Luke Rhinehart nel 1971 scrisse L’uomo dado.

Il protagonista, Luke, era uno psicanalista di successo, con moglie e figli. Il tipico esempio di borghesia americana. Quando, un giorno, decise di prendere un dado. Di pensare a un desiderio per ogni numero. Di tirarlo. Di seguire quel desiderio a qualsiasi costo.
La storia, ovviamente, continua con protagonista quel dado e quella vita che sempre più restano connessi, mentre a esserlo sempre meno, è tutto il resto del mondo che si era costruito Luke.

Molto si è detto su questo romanzo: che il dado è la vera coscienza. Che il dado è quello che vogliamo. Che il dado è D-o.

Molto più semplicemente si può dire che il dado può portare alla luce le nostre componenti nascoste. Tutto quello che siamo, ma non vogliamo essere, per ragioni sociali, per “leggi”, per cultura o semplicemente per “educazione, il dado fa emergere, dandogli vita.

Analogicamente pensiamo al sistema Stanislavskij. Recitare una parte andando a cercare quel personaggio dentro di noi. Interpretare un marito confuso, una moglie distratta, un assassino, un prete, un bravo ragazzo, andando a cercare quella figura dentro di noi.

Adesso, proviamo a riportare quanto descritto nella scrittura. Proviamo ad abbandonare il sistema “creativo” e a indossare quello “schizofrenico”. Proviamo a vedere la scrittura come la possibilità, attraverso la finzione, di essere quello che davvero siamo. Scindiamo, volontariamente, la nostra personalità e decidiamo quale componente deve emergere.

Non sarebbe bello?

E in questo caso, voi, chi vorreste essere per i prossimi tre mesi di vita?

Nelle prossime settimane le regole de Il gioco.

Che diventetà contest letterario, e poi casa e poi romanzo.

Jenny è pazza, titolo che arriva direttamente da una canzone di Vasco Rossi. Come sempre potete ispirarvi dal testo originale e prendere qualsiasi direzione troviate inerente.

Le regole, sempre le stesse:

I racconti (inediti) devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it

La lunghezza massima (e vivamente consigliata) è di quattromila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office.
Il titolo deve essere composto dal vostro nome-cognome e da "jenny-è-pazza".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Scadenza 31 luglio 2017.
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito e a mettere un like alla pagina facebook. Sarà più semplice comunicare e potrete seguire ogni nostra iniziativa.

Cosa si vince?

I due o più vincitori (se i racconti inviati saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it

 
Entro fine  dicembre 2017 i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

Link a Prospettive, l'ebook della prima antologia.

Ciao Enrico, partiamo dalla domanda che tutti ti vorrebbero fare: lo sai che c’è un sito web col tuo nome esatto che recensisce dentifrici? Quanto incide sulla tua scrittura un buon dentifricio?

 Non sapevo di questa faccenda. Ma colgo lo spunto per ricordare che un tempo c’era un sito col mio nome esatto - forse al medesimo url dell’attuale “toothpaste digest” - che pubblicizzava massaggi thailandesi a quattro mani.
Tanto il fluoro quanto il giusto relax sono molto importanti nella vita, ma onestamente non li metterei ai primi posti fra i miei personali stimoli.
La mia vocazione verso la scrittura nasce esattamente come quella degli sportivi e dei musicisti in età giovane, esclusivamente per autoaffermarsi fra pari e impressionare le ragazzine. Poi ritengo che la faccenda mi sia sfuggita di mano, ma va bene lo stesso, in fondo è un mestiere onesto e dotato del suo fascino.

Parliamo  del tuo ultimo lavoro: Il sogno del drago. Narrativa, Letteratura di Viaggi, addirittura Guide Turistiche. Ovunque venga catalogato è tra i top seller. Possiamo definirlo romanzo? Di cosa parla? Chi è il drago?

 Dopo tre romanzi dedicati ad altrettanti viaggi a piedi (Nessuno lo saprà, 2005; Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, 2007; Gli Psicoatleti, 2011) credevo di non avere più nulla da raccontare sull’argomento. In effetti, è stato così per un buon lustro; poi è successo che, nella buona stagione dell’anno scorso, mi sono messo in strada da Torino per raggiungere a piedi Santiago di Compostela - e da lì Finisterre - traversando il Piemonte occidentale, mezza Francia e tutta la Spagna del Nord.
E, nel corso delle 12 settimane del viaggio, la narrazione - “romanzo”? Forse meglio "diario romanzato"? - si è autoimposta, così come la battaglia interiore col drago, unghiuta e fumigante metafora delle nostre insicurezze e paure.
Se proprio non sei una persona senza cuore, impossibile restare indifferenti al moto collettivo della assortita repubblica di camminatori in viaggio verso la tomba - presunta, ma che importa? - dell’apostolo Giacomo, “il figlio del tuono” giunto a predicare la Buona novella ai limiti del mondo conosciuto.

 

Camminare è la tua passione. Legato al viaggio hai scritto anche Il pellegrino dalla braccia d’inchiostro. Queste lunghe attraversate, il tempo speso a meditare, ti spingono a impegnare il cervello nell’elaborazione di nuove storie, oppure sono fonte di ispirazione perché durante i tuoi viaggi te ne succedono davvero di ogni tipo?

 In realtà dovrei rispondere affermativamente a entrambe le domande, ché scrittura e cammino si nutrono a vicenda.
Quel che posso dirti è che nella mia visione profondamente stagionale dell’esistenza, la partenza per un viaggio a piedi impegnativo deve necessariamente seguire la consegna di un testo complesso all’editore; parti a primavera, felice di lasciarti alle spalle il periodare e l’editing, le bozze e le telefonate con l’ufficio stampa, per rifugiarti nel mondo meravigliosamente analfabeta in cui ci si muove un passo alla volta, ogni sera si dorme sotto un tetto diverso, si mangiano alimenti discutibili - talora difficili da decifrare - e la narrazione è quasi esclusivamente orale.
Procedendo pian piano, una tappa dopo l’altra, si ricostruisce la propria consapevolezza, e ci si innamora daccapo delle parole scritte.

  

Questo romanzo racconta la storia di un gatto da prima che venga al mondo, quando confonde il ventre materno con una generica scatola, fino alla conclusione di un lungo viaggio che quel mondo – ostico, solitario e sovraffollato – glielo farà conoscere e attraversare. Un mondo sovraffollato come in principio di racconto, quando il piccolo deve condividere con un numero imprecisato di fratelli uno spazio sì familiare, ma sempre più angusto, ma anche sovraffollato come quando, abbandonato a se stesso, avrà a che fare con luoghi e con spazi avversi, con macchine, camion, traffico e piazzole di sosta. Allo stesso tempo un mondo solitario, all’interno del quale nessuno gli regala niente, dove altri emarginati come lui, che sia un barbone o una prostituta o una giovane zingarella, un momento sembrano amici e un momento dopo non possono evitare di confermare un eterno abbandono. È la storia di un gatto che troverà un nome, Grumo, solo quando troverà un umano degno della propria fiducia. E insieme al proprio nome e al proprio posto in quello strano mondo, il nostro gatto dovrà scoprire anche i nomi delle cose, dovrà scoprire i sentimenti, ma soprattutto dovrà scoprire il senso della luce emanata dalle persone. Ogni persona una luce diversa. Ogni luogo un’esperienza, come è un’esperienza continua la vita. Il gatto che diventerà Grumo cresce con lo sviluppo della storia e impara, sia a cavarsela, sia a diffidare dei cattivi e dei nemici; e noi lo seguiamo a volte con apprensione, a volte con curiosità, a volte con entusiasmo, ma sempre mossi da un affetto verso un cucciolo che con le proprie continue scoperte finisce col farci riscoprire la vita. Il romanzo è scritto in uno stile semplice e lineare che rende credibile la voce del gatto, nonostante a volte venga da chiedersi come faccia a conoscere alcune cose, per logica sconosciute a un piccolo gatto, e altre più ovvie no. Ma la logica non è cosa di questo romanzo, mentre lo sono la tenerezza, l’avventura, il terrore e la ricerca, instancabile e alla fine premiata.

      

Se si vuole leggere un romanzo pulito e lineare, ordinato, all’interno del quale la storia e le parole evolvono di pari passo, senza stridori, Felice come un bambino non è il romanzo adatto. Questo, parlando di fumo e di pipe, è un romanzo che getta fumo negli occhi. Lo fa fin dall’inizio, con un incipit che porta il lettore tra le bancherelle di un mercato palermitano che ad altro non serve se non nascondere, come fumo artificiale sopra il palco di un teatro, l’allestimento della vera scenografia. In un batter di ciglia, infatti, Calogero Rizzo ci porta via da Palermo per intraprendere non uno, ma due viaggi contemporanei in giro per il mondo, alla ricerca di un oggetto mistico e misterioso. Il fumo ricorre di continuo e come fumo di pipa la storia si arrotola su se stessa, si capovolge in aria, si ferma e poi riprende vigore alternando le vicissitudini dei due improbabili investigatori. Improbabili non per loro demerito, ma per la particolarità di ciò su cui si sono specializzati a investigare: pipe.

Tramite un linguaggio desueto, l’abuso di aggettivi e una scrittura volutamente fuori dal tempo, Rizzo trasporta il lettore dentro atmosfere a tratti fosche, a tratti storiche, a tratti erotiche e a tratti avventurose. Non mancano l’amore e una sana scazzottata, non mancano i quartieri multietnici, non manca qualche risata e non manca mai, non avrebbe potuto, l’aroma e la compagnia di una pipa. Questo è un romanzo per chi non disdegna la passione, per chi ha voglia di abbandonarsi alla lettura senza soffermarsi troppo sulla musicalità delle parole. I personaggi, principali o secondari che siano, alternano saggezza e vizi umani in modo talmente variegato che si arriva a trattare, in maniera filosofica, anche della vanità nel mondo. E qui Rizzo gioca sul filo della comprensione e viene incontro al lettore, come me meno acculturato, dichiarando che gli stessi personaggi collaterali non comprendono a fondo quel filosofeggiare.

Lungo tutto il dipanarsi della storia si tratta, infine, il tema del collezionismo, il senso vano del possesso, facendone vedere vizi e difetti, ma anche gli aspetti prettamente goduriosi e lasciando per il finale l’atteso apice del piacere.