Nicola Muratore

Jona Editore, Torino, 2017

“Non sono mai stato un appassionato di biciclette. O meglio, non lo sono mai stato fino a qualche anno fa. Non lo sono mai stato finché non ho incontrato loro: i bike messenger”.

Poniamo che uno sportivo si metta alla lettura del libro di Nicola Muratore, e poniamo sia un arbitro di calcio che abbia fatto ricorso, poche ore prima di leggere il libro, a tutta la sua sapienza ed esperienza per condurre in porto un difficilissimo pareggio. Lo vedremmo, di tanto in tanto, posare il tablet sulle ginocchia e, riaccesa la pipa, osservando astratto le azzurrognole nuvolette di fumo che vanno verso il soffitto, fare una smorfia, scuotendo la testa in cenno di diniego.

Son bestie strane gli sportivi, qualunque attività fisica gli venga richiesta, sono intimamente persuasi di appartenere alla migliore delle categorie sportive, quella che custodisce i più veri, i più autentici valori sportivi. La loro comunità è costituita per lo più da cretini, e lo sanno bene, loro che cretini non sono; comunque sia, è la migliore.

Questa curiosa attitudine all’esclusività può essere denominata in molti modi, dal “senso di appartenenza” alla “schizofrenia”. Io ho sempre pensato che fosse passione.

E qua ci troviamo già nel medio delle fatiche letterarie di Nicola Muratore, il quale inizia il suo racconto con le parole dell’epigrafe. Il quale incipit ci dice già molto intorno a quello che andremo a leggere. Ci dice quale sarà la scrittura: lineare come una pedalata in pianura, ma non priva di coinvolgimento, di quel tipo strano di coinvolgimento, come quando inizi a faticare pedalando non rendendoti conto del perché, finché non realizzi che in realtà stai affrontando un falsopiano, di quelli bastardi.

E però è bello scoprire che, in fondo, ce la stai facendo abbastanza in scioltezza, che ancora resisti, nonostante l’acido lattico, nonostante l’età e che la fine dell’inaspettata salita è a poche pedalate; non così poche, ma non scenderai dalla bici e lo sai.

Ne ha fatte salite il buon Nicola, anche nello scrivere questo libro, il quale contiene almeno tre piani di lettura.

Il primo, ça va sans dire, è il mondo dei bike messanger. Il secondo, segue il primo, è costituito da tutte le indicazioni tecniche che vengono fuori dalla lettura di quel mondo e, infine il terzo è il romanzesco mondo dei bike messanger attraverso le peripezie di Nicola.

Guasconi, ecologisti, sudati e puzzolenti bevitori di ettolitri di birra, sempre disposti a darsi una mano in ogni occasione, come a sfidarsi nelle più svariate, quanto rischiose, gare che inutilmente le forze dell’ordine tentano di impedire.

Una comunità di nuovi lavoratori del post-moderno, che con questo tempo vogliono consapevolmente fare i conti, chiedendo conto e ragione delle sue storture. Una comunità che ha delle regole ben precise, sebbene non scritte, dalle quali mai il senso morale di ognuno di loro può prescindere, senza considerarsi, da sé, fuori dal quel mondo.

E credo questo sia uno degli aspetti più affascinati del lavoro di Nicola: la sfida all’alienazione del moderno, portata avanti proprio da chi quella modernità, almeno anagraficamente, dovrebbe incarnare.

Invece, il cuore della questione credo stia nella riscoperta di immutabili valori, senza la condivisione dei quali l’umano rischierebbe di scivolare in un altrove fatto di indolenza, pulizia, mancanza di fatica e dolore. Il mondo anestetizzato che i positivismi del secolo breve ha tentato di lasciarci in eredità è interamente rovesciato da un’assoluta precarietà dell’esistere, che si fa vita nell’untuoso grasso delle catene, nella durezza delle escoriazioni dell’asfalto, in un afflato di semplicità che sembra farsi francescano. E se i minori osarono sfidare colla loro ‘altissima povertà’ il potente decretalista Giovanni XXII, i bike messanger sfidano un sistema ancora più tremendo e diffuso, in quanto accettato da tutti, anche dai frati minori, ormai.

Non vuole dare giudizi Nicola, non considera nessuno migliore o peggiore, ma distingue: ci sono quelli che fanno certe gare e quelli che ne fanno certe altre, come ci sono i ciclisti fighetti della domenica. Distingue e distingue ancora, da buon sacerdote di un mondo che sente sacro, che non può, né deve essere confuso con altri. Non può essere confuso con quello degli automobilisti, ulteriore generalissima distinzione, ma neppure con…

Penso che se Nicola avesse deciso di scrivere un ulteriore capitolo, avrebbe distinto il mondo dei bike messanger dal resto dell’umanità; posseduto e divorato ormai dalla sua passione, come Socrate dal suo daimon.

Quello che non voleva essere romanzo, finisce per essere, quantomeno, novella, con la sua trama, a dispetto della prefazione. Pagina dopo pagina, il lettore a chiedersi a quale gara parteciperà Nicola, se avrà fortuna nel lavoro; se consegnerà quel pacco attraversando di notte, sotto la pioggia che si mescola col sudore, le strade sterrate dell’hinterland torinese, ormai fatte di fango.

Non è un romanzo, ma ne ha certo il ritmo: l’entusiastica foga di narrare, non si fa ingabbiare nei tecnicismi, nell’apparente, desiderato distacco. Se la bici ha preso il corpo di Nicola, trasformandolo in un essere mitologico, come egli stesso confessa, la narrazione gli ha preso le mani, guidandole sulla tastiera.

Non è un romanzo, dunque, ma la breve storia di un’esistenza, dove infine Nicola ci ha raccontato come ha raggiunto la felicità, e l’arbitro cinquantenne che ha ormai venduto le sue auto e va al lavoro o al campo di calcio in bici, alla fine, con un sorriso abbozza: “E già! Hai proprio ragione, figliuolo”.

Il Link a Mess-Life.

Abbiamo parlato de “Il Gioco”, adesso vediamo i dettagli.
Ognuno di voi dovrà pensare un personaggio. Quello che noi consigliamo è di trovarlo in voi. Di cercare di esplorare una parte della vostra natura nascosta, non resa manifesta, e di darle vita. Di trovare, per questa parte, un vestito. Che sia uomo, donna, buono, cattivo, vecchio o giovane, sta a voi. A parer nostro l’errore potrebbe essere quello di enfatizzare quello che già vivete. Una vostra versione più grande/bella/ricca. Al contrario, sarebbe interessante se trovaste quella cosa che, in voi, non volete vedere, nascondete, mascherate. Non, quindi,  quello che volete essere, ma quello che siete malgrado voi.
Dovete scrivere la presentazione. Almeno una pagina (word – va bene sia .doc, sia .docs - Times New Roman, 12, interlinea 1,5) scritto in prima persona del personaggio e inviarla (unita ai vostri dati: nome, cognome, residenza)  a ilgioco@jonaeditore.it
Noi abbiamo aperto un gruppo (segreto) in Facebook e creato dieci account.
Ogni personaggio che passerà la selezione ne avrà uno e sarà iscritto al gruppo “Il gioco”.
Dovrà presentarsi nella home del gruppo, cosicché tutti possano iniziare a conoscersi.
Dovrà avere tre livelli di scrittura:
Pubblico: nella home del gruppo
Privato: messaggistica con gli altri personaggi
Diario: dovrà, quotidianamente, scrivere le sue impressioni (sempre in prima persona-personaggio) e mandarcele.

Il gioco durerà tre mesi.

Se il personaggio sarà poco presente e non interagirà con gli altri participanti: sarà eliminato.

Se sarà noioso, poco interessante, stereotipato: sarà eliminato

Se l’autore parlerà al di fuori del gruppo del suo personaggio: sarà eliminato.

Si partirà in dieci, altri subentreranno.

Alla fine dei tre mesi, i dieci rimasti saranno parte integrante del libro. Un redattore avrà, quotidianamente, ogni vostro scritto e darà vita al vostro romanzo. I dieci vincitori saranno i nostri scrittori. Avranno un contratto editoriale, una percentuale sulle vendite, nessun obbligo di acquisto copie o altro.

Per qualsiasi domanda, potete scrivere qui o mandare una mail a: ilgioco@jonaeditore.it
Alla stessa mail, entro il 10 settembre potete mandare la vostra candidatura.
Per seguire ulteriori sviluppi e approfondimenti, potete seguirci attraverso la pagina Facebook e quella Instagram.

 

N.B.

Qualora la redazione dovesse accettare la candidatura di un minore di anni diciotto sarà necessario che i genitori provvedano a sottoscrivere la liberatoria (scaricabile qui) per l’utilizzo delle immagini del minore stesso.
Nel caso che, inoltre, un minore di anni diciotto risultasse tra gli ultimi dieci rimasti  ai quali l’Editore offrirà contratto editoriale, sarà cura dello stesso Editore fornire tutta l’assistenza per l’ottenimento, da parte degli esercenti la potestà genitoriale nell’interesse del minore, dell’eventuale autorizzazione da parte del Giudice tutelare competente, per la stipula del contratto e per la riscossione delle somme dovute a titolo di corrispettivo percentuale sulle vendite.

 

I dialoghi “socratici” di Platone hanno una caratteristica comune: un’apparente incompiutezza. In particolare i tre dialoghi sulla ricerca delle virtù, Lachete, Critone ed Eutifrone, sembrano concludersi con un nulla di fatto, se non che la tesi dell’interlocutore di Socrate è stata confutata.

Socrate confuta la tesi del proprio interlocutore e pone la sua solita affermazione di ignoranza. Ma l’affermazione d’ignoranza socratica non è fine a se stessa: rimanere con la consapevolezza che si credeva di sapere cosa fosse la giustizia, e invece non si sapeva nulla non sortisce solo l’effetto della propria incapacità, ma è anche, e soprattutto, lo stimolo a una nuova ricerca intorno a quel problema.

Non solo credevamo di conoscere la virtù e siamo costretti ad ammettere che ciò non era vero: seguendo il ragionamento condotto in tali dialoghi, dobbiamo ammettere, inoltre, che tale virtù consiste in un sapere, e che tale sapere ha come oggetto la conoscenza del Bene, ma quale sia tale Bene neppure Socrate lo sa, o almeno è quel che afferma.

Fin qui, Platone non fa altro che illustrare la dottrina del maestro, ma sarebbe grave errore voler considerare tali scritti solo come ossequio a Socrate, da parte di un discepolo ancora confuso prima di intraprendere la propria strada.

Se da un canto è vero che questi e altri dialoghi, meglio di ogni altra testimonianza al proposito, ci danno modo di conoscere il pensiero socratico, e ciò con forme drammaturgiche e poetiche che solo Platone sarebbe stato in grado di creare; d’altro canto in essi si può scorgere il tentativo da parte di Platone di definire in cosa consista la virtù di cui si è posto alla ricerca, superando quel limite oltre il quale non era andato il maestro.

Da questi scritti avvertiamo che Platone, muovendo dalle conclusioni socratiche, fin dalla sua giovinezza ebbe in mente il superamento delle posizioni di Socrate. Naturalmente tale affermazione ha valore a condizione di leggere questi scritti in correlazione con i dialoghi seguenti, dal Protagora e dal Gorgia alla Repubblica.

Fin dalle prime opere platoniche si presenta l’interrogativo posto dallo Schleirmacher, se una singola opera si possa spiegare perfettamente con se stessa o se vada intesa solo nella sua connessione con il resto.

Parte autorevole della dottrina ha ritenuto - come noto - di poter ravvisare in queste opere delle semplici creazioni poetiche, non contenenti alcun messaggio filosofico, ma soltanto un gioco, frutti dell’ozio giovanile di Platone che avrebbe cercato, in tal modo, di raffigurare l’intelligenza dialettica del maestro [1].

Si sono così voluti creare, tra gli scritti giovanili di Platone, due gruppi: il primo contenente Apologia, Critone, Eutifrone e Gorgia, riguardanti la vicenda giudiziaria e la morte di Socrate; il secondo contenente il Lachete, il Carmide e il Protagora, che a quell’evento non fanno alcun riferimento, perché composti prima della morte del maestro[2]. La dimostrazione dell’anteriorità di tali scritti alla morte di Socrate, starebbe nel fatto che in questi regna un clima di serenità.

Si è giunti sino al punto di ricomprendere tra queste opere, che avrebbero scarso valore filosofico, anche il Protagora, dialogo particolarmente ricco di problemi filosofici[3].

Altra parte della dottrina, infine, riconosce il contenuto filosofico di questi brevi dialoghi, ma li considera come documenti di un periodo esclusivamente socratico[4].

A ben vedere, “I brevi dialoghi di questo periodo appaiono come l’introduzione al problema centrale del pensiero platonico, sia sotto l’aspetto del contenuto, sia per quello formale dialettico. Il problema è quello dell’ottimo Stato e ad esso Platone riferisce l’affermazione socratica, che la virtù è scienza del Bene. Se questa affermazione è la verità, ne deriva, conseguenza necessaria, che la comunità umana può essere edificata solo per mezzo dell’educazione e che in questa si deve spendere ogni forza”[5].

In effetti i tre dialoghi si occupano delle virtù: fortezza, pietà e giustizia; e nel Carmide è posta l’importanza della temperanza. In particolar modo il Critone è strettamente legato al primo libro della Repubblica, dove si affronta il tema della giustizia; mentre il filo conduttore tra Carmide e Repubblica, sta nel fatto che il dialogo minore per la prima volta presenta il concetto di “attendere al proprio lavoro”[6], espressione che renderà il concetto platonico della giustizia[7].

Tutti temi che ritroveremo negli scritti della maturità, dove l’opera politica di Platone si fonda sulle stesse virtù oggetto di questi dialoghi; così come il tema della conoscenza dell’idea del Bene, apice dell’idea educativa di Platone.

Va inoltre ricordato che Platone definisce la conoscenza dialettica come “sinossi”, nel senso di vedere il molteplice nell’unità dell’idea. Così appare chiara la costruzione che opera Platone in questi brevi dialoghi introduttivi: tramite la negazione della conoscenza della singola virtù, la ricerca, invece di distinguerla dalle altre, conduce ad un’unità superiore di tutto ciò che è virtù, alla conoscenza del Bene.

Queste prime opere che partono tutte da punti diversi, giungendo rigorosamente alla stessa conclusione, sembrano dimostrare il fatto che, già da giovane, Platone avesse ben chiara la meta cui giungere.

Tuttavia come abbiamo già accennato all’inizio, Szlezàk, Gaiser, Krämer, Reale ed altri studiosi hanno dimostrato che non si può affrontare il pensiero platonico, basandosi semplicemente sulle opere scritte, né tanto meno, considerando ogni dialogo opera a sé bastante.

Già Aristotele ci ricorda nella sua Metafisica[8], che nell’accademia di Platone si era elaborata una teoria di cui non si potrebbe sospettare l’esistenza sulla base dei soli dialoghi platonici.

Lo stesso Platone in alcuni dialoghi della maturità[9], spiega la sua riluttanza all’esporre per mezzo dello scritto tutto il suo pensiero: per Platone il vero insegnamento è orale, mentre la scrittura avrebbe una funzione meramente ludica.

Ma la testimonianza più importante, per far luce sul fatto che Platone avesse fin dalla gioventù ideato un suo sistema e che lo stesse svolgendo gradualmente, ci è data dalla VII Epistola.

Da quando sono venuti a cadere tutti i dubbi circa l’autenticità dell’epistola, si sono posti seri problemi per chi volesse continuare ad intendere Platone secondo l’esegesi tradizionale.

La VII Epistola in primo luogo ci dà conferma dell’esattezza dell’opinione che vuole l’esistenza di dottrine non scritte.

In secondo luogo, è lo stesso Platone che fa luce circa il concepimento della teoria dello stato retto dai filosofi.

Il vecchio Platone spiega nella sua lettera come, al tempo della morte di Socrate, avesse provato una delusione così forte da ritenere che svolgere attività politica in Atene sarebbe stato uno spreco di tempo: in effetti questo era stato l’atteggiamento di Socrate nei confronti della vita politica del suo tempo.

Ma l’atteggiamento di Socrate non poté svigorire l’impulso politico di Platone, che sentiva d'avere la forza necessaria per realizzare ciò che giudicava come bene: associare vita politica e saggezza.

In base alla lettera Platone dovette concepire questo principio prima del suo primo viaggio in Italia (389-388): ma il rapporto che pone Platone fra viaggio a Siracusa e teoria del reggitore-filosofo, non riguarda la nascita della teoria, ma la possibilità che aveva il filosofo di poterla veder realizzata in Dione dopo la caduta di Dioniso I.

Quanto all’origine della teoria, lo stesso Platone la fa risalire alla morte di Socrate[10]: così essa viene a coincidere con la composizione dei primi dialoghi.

Questo passo è divenuto il punctum dolens per taluni interpreti, che posti di fronte a questo nuovo dato si sono visti costretti a retrodatare la Repubblica a prima del 390.

Altri interpreti non ritengono sostenibile questa tesi e hanno creduto esistesse un’edizione più breve della Repubblica, composta nel periodo giovanile.

Non si è tenuto conto di una terza via[11], che sembra la più percorribile: in quest’ormai famoso passo, Platone non dice di aver scritto la Repubblica, né altri libri sull’argomento; dice soltanto di aver già esposto la sua teoria. Nulla di più naturale che il filosofo la insegnasse oralmente ai suoi allievi, o comunque ne parlasse con amici, prima ancora di porre mano alla penna (il che ci riconduce al racconto che Aristotele fa in Metafisica M N quando si riferisce alle dottrine non scritte).

Appare sufficientemente dimostrato, così, quello che indicavamo in principio secondo la communis opinio indicata: che i brevi dialoghi socratici appaiono come premesse al problema dell’ottimo Stato, al quale Platone riferisce l’affermazione socratica che la virtù è conoscenza del Bene.

La base di tale pensiero è la convinzione della natura educativa della filosofia: “Si comincia a badare alle cause di errore del proprio pensiero, si scorge quanto poco sia solida l’opinione dominante e si impara a riconoscere la prima regola dell’onestà intellettuale, nel rendersi conto esatto dei propri giudizi e nel chiederlo agli altri”.[12]

Soltanto nei dialoghi successivi, Protagora e Gorgia, Platone giungerà al cuore del problema, e intraprenderà l’opera teoretica, che lo porterà, nella maturità, alla Repubblica e nella vecchiaia alle Leggi.

 


[1]L. Stefanini, Platone, 2° ed., Padova, Cedam 1949, pagg. 29-39, lo studioso riprende la tesi da Wilamowitz-Möllendorf, Platon, I, p.123 ss., Berlino 1919. Cfr. anche, G. De Ruggiero, La filosofia greca, vol. I, pagg. 291 - 292.

[2] Wilamowitz-Möllendorf, op. cit. I p.150, assegna Ione, l’Ippia minore e il Protagora agli anni 403-400, momento di formazione di Platone presso Socrate, “senza avere ancora un’idea precisa dell’indirizzo da dare alla vita”.

[3]H. v. Arnim in Platos Jugenddialoge und die Entstehungszeit des Phaidros, Lipsia 1914, pag. 34, considerò, addirittura, il Protagora la prima opera platonica.: citato da W. Jäger in Paideia, Berlino e Lipsia 1944, trad. it. Firenze, La Nuova Italia, 1978, vol. II, pag. 145.

[4]H. Maier, Socrate. La sua opera e il suo posto nella storia. (Tubinga 1913), 2 voll., Firenze 1978; M. Pohlenz, Aus Platos Werdezeit, Berlino 1913, cit. da W. Jäger, Paideia, cit. vol. II, pag. 153,

[5]W. Jäger, op. cit., vol. II, p.174.

[6] “Per la prima volta appare in esso, [...] il concetto, non facilmente traducibile, di , cioè attendere al proprio lavoro, svolgere il proprio compito e dedicarsi ad esso e a null’altro; ed è proprio questo il concetto su cui si basa la distribuzione delle funzioni tra le classi nella Repubblica di Platone”., W. Jäger, op. cit., vol. II, pag. 158.

[7] Cfr. infra, pagg. 60 - 63.

[8]Aristotele, Metafisica, M, e, N: riguarda la fase matematica del pensiero platonico, con la quale Platone spiegava la sua teoria delle idee con i numeri.

[9]In particolare si veda il Fedro.

[10]“Avvenne però che alcuni potentati coinvolgessero in un processo quel nostro amico Socrate, accusandolo del più grave dei reati, e, fra l’altro, di quello che meno di tutti si addiceva ad uno come Socrate. Insomma: lo incriminarono per empietà, [...] Di fronte a tali episodi, a uomini siffatti che si occupavano di politica, a tali leggi e costumi, quanto più, col passare degli anni, riflettevo, tanto più mi sembrava difficile dedicarmi alla politica mantenendomi onesto. [...] Il testo delle leggi, e anche i costumi andavano progressivamente corrompendosi ad un ritmo impressionante, a tal punto che uno come me, all’inizio pieno di entusiasmo per l’impegno nella politica, ora, guardando ad essa e vedendola completamente allo sbando, alla fine fui preso dalle vertigini”. Platone VII Epistola, 325 c-e, trad. di R. Radice, Platone, tutti gli scritti a cura di G. Reale, Rusconi, Milano, 1992, pag. 1807.

[11] G. Reale, Critone. Introduzione e traduzione, 1981, Brescia, pag. 46.

[12]W. Jäger, op. cit., I, p.176.

Luke Rhinehart nel 1971 scrisse L’uomo dado.

Il protagonista, Luke, era uno psicanalista di successo, con moglie e figli. Il tipico esempio di borghesia americana. Quando, un giorno, decise di prendere un dado. Di pensare a un desiderio per ogni numero. Di tirarlo. Di seguire quel desiderio a qualsiasi costo.
La storia, ovviamente, continua con protagonista quel dado e quella vita che sempre più restano connessi, mentre a esserlo sempre meno, è tutto il resto del mondo che si era costruito Luke.

Molto si è detto su questo romanzo: che il dado è la vera coscienza. Che il dado è quello che vogliamo. Che il dado è D-o.

Molto più semplicemente si può dire che il dado può portare alla luce le nostre componenti nascoste. Tutto quello che siamo, ma non vogliamo essere, per ragioni sociali, per “leggi”, per cultura o semplicemente per “educazione, il dado fa emergere, dandogli vita.

Analogicamente pensiamo al sistema Stanislavskij. Recitare una parte andando a cercare quel personaggio dentro di noi. Interpretare un marito confuso, una moglie distratta, un assassino, un prete, un bravo ragazzo, andando a cercare quella figura dentro di noi.

Adesso, proviamo a riportare quanto descritto nella scrittura. Proviamo ad abbandonare il sistema “creativo” e a indossare quello “schizofrenico”. Proviamo a vedere la scrittura come la possibilità, attraverso la finzione, di essere quello che davvero siamo. Scindiamo, volontariamente, la nostra personalità e decidiamo quale componente deve emergere.

Non sarebbe bello?

E in questo caso, voi, chi vorreste essere per i prossimi tre mesi di vita?

Nelle prossime settimane le regole de Il gioco.

Che diventetà contest letterario, e poi casa e poi romanzo.

AA.VV. a cura di Renzo Semprini Cesari

Prospettive

Jona Editore, Torino, 2017

“Mario si dimenticò di chi era figlio. Si dimenticò di chiamarsi Mario. Si innamorò e si dimenticò il nome dell’amata. Fece un figlio e lo chiamò Meticcio. Meticcio era il più particolare uomo degli uomini particolari. Aveva le sembianze di un uomo, ma ogni volta che incontrava un essere diveniva anche quell’essere”.

Il passo che precede costituisce forse l’intera cifra della prima raccolta di racconti di Jona editore, se non addirittura la sua radice profonda. Se per un attimo abbiamo avuto l’impressione di trovarci di fronte a Leonard Zelig, già girata la pagina ci siamo dovuti ricredere. Non si tratta certo della parodia letteraria dell’omonimo film di Woody Allen ma, semmai, di un invito tanto gentile, quanto radicale: la vita non è questione di paura; della paura che ci fa annuire camaleonticamente all’altro da sé, per affrontare tra le foschie dell’ipocrisia le ‘alterità’ che il mondo per sua natura impone.

Se è vero che la paura è una forma d’intelligenza, presumibilmente la prima, è altresì vero che se si vuole ‘essere’, bisogna superarla, combattere con la nostra più atavica paura: quella dell’altro da sé, spogliarsi di se stessi, ed essere “anche quell’essere”. Né credo per avventura l’autore dica ‘essere’ e non solo ‘altro’, indicando questa metamorfosi esistenziale l’autenticità dell’esistere.

Ora, se c’è un luogo dell’esistente in cui il denudamento – lo si voglia intendere totale o meno – avviene fin dalla notte dei tempi è proprio la narrazione e nell’accoglienza che le dà il destinatario.

E già qui, questa prospettiva di lettura si complica, avendo aggiunto un altro termine al discorso: la logica di questa dialettica binaria, tra narrante e uditore/lettore, moltiplica esponenzialmente le possibilità prospettiche in un’inestricabile babele borgesiana. D’altro canto cos’è il vivere, la relazione, se non caos, molteplicità di soffocanti prospettive a cui la ragione tenta di dare ordine.

Poteva desiderarsi destino meno nobile allo specchio della vita, alla narrazione? Non sarebbe stato neppure giusto pretenderlo: atto rassicurante e ipocrita, dicevamo.

S’inizia sempre con la ragione, la tecnica, l’ordine, né potrebbe essere altrimenti. Così, questo volume, inizia col più classico degli indici; addirittura rassicurante la sua prima sezione, additandoci le plaghe della letteratura dostoevskijana come suo orizzonte di senso.

Poi arrivano i racconti, il primo che abbiamo intravisto e che tutti li precede, e quelli degli altri venti autori: ognuno con la sua scrittura, la sua pretesa di aver lambito, anche solo per un attimo, una porzione di verità, forse con grande fatica strappata ‘dalla gola del leone’.

Il primo passo del viaggio è compiuto col tratto d’inchiostro che ha vergato la pagina, un tratto forse incerto, ineffabile, come la linea di colore del pittore che, nell’incipit di un famoso romanzo di Baricco, non lasciava segno sulla tela, nella sua tensione impossibile verso un universo di senso.

Il secondo passo è, inevitabilmente, consegnato al lettore che voglia divenire “il più particolare uomo degli uomini particolari”: se si è spogliato di sé l’autore, è ancora più necessario che lo faccia il lettore, che alla prima prospettiva sposi la sua; oppure lasci semplicemente, facendosi altro da sé – divenendo ‘anche quegli esseri’ di cui legge –, che il suo sguardo, sulle righe che scorrono sotto i suoi occhi, asciughi il segno lasciato con una pennellata di acqua di mare.