Calogero Rizzo recensisce Zeppole e Nuvole di Renzo Semprini Cesari

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Napoli, la sua voce placida e distesa, quasi fuori dal tempo, come nell’Adagietto della sinfonia n. 5 di Gustav Mahler, si distende all’inizio del romanzo avvolgendo irenicamente le immagini del golfo, della lucente marina, dei personaggi di cui prende a narrare, quasi senza apparente connessione. Voce fuori dal tempo, che assomma tutti i tempi passati e futuri dunque. Voce che tradisce, interpreta forse, l’ambigua angoscia delle esistenze dei protagonisti, celata a volte da apparente spensieratezza, altre da urgenza di vitalità, quando non da noia o, addirittura, da sconfitta.

Sconfitte, come spesso avviene al sud, premature, come nel caso dei giovani Antonio e Marco colti nel loro disagio esistenziale e fisico, posto al confine tra la famiglia e il quartiere.

Altri giovani, Salvatore e Selvaggia, vinti dalla carnalità e destinati a vivere un probabile destino comune forse non voluto, sicuramente non cercato. Tazio e Fausto eterni secondi nelle loro gare automobilistiche, vinti dunque anch’essi, nella gara annuale che rappresenta plasticamente l’emblema dell’intera loro vita. Al pari vinto Gennaro, costretto a rinunciare al sogno della sua vita di ciclista professionista per un matrimonio senza amore, contratto più per campare che per amore.

Vinti anche tutti gli altri personaggi primari e comprimari; non vinto, paradossalmente, il sordomuto dalla nascita Domenico, che con la sua ingenuità e fede da idiota dostoevskijano, traspone la sua fede nell’amore del particolare, nelle gioie che, spera, altri possano provare.

Tanti, troppi, tutti verrebbe da dire e lo diciamo, i vinti delle cui esistenze dipana, quietamente, la paziente voce di Napoli, il genius loci, che sembrerebbe destinato a condurci per tutto il romanzo.

Qua interviene il genio di Semprini Cesari che fa scemare inavvertitamente l’io narrante, per affidarlo alla ‘sua’ narrazione, esercitata con scrittura lineare ma densa e capace d’addentrarsi nei labirintici meandri del dialetto, per rendere tangibili all’orecchio, a tutti i sensi, quelle persone e i loro luoghi.

Ricorre dunque alla sua brillante capacità narrativa, per riannodare da sé, un intreccio, riavvolgendo quella matassa ormai dispiegata di carne e vita, illusioni e delusioni, in un groviglio di cui pare, a un certo punto, di poterne cogliere anticipatamente l’esito.

Non è così, poiché le flebili fila di quelle vite, sempre a rischio di essere spezzate da un flebile soffio di vento, convergono in un luogo ben preciso, carico di verghiana ‘roba’. Un luogo così kitsch da sfidare persino il flaubertiano museo di Bouvard et Pécuchet; talmente paradossale, come solo il meridione sa essere, da risultare la convergenza metafisica, luogo idealmente iperuranico, l’unico dove quegli intrecci e vicende potevano convogliarsi per avere, al suo climax, la più grottesca e ilare delle conclusioni.

Nulla poteva concludersi senza caos, eccesso, confusione e risate (del lettore), almeno a Napoli, la quale, riprendendo inaspettatamente in mano la narrazione per le ultimissime righe, sembra ricordarci la vacuità, l’assurda pretesa dell’umano affannarsi, sotto quegli splendenti, secolari cieli, e un vago odore di sulfureo sarcasmo raggiunge le narici, chiudendo il libro.