La strega e il diamante, titolo che arriva direttamente da una canzone di Mannarino, (Bar della rabbia). Come sempre potete ispirarvi dal testo originale e prendere qualsiasi direzione troviate inerente.

Le regole, sempre le stesse:

I racconti (inediti) devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it

La lunghezza massima è di duemila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office.
Il titolo deve essere composto dal vostro nome-cognome e da "la_strega_e_il_diamante".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Scadenza 31 marzo 2017.
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito e a mettere un like alla pagina facebook. Sarà più semplice comunicare e potrete seguire ogni nostra iniziativa.

Cosa si vince?

I due o più vincitori (se i racconti inviati saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it
Entro fine  maggio 2017 (abbiamo posticipato di tre mesi per raccogliere ancora vostri scritti) i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

La “bacheca vegana” ha avuto successo, abbiamo avuto moltissime visualizzazioni e richieste. Considerando che il tema vegan è, per noi di Jona Editore, molto importante, abbiamo deciso di dedicargli una intera sezione e (rullo di tamburi) è stata affidata a me (sono emozionata!).


Dalla prossima settimana pubblicherò articoli che avranno come filo conduttore il rispetto per gli animali, per noi stessi e per la nostra terra, provando così a declinare il termine “vegan” in tutte le accezioni, accezioni delle quali, la dieta vegetale, non è che una naturale conseguenza.
Crediamo infatti che non basti smettere di consumare carne e derivati per essere vegan (non a caso, esiste il termine ‘vegetaliano’), ma che bisogna attuare un cambiamento, che ci sposti dall’antropocentrismo a una visione più umile. Visione in cui l’uomo è il prodotto di una diversa evoluzione e che il nostro tipo d’intelligenza non ci dà il diritto di abusare degli animali a nostro uso e consumo, trasformando delle vite, in oggetti, merci di scambio, cibo e guadagno. Crediamo non si possa parlare di pace, finché non si terrà conto del dolore che ha patito un vitello prima di finire nel nostro piatto e pensiamo che nulla ci dia il diritto di prevaricare sulle altre vite, soprattutto se più deboli, più piccole o, secondo un modo egoista di vedere, meno importanti.
Per questi e tanti altri motivi, racconterò di persone che non si accontentano solo di vivere bene per se stesse, ma vogliono contribuire a dare una vita degna e felice anche agli animaletti più piccoli e miseri. Parlerò di cosa si intenda per cruelty-free e di cosa si possa fare per arginare la sperimentazione animale. Intervisterò attivisti animalisti, ma anche famiglie che hanno deciso di non usare l’auto; medici e veterinari per capire di più e approfondire il discorso sulla nostra alimentazione (e la B12? Ma da dove prendi le proteine?) e quella degli animali che vivono con noi (crocchette vegan sì o no?). Scriverò di ecologia (un tema a me molto caro) e di come, con piccole accortezze quotidiane, possiamo pesare meno su questo pianeta. A volte mi cimenterò in cucina e vi proporrò delle ricette senza latte vaccino, uova e miele, per sfatare il mito che mangiare vegan equivalga a rinunciare al buon cibo. Talvolta invece vi porterò con me alle manifestazioni o negli allevamenti, per vedere negli occhi le vite per cui abbiamo deciso di smettere di consumare carne e derivati.
Con questa mia rubrica non salirò in cattedra né mi permetterò mai d’insegnare ad altri a vivere, ma accompagnerò - chi vorrà seguirmi - in quello che è il mio mondo da qualche anno a questa parte e proverò a spiegare il motivo delle mie scelte e portarvi a conoscenza dei punti di vista di chi si definisce vegan; d’altro canto, mi piacerebbe che la mia rubrica diventasse anche una piccola casa per chi vegano lo è già, ma vorrebbe approfondire la conoscenza di alcune tematiche, o magari porsi nuovi obbiettivi e ampliare i propri orizzonti. Non ultimo, sarò molto felice se vorrete scrivermi per dirmi come la pensate, darmi consigli, propormi interviste, e perché no, criticare, ma sempre nell’ottica di un dialogo che voglia migliorarci. A questo scopo abbiamo creato un nuovo indirizzo e-mail: giulia.bolle@jonaeditore.it (segnatevelo perché è l’unica e-mail di riferimento).


Sono convinta che il veganismo antispecista sia il minimo comune denominatore di tutte le battaglie e che quindi, se tutti fossimo vegan (nell’accezione antispecista), non esisterebbero più povertà, sessismo e razzismo; perché nel momento in cui si impara a rispettare i più deboli, si rispettano tutti. Il momento in cui si decide di non causare morte e sofferenza a nessuno, animali compresi, è il momento che si chiama futuro. Cerchiamo, tutti insieme, di renderlo presente.

Intervista a Mara Genotti Brat e Grumo, tra pochi giorni cureranno la loro rubrica sul sito fino a renderla cartacea.

1-  Sappiamo che scrivi e che hai gatti, ma per il resto, cosa fai nella vita?

Da pochissimo tempo ho iniziato a collaborare a tempo pieno con una start up che gestisce siti e blog e crea testi e contenuti informativi, occupandomi sia della stesura di testi che della revisione degli scritti di altri articolisti.

Nel tempo libero pratico yoga e leggo. Sto anche cercando di imparare a nuotare… Che il Cielo me la mandi buona!

2-      Chi è Grumo? E perché questo nome?

Grumo è il protagonista della mia storia ed è un gatto di strada, il classico randagio anonimo e un po’ polveroso. Da qui il suo nome (Grumo di Polvere, per l’esattezza), che gli viene dato proprio a causa dello strato di sporcizia che riveste il suo manto.

Si sa che i gatti sono animali molto puliti, purtroppo però quando vivono in strada è possibile che la loro meticolosa toelettatura non riesca a togliere i segni della vita all’aperto!

3-      Come mai la scelta di far parlare un gatto?

Questa scelta è stata dettata sia dalla mia passione per questo animale sia da alcuni fatti di cronaca più o meno rosa. Alcune notizie, infatti, talvolta ci raccontano di gatti in grado di accompagnare alla morte le persone o, senza avvicinarsi ad ambiti così tetri, di essere particolarmente sensibili al dolore e agli stati di fragilità.

In realtà molti animali vengono arruolati nei progetti di pet therapy, ma si sa che ai felini viene da sempre attribuita una marcia in più in questo ambito. E quindi ecco il nostro gatto parlante!

4-      Sarà un’unica storia o singole avventure?

Entrambe le cose: il filo conduttore è la storia del gatto e la sua ricerca di risposte legate alle “cose misteriose che solo i gatti possono vedere”, ma in tutto questo Grumo si interfaccia con le persone che incontra, portandoci a conoscere più vite e, quindi, più racconti.

5-      Vivi con altri animali?

Sì, ho adottato un topolino da un’associazione (La Collina dei Conigli) che salva gli animali da laboratorio, dando loro la possibilità di un riscatto. Vi lascio immaginare quanto sia felice il topolino di convivere con due gatte!

6-      Prima di Grumo avevi già scritto?

Sì, avevo già scritto. In realtà però non ho mai portato a termine una storia in maniera completa come ho fatto con questo scritto, fondamentalmente per mancanza di tempo.

7-      Pensi sia importante leggere per scrivere?

Sì, penso che la lettura, magari di generi differenti, permetta di guardare il monitor o il foglio su cui si scrive attraverso un prisma, che aiuta a vedere e a descrivere più sfumature della storia che si vuole raccontare, o semplicemente ad esprimersi meglio.

8-      Libri che ti hanno ispirato?

Sebbene mi piaccia moltissimo leggere, non mi sono ispirata a nessuna storia in particolare per raccontare questa vicenda, e forse questo è stato il motivo per cui ho deciso di dare priorità a questo scritto e non agli altri che popolano il mio pc e i miei appunti volanti.

Se invece devo dire quale libro mi ha dato l’input di provare a scrivere qualcosa di mio, beh, ogni volta che finisco un libro penso: “Uao, lo voglio fare anche io!”

9-      Grumo è un gatto libero o vive in casa?

Grumo inizialmente non vive in casa, tuttavia nel corso della storia trova una famiglia molto particolare, per il resto bisognerà leggere il romanzo...

10-   Ecco, appunto, perché leggere le avventure di Grumo?

Direi di leggerlo perché, che piacciano o no i gatti o gli animali in genere, Grumo racconta tante storie e tante realtà che ogni giorno si intrecciano alla vita di ognuno di noi. Spesso ignoriamo queste storie, per fretta o per paura di affrontare tematiche troppo complesse o che possono spaventare e costringerci a fare i conti con noi stessi.

Infatti Grumo ci racconta le vicende di persone che possiamo eventualmente sentire molto lontane da noi, perché non conosciamo nessuno che ci ricorda quella situazione specifica (i disabili, ad esempio), ma anche storie che presto o tardi ci toccheranno in prima persona, e che per questo vorremmo tenere lontane dalla nostra mente (a partire dalla condizione degli anziani che si trovano nelle case di riposo. Insomma, saremo tutti vecchi un giorno, ma chi ha voglia di pensarci?).

Non siete ancora convinti di leggere questa storia? Beh, allora leggetela per scoprire cosa fissano i gatti quando il loro sguardo si perde nel vuoto, magari proprio alle nostre spalle!

11-   Cosa ti farebbe piacere che una persona pensasse dopo aver finito il tuo romanzo?

Mi piacerebbe innanzitutto che si asciugasse una lacrimuccia, ma se non dovesse accadere vorrei che pensasse che forse un giorno lo rileggerà volentieri!

Intervistiamo l’autore di nove-diciotto, strisce di prossima pubblicazione Jona.

Alberto Baroni, cinquantenne di Torino, professione artista.

Oltre all’attività di creatore di vignette, cosa fai nella vita?

Dopo anni di lavoro all’interno di una azienda che si occupa di informatica sono riuscito a mettermi in proprio facendo quello che realmente mi piace: mi occupo di riflessologia plantare con metodo tradizionale. Questo, oltre a piacermi tantissimo mi dà tempo ed energia sufficienti per scrivere le strisce.

Com’è nata l’idea di nove-diciotto?

Io, in realtà, non ho inventato nulla. L’idea è nata nei trent’anni di vita lavorativa molto simile a quella delle storie che narro. Vedere quotidianamente gli schemi lavorativi e le storie che possono nascere mi ha fatto venire in mente che il tutto avrebbe potuto avere un senso se fossi riuscito a portare questo piccolo mondo fuori dalle mie mura. Il mio è stato solo un aprire le persiane e fare in modo che si potesse vedere cosa accadeva dentro. Mi sono limitato a creare delle piccole iperbole e a rendere, a volte, più grottesche le storie, ma, alla fine, le vignette parlano del mio lavoro passato.

Come hai imparato a disegnare?

Mi sono sempre piaciuti i fumetti, ho imparato da solo. La caratteristica delle mie strisce non è l’elevata tecnica, ma l’idea. Il disegno è un tramite per narrare le mie storie, non il motivo vero e proprio.

Tra circa un mese uscirà il primo romanzo di Renzo Semprini Cesari, Zeppole e Nuvole.
Renzo lo abbiamo conosciuto perché ha partecipato ai nostri contest, vincendone parecchi e, poco alla volta, abbiamo capito che il suo modo di vedere la scrittura è perfettamente in sintonia col nostro di pensare la letteratura.

-          Ti puoi presentare per i nostri lettori. Di dove sei, cosa fai nella vita oltre a scrivere?

Sono di Rimini e vivo a Rimini, dove lavoro come libero professionista. Può sembrare poco attinente con la scrittura, ma sono un commercialista. In realtà trovo quasi terapeutico prendermi qualche ora la sera, non tutte le sere perché la famiglia non apprezzerebbe, per lasciare vagare la mente con la scrittura rispetto alla rigidità e alla compostezza del mio lavoro. Poi nella vita sono padre di due figli, marito, runner (molto amatoriale), appassionato di lavori manuali, ex giocatore professionista di basket. È chiaro che quest’ultima non rientri nel ‘cosa fai nella vita’, ma completa la presentazione: lo sport ad alti livelli fin da giovane, e la disciplina che ne consegue, hanno senz’altro caratterizzato il mio modo di essere.    

-  Quando hai iniziato a scrivere storie e perché?

La mia opera prima è una coppia di racconti brevi scritti quando ero in seconda superiore, il primo romanzava la rocambolesca nascita dell’amore tra i miei genitori, il secondo, degna conseguenza, era una caricatura dei miei fratelli. Ho due sorelle e un fratello, tutti più grandi di me. Non ero un drago in italiano, ma mi divertiva scrivere e quel divertimento, col tempo, si è trasformato in passione.

-       Zeppole: come è nata l’idea? Ti ricordi quando ci hai pensato la prima volta?

Zeppole è una dedica a Napoli, città, ma soprattutto luogo, cultura e modo di vivere, che ho potuto conoscere per averci giocato a basket due anni. Ho sempre amato Napoli. Da piccolo adoravo Totò, tanto da avere collezionato in VHS tutti i novantasette film che ha fatto per il cinema. Avere avuto la fortuna di vivere là per due anni, respirarne gli odori, goderne i colori e i sapori, condividerne le astuzie e le contraddizioni mi è rimasto dentro e ho provato a tradurre tutto questo in parole.

 -      Dovessi parlare del romanzo a uno che non lo ha mai letto, in poche parole:

Zeppole è la storia del matrimonio tra Selvaggia e Salvatore, due giovani di diversa estrazione sociale che si sposano perché è successo “il fattaccio”. Il romanzo si sviluppa nell’arco di una sola giornata all’interno della quale vediamo apparire svariati e variegati personaggi, che nulla sembrano condividere tra loro, ma che si ritroveranno sulla terrazza del Ristorante Chalet Il Paradiso, dove da metà romanzo in poi ne succederanno di tutti i colori

-          Come lo hai scritto? Prima l’idea con un inizio e una fine o la storia si è formata scrivendola?

Tutto è partito dall’idea: rappresentare quella città e quella gente che mi erano entrati nel cuore, poi ho cercato di tracciare una rotta per capire dove sarei andato a finire, ma la maggior parte della storia si è sviluppata scrivendo. Mano a mano che i personaggi hanno preso vita mi hanno portato dentro il loro mondo.

-          Quando scrivi hai un percorso stabilito? Parti da qualcosa che conosci, la tua città, tua moglie, i tuoi amici o parti da una sensazione?

La partenza è sempre una sensazione. A farla nascere può essere una foto, un’immagine, una scena di vita. Adoro scrivere, per esempio, sul testo o sul titolo di una canzone, trasformare in storia narrata la storia che il cantante ci ha voluto far vivere con poche parole; oppure scrivere sopra un quadro. Tutto ciò che è arte è una splendida forma di ispirazione. Poi scrivere richiede esperienza e conoscenza di quello che si scrive, per cui c’è sempre qualcosa di vero, il riferimento a un luogo nel quale ho vissuto, alle persone. Il mio modo di essere scrittore è pari alla spugna, come del resto lo sono in altri aspetti della vita: cerco di apprendere e trattenere tutto quello che mi piace, che mi serve, che mi interessa, che mi arricchisce dentro, e se posso, qualche volta, trasferirlo su carta, in parole.

-          Scrivi racconti, hai scritto un romanzo, quali le differenze? Certo, formali, ma oltre a quelle, esiste un qualcosa che necessita di un racconto per essere narrato e, invece, qualcos’altro che si concretizza in un romanzo?

Le differenze formali sono scontate: il romanzo ti permette di divagare, di trovare una forma di dialogo più dispersiva, di avere tempo; il racconto ha una vita e una morte più breve, ogni parola assume più importanza. Nel racconto devi colpire sempre il bersaglio, non perdere di vista l’obbiettivo. Credo che il racconto sia più indicato quando si vuole scrivere su una sensazione. Come dicevamo prima: scrivere sopra un quadro, o il titolo di una canzone, è più facile sotto forma di racconto, ma non è impossibile costruire anche un romanzo sopra una sensazione. È questione anche di tempo, ma soprattutto di mobilità mentale, di scorrimento di idee e di neuroni.

-          Cosa ti aspetti dalla pubblicazione. Voglio dire, sono iter completamente differenti, si scrive per un motivo, si cerca un editore per un altro. Il tuo motivo qual è?

Fatta eccezione per i diari, e poi non sempre, credo che chiunque scriva nutra dentro di se il sogno di trovare un editore. Spesso poi quel sogno lo si devia da trovare un editore a pubblicare, e questo non sempre è un bene. Trovare un editore vuol dire avere la conferma che quello che hai scritto ha un senso, l’idea che hai avuto, la storia che hai narrato, le parole che hai usato, la scelta degli aggettivi e dei verbi, il posizionamento della punteggiatura, tutto quello che compone il tuo scritto è piaciuto a qualcuno, lo ha colpito, emozionato, tanto da fargli investire il proprio tempo e le proprie risorse. La speranza poi, e questo è il mio motivo, è che le emozioni che hai provato a trasmettere con il tuo scritto vengano recepite anche da altri, che siano vere, credibili, che riescano in qualche modo a provocare a loro volta nuove emozioni. Che il mio modo di trovare una prospettiva possa dare una nuova interpretazioe delle proprie emozioni al lettore. È il senso dell’arte, non trovi?

 -      Potessi fare quello che vuoi e se questa cosa ti permettesse di non fare altro, cosa faresti? Lo scrittore a tempo pieno, il redattore, l’editor? (Renzo è divenuto, da poco, curatore della nostra raccolta di racconti dei contest)

Metto sullo stesso piano lo scrittore a tempo pieno e l’editor, con una prevalenza narcisistica per il primo dei due.

-          Prossimo lavoro? Racconti, un romanzo? Ce ne puoi parlare?

I lavori in cantiere sono molti. Faccio parte di un’associazione culturale composta prevalentemente da pittori, officina d’A, con la quale abbiamo da poco chiuso un progetto intitolato STRUTTURE, sostegni o gabbie?, che contiamo di portare in giro per l’Italia, e stiamo coltivando il prossimo, intitolato MURI [spensierati], per il quale abbiamo giusto lanciato la collaborazione con voi. Oltre a questo sto lavorando a un libro illustrato. L’idea è nata dal mio amico pittore Gianni Caselli, anche lui membro di officina d’A, col quale abbiamo pensato di scrivere e illustrare il sequel di Pinocchio. Con Freddy Veroni, parliamo sempre di pittura e di officina d’A, ho scritto quartine a commento di sue opere dedicate ai Carabineri, ne è venuto fuori un lavoro molto piacevole, anche se non dovrei essere io a dirlo, che speriamo si trasformi presto in libro. Insomma idee e progetti ce ne sono a bizzeffe, ma adesso voglio pensare al mio antipasto di Zeppoline.

(foto scattata da Max Morri)