Serena Barsottelli - La morte di Antropologo

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Ventuno maggio

Adamo non sapeva di stare per morire, ma in fondo quando arriva quel momento nessuno lo sa davvero, o almeno non dovrebbe saperlo. Alcuni se ne illudono, certo, ma la consapevolezza della morte era una verità che si arrivava a sfiorare soltanto quando il cuore si fermava, e anche il respiro. L’unico modo per esserne sicuri era farla finita da soli.

Aveva rischiato più volte di morire, soprattutto quando era molto piccolo e i suoi genitori erano presi da altro, quasi-morti per altro. Allora aveva capito che ficcarsi la droga in vena era come morire o morire un poco per volta, ma da lì a riempirsi la bocca di pasticche e a tirarle giù tutto d’un fiato ne passava di strada.

Tutto l’occorrente era riposto in un armadietto, non il classico armadietto delle medicine pieno di scatolette arancioni con il tappo bianco. Andrea teneva tutto l’occorrente in un mobiletto chiuso con un lucchetto, ma una sera aveva dimenticato la chiave sul tavolo in metallo al centro della cantina, e allora Adamo aveva colto l’occasione e si era ingegnato. Aveva fatto in fretta, aveva raccolto tutto quello che aveva potuto, ottenendo una manciata di coriandoli di ossicodone, codeina e morfina. C’erano anche dei cerotti al fentanil, ma quelli erano vistosi se applicati sulla pelle, e Adamo voleva realizzare il suo esperimento in segreto, seguire le orme di Andrea senza esser visto. Se c’era un modo per ottenere l’amore di Andrea, Adamo aveva pensato, era morire, o meglio ancora stare per morire. Intendeva, con quel suo modo soltanto in apparenza semplice di ragionare, morire quel tanto che bastava a non farlo veramente. Voleva essere riportato indietro, aiutando così Andrea a realizzare il suo sogno di salvare dalla morte la vita di qualcuno, e se stesso, perché solo se fosse morto allora Andrea lo avrebbe amato.

Era il giorno uno del suo auto-avvelenamento: solo dosi piccole, una pillola bianca e una giallognola per iniziare, la mattina, dopo colazione. Niente pasticca dopo pranzo, meglio aspettare l’ora di cena: ne avrebbe aggiunta un’altra, quella incapsulata e difficile da inghiottire. Avrebbe potuto aprirla, diluirla con acqua e iniettarsela in vena, ma Adamo aveva paura degli aghi, perché una volta sfilando la siringa dal braccio di sua madre si era bucato la punta del dito. Il sangue, ricordava, aveva iniziato a sgorgare fuori dalla fessura e a sporcare la pelle, la pelle bianca che si andava inzozzando di rosso, e poi di marrone quando il sangue divenne secco. Nessuno grattò via lo sporco, nessuno lo ripulì dalla paura.

E adesso aveva paura? Sì, molta, avrebbe dovuto annotarlo su un pezzo di carta e nasconderselo in tasca, perché se le cose non fossero andate come sperava, Andrea lo avrebbe trovato, letto e capito. Forse l’avrebbe raggiunto, sì, perché ogni giorno che passava Adamo era sempre più sicuro che soltanto morendo, Andrea lo avrebbe amato.

E allora muori, aveva esortato se stesso, ma senza crederci davvero, perché le scelte estreme lo terrorizzavano, soprattutto quelle da cui era impossibile tornare indietro.

Dopo la dose serale aveva fatto sogni agitati, e le pareti dell’enorme teca in cui dormiva, quella dalla finestrella sempre aperta e da cui poteva uscire quando voleva, avevano subito una trasformazione strana, forse magica. Andrea parlava spesso delle streghe, e Adamo, in dormiveglia, aveva visto il soffitto abbassarsi un poco alla volta, millimetro dopo millimetro; alle tre di notte, quando la sua fronte sfiorava la parte alta della teca, tra la febbre e l’incubo si era chiesto se fosse stato lui a rimpicciolire.

La mattina del secondo giorno Adamo si era svegliato con un forte mal di testa. La teca era ancora intatta, aveva persino la finestra spalancata, così il bambino si affacciò fuori, mise anche un braccio al fresco dell’aria della cantina, e respirò, respirò più che poté, finché i polmoni non furono troppo pieni e iniziò a tossire.

Non so morire.

Chi lo sapeva, in fondo?

Mia madre non me l’ha insegnato bene.

Allora Adamo pensò che non poteva morire così, no, non tanto perché non fosse pronto, ma perché anche la morte lo avrebbe rifiutato. Solo Andrea l’aveva accolto, e forse sarebbe stato meglio che non lo avesse fatto, perché quando l’aveva rassicurato dicendogli di essere con lui, Adamo gli aveva creduto.

Ventidue maggio

Andrea arrivò in cucina e trovò Adamo intento a preparare la colazione: pensò che avesse i capelli più spettinati del solito, e un poco puzzava, perché i bambini, come le carogne, hanno quell’odore forte e piacevole di morte.

«Buongiorno, Adamo».

Adamo non rispose: continuò a versare il caffè nella tazza finché non ne uscì un poco fuori, sporcando il ripiano bianco della cucina. Era come il sangue, pensò, un sangue ancora fluido ma dal colore tipico di quando è rappreso; e anche la bollitrice quando fischiò lo trovò impreparato, ma Adamo sperò che Andrea non si fosse accorto della sua paura. Ad Andrea piaceva la paura, e quando trovava qualcosa che gli piacesse tanto, faceva cose strane. Si chiudeva in cantina, altre volte nel bagno, e una volta dallo spioncino della porta Adamo l’aveva visto davanti allo specchio trasformarsi in un mostro terribile, con le braccia gonfie, e la bocca deforme, e le gocce di sudore che gli correvano lungo tutto il corpo. Allora Adamo aveva capito che la paura era una cosa brutta, da cui tenersi lontani, anche se altri effetti, certo, a lui sconosciuti dovevano essere piacevoli, perché quando Andrea usciva dal bagno aveva un’espressione più serena, e un profumo buono tra le mani. Una volta l’uomo gli aveva accarezzato il viso e Adamo si era trovato la guancia appiccicata, ma non aveva potuto chiedere niente, perché aveva paura.

La mattina della colazione, Adamo asciugò in silenzio la pozzanghera di caffè e continuò ad ascoltare i discorsi di Andrea, che gli apparivano più confusi, ma solo perché aveva dormito poco e male, e non sapeva usare la voce per chiedere spiegazioni. Adamo non aveva mai imparato a parlare, un giorno forse avrebbe dovuto.

«Non mi sento molto bene» disse Andrea, mentre Adamo gli si portava dietro le spalle.

Aveva mangiato tutto, come previsto: Adamo conosceva Andrea, lo conosceva bene.

Non mi ha mai amato.

«Meglio se mi sdraio un poco, Adamo. Ti dispiace?»

Andrea indicò con la mano destra la confusione nella cucina.

Non mi amerà mai.

Allora Andrea si coricò sul divano e l’ultima cosa che vide fu la data cerchiata in rosso sul calendario: era giorno di raccolta, di raccolta di bambini, ma si sentiva troppo debole, adesso, e non avrebbe retto la tensione.

Era il ventidue maggio duemiladiciannove.

Adamo controllò la riserva di pasticche che gli rimanevano: ne aveva ancora alcune, per lo più quelle gialle. Erano le più forti, l’aveva sentito dire da Andrea quella volta in cui la sedazione di un topolino non era andata a buon fine.

Aveva fatto i conti per bene, si era detto, l’aveva fermato in tempo: se ne fosse arrivato un altro, un altro bambino, non ci sarebbe stato più posto per lui. Forse Andrea lo avrebbe affidato alle streghe, quelle che ogni notte graffiavano la schiena dell’uomo, e che lo chiamavano, lo chiamavano a gran voce per chiedergli altro sangue. Adamo l’aveva sentito raccontare di un pegno, di un tributo, di un patto da rispettare: Adamo non voleva essere abbandonato di nuovo.

Se doveva morire, quello era un bel momento: c’era il tramonto e Adamo adorava i tramonti, perché erano rossi, e tristi, e a lui piacevano le cose rosse e tristi. Gli ricordavano il sangue, sì, e le lacrime, quando si erano mescolate dopo lo schiaffo di sua madre. Era stato l’anello a ferirla, un gingillo scintillante che un giorno aveva venduto per comprarsi un po’ di roba. Non gli aveva mai regalato un pupazzo, non gli aveva mai regalato niente. L’unica cosa che gli ricordava sua madre era un cucchiaino.

È un bel momento per morire.

Adamo aveva stretto il suo pupazzo e inghiottito tre pillole, poi la notte era arrivata.

Sono quasi pronto.

Ventitré maggio

Arrivò l’alba, e Adamo l’accolse dalla sua teca: aveva staccato le imposte, perché sapeva che Andrea era debole, che non sarebbe sceso. Il veleno stava facendo effetto e lui prima di morire voleva vedere la luce: gli ricordava quando si erano incontrati nella tenda, e insieme avevano giocato con i riflessi. Poi erano fuggiti, sulla spiaggia, con i piedi appena bagnati nell’acqua, e Adamo si era sentito vivo.

Andrea non si alzò dal divano: era rimasto lì tutto il giorno, e anche il giorno prima. Pensò che Adamo fosse molto premuroso a preoccuparsi di lui, perché gli portava dell’acqua, gli bagnava la bocca con un fazzoletto, lo stesso con cui asciugava il suo sudore. E poi c’era quell’odore, in casa, quell’odore che conosceva bene e che adesso gli sembrava più forte e vicino.

«Qualcuno sta morendo, Adamo…»

Il bambino lo guardò senza dire niente.

«Sono io».

Andrea lo guardò sbattere contro la porta, poi sparì, forse verso la grande teca della cantina.

Ventiquattro maggio

Sono le nove, fatico a scrivere.

È mattina, c’è il sole, ma io non vedo il sole. Il mio sole è morto e anche io sto morendo, sì, lo sento. È morto anche il sole, è stato risucchiato dal buio, forse l’hanno preso le streghe. Sì, sono state loro, sento i loro passi sul terrazzo fuori dal portone. Stanno venendo a prendere anche me, e io sono pronto.

È morto, in cantina, non ho bisogno di scendere a controllare: l’ho sentito gridare, era la prima volta in cui sentivo la sua voce. Ho provato a scendere dal divano, ma sono caduto e quando mi sono svegliato avevo la bava alla bocca, forse anche agli occhi.

Non sapevo di poter sputare dagli occhi, ma non credevo neppure che morire sarebbe stato così, così lento, così consapevole e al tempo stesso inesorabile. Mi sento impotente, adesso. Avrei potuto salvarlo, salvarlo ancora? Salvarlo da se stesso? L’avevo scelto per questo, perché la sua luce era il mio buio al negativo, perché eravamo simili dentro, perché lui era me e io lui, ma adesso niente ha più senso. Sono solo, solo, solo, sto morendo, sto morendo solo.

Le streghe graffiano alla porta, vogliono il mio cuore. Non troveranno niente di me, se non la bava, la mia bava di verme, la scia che lascio al mio passaggio, e che si perde, come io, in fondo, mi sto perdendo.

Mi sono perso quando l’ho accolto, quando ho permesso alla luce di filtrare. E adesso sono cieco, ho la bava che mi copre gli occhi, e mi sto perdendo, sto morendo. Sono solo e sto morendo. Sono cieco, ho la bava agli occhi.