Le pipe tra lo Jonio e il Tirreno - Intervista ad Antonio Azzinnari

Scritto da

Le pipe tra lo Jonio e il Tirreno

Intervista ad Antonio Azzinnari

Il mondo della pipa italiano ha una storia nobile, importante. Una storia che in questi ultimi tempi sta vivendo una sua particolarissima renaissance. Una rinascita non certo epocale, legata ai marchi storici, ma come il Rinascimento che conosciamo dai libri di storia, che pone al suo centro l’uomo. In questi ultimi anni, si è potuta vedere una nuova generazione di artigiani affacciarsi e sfidare il monopolio dei grandi produttori di pipa, italiani e stranieri. Non è certo una novità del tutto inedita, ma che in quest’occasione sembra avere tutte le caratteristiche per rivendicare la propria irripetibile peculiarità.

Porre al centro l’uomo, si diceva; ecco, appunto, se c’è qualcosa di veramente affascinante in questa nuova ventata di freschezza, che passa attraverso la fatica del duro lavoro manuale, lo studio, il sudore, è appunto l’artigiano che ritroviamo in ogni pipa che egli realizza. È come se quel piccolo pezzo di radica lavorata voglia trasmettere l’uomo che c’è dietro, con tutte le sue insicurezze, le sue paure, le sue angosce, nello sforzo di superarle, nella tecnica, col compimento di qualcosa che, ogni volta, si fa unico irripetibile: quella singola pipa. E quella singola pipa pretende di parlare al suo destinatario, al fumatore, dirgli dell’artigiano, ma anche qualcosa intorno allo stesso fumatore.

Vale la pena gettare un’occhiata su questo mondo, all’apparenza così distante nel tempo, per apprendere una nuova misura dell’umano, attraverso la reinterpretazione che ne sanno dare questi uomini.

La prima storia che racconteremo è quella di Antonio Azzinnari, attraverso le sue stesse parole. Un uomo del profondo sud. Un uomo che, a dispetto dell’età, incarna quello che, nella nostra immaginazione, dovette essere un uomo del sud di vecchio stampo, con la sua generosità, capacità di darsi, l’antico e radicato senso morale.

 

Antonio Azzinnari, un passato da emigrante in Belgio, perché sei tornato in Calabria?

Avevo trovato lavoro in Belgio, ma sono dovuto tornare in Italia perché non sono riuscito ad acquisire il diritto di rimanerci: avevo solamente un contratto di lavoro a tempo determinato. Secondo la legislazione belga, se non hai un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, per un certo periodo, perdi il diritto di risiedere; così, per non essere espulso e perdere la possibilità, di tornarci, un giorno, ho lasciato il paese volontariamente, tornando in Calabria.

Antonio, com’è vivere in Calabria oggi?

In Calabria si potrebbe vivere veramente bene. La sua posizione geografica è perfetta, sotto tutti i punti di vista, le potenzialità che ha questa terra sono incredibili. Manca il lavoro, mancano le giuste politiche per valorizzare le nostre risorse. Siamo costretti a vivere alla giornata.

Torneresti in Belgio?

È un mondo totalmente diverso dalla mia terra, ma mi ero ambientato piuttosto bene, se avessi la possibilità, ci tornei volentieri.

Quando è avvenuto il tuo primo incontro con le pipe?

Fu un caso. Non avendo un lavoro fisso, mi sono sempre arrangiato, facendo lavoretti di manutenzione per la casa, giardinaggio, cose del genere. Capitò che un mio amico, un insegnante in pensione di Educazione Tecnica, Santo Serra, mi chiese di realizzare una recinzione intorno alla sua casa. Era un pipemaker dilettante e un giorno, finito il mio lavoro, mi volle fare vedere il suo piccolo laboratorio. Come entrai, fui subito affascinato, attratto dai ciocchi di radica, dai manufatti che lui realizzava. Dal quel momento, ogni giorno, finito il mio lavoro, andavo a vedere come lavorasse. Alla fine gli chiesi se poteva farmi una pipa; lì per lì, mi disse di sì, ma dopo qualche giorno, notando il mio interesse per il suo lavoro, attraverso le continue domande che gli facevo, mi ha chiesto se veramente volevo una pipa. Risposi di sì, con entusiasmo; lui prese un pezzo di radica e mi disse “Tieni, fattela da solo”. Non me lo sono fatto ripetere due volte, iniziai a lavorare quella radica, a capire come forarla, come lavorarla e piano piano, con santa pazienza, feci la mia prima pipa. Da quel momento la mia passione è cresciuta di giorno in giorno, mi ha preso una sorta di mania, non riuscivo a passare giorno senza che dovessi mettere mano a un pezzo di radica.

Hai proposto le tue prime pipe su Facebook, quali sono state le reazioni dei fumatori e le tue alle loro critiche?

Dopo aver realizzato da solo alcune pipe, esclusivamente da autodidatta, mi sono trovato a esplorare gruppi di pipa su Facebook. Un giorno, presi il coraggio a due mani e postai la foto di una delle mie prime pipe, solo per il piacere di condividere questa mia esperienza. Fatto sta che mi hanno praticamente massacrato con le critiche. Pensai che anche quella poteva essere un’occasione di crescita. Più mi criticavano, più desideravo dimostrare a chi mi criticava, e soprattutto a me stesso, che ero in grado di fare buone pipe. Come una spugna ho assorbito le critiche, invece di respingerle. Ho sempre pensato che l’unica strada per imparare a fare una cosa sia l’umiltà, soprattutto se ti proponi di fare qualcosa che non conosci.

C’è qualche marchio storico a cui ti ispiri particolarmente?

No. Anche se nel corso di questa mia, ancora breve, esperienza ho avuto modo di restaurare o, comunque, rimettere a posto centinaia di pipe importanti, di vari marchi. Credo sia essenziale fare un tal genere di esperienza, perché lavorare su pipe classiche di marchi storici ti lascia, prima di tutto, un segno nella memoria visiva e nella manualità che richiede fare una pipa. Non puoi pensare di avere una tua cifra senza conoscere quello che è venuto prima di te; neppure puoi pensare di apprendere quelle forme solo da delle foto: le pipe, se vuoi che ti trasmettano qualcosa, le devi maneggiare, osservare e osservare nuovamente, notare le piccole, piccolissime differenze che, spesso, a una prima occhiata non vedi neppure.

Qual è la forma di pipa che preferisci fumare?

Intanto, deve essere dritta o, al massimo, semicurva. Come forma preferisco le bent Rhodesian (semicurva, ovviamente), oppure la classica Billiard, Liverpool, Canadian, pipe dritte, insomma, come dicevo. Una pipa che amo molto per le caratteristiche di fumata è la Pot. Le scelgo in funzione del tipo di tabacco che, di volta in volta, voglio fumare: non tutte le pipe rendono allo stesso modo con tutti i tabacchi.

Quale preferisci fare e perché?

Be’, non c’è uno specifico tipo di pipa che amo fare. Piuttosto, mi piace realizzare le pipe che mi impegnano di più, a prescindere dalla forma. Maggiori sono le difficoltà tecniche, più provo piacere a superarle. A volte queste difficoltà si triplicano, ma sono quelle che ti fanno capire fin dove puoi arrivare, a che livello è la tua tecnica, in cosa devi migliorarla.

Due grandi amici ti hanno aiutato nel tuo pescoso professionale Vitaliano Posella e Lamberto Pavesi, vuoi parlarcene?

Questa mia esperienza mi ha dato l’opportunità di conoscere due grandi persone. Lamberto Pavesi è stato il primo a spronarmi ad addentrarmi in questo mondo, a spingermi a diventare artigiano delle pipe, incoraggiandomi sempre, standomi vicino, come un padre o un fratello, non saprei dire.

Vitaliano Posella è, secondo me, il più un grande artigiano calabrese. Ho avuto la fortuna, non solo di poterlo conoscere, ma soprattutto di poter ricevere consigli e insegnamenti da lui. Sicuramente è questa a cosa più preziosa di cui gli vado grato, in un mondo dove ormai offrire il proprio tempo, la propria conoscenza, dove il desiderio che questa conoscenza venga trasmessa, è quasi impensabile. Ogni volta che l’andavo a trovare, era come immergersi in un mare pieno di tesori, tutte cose nuove per me. Senza di lui sarei ancora molto indietro nel mio percorso di crescita. Un grande artigiano, ma soprattutto un grande uomo per nulla geloso della sua arte.

Cosa ami fare nel tuo tempo libero?

Averne tempo libero… Mi piace godere la vita, possibilmente fumando una pipa.