subentrò quando lui cominciò a diventare geloso e possessivo, mentre lei non voleva saperne di essergli fedele e continuava a zuccherare di tutto, da tazze di tè a torte, e addirittura spremute e frullati. Ma lui non si perse d'animo, nonostante la giovane età era già molto saggio. In fondo l'aveva imparato dai suoi genitori che qualche battibecco nella coppia è inevitabile. Se Vito e Cornelia erano ancora insieme nonostante le cicliche crisi di febbre con calvizie e peluria da scimmia annesse e connesse, poteva farcela benissimo anche lui a gestire una fidanzata eccessivamente generosa. E così fu, fino a quando Zuccheriera si stancò e diventò di nuovo un oggetto inanimato. Cappuccino ne soffrì molto ma presto trovò consolazione in Cacao, il migliore amico che potesse desiderare.

Che fine aveva fatto Vanessa? Beh, Vanessa, dopo aver abbandonato l’auto e anche la zuccheriera, si era trasferita in Cornelia. Aveva visto una pillola sul tavolo e ci si era infilata dentro. Quando la donna l’aveva assunta, Vanessa si era sciolta nel suo stomaco ed era entrata nei suoi tessuti. Adesso sì che la sua vendetta poteva dirsi completa. Di nuovo al fianco di Vito ma senza che Vito lo sapesse e soprattutto in grado di torturarlo: capelli sì, capelli no. Non le piacevano gran che i peli, ma come dice il detto: se qualcun’altra vuoi apparire, un po’ devi soffrire.


Foto di Dino Morri, tratta da People di Dino Morri e Renzo Semprini Cesari, in uscita ad aprile 2018 per Jona Editore

Ognuno aveva una particolarità.
Marta, quando dormiva, aveva le palpebre che diventavano nere. Ma non sempre, solo quando la giornata era stata brutta. La mattina tornava quasi normale. Non proprio, ma quasi.
Giovanni a seconda dell’umore poteva diventare trasparente. Un giorno ebbe una lite furibonda con la fidanzata e scomparve per una settimana, nessuno riusciva a vederlo. Non parlava, per giunta.
Michele diventava più alto a seconda dei profumi. Se sentiva odore di rosa era capace di crescere di un metro e mezzo. Con i tulipani, invece, non succedeva nulla. Cresceva molto anche con l’odore delle rotaie dei tram, ma solo se i tram ci erano passati da poco e avevano lasciato l’odore della frenata.
Poi c’erano i più strani.
Rosalinda dimagriva o ingrassava a seconda di chi incontrava, la mattina, appena uscita da casa. Se incontrava un uomo poteva prendere fino a cinquanta chili, se incontrava una donna ne perdeva fino a cinque. Una volta incontrò, simultaneamente, una coppia di sposi. Il suo corpo impazzì, per due ore mutò tremendamente. Chi la vide non riusciva a capire se fosse una fotomodella o un ippopotamo, difatti dimagriva di cinque e ingrassava di cinquanta a ripetizione. Nel giro di un’ora arrivò a pesare ottocentosettanta chili.
Poi c’era Marco. Marco faceva il regista. Il suo mutare non dipendeva da lui ma dal comportamento della sua fidanzata. Più lei lo tradiva, più lui diventava un mafioso. Lei un giorno fece un’orgia, poco dopo lui chiese il pizzo in un ristorante cinese.
Lo trovarono qualche giorno dopo, in una discarica, stranamente i suoi occhi sembravano lietissimi.
Il cane Ugo aveva una particolare particolarità. Se vedeva un gatto si trasformava in un topo. Se vedeva un topo si trasformava in un gatto. Tutto ciò non gli procurò nulla di disdicevole. A parte una volta, quando incontrò Panza, una gatta che si trasformava in topa quando incontrava un cane. Ebbero un figlio, Mario.
Mario non aveva nessuna particolarità, era un uomo normale.

Il figlio del cane Ugo e della gatta Panza non sapeva cosa fare. Avere per genitori due animali dalla razza diversa lo aveva destabilizzato. Aveva fatto le elementari dai figli dei gatti e le superiori da quelli dei cani. Era andato in una università per figli di topi. Adesso aveva un lavoro, era impiegato presso una società di ricerca scientifica. Biologo. Aveva una compagna, una casa in affitto, insomma, era un uomo normale. Ma il conoscere la natura della sua procreazione lo rendeva cupo e triste.
I genitori non andava quasi mai a trovarli, e le poche volte sempre con imbarazzo. Erano il cane e la gatta più longevi del mondo. Molto spesso si era domandato se non sarebbe stato meglio che fossero morti. Con il lutto avrebbe finalmente potuto dimenticare la sua vera natura. Invece nulla, avevano ormai 28 anni l’uno e stavano benissimo. Un veterinario di fama internazionale li aveva visitati e aveva detto: “hanno il fisico di due animali di cinque anni”. Un altro aveva sentenziato: “forse in loro c’è il mistero dell’immortalità”. L’ultimo era come impazzito, avevano dovuto staccarlo a forza da Panza mentre cercava di strangolarla. Subito dopo dichiarò: “in loro vive satana, bisogna ucciderli”. Fu ricoverato a forza.
Fatte le dovute proporzioni, secondo i calcoli del primo dottore,  i cinque anni dei genitori corrispondevano ai ventotto di un uomo. Tutto tornava; avendo generato un umano ne avevano preso la longevità. Sarebbero vissuti, salvo ignari e benedetti automobilisti ubriachi, ancora per molti e molti anni. E lui si intristiva, al pensiero, poi si arrabbiava per quella sensazione, poi, ancora, si intristiva ulteriormente per quella rabbia. Era in un vicolo cieco.
Una notte arrivò a pensare di ammazzarli. In fondo cosa rischiava? La legge come lo avrebbe punito? Assassino di genitori o di due povere bestiole? Ergastolo o multa di qualche euro? Non lo sapeva, avrebbe voluto chiederlo ad un avvocato ma si vergognava. Cercò di cancellare quel pensiero dalla sua mente quando un giorno ricevette una telefonata.
Era un venditore di regole. Gli disse: “le posso vendere quattro piccole e semplici regole a buon prezzo, siamo in periodo di saldi, le interessa?”. Accettò di buon grado

Le quattro regole erano:
Dimentica di chi sei figlio.
Dimentica il nome tuo.
Dimentica il nome dell’amata, quando ci sarà.
Quando avrai dimenticato tutto, fai un figlio e chiamalo Meticcio.

Mario si dimenticò di chi era figlio. Si dimenticò di chiamarsi Mario. Si innamorò e si dimenticò il nome dell’amata. Fece un figlio e lo chiamò Meticcio.Meticcio era il più particolare uomo degli uomini particolari. Aveva le sembianze di un uomo, ma ogni volta che incontrava un essere diveniva anche quell’essere. Era un meticcio vivente. La parte esteriore era la sua, mentre quella interiore assumeva la forma di chi incontrava.
Era uno schizofrenico delle altrui personalità.
Fino ai vent’anni studiò e divenne professore, studente, bidello. Uomo, donna. Divenne padre, madre. Topo, gatto, cane.
Poi si innamorò. Divenne un po’ uomo, un po’ donna. Un po’ amato, un po’ amata. Poi lei lo tradì. Lui divenne tradito e traditore.
Le conseguenze del suo essere meticcio continuavano a mutare. Tradito, traditore, geloso, fedifrago.
Fumò dell’hashish e divenne spacciatore. Da spacciatore, tossico. Andò in cura e divenne curatore, uno dei suoi pazienti scappò dalla casa di cura. Lui smise di curare e non si drogò più.
Quando faceva parte di un gruppo diveniva incrocio di tutte le vite altrui.  Non più solo fuori e dentro, come estremità, ma vero e proprio mosaico vivente.
Le persone, in lui, vedevano la somma delle loro personalità, ma senza saperlo.
Un giorno incontrò il venditore di regole, ormai vecchio.
Ho un’ultima regola da vendere, la vuoi comprare?
Divenne venditore di regole.
L’ultima era: vattene.

Se ne andò di mattina, c’era la nebbia.



Foto di Dino Morri, tratta da People di Dino Morri e Renzo Semprini Cesari, in uscita ad aprile 2018 per Jona Editore

Il 14 marzo 2018 nascono i nostri podcast.

In Italia questo strumento non è ancora del tutto recepito e utilizzato, mentre negli Stati Uniti e in altri paesi il numero di utilizzatori ha superato quelli di Youtube.

Perché ? Perché è comodo, perché è come ascoltare la radio, ma quando e dove si vuole. In auto andando in ufficio, con le cuffiette mentre si aspetta in una delle tante code, durante la pausa lavorativa, la sera sul divano e lo stereo e gli occhi chiusi. Sta a youtube come la radio alla televisione, sono due mondi paralleli.

Perché no? Fondamentalmente perché non lo conosciamo.

I nostri podcast

Ce ne saranno, inizialmente, cinque a settimana (da giugno saranno dieci), a partire dal lunedì alle 10, fino al venerdì. Si potranno ascoltare direttamente dal sito (e in altre piattaforme) o scaricare i file e sentirli con l’ipad, col telefono, con lo stereo.
Saranno tematici:

Il Gioco: parleremo dei personaggi del nostro Gioco. Li presenteremo, li intervisteremo, spiegheremo le dinamiche, sveleremo retroscena.
Piccole storie del terrore: una serie ideata e condotta da Serena Barsottelli. Volete saperne di più? Nei prossimi giorni l’autrice sarà intervistata e saprete tutto.
Maledetti: scrittori, artisti, ma anche politici, cantanti, pittori. Le figure che ci hanno dato una prospettiva diversa, un nuovo modo di pensare, sicuramente non il nostro, sicuramente da capire.
Scrittura schizofrenica: cos’è? In questo link qualcosa si può capire. Sta in quel momento in cui vi siete appena svegliati, prima di vestirvi con la vostra cultura, la vostra educazione, la vostra poca o molta intelligenza, il vostro buon gusto, le vostre pessime maniere.
Cinema e Serie: Le ultime uscite, parliamone. Un classico degli anni ’90. La cinematografia francese e quel film passato inosservato. Insomma: cinema e serie.

Come ascoltarli:
Tre abbonamenti: mensile, trimestrale, annuale. Pochissimi euro.
Per chi deve ancora iscriversi al sito: la solita procedura di registrazione. Una volta ottenuto l’accesso ci sono due menu utente, uno in alto e uno a sinistra del sito, cliccate su “iscrizioni”, scegliete cosa ascoltare e mettete la cuffia.

Le scimmiette

La scimmietta non dice.

Il silenzio di un placido pomeriggio d’inizio settembre pervade la villa dei coniugi Taddei. Il pendolo dell’orologio a parete scandisce i secondi e a ogni movimento un fruscio accompagna il tintinnare delle tazze di porcellana finissima, decorate a mano, ricordo di un viaggio all’altro capo del mondo. Dalle grandi porte finestra che danno sul giardino, ben curato, entrano raggi di sole soffici e aranciati, dello stesso colore delle foglie dell’autunno che fra poco verrà. La luce fa brillare i pianali di marmo della cucina, talmente lucidi da far dubitare che siano mai stati usati per cucinare, le bomboniere e i gingilli in bella vista sugli scaffali, i fiori freschi nei vasi di cristallo sparsi per il salone, ma, soprattutto, fa brillare le molte cornici che rinchiudono foto di momenti di svago e di ricorrenze. Con una sola occhiata si può vedere lo scorrere della vita: una giovane donna sorridente in sala parto, un uomo fiero di fronte a un grande capannone, i primi passi di due bambini biondi, i viaggi al mare, i molti sorrisi scintillanti, gli abiti da sera, le recite scolastiche, gli anniversari… In quasi tutte le foto ci sono le figure di una donna bellissima e di un uomo di qualche anno in più, che con occhi orgogliosi sempre la cinge.

«Sara, correggimi se sbaglio, tu prendi il caffè amaro, vero?».

«Sì, grazie Masia».

La voce di Sara arriva ovattata dal salone. Masia alza il vassoio con un leggero slancio, impaziente di andare dalle amiche, ma il movimento le provoca un dolore al fianco. Le mani perdono la presa e solo la presenza del lavabo salva due di tre tazzine. Il trambusto attira in cucina Sara, che si affaccia alla porta.

«Tutto bene?». Un sopracciglio inarcato, e l’aria interrogativa.

Dentro la sua testa Masia sente la voce della suocera: “Ricordati che certe cose non si dicono. Gli altri godrebbero di questa tua sconfitta. Se succede non serve parlarne. I panni sporchi si lavano in famiglia”. Le labbra della donna si incurvano automaticamente in un sorriso.

«Oggi ho proprio le mani di burro! Non preoccuparti… Cos’hai trovato?». Le mani curate e ingioiellate di Masia non sembrano salde mentre raccolgono veloci i cocci della tazzina e li fanno sparire. Sara intanto abbassa lo sguardo sulla foto che ha in mano.

«È la foto del fidanzamento tuo e di Renato». Nel dirlo la appoggia sul tavolo della cucina, Masia distoglie lo sguardo.

«Non mi è mai piaciuta quella foto, si vedono solo lui e la sua famiglia, io sembro minuscola nell’angolino che mi hanno concesso».

«Fagocitata dai tuoi suoceri?». Anche se sta mettendo su una nuova moka di caffè, e le dà le spalle, Masia riesce a vedere il sorriso di Sara.

«Esattamente». Il borbottio della padrona di casa viene quasi coperto dal rumore dell’accendigas.

«Forse non erano granché contenti della situazione, si può comprendere… Ma ora ti vogliono bene, ne sono sicura».

Masia evita lo sguardo di Sara. Difficile dimenticare di essersi sposata appena maggiorenne e di essere diventata mamma un anno dopo. Ancora le brucia lo sguardo dei suoi suoceri: la detestavano. All’epoca non capiva perché tenessero tanto a quel matrimonio se in maniera così evidente non la sopportavano. Non aveva altro che la sua bellezza, da portare in dote. Il campanello la esonera dal dover rispondere all’amica.

Valentina fa il suo ingresso nel salone mentre in cucina la foto del fidanzamento è stata rovesciata.

«Scusate il ritardo, il giudice di oggi era un vecchio razzista e l’ha tirata per le lunghe… Ho anche dovuto saltare la palestra». Sbuffa tirandosi indietro la coda di capelli biondi e sostituendo quella frase agli entusiastici saluti di rito.

Finalmente il caffè arriva e tutte e tre si sistemano sui morbidi divani, chiacchierando del più e del meno. Insieme formano ancora un bel gruppo: Sara, piccola e morbida, con gli occhi grandi da cerbiatto e lunghe striature grigie tra i capelli castani; Masia, alta e formosa, con i capelli ricci color mogano e i lineamenti cesellati prima dalla natura e ora dal chirurgo; e infine Valentina, con i muscoli scattanti sotto la pelle sottile e lo smunto viso cavallino.

«Sembri più pallida Vale, va tutto bene?».

«Oh … Sono solo stanca, gli impegni con i gruppi di Francesco occupano tutto il mio tempo libero».

Prese dalle chiacchiere, né Sara, né Valentina sembrano notare Masia spostarsi scomodamente sul divano e tastarsi con discrezione il fianco dolorante. La porta d’ingresso si apre all’improvviso portando con sé una brezza fresca. Sono i figli di Masia che tornano da scuola, accompagnati dalla tata.

«Non ci credo… Sono i tuoi figli?». Domanda stupita Valentina.

«Crescono di mese in mese… Com’è andata a scuola, tesori?». Interviene dolcemente Sara.

I bambini rispondono da copione, sorridenti. Sembrano due statuine, tanto sono perfetti: biondi, belli, con addosso la scintillante divisa di una altrettanto scintillante scuola privata. Nell’insieme fanno a pugni con il maglioncino infeltrito e i jeans sdruciti della ragazza che li accompagna. Masia rivolge alla giovane tata uno sguardo di rimprovero, che non passa inosservato, e poi li congeda con un gesto frettoloso.

«Forza, andate a fare i compiti. Aurora sta qui solo fino alle sette e se non li avete finiti per quell’ora non ci sarà più nessuno ad aiutarvi».

Non appena i bambini spariscono nelle loro camere, Valentina prende la parola.

«Quella ragazza li aiuta anche con i compiti? Per tutte queste ore avrete un contratto regolare…».

«Come va il locale di Massimo? Spero meglio rispetto al nostro ultimo incontro!». Masia interrompe Valentina e si rivolge a Sara continuando a sorridere e tenendosi dritta sul divano, posizione che le provoca molto dolore al fianco e su tutta la schiena, dove i lividi di due sere prima sono ancora freschi. Sara rimane interdetta dall’essere tirata in ballo in maniera così violenta.

«Insomma… Massimo è molto giù, dopo la fine del turno in fabbrica vado a dargli una mano tutte le sere e…».

«Però, Sara, non offenderti, ma il tuo “amico” Massimo non aiuta,» esordisce Valentina, ancora indispettita per essere stata interrotta, virgolettando con le dita la parola “amico”. «Francesco ha sentito che molta gente è scontenta perché lui tratta male i clienti. E dice che mentre tu giri come una trottola e lavori al posto suo, lui se ne sta in panciolle».

«Oh, per fortuna lo dice anche il tuo compagno, Vale! Pensavo che fossimo solo io e Renato a pensarlo. È stato proprio lui a farmelo notare e da allora non riesco a non pensarci, Sara, ogni volta che vi vedo». Masia rincara la dose, sollevata per essere riuscita a cambiare argomento, e si rende conto di quanto sia stata insensibile solo quando vede l’amica sorseggiare silenziosamente il caffè, il viso da bambina in parte nascosto dalla cortina dei capelli. È difficile non pensare, guardandola, a come la vita si sia accanita su di lei. Quando si sono conosciute era lei la più promettente, la più benestante, tanto che è stata proprio Sara a presentare Renato a Masia, e ora si ritrova a vivere in un piccolo appartamento popolare e a lavorare nella sua fabbrica di scarpe, di Renato.

«Ehi, tesoro, non prendertela… Parliamo per dare aria alla bocca, lo sai. Vuoi dell’altro caffè?».

La scimmietta non vede.

È solo dopo aver guardato Masia per qualche secondo che Sara annuisce.

«Lo prenderei anch’io, se ce n’è ,» le fa seguito Valentina porgendo la tazza vuota. Le tazze vengono rapidamente riempite e Valentina domanda di che tipo di caffè si tratti.

«Dovrebbe essere etiope, Renato lo compra direttamente da un rappresentante locale. Una volta ne ha portato a casa uno prodotto dopo essere stato digerito da una specie di scimmia e me lo ha detto solo dopo che l’ho bevuto…Ero disgustata, ma avevano ragione a proclamarlo il migliore al mondo, è davvero buono». Masia fa una risatina stiracchiata mentre racconta l’episodio, Sara si unisce, imbarazzata, mentre Valentina lancia uno sguardo assassino.

«Come puoi ridacchiare di essere stata complice dello sfruttamento di quei poveri animali?».

«Sfruttamento mica tanto, viene raccolto a mano da animali liberi … Si paga a peso d’oro anche per questo». Risponde Maria cercando di mantenere la stessa leggerezza, ma facendo capire che non accetterà altre critiche alle scelte di suo marito.

«È il concetto stesso a essere sbagliato. Gli animali vengono tramutati in macchine da soldi senza poterlo scegliere, né capire. Gli umani li sfruttano e si fanno ricchi. Situazioni come queste mostrano come il sistema capitalistico sia sbagliato per sua essenza…». Valentina non finisce la frase perché intercetta lo sguardo che si scambiano le sue amiche da sopra la tazzina di caffè, tra il divertito e lo stufo, e si interrompe, imbronciata. La coda di cavallo dondola impazzita dietro la sua testa mentre si appoggia allo schienale del divano, le braccia incrociate e lo sguardo perfido. È da quella posizione che, pochi istanti, dopo sferra il suo secondo attacco.

«Ma certo che Masia non è d’accordo con quello che dico, è sposata con uno dei peggiori capitalisti sulla faccia della terra… Dimmi, quanto frutta di nero la vostra fabbrica di scarpe? Abbastanza, presumo, per riuscire a pagare una tata che si occupi dei figli per conto vostro, e chissà quante altre persone: domestici, giardinieri, dipendenti…».

«Avevo dimenticato che sei così permalosa. Le tue sono solo illazioni». Taglia corto Masia, con un sorriso freddo, spolverandosi la gonna con una mano per togliere della polvere invisibile.

«Al contrario, lo so per certo,» la voce è un ringhio «Francesco me lo dice sempre: quando andavano a scuola insieme tuo marito raccontava di quanto si riuscisse a frodare allo Stato con i contabili giusti».

«Peccato che Renato ricordi altrettanto bene di come Francesco sfruttasse la sua famiglia. Cene, pranzi, passaggi in macchina… E non si lamentava quando Renato gli regalava qualcosa di costoso per il compleanno. Il tuo fidanzato è sempre stato geloso del successo di mio marito e il fatto che racconti queste menzogne dimostra molto del suo carattere. Renato mi racconta della sua doppia faccia ogni volta che vi citiamo!».

«Renato non si è guadagnato niente di quello che ha, l’ha solo ereditato, e per avidità ha scelto di cambiare. Francesco ha rinunciato a possibilità molto grosse per non intaccare la propria onestà. Con il sindacato combatte ogni giorno contro gente come tuo marito!».

«Smettetela adesso!». Sara si è alzata. Ha cercato di ignorare quello squallido scambio di battute, ma quando la discussione è degenerata non ce l’ha più fatta. «Io lavoro nella fabbrica di Renato e, per quanto non sia il mio campo, posso assicurarti di non aver mai visto giri di soldi strani… Probabilmente Francesco ha il dente avvelenato per non essere stato richiesto come commercialista e travisa ricordi di quando Renato faceva il gradasso, come tutti i ragazzini».

Poi torna a sedere e Masia sorride.

«Vi ricordavate com’era quando eravamo a scuola? I compiti, il professor Moratti…».

«Quel rompiballe! Non ho mai recuperato quella versione di latino!». Fa seguito Valentina con una risata sincera.

«Eri la migliore a falsificare le firme dei genitori e passavamo giornate intere al mare, noi tre da sole». Lo sguardo di Sara vaga oltre le finestre, sul giardino assolato.

«Ci dicevamo tutto. Eravamo così amiche». Quella frase formulata al passato lascia tutte senza parole e prive di reazione, come se la presa di coscienza dei rapporti cambiati richiedesse per forza il silenzio.

«Scusatemi ragazze, è un periodo un po’ così…». Cerca di riprendersi Valentina.. Un periodo che dura da mesi ormai. Da quando Francesco le ha detto cosa pensava del matrimonio e della monogamia. “Noi non siamo fatti per stare con una persona sola. Il nostro istinto ci porta ad avere più compagne e più compagni. Noi siamo di tutti e tutti sono nostri”. Quelle parole le rimbombano in testa insieme all’immagine di lui con un’altra donna, nel loro letto. Valentina le comprende anche quelle parole, le motivazioni dietro il suo comportamento, ma ogni volta che lo sa con un’altra lo stomaco le si chiude e può solo andare a correre, o in palestra a distruggersi muscoli e articolazioni.

«Dai, che passerà! I brutti periodi passano sempre. Io e Sara non vediamo l’ora di venire al tuo matrimonio, quando sarà!». Masia, all’oscuro di quanto successo, è sincera nel suo intento consolatorio, ma non ottiene che un maggior pallore della sua amica.

«Non ci sposeremo mai, Francesco non crede nel matrimonio». E con questo Valentina vorrebbe chiudere l’argomento, ma le sue amiche la guardano, con tutte le loro domande scritte negli occhi, e lei si ritrova a mentire, prima ancora di rendersene conto.

«Poi, sapete, sono un avvocato che si occupa di libero patrocinio. I miei clienti non possono pagarmi e dovrebbe farlo lo Stato, ma gli assegni arrivano quando arrivano. Senza una buona stabilità economica non me la sentirei neppure di mettere su famiglia».

Sara annuisce con aria triste, mentre Masia si torce le mani, in silenzio.

La scimmietta non sente.

«Oh mio Dio scusami Sara! Sono un’insensibile… Sto qua a parlare di matrimonio quando Massimo con te…». Sara la interrompe con un gesto, poi le sorride, anche se il sorriso non si allunga fino ai suoi occhi che rimangono malinconici. Si vede riflessa nei vetri di una delle credenze del salone. Il viso tondo, struccato, sfumato. “La malinconia è la felicità di essere triste”. Chi l’aveva scritto? Victor Hugo? Sara non riesce a ricordarlo.

«Nessun problema cara, io sono felice che tua sia felice. Con Massimo ormai ho rinunciato, lo amo, ma se non si è accorto di me fino ad adesso e forse non se ne accorgerà più». Dice senza cambiare espressione, con lo stesso sorriso finto. Le sue amiche non sanno che Sara ha sentito Massimo prenderla in giro al locale. “Cane di corte”, “servetta”, “illusa”, “stupida”, così l’hanno definita, ridendone, mentre a Sara, separata da loro solamente da un muro, si spezzava il cuore. «Poi sono molto preoccupata per il locale, Massimo ci ha messo l’anima e non sta andando bene… Io cerco di aiutarlo più che posso». Il caffè si è ormai raffreddato, ma tutte e tre lo bevono pur di riempire l’ennesimo imbarazzante silenzio.

«Sara ti devo dire una cosa, ma ti prego di non rimanerci male». Mentre parla, Masia si china verso Sara e nel farlo le sfugge una smorfia e si porta una mano sul fianco, cui nessuna presta attenzione. «Sei sempre stata la più buona tra noi e non voglio ferirti, ma credo che tu meriti di meglio. Renato ha sempre creduto che Massimo fosse un buono a nulla e, se glielo chiedessi, potrebbe darmi il permesso di presentarti a qualche suo amico. Sei ancora molto bella, con un abito lungo e del trucco potresti accalappiare qualsiasi uomo». Gli occhi di Sara si stanno già annebbiando per le lacrime.

«Mi dispiace cara, ma concordo con Masia». Interviene Valentina, scandendo lentamente le parole, come se Sara fosse un animale selvatico finito per sbaglio in un giardino. «Francesco ti ha conosciuto insieme a lui e vi ha subito accomunato, e siccome anche lui pensa che Massimo sia uno sbandato, uno che non ha mai fatto qualcosa in vita sua, ci ho messo parecchio a fargli cambiare idea su di te. Potresti scoprire che stare insieme a lui ti danneggia…».

Sara piange silenziosamente, seduta composta, a capo chino. Nella sua mente si affaccia un’idea che in poco tempo prende più spazio. Lascia scivolare lo sguardo sul viso delle amiche, familiari quanto il suo stesso viso. Si conoscono da sempre, e fino a quando le loro vite non si sono intrecciate con altri il loro rapporto è sempre stato solido e speciale. I loro uomini le hanno incitate a costruire muri di abbracci non dati, confidenze non fatte, verità non dette. La mancanza di coraggio delle frasi di cortesia e delle chiacchiere facili ha minato la loro amicizia sostituendola con qualcosa senza valore. Si confondono dietro le parole e le idee dei loro uomini senza rendersene conto. La mano di Valentina le accarezza la spalla, mentre Masia si allunga ancora, vincendo il dolore, per richiudere le proprie mani sulle sue.

«Voi non capite! Non volete capire!». Adesso è Sara a urlare contro le sue amiche. «Massimo avrà pure tanti difetti, ma io so che è un uomo profondamente buono! Con che diritto parlate? Potete dire lo stesso di Renato o di Francesco? Davvero i vostri uomini sono nella posizione di poter dare giudizi? Non fatemi ridere!». La rabbia e lo scherno grondano dalla sua voce mentre si tira indietro i capelli castani e poi si asciuga le guance con i palmi delle mani, furiosa come mai le sue amiche l’avevano vista. Sara la buona, in quel momento, non sembra mai essere esistita.

Né Masia, né Valentina proferiscono parola, così rimangono tutte e tre immobili, ancora una volta assorbite dal silenzio. Masia si tiene il fianco, Valentina guarda le lancette dell’orologio a pendolo; non manca molto allo scadere dell’ora e quando finalmente il pendolo suona Masia si ravviva. «Scusatemi ragazze, ma ormai i miei figli dovrebbero aver finito i compiti e devo controllarli… Ma voi restate quanto volete. Poi trovate da sole l’uscita, vero?». Basta un attimo e sparisce su per le scale, con un sorriso frettoloso e formale.

«Tranquilla, io vado già ora. Domani ho una causa impegnativa, devo prepararmi… Buona serata!». Anche Valentina si congeda, il viso serio mentre lascia sbattere la porta d’ingresso.

Gli ultimi raggi del pomeriggio fanno ancora brillare le chincaglierie della casa. Tutto intorno non sembra essere cambiato nulla da quando si sono incontrate poco più di un’ora prima, forse ora è solo un po’ più scuro. Sara si porta la tazzina alle labbra e beve l’ultimo sorso di caffè, freddo. Un presentimento le cresce nel torace ed è sicura che Masia e Valentina provino la stessa cosa: oggi la loro amicizia è definitivamente cessata. Incontri annullati, inviti cortesemente rimandati, si troveranno per dei frettolosi auguri le prossime feste e poi passeranno direttamente ai messaggini, per poi scomparire. Ne sarà valsa la pena?

Sara lancia un ultimo sguardo alla casa di Masia, poi si alza e raccoglie le sue poche cose. Esce piano, chiudendo delicatamente la porta, e spinta dalla brezza fresca di settembre si dirige verso la macchina. Chiederà a Massimo una spiegazione per il suo comportamento e una decisione sulla loro relazione, è risoluta, ma appena si appresta ad avviare l’auto ricomincia a versare calde lacrime, per sé e per le sue amiche, per il tempo passato, per la solitudine del futuro… Poi la suoneria del cellulare riempie l’abitacolo.

«Buonasera, dolcissima Sara! Sei sopravvissuta all’incontro con quelle arpie che tu chiami amiche?». La voce di Massimo, in quel momento, è come acqua per l’assetato. Sara asciuga le lacrime dal viso, come se Massimo potesse vederla e biasimarla anche attraverso il telefono, e in un istante tutta la sua volontà di affrontarlo è stata spazzata via.

«Sai che hai ragione? Sono delle arpie…». Ridacchia nella maniera isterica delle persone tristi.

«Oh-là-là! Finalmente te ne sei accorta anche tu! Mi raggiungi al locale, dolcezza? Non so come farei senza di te…».

«Arrivo subito, Massi!».

Poi sorride al parabrezza e mette in moto.

La Radio Nudista

Sì, capisco! L'esigenza, assolutamente, il gusto, la passione per la Gastronomia nostrana, orgoglio, mediterraneo, meridionale, la famiglia, l'Amore... A proposito sto seduto al mio posto assegnato sul treno proprio affianco a questa signora alla quale è rivolto un tizio. dirimpetto a noi, che le fa gesti teneri specchiandosi nel vetro blindato della alta velocità e resta lì, dolcissimo, fino a che il treno non parte, con i suoi movimenti muti e il labiale sorridente. Un uomo di mezza età, brillante, che saluta una donna di mezz'età, brillante, solo che lui è dall'altro lato del corridoio, e lei è a fianco a me, lato interno, e quindi tra loro ci sono io e un’altra coppia giovane che siede sulle poltroncine vicino al vetro e al mandrillone impegnato a fare il suo romanticissimo saluto da mimo, tanto che la lei della coppia giovane si rivolge al giovane e grasso lui per chiedergli: - Ma questo che vuole?

E comunque il treno parte, e io sto ancora con l'affanno per questa grossa borsa che ho dovuto trascinare lungo i corridoi lerci della stazione, attraverso questo treno lungo quanto la muraglia cinese, e appena ci muoviamo mi trovo a tirare la testa indietro, e diciamo pure che ho l'affanno perché ho appena sgozzato uno spinello, sì, fuori dalla libreria FeltriCazzi, si uno spino mi serviva, e anche un libro, il più cinico e farabutto scritto che abbia mai acquistato mi occorreva, il prima possibile, per fuggire da questa anomala (e neanche tanto) ondata di mediocre miele qualunquista nel quale ero stato recentemente travolto, e soprattutto per dimenticare quella sciagurata fiaba che mi ha consigliato una specie di secchiona con le lenti a culo di bottiglia, la classica tipa da love story di quarta categoria, da voltastomaco, la tipa ipersensibile, crocerossina, sesto, settimo, e ottavo senso, me lo sento!, l'amore!, il romanticismo!, la famiglia!

Eh sì mi sto pure ammorbidendo, ho pensato, conosciamola, vediamo cosa mi consiglia, diamo una chance nonostante già mi ammorbi con questa storia che lei non è una troia (a me piacciono le troie) e che se lavogliosoloscopareleinonèiltipo, che poi non ci penso neanche dato che quelle lenti a culo di bottiglia a me ammosciano anche il cazzo, e in tutti i modi mi consiglia sto fottuto romanzo di un’altra secchiona come lei (che magari avrà anch'ella le lenti a culo di bottiglia?) professoressa di Filosofia all'Università francese, e come un megacoglione sgancio quattordici euro per questa sfilza di luoghi comuni con una scrittura che compiace se stessa e la sua filosofia del cazzo, che non esime dallo spiattellare a ogni inizio dei piccolissimi capitoli furbi per allungare il brodo, un guazzetto edulcorato che mi ha fatto schizzare il diabete a cinquemila e dire che i presupposti magari c'erano anche, c'era un omaggio al mio essere operaio che si vergogna di farsi vedere con un libro in mano, insomma c'è questa donna portiere di un nobile palazzo parisienne grassa sciatta proletaria ma con una cultura mostruosa(che la scrittrice approfitta per esternare in noiosissimi paragrafi nei quali ostenta la sua filosofia trita da docente di Università), talmente charmant da voler nascondere questo suo acume con l'eleganza di una farfalla (anzi di un riccio) per non inquietare i nobili condomini del nobile e antico fabbricato finge invece di essere una buzzurra e l'aspetto fisico l'aiuta pure parecchio non destando sospetti (anche perché chi cazzo se ne frega!?), fino a quando non arriva un principe azzurro giapponese anziano miliardario con tutti i cliché sulla meravigliosa cultura nipponica che la tirerà fuori dall'isolamento della portineria e s'innamorerà di questo cesso trascurato. Il finale era la parte migliore infatti lei moriva, e mi sono anche un po' commosso pover grassona bella…

Eh, insomma avevo bisogno di tornare nel torbido...

E adesso potevo rilassarmi, con la testa sul poggiatesta anatomico, la borsa infilzata a fatica in un piccolo spazio avanzante nel vano poggia bagagli che era già bello pieno, e uno dei due libri in una presa immotivatamente forte tra le mie calde mani. Ma non era ancora il momento di leggere e non sapevo neanche se fosse mai arrivato. Forse questo è il motivo vero per il quale noi fumatori fumiamo. Insomma, sono seduto nel mio posto esterno di una fila a quattro poltrone e davanti a me è capitata una donna con un bimbo di pochi mesi in grembo; penso la solita fortuna e d'istinto mi volto a destra col nobile intento di scovare qualche figa. Ma niente, solo uomini che sembrano d'affari, coppie, famiglie, bimbi e anziani. Ok, perché alla fine sto bene anche così, a pensare. La coppia chiatta chiaramente non fa altro che spiluccare patatine unte e puzzolenti per ingannare il tempo.

Il treno ad alta velocità fa solo tre fermate. Alla prima, nella capitale del Paese, dopo circa un’ora, arrivo bello fresco e rilassato, per il vero un po' ansioso solo di farmi uno spino. Entra una donna nello stretto corridoio, alta, bionda, notevole, con ogni probabilità dell'est. Ha difficoltà come ogni nuovo passeggero che si appropinqui nello stretto corridoio ma questa è talmente bona che accorrono tre aitanti maschioni ad aiutarla. Dopo nessuno conosce più il proprio posto, ma tutti conoscono benissimo quello di lei e soprattutto quello affianco a lei, che il più audace e furbo dei tre ormonali riesce ad occupare con solerzia.

Mi viene in mente che era meglio se nascevo femmina e poi anche che dovrei controllare la mail, è una cosa che faccio di rado, ma aspetto un conto spesa da Broob e sono curioso su quanto debba sganciare. Ho il cellulare in mano ma già non ricordo cosa dovessi fare. Beh, questa è una cosa abbastanza torbida che mi fa sentire un ribelle un po' punk e posso mettermi l'animo in pace e spadellare qualche bella frase da trascrivere sul taccuino. Dopo circa una decina di minuti buttati al vento mi ricordo di nuovo della mail, e con solerzia, cercando di non perdere troppo tempo come se il treno sarebbe potuto arrivare entro tre minuti, pigio il tasto della mail, e poi quello per caricare le nuove mail, ed escono una sfilza di inutili spot, che riescono a dribblare come Maradona anche i filtri antispam, che mi abbagliano e mi arringano e quasi non mi fanno vedere una mail con la scritta: EDITORE.

Eh, sì! Ci trovo niente poco di meno che una mail della casa editrice che da a tutti gli aspiranti scrittori la chance e senza mai chiedere i soldi, chi merita va, wow sono dei grandi penso subito, gente seria, ah perché mi stavo dimenticando di raccontarvi che dentro la mail c'è scritto: Siamo lieti di comunicarle che lei(io!) è tra i vincitori del contest;!,eh si sono uno tra i vincitori contest ispirato al grande Carver, sono dei grandi, penso subito, poi però mi assalgono i dubbi: ma saranno seri?, forse è solo una pagliacciata, mi vogliono imbrogliare, farmi illudere e poi spillarmi tutti i soldi? Ma no, penso, non ti buttare giù sei un grande, hai finalmente ricevuto l'apprezzamento da parte di gente competente, si perché son gente competente loro, poi non vogliono soldi, è fantastico che esista ancora della gente così, è magnifico che qualcosa che abbia scritto io finalmente piaccia a qualcuno. Il giovanotto robusto che era riuscito a sedersi a fianco alla stangona probabilmente russa sta tentando di attaccar bottone ma lei sembra decisamente infastidita. Penso che ad uno scrittore, voglio dire ammesso che io veramente lo sia e che in qualche modo lei venga a saperlo, non saprebbe resistere, eh, eh, eh sì lo so che sto esagerando...ma cazzo! se non è bello che qualcuno legga un vostro lavoro, seppur striminzito, e poi dica bello! Questo vince!

Cerco di leggere ma sono troppo eccitato e mi installo sul sito di questi grandissimi Editori per vedere in effetti cosa ho vinto, a che posto sono arrivato, e a dare un’occhiata agli altri racconti vincitori. Il bimbo si è addormentato, lo osservo con tenerezza e la madre sembra gradire. Intanto fuori dal finestrino la campagna si srotola come se fossi in un documentario, che poi è anche l'unica poetica oramai rimasta in questi treni ad alta velocità, il resto è un freddo arredamento sintetico disseminato di Brand e partnership varie, ma devo dire che a me fotte poco della poesia in un treno, cioè mi interessa la poesia ma posso anche abbozzare sul treno visto che adesso ci impiega solo tre comode ore rispetto ai viaggi interminabili di una volta, in definitiva se volete un po' di poesia basta leggerla, anche su internet a gratis, si può fare tranquillamente a meno di stare per ore in un carro bestiame! Solitamente gli angeli dell'editoria premiano uno, max due racconti ogni contest ma leggo che per l'occasione, data la grande partecipazione e l'elevata qualità dei manoscritti inviati, straordinariamente ci sono stati otto vincitori. Ciò mi intristisce un po' e penso che dovrei pisciare anche se non ne ho voglia, che è quello che faccio sempre perché ho la vescica che non funziona bene e non mi dà nessun preallarme e cioè quando mi accorgo che devo pisciare e spesso già troppo tardi. Qualcuno dice che è colpa della prostata. Comunque mi alzo e solo in quel momento mi accorgo che dietro a me c'era tutto un mondo inesplorato, cosa che non mi ecciterebbe neanche tanto (anche perché in questo momento poco mi può toccare) se non fosse per una tipa stivaluta occhialuta, visione peraltro sublimata dalla vista di un libro tra le sue mani, e quando passo alza lo sguardo su di me e addirittura accenna un sorrisetto e o forse lo fa solo perché sto fatto e o mi vede fatto, ma io come niente vado a pisciare e anche se il treno non è molto affollato trovo una mini-fila composta da due pisciasotto e io mi accodo in terza posizione. La seconda posizione è occupata da una donna nana che ha l'aria di essere un po' svitata e mi consolo a testa china pensando alla stivaluta occhialuta seduto nel mondo inesplorato alle mie spalle, solo che a un tratto la tizia mi zompetta dinnanzi agli occhi come una svitata e poi si volta di botto e continuando la sua patetica danza mi rivolge la parola.

   - Forte questa Radio!

   - A me non prende.

   - Neanche a me.

   - Allora che senti?

   - Internet.

   - Ah già internet. - Anche se stavo navigando da circa mezz'ora non ci avevo proprio pensato

   - C'è una radio bellissima...

   - Ah, sì, e come si chiama?

   - LRN

   - Comee?

   - La radio nudista

   - Comeee?

   - Non ne hai mai sentito parlare? - E ancora mi zompetta davanti, e ancora il cesso ad alta velocità non si apre, siamo sempre noi tre e il primo sembra una mummia che fissa il cesso senza neanche voltarsi nonostante tutto il baccano che fa la nana

   - La radio nudista! - ripete la nana tra il lieve fruscio del treno ad alta velocità.

   - Cioè trasmette programmi per nudisti? O i deejay sono nudi?

   - No, son loro che son nudi...

   - Ma tu non puoi vederli!

   - Ma vuoi mettere la differenza che c'è tra parlare ad una radio vestiti o completamente nudi!

Ci penso. E la porta si apre come in un film di fantascienza e ne esce un tipo robusto ma non troppo evidentemente imbarazzato evidentemente per il tempo che ci ha impiegato. Penso a questi tipi della radio, chiusi in quello che nel mio immaginario interamente suffragato dalla tv è il classico loculo vetrato dove incastrano tutti i conduttori radiofonici, completamente nudi che si sentono hippie liberi di dire tutte le porcherie che vogliono in quanto svestiti. La trovo una scena ridicola e domando: - Ma ci sono anche donne?

Nel frattempo, il primo è entrato nel cesso e noi facciamo istintivamente un passo in avanti

   - Certo! - Risponde la sciroccata.

   - E stanno insieme agli uomini?

   - Certo! In qualche trasmissione sì! Perché, che c'è di male?

   - Ah, nulla... specialmente se sono belle donne.

Credevo potesse essere una buona battuta, ma lei no perché si volta verso la toilette come se non ci fossimo mai parlati. Cazzo di nana pazza, penso, e allo stesso tempo esce il primo ed entra lei. Adesso sono solo e ho quest'immagine di ‘sti cazzoni nudi chiusi dentro ad uno striminzito stanzino con le pareti vetrate e microfoni e fili ovunque, mi è anche passata di mente la casa editrice Santi Subito. Poi chissà se è vero. Sicuro la nana ha qualche rotella fuori posto, ma lei ballava felice sotto gli input di ‘sti zozzoni radiofonici, e probabilmente lei ha capito tutto ed io niente, come mi accade spesso. Sento dei passi alle mie spalle e non mi faccio pregare prima di voltarmi curioso e vengo premiato e mi sento proprio come ti senti quando dal nulla, o magari dal torbido, nascono così, quando meno te lo aspetti queste giornate speciali, piene di sorprese, premi e soddisfazioni che ti illuminano di una luce nuove che fa sì che tu piaccia a tutti e in special modo alla occhialuta stivaluta che prende la seconda posizione rivolgendomi un altro sorriso che spalanca una bella dentatura bianca tutta allineata, ma richiude la bocca e non parla e qualche secondo dopo mi trovo in quella spiacevole situazione nella quale credi che lei stia pensando ma questo cosa aspetta! e diciamo pure che si è alzata subito dopo me e magari questo è un segno del destino o addirittura l'ha fatto apposta attratta da un oscuro magnetismo che solo gli scrittori possono emanare, allo stesso tempo combatti contro la tua timidezza o magari pensi che è stata tutta un illusione e che ti abbia sorriso solo perché è gentile - alla fine che credi di aver di tanto speciale tu?, questa potrebbe scoparsi chiunque in un attimo con un semplice schiocco di dita, figurati se è interessata a te, però poi penso anche che oramai chissenefrega sento ancora un po' di sballo anche se sta svanendo e prendo coraggio anche perché penso che in effetti non ci voglia neanche coraggio perché non ho nulla da perdere e allora mi faccio questo coraggio che non serve e penso finalmente a qualche modo per attaccare bottone - magari parlandogli proprio della Radio Nudista? - secondo me colpirebbe anche lei come ha colpito me questa storia strana di ‘sta nana pazza che però pazza e buona mi ha cambiato la giornata con questa cazzo di storia paradossale, eh si tanto cosa ho da perdere io povero impiegato anonimo che sogna di fare lo scrittore ma per il momento ha solo vinto un contest inviando un racconto di millecinquecento parole circa, però potrei parlargli proprio di questo! Aveva anche un libro in mano e noto di sottecchi che ha anche un paio di tette non troppo grandi ma sode di quelle classiche che vanno in una coppa di champagne, allora si il gioco vale la candela, mi decido e prendo fiato sto per proferire la prima parola e forse la proferisco pure ma non la sento né io né lei né nessun altro, che forse abbia perso la voce? Lei tra l'altro, qualche secondo dopo essere arrivata a raggiungere la sua seconda posizione, ha calato la testa sul proprio smartphone e questo proprio non è incoraggiante, ma cerco di non pensarci e prendo di nuovo fiato con un forte rinnovato nervosismo derivante dal primo fallimento che mi fa perdere altro tempo prezioso, davvero prezioso perché la porta del bagno si apre ed esce la folle nana sempre zompettando e prima di andarsene via mi saluta

   - Arrivederla Signore!

Resto di sasso al punto che la ragazza occhialuta stivaluta rivolge la parola, lei a me: - Signore potete entrare, il bagno adesso è libero!

Riprendo il mio posto, davanti alla signora con il bimbo che adesso dorme beato, mentre lei mi sorride che non faccio a tempo a sedermi, anche rallentato da un dolore articolare al ginocchio destro che mi è appena soggiunto e finalmente serena, si può rilassare e mi chiede:

   -  Si vede che le piacciono i bambini, magari ha anche qualche nipotino piccolo?

Mi limito a rispondere no, poi scambiamo qualche altra battuta convenzionale ma il discorso non decolla soprattutto per colpa mia. Poi finalmente mi decido a prendere uno dei due libri che ho intensamente preteso qualche ora prima e comincio a sfogliarlo. La mamma ci inserisce su un’altra domanda, magari per non concludere la nostra conoscenza così banalmente:

   - Ah, le piace leggere! Ho appena terminato un bellissimo libro di fantascienza, mi è piaciuto tanto!

Molto meglio del film! Vabbè è quasi sempre così....

   - Eliminerei il quasi… - Dico subito d'istinto, quasi quasi un po' infastidito.

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