Mess-life - Della Passione

Scritto da

Nicola Muratore

Jona Editore, Torino, 2017

“Non sono mai stato un appassionato di biciclette. O meglio, non lo sono mai stato fino a qualche anno fa. Non lo sono mai stato finché non ho incontrato loro: i bike messenger”.

Poniamo che uno sportivo si metta alla lettura del libro di Nicola Muratore, e poniamo sia un arbitro di calcio che abbia fatto ricorso, poche ore prima di leggere il libro, a tutta la sua sapienza ed esperienza per condurre in porto un difficilissimo pareggio. Lo vedremmo, di tanto in tanto, posare il tablet sulle ginocchia e, riaccesa la pipa, osservando astratto le azzurrognole nuvolette di fumo che vanno verso il soffitto, fare una smorfia, scuotendo la testa in cenno di diniego.

Son bestie strane gli sportivi, qualunque attività fisica gli venga richiesta, sono intimamente persuasi di appartenere alla migliore delle categorie sportive, quella che custodisce i più veri, i più autentici valori sportivi. La loro comunità è costituita per lo più da cretini, e lo sanno bene, loro che cretini non sono; comunque sia, è la migliore.

Questa curiosa attitudine all’esclusività può essere denominata in molti modi, dal “senso di appartenenza” alla “schizofrenia”. Io ho sempre pensato che fosse passione.

E qua ci troviamo già nel medio delle fatiche letterarie di Nicola Muratore, il quale inizia il suo racconto con le parole dell’epigrafe. Il quale incipit ci dice già molto intorno a quello che andremo a leggere. Ci dice quale sarà la scrittura: lineare come una pedalata in pianura, ma non priva di coinvolgimento, di quel tipo strano di coinvolgimento, come quando inizi a faticare pedalando non rendendoti conto del perché, finché non realizzi che in realtà stai affrontando un falsopiano, di quelli bastardi.

E però è bello scoprire che, in fondo, ce la stai facendo abbastanza in scioltezza, che ancora resisti, nonostante l’acido lattico, nonostante l’età e che la fine dell’inaspettata salita è a poche pedalate; non così poche, ma non scenderai dalla bici e lo sai.

Ne ha fatte salite il buon Nicola, anche nello scrivere questo libro, il quale contiene almeno tre piani di lettura.

Il primo, ça va sans dire, è il mondo dei bike messanger. Il secondo, segue il primo, è costituito da tutte le indicazioni tecniche che vengono fuori dalla lettura di quel mondo e, infine il terzo è il romanzesco mondo dei bike messanger attraverso le peripezie di Nicola.

Guasconi, ecologisti, sudati e puzzolenti bevitori di ettolitri di birra, sempre disposti a darsi una mano in ogni occasione, come a sfidarsi nelle più svariate, quanto rischiose, gare che inutilmente le forze dell’ordine tentano di impedire.

Una comunità di nuovi lavoratori del post-moderno, che con questo tempo vogliono consapevolmente fare i conti, chiedendo conto e ragione delle sue storture. Una comunità che ha delle regole ben precise, sebbene non scritte, dalle quali mai il senso morale di ognuno di loro può prescindere, senza considerarsi, da sé, fuori dal quel mondo.

E credo questo sia uno degli aspetti più affascinati del lavoro di Nicola: la sfida all’alienazione del moderno, portata avanti proprio da chi quella modernità, almeno anagraficamente, dovrebbe incarnare.

Invece, il cuore della questione credo stia nella riscoperta di immutabili valori, senza la condivisione dei quali l’umano rischierebbe di scivolare in un altrove fatto di indolenza, pulizia, mancanza di fatica e dolore. Il mondo anestetizzato che i positivismi del secolo breve ha tentato di lasciarci in eredità è interamente rovesciato da un’assoluta precarietà dell’esistere, che si fa vita nell’untuoso grasso delle catene, nella durezza delle escoriazioni dell’asfalto, in un afflato di semplicità che sembra farsi francescano. E se i minori osarono sfidare colla loro ‘altissima povertà’ il potente decretalista Giovanni XXII, i bike messanger sfidano un sistema ancora più tremendo e diffuso, in quanto accettato da tutti, anche dai frati minori, ormai.

Non vuole dare giudizi Nicola, non considera nessuno migliore o peggiore, ma distingue: ci sono quelli che fanno certe gare e quelli che ne fanno certe altre, come ci sono i ciclisti fighetti della domenica. Distingue e distingue ancora, da buon sacerdote di un mondo che sente sacro, che non può, né deve essere confuso con altri. Non può essere confuso con quello degli automobilisti, ulteriore generalissima distinzione, ma neppure con…

Penso che se Nicola avesse deciso di scrivere un ulteriore capitolo, avrebbe distinto il mondo dei bike messanger dal resto dell’umanità; posseduto e divorato ormai dalla sua passione, come Socrate dal suo daimon.

Quello che non voleva essere romanzo, finisce per essere, quantomeno, novella, con la sua trama, a dispetto della prefazione. Pagina dopo pagina, il lettore a chiedersi a quale gara parteciperà Nicola, se avrà fortuna nel lavoro; se consegnerà quel pacco attraversando di notte, sotto la pioggia che si mescola col sudore, le strade sterrate dell’hinterland torinese, ormai fatte di fango.

Non è un romanzo, ma ne ha certo il ritmo: l’entusiastica foga di narrare, non si fa ingabbiare nei tecnicismi, nell’apparente, desiderato distacco. Se la bici ha preso il corpo di Nicola, trasformandolo in un essere mitologico, come egli stesso confessa, la narrazione gli ha preso le mani, guidandole sulla tastiera.

Non è un romanzo, dunque, ma la breve storia di un’esistenza, dove infine Nicola ci ha raccontato come ha raggiunto la felicità, e l’arbitro cinquantenne che ha ormai venduto le sue auto e va al lavoro o al campo di calcio in bici, alla fine, con un sorriso abbozza: “E già! Hai proprio ragione, figliuolo”.

Il Link a Mess-Life.

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