Le point de vue [sezione curata da Calogero Rizzo, che, con questo articolo, la introduce]

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Perché, o Fedro, questo ha di terribile la scrittura, simile, per la verità, alla pittura: infatti, le creature della pittura ti stanno di fronte come se fossero vive, ma se domandi loro qualcosa, se ne restano zitte, chiuse in un solenne silenzio; e così fanno anche i discorsi. Tu crederesti che parlino pensando essi stessi qualcosa, ma se, volendo capire bene, domandi loro qualcosa di quello che hanno detto, continuano a ripetere una sola e medesima cosa. E una volta che il discorso sia scritto, rotola da per tutto, nelle mani di coloro che se ne intendono e così pure nelle mani di coloro ai quali non importa nulla, e non sa a chi deve parlare e a chi no. E se gli recano offesa e a torto l’oltraggiano, ha sempre bisogno dell’aiuto del padre, perché non è capace di difendersi da solo”[1].

È così terribile abbandonare le idee scritte al loro destino, come suggerisce Platone? Può darsi; in ogni caso è inevitabile. Il filosofo ateniese in questo caso non esercita una critica, come farà a proposito della poesia nella Repubblica, semplicemente prende atto di un semplice dato di fatto. Tutto quel che ha che fare con l’idea è un fatto culturale, anzi prodotto culturale; il che significa che tre sono le sue caratteristiche fondamentali: a) permanenza; b) indipendenza dal punto di vista logico-semantico; c) capacità di subire modifiche pur non minacciandolo nella sua interezza[2].

Questione di prospettive, dunque, che ogni prodotto culturale reca ontologicamente con sé. O forse è l’uomo, nella sua più intima struttura a recare ‘in sé’, al suo interno quest’inevitabilità.

In una famosa lezione, relativa al rapporto tra ‘inflessione e inclusione’ Gilles Deleuze interpretando la celebre definizione di monade di Leibniz[3] “ognuno di noi è un punto di vista sulla città”, ha chiarito: “In altri termini: sì, ognuno di noi è un punto di vista sulla serie infinita del mondo[4]. Solo che ognuno di noi coglie una variabile della serie. Ogni volta c’è tutta la serie, ma in una variazione. Ecco cosa vorrà dire «ognuno di noi è un punto di vista sulla città».

Ognuno di noi coglie la serie infinita dei profili della città, che non è affatto «a ogni punto di vista corrisponde un profilo». Ognuno di noi coglie la serie infinita, ma in una data variazione. Ne risulta una figura straordinaria […] Coglie la totalità del mondo come serie infinita. Sì, ma ne coglie chiaramente solo una piccola porzione. Sicché la porzione chiara che è toccata a me non è la stessa porzione che è toccata a voi. […] In altri termini, il mondo non è solo una serie infinita. È incluso in ogni punto di vista, cioè è incluso in ognuno di noi”.

Arbitrariamente, lascio cadere le premesse deleuziane e leibniziane, al pari delle ulteriori conclusioni che ne discendono di conseguenza, soprattutto in relazione alla chiusura della monade in sé stessa – soggetto dice Deleuze – che non avendo né porte né finestre è da considerarsi una tavola d’informazioni.

La pointe su cui s’appunta lo stupore del filosofo francese è tutto sommato, almeno a questo punto della lezione, l’incredibile figura che si ricava da questa lettura del passo del filosofo di Lipsia.

L’immagine è stupenda e portentosa: “Coglie la totalità del mondo come serie infinita. Sì ma ne coglie chiaramente solo una piccola porzione. Sicché quella porzione chiara che è toccata a me, non è la stessa porzione che è toccata a voi. C’è una pluralità di punti di vista, perché ci sono tante variazioni della serie quante posizioni chiare. Ciò che io colgo chiaramente voi lo cogliete solo oscuramente. E viceversa. […] Siamo dei punti di vista, sì, ma capite cosa vuol dire? […] Le bestie hanno un’anima? Ma certo, le bestie sono dei punti di vista. […] In altri termini, lo spazio è definito come l’ordine dei punti di vista. […] Ma lo spazio può essere solo l’ordine dei punti di vista, in quanto il punto è divenuto il punto di vista[5].

Una babele di prospettive che s’inseguono, sovrappongono e s’incrociano e a cui, forse, solo in questa molteplicità d’informazioni, è dato trovare un’armonia – sicuramente trovata in D-o secondo la prospettiva leibniziana.

Non solo questo, ma già questo basterebbe a fondare tutto il senso del narrare, dello scrivere intorno al mondo, ai mondi già posseduti in sé (“è nelle mie profondità che colgo il mondo intero” glossa ancora Deleuze); fondare l’esercizio della critica, della lettura, della rilettura. Monadi i soggetti dunque, specchi concavi senza porte né finestre che contengono in sé tutto il mondo, secondo la propria prospettiva di chiarezza: “tavole di informazione” su cui si iscrivono dati: quali informazioni mi sta dando quell’opera?

Riflettere sulle ragioni dello scrivere – comunque lo si voglia intendere –, la sua tecnica, i suoi esiti, soprattutto i rischi che comporta, si trasforma in una riflessione sull’uomo, le sue capacità prospettiche, sugli uomini tutti: l’armonia babelica della somma infinita delle capacità prospettiche. L’incontro, lo scontro, l’intreccio, l’armonia questa volta atonale, verrebbe da dire, dei punti di chiarezza dell’uno con quelli degli altri o, forse, l’armonia dei punti oscuri che risiedono nella più profonda curvatura del soggetto, riprendendo e tradendo Deleuze; forse no, così almeno mi piace immaginare.

 


[1] Fedro, 275 D – 276 A, pag. 580, da Platone tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Rusconi, Milano, 1992.

[2] Gaetano Carcaterra, Corso di filosofia del diritto, Bulzoni, Roma, 1996.

[3] Gilles Deleuze sur Leibniz, Le point de vue, Università VIII di Parigi Vincennes-Saint-Denis novembre 1986.

[4] Deleuze trae l’espressione “serie infinita del mondo” dalla musica dodecafonica schönbergiana.

[5] Ibidem, corsivo mio.

                          Immagine: Angelus Novus, Paul Klee, 1920