Nove-diciotto - Dell’alienazione

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Nove - diciotto

Dell’alienazione

Alberto Baroni

Jona Editore, Torino, 2017

“Nessuno dei personaggi che affollano le strisce è indispensabile, ma tutti contribuiscono a dare vita all’unico protagonista vero: l’azienda stessa. Ognuno s’immedesima nella figura aziendale che gli è stata assegnata, impiegato, operaio, dirigente… e, come un personaggio di un rolegame fantasy, cerca di farla sopravvivere ad ogni costo fino all’ora dell’uscita”.

Più volte ho letto e riletto il passo dell’introduzione in epigrafe, non riuscendo a mettere esattamente a fuoco il mio pensiero, che ondivago si spostava tra Marcuse e Hobbes. L’uomo a una dimensione o il Leviathan? Si tratta di azienda o di Azienda.

Se il volume, con le sue strisce essenziali – mai banali, ci narra in tono grottesco e divertito le vicende di un gruppo di impiegati del post-moderno, d’altro canto uno strisciante senso di angoscia s’incunea sordo tra i riverberi del tablet e gli atti di pensiero.

È del tutto evidente che per il momento la società tecnologica ha vinto la sua partita e ha imposto il suo ordine fondato sulla facile profezia del filosofo tedesco: “Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico”.

Quest’aspetto emerge del tutto lampante dalle spiritose situazioni che Alberto Baroni sapientemente riesce a dosare, con un’incredibile nota di ironia e, spesso, di leggerezza. Credo di non sbagliare, nell’indicare in questa capacità ossimorica, in limine tra divertimento e angoscia, la chiave esplicita della tetralogia di fumetti; oltre l’accattivante tratto di matita, non privo di insidie tecniche brillantemente risolte, che da antico fallito fumettista gli ho dovuto fortemente invidiare.

Però tornando al dilemma iniziale, rimane la questione: azienda o Azienda?

Se Carlo V fu, politicamente, il padre dello stato moderno, è altrettanto indubbio che Thomas Hobbes ne fu il teorico. Filosofo della modernità con la sua metafisica nichilista, è il padre della filosofia politica da allora ai giorni nostri, almeno per come la conosciamo.

Al netto della visione autoritaria e volontaristica del potere (il rapporto tra sovrano e suddito è face to face, ogni comando è legge positiva, perché ius positum, posto) è, ormai da tempo, chiaro alla comunità scientifica il valore fondante dello stato moderno da parte del pensatore inglese. E questo è lo stato, la pseudo forma di democrazia, che hanno ereditato e tanto criticato i francofortesi, tra i tanti.

Ora, lasciando cadere tutte le infinite questioni verso le quali questa discussioni ci porterebbe, mi piace soffermarmi sull’immagine riprodotta sul frontespizio del Leviathan, l’opera dove la teoresi gius-filosofica dell’inglese ha raggiunto il suo apice.

Forse è stata solamente la presenza di questo frontespizio, che vuole con le immagini dare la plastica visione della speculazione, che mi ha suggerito il dubbio, risvegliando ceneri che covavano ormai da oltre un quarto di secolo.

Lasciando perdere le immagini nei riquadri inferiori che rappresentano la dicotomia tra potere temporale ed ecclesiastico – tutti assunti dal sovrano; dedicherei maggiore attenzione all’immagine del gigante che sovrasta le colline che digradano verso la città. Il corpo, simbolico, del sovrano è costituito dalla somma dei corpi di tutti i sudditi, simbolo del patto sociale, attraverso i quale l’uomo è uscito dal ferino stato di natura, dove il “diritto illimitato di ognuno su tutte le cose” si scontrava con quello degli altri. Solo la rinuncia a questo illimitato diritto di natura ha consentito la formazione dello stato, l’unico soggetto, o meglio meta-soggetto, che garantisce quello che era assolutamente precario nello stato di natura: la vita.

Ecco, e a questo mi ha fatto pensare l’opera di Alberto Baroni, la vita; ma quale tipo di vita? Non era forse già in germe tutto contenuto in quest’immagine? La “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà” di Marcuse, non è forse l’esercizio, apparentemente ragionevole, addirittura auspicabile, di una tirannia assoluta e celata dietro l’apparente ragionevolezza del diritto che cede a quella economica?

I personaggi di Alberto Baroni non rinunciano ai loro diritti di lavoratori, di uomini quindi, pur di continuare a far parte dell’Azienda, questa volta hobbesianamente personificata? Certo che rinunciano, in cambio della vita: della sussistenza vitale; neppure più per l’ordinata convivenza entro l’ordine del consorzio civile, se mai vi è stato.

La rinuncia ai diritti dei lavoratori, che la politica del mondo occidentale tutto impone, lo si assume fondato sulla razionalità intrinseca, sul valore oggettivo delle leggi economiche che dettano la vita del mercato.

Ma il predominio di questa nuova spietata oligarchia della ricchezza, nel nome della deregulation, si afferma dopo che Amartya Sen ci ha spiegato quale sia il rapporto tra etica ed economia; dopo che Natalino Irti, con L’ordine giuridico del mercato, ci ha spiegato che questi è un luogo artificiale, formato da scelte politiche, attraverso il medio della tecnica legislativa. Le norme (costitutive, in quanto creano qualcosa che prima di esse non esisteva) sono strumenti appunto costitutivi del mercato. Tesi ormai accettate da, pressoché, tutti gli economisti.

Eppure, dimostrata la fallacia teoretica di una pretesa visione economicista del mercato, dominato dall’oggettività scientifica al pari della matematica, è rimasta vincitrice l’oligarchia portatrice di questa visione.

Unico diritto rimasto al lavoratore è quello alla vita, oggi alienata, senza più neppure la possibilità di ribellarsi al potere, cosa che almeno Hobbes concedeva al condannato a morte.

Siamo tornati allo stato di natura? Paiono chiedere, tra un sorriso e l’altro, le strisce di Albero Baroni.

 

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