Calogero Rizzo recensisce Grumo di polvere, di Mara Genotti Brat

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Pensieri, strani pensieri attraversano fin dall’inizio la testa del protagonista, troppo strani, e la mente corre a L'innominabile di Beckett; ma dura poco l’immaginaria corsa, ché il monologo del misterioso feto prende, via via, senso e calore. Se ne segue con piacere il formarsi del pensare e del pensato in bilico tra capriccio, tenerezza e angoscia.

E angosciosi devono essere, giustamente, i pensieri che precedono la vita, come quelli accompagnano la fine. Tra le due angosce si pone la lotta contro l’ostilità del mondo, il nausenate en-soi, indistinta massa di cose e avvenimenti che avvolge pressandoci, come intuì anche Alain nei sui Propos.

Fortunatamente Grumo nulla ne sa, e pur trovandosi gettato nell’abbandono più profondo – esistenziale e fisico –, alla vita s’aggrappa con gli artigli; artigli che pare avere negli occhi, nella mente.

Una mistica capacità di profonda penetrazione gli fa intravedere i colori dell’umano come del disumano, attraversando, oltre le sue paure, quelle di non meno smarriti viandanti dell’esistenza. Viandanti spesso lacerati, prima che laceri, come il barbone primo incontro con l’umanità. Se l’incontro con la speranza di un mondo nuovo affidata a un povero bambino avvenne con i reietti della società – coloro che non potevano essere accettati da quella società, poiché le sue regole non potevano rispettare – lo stesso non poteva non avvenire alla speranza che incarna Grumo, sebbene personalissima ma non meno pregna di significato. Significato che vuole apprendere Grumo e, involontariamente, pare dare a chi gli incrocia la strada: alla prostituta che aspetta messianicamente il camion che la dovrebbe ricondurla ad una liberazione, attraverso un deserto d’asfalto in direzione dell’est.

Apprende, dunque, Grumo, anche quando curioso spia i dialoghi di mondi in apparenza lontanissimi, per cultura e fede, a cui bastano pochi minuti, pochissime frasi per intrecciarsi e riscaldarsi vicendevolmente, dare senso comune e prendere direzione.

Rane, lucciole, luci e colori, attraversano occhi e pensieri apparentemente felini, infine così umani: comunione di sentire per i viventi, foss’anche frescura di verde prato pulsante vita propria.

Finisce all’inferno, Grumo, nel suo peregrinare, col suo transito solitario tra le lapidi che l’accolgono mute, dandogli ricetto, offrendo la quiete dai pericoli tanto bramata, nel rinnovarsi della struggente e melanconica nostalgia della madre. Superata la prova degli inferi, nuovo Odisseo riprende ad affrontare la sua vita a stupirsene, smarrirsi ancora, ma con nuova consapevolezza, non minore incertezza finché…

A questo punto mi sono tornate alla mente le parole di Sergio Quinzio, quando reclamava la speranza di una consolazione divina teneramente umana; la consolazione di un Dio che fisicamente doni quel conforto che, però, non cancelli lo smarrimento trascorso, le indelebili pene; anzi perennemente le ricapitoli, e mi piace immaginarlo anziano quel Dio, vecchio di tutti i millenni trascorsi durante il suo silenzio; così come mi pare lo abbia immaginato Mara, o almeno mi piace pensarlo e consolarmi con l’immagine di lei che scrive quell’ultimo capitolo.