[Cose da grandi] Annalisa Gimmi intervistata da Renzo Semprini Cesari

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Cose da Grandi parla di immigrazione, di animali, di vita di strada. Quale di questi temi ti è più caro e quale è stato più difficile trattare?

Non credo ci sia grande differenza. Tutto dipende dall’empatia. Posso dire che inizialmente avevo pensato di parlare esclusivamente del rapporto uomo-animali, ma poi è venuto da sé spostare l’asse del racconto da uomo/animali a indifferenza/sofferenza. Quando si sente qualcuno affermare che non bisogna preoccuparsi degli animali perché “tanto sono solo bestie”, mi vengono immediatamente in mente situazioni in cui qualcuno scaccia in malo modo un mendicante perché si sente in diritto di umiliarlo, o affermazioni assurde e aprioristiche sugli immigrati e sul fatto di rispedirli ai loro paesi. In realtà in tutti questi casi c’è mancanza di empatia. La non volontà di cambiare il punto di vista, per mantenere una sorta di primato e credersi più importanti rispetto alla vita e alla sofferenza di altri esseri viventi. Io oggi mi occupo attivamente di diritti degli animali, ma sono convinta che se fossi vissuta alla fine dell’Ottocento in Inghilterra sarei scesa in piazza per reclamare il diritto di voto alle donne. Se fossi nata negli Stati Uniti, avrei combattuto per l’abolizione della schiavitù. Negli anni Cinquanta del Novecento avrei sfilato a fianco di Martin Luther King, negli anni Settanta con Harvey Milk. È una lunga battaglia per la liberazione e il rispetto che l’uomo combatte da secoli.

Il protagonista è Karim, un ragazzo siriano di diciassettenne anni che a causa della guerra nel proprio Paese è costretto a costruirsi una nuova esistenza. Hai solo immaginato ogni accadimento oppure ti sei documentata?

Purtroppo non conosco la Siria, ma ho viaggiato molto in altri Paesi del Medio Oriente. Il paesaggio, il modo di vivere lo conosco bene. Per quanto riguarda invece l’attuale situazione di questo terribile conflitto che sta distruggendo cose e persone, oltre alle notizie che i vari mezzi di informazione fanno arrivare in Europa, ho un canale di contatto diretto con quello che è conosciuto come il Gattaro di Aleppo. Quest’uomo, che ha perso tutto a causa della guerra, da anni lavora per una ONLUS francese e porta soccorso alle persone senza casa né cibo. Per sua iniziativa personale, e con il sostegno di molti stranieri, ha poi creato un rifugio per gli animali (in particolare gatti) abbandonati nelle vie della città, terrorizzati, affamati, spesso feriti, e ha dato loro ricovero e cure. Di fianco a questo rifugio è sorto anche un orfanotrofio per i bambini rimasti soli. Alaa (il gattaro) sostiene anche questa iniziativa, porta regali e un sorriso a bambini e spesso li fa interagire con i gatti, in una sorta di pet-therapy che dà sollievo agli animali abbandonati e regala un momento di gioia ai bimbi che non hanno più nessuno. Ogni giorno arrivano aggiornamenti e immagini dalla città. Aleppo oggi è una montagna di macerie. È assurdo a che livelli di male può arrivare la crudeltà umana.

Parte della storia è ambientata a Napoli della quale hai sottolineato, per esigenze di storia, più gli aspetti loschi che quelli folcloristici, caldi e generosi, e altra parte è ambientata a Roma. Che rapporto hai con queste due città?

Karim sbarca dopo un naufragio del suo barcone sulle coste del Sud Italia ed era inevitabile che nei suoi spostamenti arrivasse in una città del Sud (poi su, fino a Roma). Napoli è una delle città più belle che io conosca. Bella nelle parti eleganti del suo Lungomare, del centro, di Piazza Plebiscito e di via Toledo. Ma ancora più bella nei vicoli vivi e sonori, popolati da persone davvero calde e generose. Per questo mi è piaciuto parlarne nel libro. Ho scelto però di presentare il lato nero della città, perché si tratta di una realtà che sporca, corrompe la sua bellezza e la vera essenza. È una malattia profonda che va estirpata. Perché la vera Napoli è un’altra. Eppure gran parte della vita del posto è gestita da alcuni burattinai che si sono fatti sempre più forti da quando al coltello hanno sostituito armi sofisticate. Questa gente corrompe i giovani, e davvero li spinge a superare ogni senso di pietà costringendoli a torturare gli animali. È il primo passo verso l’annientamento delle coscienze. Così questi ragazzi possono facilmente diventare i burattini che loro cercano per farli muovere a loro piacimento, inducendoli a compiere reati sanguinosi senza sporcarsi le mani in prima persona. E forse proprio da un’azione volta alla salvaguardia degli animali potrebbe nascere un lavoro di recupero dei ragazzi (e, a volte, addirittura bambini) a rischio.

Per quanto riguarda Roma, invece, è una città dove vado spesso perché ci vivono dei carissimi amici. Con loro ho imparato a conoscere i colori, gli odori, le atmosfere. L’incontro di Karim con il barbone Carl avviene sulla riva del Tevere, al tramonto. Sono dorati, i tramonti, a Roma. è in questa atmosfera che ho immaginato la scena.

Parliamo di te. Che studi hai fatto? Quale è stato il percorso che ti ha avvicinato alla scrittura?

Io sono una prof di italiano latino in un Liceo delle Scienza umane. È un lavoro che ho intrapreso da giovane senza molta convinzione. Invece ho scoperto che è proprio il lavoro giusto per me. Stare con i ragazzi mi diverte e mi regala ogni giorno stimoli nuovi e positivi. Non mi sembra neppure di lavorare… Parallelamente a questo, però, ho cominciato a scrivere già dagli anni dell’università. Ho pubblicato alcuni racconti, ma soprattutto ho cominciato ad occuparmi (e mi sono occupata per molto tempo) di letteratura del Novecento. Ho pubblicato saggi, e poi ho collaborato con la pagina culturale di quotidiani nazionali. All’inizio della mia attività ho scritto anche tre romanzi. Uno (per ragazzi) era stato accettato da una grande casa editrice di Milano, ma poi la sorte avversa ha voluto che una ristrutturazione interna facesse cadere quel progetto. Io intanto mi dedicavo sempre di più alla saggistica. Nel 2002 ho pubblicato Il mestiere di leggere (il Saggiatore), una storia delle pubblicazioni della Casa editrice Mondadori vista attraverso i pareri di lettura, documenti editoriali di grande interesse per gli studiosi. Poi è nata una lunga passione per il poeta salernitano Alfonso Gatto. Dopo averne stilato, in collaborazione con Marta Bonzanini, la bibliografia completa e ragionata (un’impresa titanica…), ho pubblicato due sue raccolte di inediti e rari: Il Gatto in poltrona (una raccolta di critiche televisive) e Ballate degli anni, inedite in volume, scritte per la trasmissione televisiva Almanacco di storia, scienza e varia umanità (1963).

Intanto però si stava sviluppando e prendeva sempre più spazio nella mia vita la passione per gli animali. Così ho pensato di affrontare la sfida di un volume di divulgazione sull’argomento, ed è nato Bestie come noi (Effigie, 2016) che prende in considerazione vari aspetti del rapporto uomo-animali, e sostiene la tesi che una maggiore attenzione al benessere animale può portare a un miglioramento anche della qualità della vita umana.

Ora sono tornata alla narrativa, perché ho trovato un argomento che mi ha preso tantissimo. E il fatto di veder pubblicato ora un mio romanzo, a distanza di tanti anni dalle prime scritture, è una gioia davvero grande.

 

Cane, gatto o capra? Hai qualche animale?

Assolutamente gatto. Ne ho due, bellissimi, che riempiono di gioia le mie giornate. Io stessa mi sento molto gatto. Mi piace la solitudine, quando la scelgo. Mi piace la socialità quando ne sento il bisogno. Sono pigra, ma anche curiosa e mi piacciono le sfide. Insomma, un gatto.

Certo, non disdegno né il cane né la capra, ma neppur gli animali più dimenticati o meno amati. Ora, mentre scrivo, ho un piccione ferito nel trasportino dei gatti… spero di poterlo liberare oggi stesso.

Mai viaggiato su un treno senza biglietto? Potresti raccontarci una tua avventura?

Sono una prof, e in questo sono molto ligia al dovere e alle regole. Beh, di viaggiare senza biglietto in verità mi è capitato (e di sfuggire l’arrivo dl controllore)… però solo per necessità, cioè arrivata in stazione all’ultimo minuto, avrei rischiato di rimanere a piedi. Arrivare in ritardo, soprattutto quando la puntualità sarebbe essenziale, è un difetto che non riesco a togliermi.

Quanto alle avventure, ne posso raccontare due, sempre legate ai viaggi.

Una volta, in pieno inverno, sono stata nel Nord della Germania. Faceva un freddo incredibile. Sono entrata, con l'amico che viaggiava con me, nella basilica di Costantino a Treviri e ci siamo fermati un po’ sulle sedie a chiacchierare. Quando ci siamo alzati per uscire, ci siamo resi conto che la Basilica era stata chiusa per la notte e che noi eravamo rimasti “intrappolati” dentro. Con una temperatura da cella frigorifera. Non è stata una bella sensazione. Per fortuna, abbiamo visto che in fondo alla costruzione c’erano dei lavori in corso e, scavalcando la zona interdetta al pubblico, siamo riusciti a scovare una porticina delimitata da un nastro che ne impediva l’accesso. Ovviamente lo abbiamo ignorato e…la porta era aperta. Quindi uscimmo a riveder le stelle (meno male!).

Un’altra vera avventura invece è sempre prendere un’auto in affitto e guidare nel traffico delle grandi città mediorientali. Ricordo in particolare le esperienze di Istanbul, Tal Aviv e, soprattutto, Amman. Il traffico è più che caotico e, in quest’ultima città, non esiste una struttura viaria che permetta di orientarsi… un vero incubo. Però, una volta uscita dal centro verso il deserto dove eravamo diretti per visitare i castelli omayyadi, è stato fantastico. La strada filava dritta in mezzo al nulla ed era percorsa in particolare da camion diretti in Arabia Saudita o in Iraq. Infatti ogni tanto incontravamo indicazioni (sempre nell’unica direzione possibile. Così, come promemoria…) con la scritta “Bagdad”. Sembrava di volare e il desiderio di arrivare a questa meta che sa di sogno era fortissima. Per fortuna (o purtroppo) anche quando viaggio la prof viene sempre con me, così a un certo punto siamo ritornati in città. Il deserto è certamente il luogo più emozionante, per me. Quello spazio infinito ha su di me lo stesso effetto del mare, ma racchiude più misteri. Dà più la sensazione della limitatezza dell’uomo. Bellissimo.

Come sei arrivata a Jona Editore?

Quando ho scritto Cose da grandi, pensavo a un editore che potesse credere in una storia così schierata dalla parte degli ultimi. Ci voleva un editore anche coraggioso, e che fosse aperto a queste tematiche. Ho conosciuto poi i libri di Mara Genotti Brat, con il gatto Grumo di polvere, e ho pensato che forse Jona poteva essere il posto giusto. Ho poi scoperto che è un editore nuovo, giovane. Che accetta sfide e sperimentazioni. Mi è piaciuto. Così ho inviato il testo ed è stato accettato. Sono molto felice di far parte di questa avventura (già, perché anche questa è davvero una bella avventura…)

Torniamo a parlare del romanzo. Invisibilità e sofferenza dei più deboli: credi che oggi si stia facendo qualche cosa? Se potessi suggerire tre azioni ai parlamentari e al legislatore diresti… ?

È strano. Si sta muovendo qualcosa a livello di consapevolezza nei confronti degli animali, per fortuna. Molto meno al livello degli esseri umani. Basti pensare ai rigurgiti di razzismo e di xenofobia legati proprio all’immigrazione. Non voglio dire che questa situazione non rappresenti un’emergenza che va affrontata con molta attenzione e risolta. Tutt’altro. Però a volte mi sembra di essere tornata negli anni del boom, quando il Nord si sentiva “invaso” dai lavoratori che arrivavano dal Sud Italia. Ma poi tutto si è sistemato e oggi queste differenze non sono più percepite. Io spero che tra poco l’Italia si abitui alla grande sfida del futuro, cioè il fatto di essere diventata una società multirazziale, e che è in questo che sta il vero domani. La storia (magistra vitae) dovrebbe avercelo già mostrato. È impossibile fermare lo spostamento dei popoli, perché fanno parte delle vicende umane. Chi soffre la fame o rischia la vita quotidianamente cerca di andare a vivere dove si sta meglio. Così è stato per l’Impero romano che ha accolto al suo interno le popolazioni germaniche. Così è accaduto negli Stati Uniti (e in tutta l’America) quando eravamo noi a emigrare. Ma è proprio dalla convivenza delle diverse culture, non dall’immobilismo, che nascono le nuove civiltà.

A parlamentari e legislatori chiederei leggi più aspre (davvero aspre) contro chi incrudelisce sugli animali. È la cosa più vile che esista mostrare i pugni (o le armi) contro chi non può difendersi. E controlli rigidissimi negli allevamenti, che sono i lager di oggi. Questo, chi consuma carne dovrebbe saperlo e chiedere almeno il rispetto di questi esseri vivi che trascorrono un’esistenza al buio, tra le feci, senza rapporti affettivi (anche gli animali ne hanno bisogno, eccome!) e imbottiti di antibiotici per evitare malattie di massa – e questi antibiotici, come oggi siamo consapevoli, finiscono inoltre nei piatti -. È una vergogna. Infine chiederei che le pene inflitte fossero realmente fatte scontare. C’è un’idea di impunità del reato che sta pericolosamente risvegliando la legge della giungla del "farsi giustizia da soli". È un pensiero pericolosissimo.

Vorrei chiederti di immaginare il sequel di Cose da Grandi, ma rischieremmo di spoilerare, allora ti chiedo di immaginare il prequel. In poche righe: cosa facevano Karim e Martina quando avevano cinque anni? In che cosa erano diverse, se lo erano, le loro vite?

Karim e Martina a cinque anni avevano vite completamente diverse. Martina viveva nella campagna laziale, piena di verde, di coltivazioni, di animali al pascolo. Ha potuto pianificare i suoi studi e il suo futuro. Da bambina, andava a messa alla domenica e ha sempre festeggiato il Natale. Ha imparato a correre in mezzo all’erba e a riposarsi nel fienile della masseria.

Karim invece a cinque anni si trovava nella polverosa periferia di una bellissima città. Ha visitato qualche volta i monumenti per cui tanti turisti arrivavano ogni anno da lontano. L’ha accompagnato il suo papà che era molto orgoglioso della sua nazione, tanto da aver deciso di tornarci dopo gli studi in Italia. Karim, poi, aveva come compagna di giochi una capra e la accompagnava a piedi nudi verso il greto di un fiumiciattolo dove era possibile trovare erba e cicoria selvatica. Andava in moschea al venerdì e tutti i giorni pregava Allah.

Ma queste, a pensarci, sono differenze da niente. Karim e Martina a cinque anni erano solo bambini. Felici, curiosi, in attesa del domani. Perché i bambini sono tutti uguali, ovunque siano nati. È poi la vita decisa dagli adulti a permettere loro di crescere felici o a costringerli disperati alla fuga.

Ultima domanda: progetti editoriali per il futuro?

Premetto ch io scrivo solo durante le lunghe vacanze estive. I mesi invernali sono di preparazione, di pensiero. Ora mi è tornata in mente una situazione che avevo descritto in uno dei miei romanzi giovanili. Ci sto pensando e forse potrei riprenderla e riscrivere la storia, che mi sembra ancora intrigante e valida. Oppure potrei scrivere altro, ancora seguendo il mio amore per gli animali. Non so. Mi affiderò a quello che la primavera farà germogliare.

 

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