Con grande piacere annunciamo la nostra collaborazione con Nicola Manuppelli.
Scrittore, traduttore, grande esperto di narrativa americana, terrà tre corsi in streaming: Traduzione, Letteratura americana e Shakespeare. Inoltre ha ideato e curerà la collana Americana diretta da Alessandra Ceccoli e tradurrà lui stesso tre dei dieci titoli in uscita nel 2019. Nelle prossime settimane vi anticiperemo i titoli e gli autori.

Una breve descrizione dei corsi coi link per potervi iscrivere:

Bando di partecipazione per la terza edizione, le regole:


Data di inizio: 15 gennaio 2019

La redazione scriverà una trama iniziale che avrà sette personaggi.
I personaggi saranno svelati in un secondo momento e ciascuno dei concorrenti selezionati dovrà interpretarne uno.

Quello che noi consigliamo è di cercare di esplorare una parte della vostra natura nascosta, non resa manifesta, e di darle vita. Di trovare, per questa parte, un vestito. Che sia uomo, donna, buono, cattivo, vecchio o giovane, sta a voi. A parer nostro l’errore potrebbe essere quello di enfatizzare quello che già vivete. Una vostra versione più grande/bella/ricca. Al contrario, sarebbe interessante se trovaste quella cosa che, in voi, non volete vedere, nascondete, mascherate. Non, quindi, quello che volete essere, ma quello che siete malgrado voi.
Dovete scrivere la presentazione. Almeno una pagina (word – va bene sia .doc, sia .docs - Times New Roman, 12, interlinea 1,5) scritto in prima persona dal personaggio e inviarla (unita ai vostri dati: nome, cognome, residenza)  a ilgioco@jonaeditore.it

Noi apriremo un gruppo (segreto) in Facebook e creeremo sette account.
Ogni autore che passerà la selezione sarà abbinato a un personaggio a cui dar voce, forma e consistenza. Il personaggio sarà iscritto al gruppo “Il gioco”.
Dovrà presentarsi nella home del gruppo, cosicché tutti possano iniziare a conoscersi.
Dovrà avere tre livelli di scrittura:
Pubblico: nella home del gruppo
Privato: messaggistica con gli altri personaggi
Diario: dovrà, ogni cinque giorni, scrivere le sue impressioni (sempre in prima persona-personaggio) e mandarcele.

Il gioco durerà tre mesi.

Verranno selezionati sette autori, ma se l’autore non si dimostrerà puntuale con le consegne, farà diventare stereotipato il suo personaggio, sarà poco presente e interattivo o se parlerà del suo personaggio al di fuori del gruppo sarà eliminato.

Qualora un autore venga eliminato, si procederà alla selezione di un nuovo autore per lo stesso personaggio.

Alla fine dei tre mesi, gli autori che meglio avranno dato vita al personaggio potranno ricevere contratto di pubblicazione per la storia nata da Il Gioco o dal loro personaggio.

Per qualsiasi domanda, potete scrivere qui o mandare una mail a:

ilgioco@jonaeditore.it

Alla stessa mail, entro il 2 gennaio 2019 potete mandare la vostra candidatura.
Per seguire ulteriori sviluppi e approfondimenti, potete seguirci attraverso la pagina Facebook e quella Instagram, e soprattutto il blog:  Il Gioco.

La redazione de Il Gioco 3.0 sarà composta dai finalisti de Il Gioco 2.0: Selene Capodarca, Damiano Lenaz e Nicola Rovetta.

Le direttrici della collana dedicata al gioco sono le vincitrici della prima edizione: Serena Barsottelli e Angela Colapinto.


Alcuni partecipanti de Il Gioco 1.0 hanno descritto, in poche righe, la loro esperienza:

Debora Gatelli: Per me il gioco è stato come vivere in una dimensione parallela che con il passare delle settimane convergeva sempre più' pericolosamente con la mia vita reale fino a intersecarsi con essa. E adesso non so più bene chi sono ma la sensazione è comunque piacevole!

Mariarosa Quadrio: Per me Il gioco è stato un viaggio dentro di me, le mie paure, i miei desideri. La parte migliore è stata trovare dei meravigliosi compagni di viaggio. È stata una splendida avventura che non scorderò mai.

Peppe Patti: Per me Il gioco è stata quella esperienza che mi ha confuso del tutto sulla mia identità e che ha aggiunto un pizzico di pazzia in più in me. Ah, ha avuto anche dei lati negativi.

Serena Barsottelli: Il gioco è stata la possibilità di dare vita a quella persona che vive dentro di me, ma che fuori dalla mia mente non può e non deve esistere. Mi ha dato la possibilità di essere la me stessa che, nonostante tutti i nonostante, continua a sopravvivere.

Angela Colapinto: Il Gioco, per me, ha rappresentato la possibilità di aprire i cancelli a lati nascosti. È stato un ottimo sedativo, un viaggio dentro me stessa, a volte perturbante, altre liberatorio. È stato un po' come guardarsi in uno specchio e ritrovarsi a studiare la propria immagine come fosse qualcosa di nuovo.

Chiara Trombetta: Per me Il Gioco è stata la finestra di libertà che ho sempre cercato, l'opportunità di costruire qualcosa di vivo e in continua evoluzione insieme a un gruppo di menti fertili e altrettanto folli.

 

(Tutti i disegni de Il Gioco 1.0 e de Il gioco 2.0 e de Il Gioco 3.0 sono di Alberto Baroni)

 

Blog dedicato a Il gioco



Qualora la redazione dovesse accettare la candidatura di un minore di anni diciotto sarà necessario che i genitori provvedano a sottoscrivere la liberatoria (scaricabile qui) per l’utilizzo delle immagini del minore stesso.
Nel caso che, inoltre, un minore di anni diciotto risultasse tra gli autori migliori  ai quali l’Editore offrirà contratto editoriale, sarà cura dello stesso Editore fornire tutta l’assistenza per l’ottenimento, da parte degli esercenti la potestà genitoriale nell’interesse del minore, dell’eventuale autorizzazione da parte del Giudice tutelare competente, per la stipula del contratto e per la riscossione delle somme dovute a titolo di corrispettivo percentuale sulle vendite.

-          Ci parli del percorso che ti ha portato a scrivere Roma?

-        Eh, è lunga… Nel breve periodo, ho sempre voluto scrivere una storia sul cinema, perché mi piace molto una serie di romanzi legati ai film, che vanno da Il giorno della Locusta a Gli ultimi Fuochi di Fitzgerald, fino a tutto il materiale successivo spesso di impronta americana. E questa era la base. Avevo da molto tempo il sogno di fare un libro così, pensavo anche a Fronte del Porto di Budd Schulberg; mentre l’altra idea era di scrivere un romanzo con la voce narrante di un pettegolo, un racconta-storie. Un libro molto bello che ha come fulcro i pettegolezzi è Hollywood Babylon. Man mano che prendeva forma ho pensato che il luogo ideale in cui ambientarlo fosse una città a cui sono molto legato: Roma. Non sapevo cosa mi aspettasse nell’affrontare questo perché io ho sempre scelto Milano, per le mie ambientazioni, invece poi ho trovato questo nuovo set non solo come naturale, ma anche più interessante da esplorare: l’ambientazione romana, e italiana in generale sarà buona anche per i prossimi romanzi. È nata più o meno così: un giorno ho sentito un episodio che è quello da cui parte il romanzo, che è quello di questi due amanti che dimenticano un dildo in un cespuglio e, nel ritrovarlo, non sapendo cosa fosse questo dildo, vengono chiamati addirittura i vigili del fuoco, gli artiglieri e via dicendo. Ho iniziato a pensare cosa potesse diventare quel semplice episodio nel passare di voce in voce, e diventare sempre più una bugia e sempre meno una verità. E allora ci ho inventato su una storia che coinvolgesse, tra gli altri, Burt Lancaster, insomma, una menzogna totale.

-         Mi ricordo ancora che avevo visto un pezzo dei Muppet Show in cui uno diceva all’altro “ti è successo qualcosa?” Lui rispondeva no, nulla. Poi aggiungeva di aver visto una giraffa, poi che la giraffa stava scappando, poi che mille rinoceronti la rincorrevano, e infine che tutta la città era nel caos più totale.

-         Esatto, una cosa di questo genere, una sorta di telefono senza fili. Io sono un po’ infastidito da certe cose che escono ora dal mondo della letteratura, il voler scrivere di fatti totalmente reali che, dal mio punto di vista di scrittore, mi levano la cosa che trovo più interessante: inventare storie. Volevo utilizzare, però, dei nomi veri per fare questo. Il procedimento esattamente opposto, quindi: non personaggi falsi che cercano di essere il più vero possibile, ma personaggi veri che sono il più falso possibile.

-         Complotto contro l’America, di Roth, un po’ha seguito questo principio. Nomi vero fanno una storia finta.

-        Esatto. Un’idea simile. Mano a mano questo è anche il ruolo della storia, nel romanzo, che all’inizio non immaginavo: nel libro entra molto la storia italiana, la storia di Roma, di Cinecittà. Anche a me viene in mente Philip Roth: quando tu racconti le piccole storie in un certo modo, finiscono per amalgamarsi molto alla storia reale, alla grande storia.

 

Roma, di Nicola Manuppelli, edito da Miraggi Edizioni, è un romanzo complesso.
Si discosta totalmente dalla narrativa italiana. Non c’è un protagonista problematico, sconvolto interiormente, complesso come altri milioni di protagonisti di romanzi italiani, problematici e sconvolti interiormente. Non c’è la storia di questo personaggio che, duramente, sfida se stesso, sfida la società e il mondo e alla fine trova piena consapevolezza di quello che realmente è.

Roma, di Nicola Manuppelli, non è, insomma, il tipico romanzo italiano. È un romanzo ambientato in Italia, è un romanzo in cui molti personaggi sono famosi, sono attori, sono belli e conosciuti.
Paradossalmente il protagonista di questa storia, Roma, è la storia stessa. C’è un personaggio che ha più rilievo, probabilmente, degli altri, ma poco conta. Conta il narrare, il formare una tavola imbandita di storie, storie che a volte si slegano dalla trama principale e, a loro volta, trovano altri persone, altri luoghi, altri discorsi.
L’inizio è stato, per me, problematico. Leggendo le prima parole, le prime pagine, mi sembrava che qualcosa non quadrasse, non capivo bene dove lo scrittore volesse portarmi. Ero prevenuto, il mio personale database di scrittori e storie non prevedeva questa cosa. Non riuscivo a capirne il senso, la struttura, l’ambientazione. Mi sta prendendo in giro - ho pensato - in realtà è nato nel Midwest, si chiama John Fitzgerald Roth ed è figlio della tradizione letteraria americana del ‘900. Sì, perché questo sembra, inizialmente, Roma. Sembra un romanzo americano in cui si narra una storia. Si narra facendo dimenticare al lettore che sia letteratura. Si narra come se a narrare fosse un cantastorie, si narra non lasciando evidenti tracce di sé nel narrare. Ci si mette, quindi, completamente al servizio della trama. Perché sì, questa è una delle possibilità che si hanno quando si scrive un romanzo. Ci si può, appunto, mettere al servizio della storia, o, al contrario, si può mettere il testo al proprio servizio per parlare di noi. Si può essere usati dal romanzo o si può usarlo.
“Tommaso si trasferisce a Roma”, questo potrebbe essere l’incipit narrativo. Si trasferisce a Roma, vuol fare e fa il giornalista, e inizia a lavorare nel mondo dello spettacolo, nel gossip, nei bar, nelle strade piccole romane che grandi, come flusso di persone, sembrano diventare. Lavora e conosce attori famosi e attori meno famosi. Tommaso conosce Judy, giovane ragazza inglese. Siamo negli anni Settanta, siamo a Roma, ci occupiamo di film, non possiamo che finire, in un mondo perfetto, nel set del film di Fellini: Roma.
Quindi piccole storie di grandi personaggi che si intrecciano, vanno a formarne altre da cui ne nascono altre ancora. E personaggi che fanno ridere, personaggi tristi, personaggi che ti accolgono profondamente per farti vedere chi sono (chi siamo) e altri che ti respingono come a volerti dire: “a questa cosa arrivaci da solo, non è che possiamo fare tutto noi”.
Manuppelli questo fa, ci narra una storia ambientata a Roma negli anni Settanta e questa storia, o almeno la sua parte centrale, ha come set il cinema, gli attori. Soprattutto: la diceria. Avete presente la storia del pescatore che prende un pesce di sette centimetri, massimo otto. E che nella prima versione diventa di dodici e nell’ultima assume le sembianze di una balena? Ecco, adesso pensate che sia letteratura, che sia storia, e che alla fine vi ritroviate davvero una balena davanti a voi.
Ma Roma è anche altro, è “piccole storie” di ebrei che raccontano altre storie di ebrei, è vino, è ricerca, è perdersi in mezzo al traffico di esistenze che un po’ fanno famiglia e un po’ si usano solo per passare il tempo.
E in tutto questo la scrittura di Nicola Manuppelli non prende mai il sopravvento. Anche qui, come per la struttura, lo scrittore si mette completamente al servizio della storia. Non si mette in bella mostra, ma, sapientemente, scandisce i tempi, introduce i sapori, mostra e nasconde i dettagli, li inventa, li modifica, li rende reali, a tratti onirici, a tratti divertenti, a tratti assurdi, ma di una assurdità che ti dimentichi essere tale, la fai tua e ti ci immedesimi fino a credere che sia tutto vero.
Che sia tutto vero perché trovarsi dentro questa costruzione narrativa è stato un po' come essere dentro una casa, al buio, di un amico di un tuo amico, probabilmente americano.
Per quanto tu possa, con le mani, riconoscere il divano, e tu possa riuscire a non rotolare per terra, schivandolo all'ultimo, per quanto tu possa sentire un odore di quelli che "questa è casa" ma proprio non riesci a trovargli il nome, perché non è "proprio casa", per quanto tu possa essere vicino al capire che stanza ci sarà in fondo al corridoio a sinistra: quando finalmente riesci ad accendere la luce, vedi qualcosa di infinitamente grande e difficilmente immaginabile.

Roma, di Nicola Manuppelli, edito da Miraggi Edizioni, è un romanzo complesso.
Si discosta totalmente dalla narrativa italiana. Non c’è un protagonista problematico, sconvolto interiormente, complesso come altri milioni di protagonisti di romanzi italiani, problematici e sconvolti interiormente. Non c’è la storia di questo personaggio che, duramente, sfida se stesso, sfida la società e il mondo e alla fine trova piena consapevolezza di quello che realmente è.

Roma, di Nicola Manuppelli, non è, insomma, il tipico romanzo italiano. È un romanzo ambientato in Italia, è un romanzo in cui molti personaggi sono famosi, sono attori, sono belli e conosciuti.
Paradossalmente il protagonista di questa storia, Roma, è la storia stessa. C’è un personaggio che ha più rilievo, probabilmente, degli altri, ma poco conta. Conta il narrare, il formare una tavola imbandita di storie, storie che a volte si slegano dalla trama principale e, a loro volta, trovano altri persone, altri luoghi, altri discorsi.
L’inizio è stato, per me, problematico. Leggendo le prima parole, le prime pagine, mi sembrava che qualcosa non quadrasse, non capivo bene dove lo scrittore volesse portarmi. Ero prevenuto, il mio personale database di scrittori e storie non prevedeva questa cosa. Non riuscivo a capirne il senso, la struttura, l’ambientazione. Mi sta prendendo in giro - ho pensato - in realtà è nato nel Midwest, si chiama John Fitzgerald Roth ed è figlio della tradizione letteraria americana del ‘900. Sì, perché questo sembra, inizialmente, Roma. Sembra un romanzo americano in cui si narra una storia. Si narra facendo dimenticare al lettore che sia letteratura. Si narra come se a narrare fosse un cantastorie, si narra non lasciando evidenti tracce di sé nel narrare. Ci si mette, quindi, completamente al servizio della trama. Perché sì, questa è una delle possibilità che si hanno quando si scrive un romanzo. Ci si può, appunto, mettere al servizio della storia, o, al contrario, si può mettere il testo al proprio servizio per parlare di noi. Si può essere usati dal romanzo o si può usarlo.
“Tommaso si trasferisce a Roma”, questo potrebbe essere l’incipit narrativo. Si trasferisce a Roma, vuol fare e fa il giornalista, e inizia a lavorare nel mondo dello spettacolo, nel gossip, nei bar, nelle strade piccole romane che grandi, come flusso di persone, sembrano diventare. Lavora e conosce attori famosi e attori meno famosi. Tommaso conosce Judy, giovane ragazza inglese. Siamo negli anni Settanta, siamo a Roma, ci occupiamo di film, non possiamo che finire, in un mondo perfetto, nel set del film di Fellini: Roma.
Quindi piccole storie di grandi personaggi che si intrecciano, vanno a formarne altre da cui ne nascono altre ancora. E personaggi che fanno ridere, personaggi tristi, personaggi che ti accolgono profondamente per farti vedere chi sono (chi siamo) e altri che ti respingono come a volerti dire: “a questa cosa arrivaci da solo, non è che possiamo fare tutto noi”.
Manuppelli questo fa, ci narra una storia ambientata a Roma negli anni Settanta e questa storia, o almeno la sua parte centrale, ha come set il cinema, gli attori. Soprattutto: la diceria. Avete presente la storia del pescatore che prende un pesce di sette centimetri, massimo otto. E che nella prima versione diventa di dodici e nell’ultima assume le sembianze di una balena? Ecco, adesso pensate che sia letteratura, che sia storia, e che alla fine vi ritroviate davvero una balena davanti a voi.
Ma Roma è anche altro, è “piccole storie” di ebrei che raccontano altre storie di ebrei, è vino, è ricerca, è perdersi in mezzo al traffico di esistenze che un po’ fanno famiglia e un po’ si usano solo per passare il tempo.
E in tutto questo la scrittura di Nicola Manuppelli non prende mai il sopravvento. Anche qui, come per la struttura, lo scrittore si mette completamente al servizio della storia. Non si mette in bella mostra, ma, sapientemente, scandisce i tempi, introduce i sapori, mostra e nasconde i dettagli, li inventa, li modifica, li rende reali, a tratti onirici, a tratti divertenti, a tratti assurdi, ma di una assurdità che ti dimentichi essere tale, la fai tua e ti ci immedesimi fino a credere che sia tutto vero.
Che sia tutto vero perché trovarsi dentro questa costruzione narrativa è stato un po' come essere dentro una casa, al buio, di un amico di un tuo amico, probabilmente americano.
Per quanto tu possa, con le mani, riconoscere il divano, e tu possa riuscire a non rotolare per terra, schivandolo all'ultimo, per quanto tu possa sentire un odore di quelli che "questa è casa" ma proprio non riesci a trovargli il nome, perché non è "proprio casa", per quanto tu possa essere vicino al capire che stanza ci sarà in fondo al corridoio a sinistra: quando finalmente riesci ad accendere la luce, vedi qualcosa di infinitamente grande e difficilmente immaginabile.

 

Alberto Baroni va a trovare i suoi personaggi per convincerli a...
Strisce scaricabili gratuitamente da qui.
Volume completo acquistabile da qui.

resistenza

Terminato il periodo estivo vi proponiamo il nostro calendario uscite e attività.

IL GIOCO

Tra ottobre e dicembre completeremo la pubblicazione dei romanzi dei vincitori della prima edizione e del romanzo corale scritto da Serena Barsottelli e Angela Colapinto.
I tre vincitori della seconda edizione, Selene Capodarca (prima classificata), Damiano Lenaz e Nicola Rovetta stanno scrivendo sia la storia personale del proprio personaggio, sia quella collettiva. Uscite previste per febbraio/marzo 2019.
Il gioco 3.0 inizierà tra novembre e dicembre 2018 e avrà parecchie novità, la più importante è che ci sarà un canovaccio e dei personaggi scritti dalla redazione.
Serena Barsottelli e Angela Colapinto sono le nuove direttrici della collana.

NUOVE COLLANE (Scrittori italiani e Narrativa, le due già in essere)

-          Scrittori americani

Quest’anno inauguriamo la collana Scrittori Americani. I due primi autori che pubblicheremo sono John Domini con la traduzione di Movieola! e Andrew Cotto con la traduzione di Outerborough Blues: A Brooklyn Mystery. Siamo molto orgogliosi dell’ingresso in famiglia JE di John e di Andrew, a cui diamo il benvenuto e le cui opere negli Stai Uniti hanno portato molti consensi. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane pubblicheremo alcuni articoli che hanno visibilità in America e li intervisteremo per farveli meglio conoscere. Direttrice di collana: Alessandra Ceccoli.
Ringraziamo Nicola Manuppelli per la collaborazione e per averci presentato John e Andrew.
Nel 2018 la collana avrà una uscita trimestrale.

-          Poesia

Dopo i due titoli pubblicati abbiamo deciso di dar maggior spazio alla poesia. Un libro ogni tre mesi e un direttore di collana. Il nome sarà svelato nelle prossime settimane.

-          Consigli di lettura

        A partire da ottobre un articolo a settimana su “consigli di lettura”. Ogni mese un tema nuovo.

R = V / I

I quesiti: “Una testata giornalistica deve schierarsi o meno?” e “Una casa editrice può/deve parlare di politica?” a nostro avviso sono superati dalla situazione odierna. Quindi se perderemo consenso o meno, se alcune persone ci vedranno come nemici non volendo più passare in “cassa” è assolutamente ininfluente.
Ogni venerdì un articolo per la collana R = V / I, a cominciare dal 21 settembre.

CORSI

A fine settembre iniziano i nuovi corsi di:

RACCONTO
PUNTEGGIATURA
STRUTTURA
SCRITTURA SCHIZOFRENICA

A ottobre 2018 uscirà il primo saggio sulla Scrittura Schizofrenica.

Nel primo trimestre 2019 uscirà un romanzo collettivo nato in un corso di scrittura schizofrenica.

Gli autori sono: Serena Barsottelli, Selene Capodarca, Alessandra Ceccoli, Angela Colapinto, Alessandro Mazzi, Nicola Rovetta.

Abbiamo intervistato Davide Gaetano Paciello, autore delle due raccolte di poesie – Distanza e Fuori posto (Diario sentimentale) appena uscite per Jona Editore.

 

  • Che cosa è per te la poesia?

    La poesia è una narrazione, un tentativo, goffo e patetico, di afferrare, razionalizzare e ordinare ciò che si sente o si vive e che Altrimenti resterebbe sospeso sopra di noi come un mistero. Con razionalizzare e ordinare non intendo che le poesie sono chiare sistemazioni di stati emotivi o di eventi, spesso la poesia è follia pura o delirio, ma, al contempo, è comunque qualcosa che si pone come un nuovo ordine: ciò che si può raccontare, indipendentemente dal modo, è un tentativo di dominazione sulle cose, un modo di addomesticare il mondo.

 

  • Che cos'è per te la tua poesia?

    La mia poesia è una presa di posizione, un tentativo di restare in un punto e resistere, un modo per dire sono qui e protesto, protesto contro il tempo e tutte le altre cose troppo vaste che solo una narrazione, come dicevo prima, mi da la forza di dominare o affrontare.



  • Quando hai iniziato a scrivere? Prosa o poesia?

    Dicono alcuni parenti che ho sempre scritto, ma penso che si possa dire di tante altre cose: solo rivedendo il passato dal punto del presente si può creare una narrazione coerente di una persona, in questo caso di uno scrittore. Forse ho divagato, ma per farla breve ho sempre inventato storie e avventure, ma ho scritto per lo più poesie, forse per pigrizia, una storia me la guardavo e me la vivevo senza doverla scrivere, una poesia, invece, avevo bisogno di scriverla perché volevo conservare quelle parole che messe in ordine mi sembravano bellissime. Ricordo che ogni volta che studiavo, da piccolo, delle poesie e delle figure retoriche avevo l’esigenza di esercitarmi a scrivere utilizzando quello che avevo imparato. Frequentavo le medie quando i miei genitori mi regalarono un quaderno rilegato affinché scrivessi lì, in bella copia, le mie poesie così da poterle conservare. Non ho mai finito quel quaderno rilegato, ma ho scritto tantissime poesie, ho diverse raccolte conservate in qualche hard disk, ma come diceva Croce da ragazzini tutti scriviamo poesie, poi solo i poeti e i cretini, cose che in realtà non si escludono a vicenda.



  • Ci parli delle due raccolte?

    Le due raccolte che sono state pubblicate, come dicevo prima, non sono propriamente le prime, ma sono sicuramente quelle che hanno un qualche valore intrinseco e anche una certa, necessaria, maturità, rispetto al passato, quindi direi che solo a partire da queste opere posso parlare di poesie con ragione di causa, se poi sono belle o brutte sta al pubblico dirlo.
    La prima raccolta, Distanza, è stata scritta interamente per una ragazza che si trasferì per un periodo di studio in un Paese arabo. Le promisi che per ogni giorno passato distanti le avrei scritto una poesia e così fu finché la distanza non vinse sulla poesia, perché la realtà vince sempre sulla narrazione, quasi sempre, almeno.
    La raccolta Fuori Posto, invece, raccoglie poesie di un periodo diverso, per quanto alcune siano state scritte immediatamente dopo la prima raccolta. Continuai a lavorarci e a scrivere per molto tempo, le ultime poesie risalgono al 2016, ma ci sono voluti circa due anni perché fossi convinto della raccolta. Il sottotitolo è “diario sentimentale” perché è sostanzialmente un diario, le poesie si sono raccolte quando ebbi una crisi depressiva che dovetti curare farmacologicamente (una cosa schifosamente comune alla mia generazione), i temi sono quelli dell’esclusione, volontaria o meno, dell’isolamento, della rassegnazione ma anche della lotta… più che della lotta sarebbe meglio dire dell’attesa, alla fine c’è un tempo per la semina e uno per la raccolta e la cosa implica che c’è un tempo dell’attesa tra il primo e il secondo.


La collana de Il gioco 1 vede quattro romanzi in uscita questo fine settimana (in versione ebook, la versione in brossura uscirà a breve, andando, così, a incrementare la percentuale di cofanetto con La Teca di Serena Barsottelli):


Angela Colapinto: Il Detestiario

 

Debaora Gatelli: Lei è l'altra

 

Mariarosa Quadrio: Il muro di Vanessa

 

Nicola Rovetta: Cosa combini, Eddy?

Domenica 17 giugno da Nora Book & Cofee, in Via Delle Orfane 24/D a Torino, a partire dalle 18 e 30 gli scrittori parleranno di Scrittura Schizofrenica, de Il gioco e dei loro romanzi.
Questo il link all'evento Facebook. Sarà possibile acquistare Nella Teca ion versione brossura e gli altri in versione ebook.

 

 

Immaginavo fosse così. Passi la vita a pensare cosa faresti se ti dicessero che ti rimangono 6 mesi, un mese o una settimana e quando finalmente arriva il momento, a coloro che hanno la fortuna di sentirselo dire, niente ha più importanza.

Non importa se non mai ho nuotato con i delfini, se non ho imparato l’ucraino come avrei voluto, se non ho mai scalato il Machu Pichu, se non ho mai provato quello che sostengono di aver provato i poeti nelle loro tormentate poesie d’amore (morirò comunque convinta del fatto che mentano). Tutto sembra già così lontano adesso. E poi diciamocelo sinceramente, lo sappiamo tutti sin dall’inizio che sempre e comunque qualcosa deve restar fuori.

Mi sono sempre piaciute le linee pulite, i bordi definiti e le cifre tonde e quindi ho scelto la data del mio compleanno. Quel giorno mi hanno fatto entrare in questa vita e quel giorno me ne andrò. Puff

46 meravigliosi anni di cui non cambierei niente, se non la velocità con cui sono trascorsi.

Cazzo però, come al solito sono in ritardo! Ma è possibile che debba sempre fare tutto di corsa? Neanche la preparazione alla mia morte posso godermi in pace. Non ho ancora comprato la biancheria intima, devo andare dal parrucchiere, scegliere il vestito ed ho dei peli sulle gambe che potrebbe competere con la Selva Morena. Una laurea in medicina e due specializzazioni ed ancora non ho fugato i miei dubbi sul fatto se i peli continuino a crescere o meno anche dopo la morte. A parte l’orrore di immaginarmi cadavere peloso, non sopporterei l’idea che dopo una guerra feroce ed estenuante di tutta una vita a botte di cerette, pinzette e laser, alla fine avrebbero loro il sopravvento.

Tre giorni di tempo sembrano tanti, ma se inizi a pensare a tutti i dettagli di un suicidio fatto con tutte le regole, ti accorgi che sono ben pochi.

Anche scegliere il metodo non è stato semplice. Nei miei corsi di suicidio creativo ho sempre preso a modello il suicidio di Evelyn McHale. Che invidia! Se avessi la certezza del risultato sceglierei di morire come lei, ma in questi lunghi anni ho visto troppe scatole craniche fracassate ed arti disarticolati per poter sfidare la statistica. Voglio essere bellissima e soprattutto voglio essere sorridente.

Già! Sembra facile far sorridere un cadavere o anche soltanto trovare un complice che ti permetta di farlo. Ho pensato inizialmente di chiedere ad Aristide, uno dei pochi che non avrebbe fatto tante storie. Ma poi mi sono ricordata del suo gusto per le cose brutte ed ho rinunciato. Chissà come mi avrebbe trasformata. Sfidare la sorte sì, ma non fino a questo punto.

L’unica persona a cui avrei potuto chiedere è Mazen. Del resto è anche uno dei pochi ad aver saputo della diagnosi ed uno dei più fedeli sostenitori nonché collaboratori dei miei deliziosi suicidi. Quanti ne abbiamo ideati e realizzati insieme e sempre con grande soddisfazione nei risultati. Assistenti al suicidio perfetti!

Ho pensato comunque di chiedere consiglio ad Aristide, la sua creatività mascherata da falsa originalità (gli piace molto pensarsi così) mi ha sempre divertito. Come mi aspettavo mi ha proposto qualcosa di splatter, un’elettrocuzione che avrebbe provocato il black-out di tutta Dublino al momento finale della finale dei mondiali di rugby. Proposta bocciata per motivi estetici (non sopporto immaginarmi con i capelli arruffati), pratici (non avrei saputo come avere accesso alla centrale elettrica, l’unico collegamento che ho con i centri del potere elettrico è il tecnico della televisione che mi sono scopata per errore qualche anno fa) ed organizzativi (la finale cade a maggio, e questo manderebbe a puttane la cifra tonda dei miei anni). Però ho apprezzato l’idea.

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