La collana de Il gioco 1 vede quattro romanzi in uscita questo fine settimana (in versione ebook, la versione in brossura uscirà a breve, andando, così, a incrementare la percentuale di cofanetto con La Teca di Serena Barsottelli):


Angela Colapinto: Il Detestiario

 

Debaora Gatelli: Lei è l'altra

 

Mariarosa Quadrio: Il muro di Vanessa

 

Nicola Rovetta: Cosa combini, Eddy?

Domenica 17 giugno da Nora Book & Cofee, in Via Delle Orfane 24/D a Torino, a partire dalle 18 e 30 gli scrittori parleranno di Scrittura Schizofrenica, de Il gioco e dei loro romanzi.
Questo il link all'evento Facebook. Sarà possibile acquistare Nella Teca ion versione brossura e gli altri in versione ebook.

 

 

Immaginavo fosse così. Passi la vita a pensare cosa faresti se ti dicessero che ti rimangono 6 mesi, un mese o una settimana e quando finalmente arriva il momento, a coloro che hanno la fortuna di sentirselo dire, niente ha più importanza.

Non importa se non mai ho nuotato con i delfini, se non ho imparato l’ucraino come avrei voluto, se non ho mai scalato il Machu Pichu, se non ho mai provato quello che sostengono di aver provato i poeti nelle loro tormentate poesie d’amore (morirò comunque convinta del fatto che mentano). Tutto sembra già così lontano adesso. E poi diciamocelo sinceramente, lo sappiamo tutti sin dall’inizio che sempre e comunque qualcosa deve restar fuori.

Mi sono sempre piaciute le linee pulite, i bordi definiti e le cifre tonde e quindi ho scelto la data del mio compleanno. Quel giorno mi hanno fatto entrare in questa vita e quel giorno me ne andrò. Puff

46 meravigliosi anni di cui non cambierei niente, se non la velocità con cui sono trascorsi.

Cazzo però, come al solito sono in ritardo! Ma è possibile che debba sempre fare tutto di corsa? Neanche la preparazione alla mia morte posso godermi in pace. Non ho ancora comprato la biancheria intima, devo andare dal parrucchiere, scegliere il vestito ed ho dei peli sulle gambe che potrebbe competere con la Selva Morena. Una laurea in medicina e due specializzazioni ed ancora non ho fugato i miei dubbi sul fatto se i peli continuino a crescere o meno anche dopo la morte. A parte l’orrore di immaginarmi cadavere peloso, non sopporterei l’idea che dopo una guerra feroce ed estenuante di tutta una vita a botte di cerette, pinzette e laser, alla fine avrebbero loro il sopravvento.

Tre giorni di tempo sembrano tanti, ma se inizi a pensare a tutti i dettagli di un suicidio fatto con tutte le regole, ti accorgi che sono ben pochi.

Anche scegliere il metodo non è stato semplice. Nei miei corsi di suicidio creativo ho sempre preso a modello il suicidio di Evelyn McHale. Che invidia! Se avessi la certezza del risultato sceglierei di morire come lei, ma in questi lunghi anni ho visto troppe scatole craniche fracassate ed arti disarticolati per poter sfidare la statistica. Voglio essere bellissima e soprattutto voglio essere sorridente.

Già! Sembra facile far sorridere un cadavere o anche soltanto trovare un complice che ti permetta di farlo. Ho pensato inizialmente di chiedere ad Aristide, uno dei pochi che non avrebbe fatto tante storie. Ma poi mi sono ricordata del suo gusto per le cose brutte ed ho rinunciato. Chissà come mi avrebbe trasformata. Sfidare la sorte sì, ma non fino a questo punto.

L’unica persona a cui avrei potuto chiedere è Mazen. Del resto è anche uno dei pochi ad aver saputo della diagnosi ed uno dei più fedeli sostenitori nonché collaboratori dei miei deliziosi suicidi. Quanti ne abbiamo ideati e realizzati insieme e sempre con grande soddisfazione nei risultati. Assistenti al suicidio perfetti!

Ho pensato comunque di chiedere consiglio ad Aristide, la sua creatività mascherata da falsa originalità (gli piace molto pensarsi così) mi ha sempre divertito. Come mi aspettavo mi ha proposto qualcosa di splatter, un’elettrocuzione che avrebbe provocato il black-out di tutta Dublino al momento finale della finale dei mondiali di rugby. Proposta bocciata per motivi estetici (non sopporto immaginarmi con i capelli arruffati), pratici (non avrei saputo come avere accesso alla centrale elettrica, l’unico collegamento che ho con i centri del potere elettrico è il tecnico della televisione che mi sono scopata per errore qualche anno fa) ed organizzativi (la finale cade a maggio, e questo manderebbe a puttane la cifra tonda dei miei anni). Però ho apprezzato l’idea.

Era una vita che combattevo: alcune battaglie le avevo perse e altre le avevo vinte. Le molte volte che avevo perso, avevo perso proprio con me stesso, le sfide che mi ero prefissato come sognatore a occhi aperti si erano spesso e inesorabilmente dirottate fino a ricevere l'estrema unzione.

Gli studi che avevo fatto avevano arricchito, sì, la mia persona, non ero tuttavia riuscito ad usare quelle passioni come spunto di creatività. Non ero riuscito nell'intento di creare qualcosa di nuovo come avevo sempre voluto fare, e così erano rimaste lì a fare la muffa quelle semplici nozioni.

Era ormai da decenni che sentivo il mio intelletto deteriorarsi dentro il cranio, era sempre stata la mia paura più grande quella di ritrovarmi stupido e patetico. Vivere tanto per vivere, tanto valeva tornare allo stato di scimmia in modo da non patire le pene dell'inferno inutilmente, loro sì che erano fortunate.

Quella notte dopo aver procrastinato sulla latente depressione che mi portavo a zonzo, riuscii comunque ad addormentarmi, forse grazie alla vecchiaia le mie meningi erano tanto rallentate da permettermi il sonno anche in una situazione fitta di puro pensiero negativo.

''Hei tu, eccoti là. Come sei diventato patetico, io qua ancora danzo e ballo, la melodia della vita fluisce ancora leggiadra dentro di me. E tu cosa te ne fai li ad annegare nel tuo rammarico, vergogna''.

''Tu sei giovane e sveglio, a vent'anni... Ma cosa te lo dico a fare? Su dai lasciami in pace Eddy, non vedi che peggiori solo le cose''.

''Peggioro le cose, certo ma se non riesco a smuoverti tanto vale peggiorarle definitivamente non ti pare? E su dai che se ti metti d'impegno puoi ancora sfruttare quegli studi per trovare una piccola pezza di conoscenza che nessuno aveva mai osato, la fisica è li che ti aspetta''.

Mi svegliai di soprassalto, mi sentivo come ringiovanito e pronto all'azione. Era ancora buio e iniziai subito a ripassare alcune cose, ricordavo ancora bene tutto e ripresi quindi una vecchia idea che avevo lasciato nel cassetto per problemi di soldi, i soliti cari vecchi soldi.

In quel sogno il mio vecchio me di vent'anni aveva risvegliato qualcosa che non sentivo da tempo, mi sentivo ancora in grado di pensare e di decifrare il mondo che mi circondava grazie all'intuito e alla creatività.

Studiai a fondo ogni minimo particolare, non sembravano esserci problemi. Ero fiero di quello che stavo facendo, l'inquinamento degli oceani era un vero e proprio dramma negli ultimi anni. Ero forse riuscito a trovare un modo per aiutare i microorganismi a degradare la diffusissima plastica o era solo un falso intelletto ad aver soggiogato le mie speranze?

Da quanto tempo non vedevo quei muri, quel giardino, da quanto tempo non sentivo quell'atmosfera.

''Buon giorno, mi dica''.

''Salve''. Mi schiarii la gola per assicurarmi di avere il giusto tono nel presentarmi. ''Lei è il professore di microbiologia giusto?''. Avevo sentito dire che era molto qualificato per valutare al meglio la mia idea, lui stesso svolgeva un compito cruciale nella ricerca.

''Si, sono io. Mi dica''.

''Ecco, io avrei avuto un'idea che penso possa funzionare. È tutto scritto qua''. Gli mostrai il la mia cartella con tutto il materiale che avevo raccolto.

''Be’, grazie. Lo leggerò senz'altro''.

Da giovane non ero mai stato in grado di presentarmi adeguatamente ed ero certo che fosse fondamentale perché potessi essere preso in considerazione.

Erano sempre poche le lettere che ricevevo, e vidi subito chiaro il timbro dell'università. A due settimane dall'incontro con il professore, eccola finalmente.

Capii subito da come erano scritte le prime parole che la mia idea era inutile, ero fortemente rammaricato e arrabbiato. Da tempo non mi capitava di dare un pugno al muro, l'ultima volta non mi sarei mai potuto fare tanto male. Me ne andai subito a dormire come sotto l'effetto di qualche strano sonnifero.

''Ecco, lo vedi. Sei un buono a nulla, incapace''.

''Cero, solo quello sono sempre stato''.

Quel giovane davanti a me non potevo essere io, rideva, rideva della sua stessa disgrazia. Rideva e mi insultava, come poteva volermi tanto male.

Mi sono svegliato di soprassalto con l'assordante rumore delle sue risate nelle orecchie, sono saltato di colpo dalla finestra come sotto l'effetto di una strana droga, come se fossi ancora nel sogno.

E adesso, in questa mia ennesima ed ultima caduta, non ho più, finalmente, nessuno ad aspettarmi al varco.

3 Luglio 2018, ore 11.30, Ospedale Saint Jean, Bruxelles, modalità gemello buono.

La sala d’attesa è strapiena, il mio appuntamento è adesso ma la dottoressa è in ritardo, dunque dovrò aspettare. Anche la Vichinga numero due è in ritardo, il termine per il parto scadeva il primo luglio ma lei di nascere non ne ha proprio nessuna voglia. Infatti sono qui per il controllo e per il monitoraggio: se non si smuove nulla nei prossimi quattro giorni dovranno indurmi le contrazioni.

A me in effetti non dispiace affatto tenerla dentro ancora un pochino. Mi piace essere incinta, non mi dà nessun fastidio e per tutta la gravidanza ho continuato a condurre la mia vita quasi come se niente fosse.

Davvero non capisco tutte quelle donne che dal settimo mese in poi cominciano a lamentarsi, dall’alto dei venti e passa chili che hanno messo su, con piagnistei del tipo: “Non ce la faccio più, non vedo l’ora che esca, non riesco nemmeno a camminare”.

Io sono molto più preoccupata per quanto riguarda il dopo! Quando la nanetta avrà messo piede fuori dalla mia pancia, allora sì che il gioco si farà impegnativo; ecco perché evito di pensarci troppo e mi godo gli ultimi giorni di quiete. In fondo, finché sta dentro, non piange e non ha bisogno di nulla.

Sto aspettando già da più di un’ora, per fortuna mi sono portata un libro da leggere. Le riviste in francese che vedo sul tavolino non sono certo il mio genere; non seguivo il gossip quando vivevo in Italia, figuriamoci qui in Belgio dove non conosco nemmeno minimamente i protagonisti delle pagine patinate.

La vichinga numero due continua a muoversi e a puntare i piedi contro la mia vescica, ma non ci casco più: sono tutte finte, ormai l’ho capito. Andrò in bagno per la terza volta da quando sono arrivata, sperando sia l’ultima. Ecco, una cosa che non mi mancherà della gravidanza è la navetta ininterrotta verso la toilette, di giorno ma soprattutto di notte.

“Madame Aramini?” la dottoressa si affaccia alla porta con la sua solita aria brusca e sbrigativa. Magra, scattante e con i capelli corti, è una che non bada ai convenevoli, ma un sorriso e una breve frase di scuse per il mostruoso ritardo con cui mi sta ricevendo avrebbe anche potuto produrli.

“C’est moi”, mi affretto a rispondere mentre scatto in piedi sorridendo al posto suo. Chissà perché mi sento sempre in dovere di compensare le mancanze degli altri? Quando la finirò di agevolare sempre il compito a tutti anche quando sono in torto marcio?

Comunque, finalmente mi visita e in dieci minuti al massimo mi liquida: “Voilà, tutto tace signora, nessun segno di contrazioni e tanto meno di dilatazione. Ci rivediamo tra tre giorni alla stessa ora, cerchi di muoversi parecchio e faccia le scale il più possibile”.

Insomma ho perso praticamente tutta la giornata per sentirmi dire sempre la solita cosa. Ora ho giusto il tempo di arrancare verso casa, mangiarmi un panino al volo e poi incamminarmi verso il nido per recuperare la Vichinga numero uno.

16/12/2033 – ore 20:00

Scrigno non mi serve più al bancone appoggiando distratto il solito calice di bianco fermo mentre prende un'altra ordinazione. Adesso mi riserva un tavolo, il mio preferito, quello nell'angolo vicino al palco. Sa che mi piace la musica, e che soprattutto mi piacciono i musicisti giovani, avidi di esperienze e di racconti. Fare sesso con una milf è una delle cose da collezionare nei loro tour e da raccontare ad amici e fan. Fare sesso con un musicista invece è un modo per tenermi in allenamento ed essere sempre al passo con gusti e perversioni.

Questa sera ho voglia di festeggiare: diciassette anni fa mi trovavo a Firenze, davanti a Santa Maria del Fiore, avvolta dalla nebbia. Ero là per un incontro, un uomo che non avevo mai visto prima ma che mi avrebbe fatto una promessa, la più importante.

Entro e vado diretta verso la targhetta con su scritto Riservato Solani. Noto il palco vuoto, nessun tecnico del suono al mixer. Mi tolgo il cappotto e lo appoggio sulla sedia accanto alla mia, slaccio il foulard quel tanto che basta per lasciare scoperto l'inizio del seno, tiro fuori le sigarette, bisogna sempre prepararsi un alibi per le conversazioni troppo pesanti.

«Il solito whiskey?»

«Sì, grazie. Scusa Scrigno, questa sera non suona nessuno?»

«Margherita è mercoledì, è la sera della settimana in cui di solito rimorchi semplici clienti».

Ogni sera della settimana ha le sue abitudini, da molto tempo, e il mercoledì è la prima in cui mi affaccio sul mondo esterno dopo il fine settimana. È la sera in cui mi piace tentare la sorte e provare per pochi istanti quella piacevole ansia data dall'incertezza. Voltare le spalle all'intero locale aspettando di vedere la sedia muoversi e una voce maschile chiedermi se può accomodarsi.

Sfilo una sigaretta dal pacchetto e mi dirigo verso l'uscita. Scrigno mi fa segno di andare nel retro, gli dico di no, ho bisogno di una boccata d'aria fresca. Quando rientro il whiskey non è ancora arrivato. Mi siedo con le spalle sempre rivolte alle persone.

Una mano compare alla mia sinistra e avvicina un bicchiere alle mie labbra. Non dice una parola, non dico una parola. Lo sfioro e lui lo inclina fino a farmi scivolare un po' di quel liquido bianco in bocca. Lo mando giù.

Dalla mia reazione deve aver capito che non mi è dispiaciuto, così ripete il gesto.

Mi scioglie i capelli e lascia che cadano sulle mie spalle, poi sposta il cappotto e si siede.

«È vodka, liscia».

«È buona».

«Ne vuoi ancora?»

«Vorrei il mio whiskey se a te e a Scrigno non dispiace».

Fa un gesto verso il bar e in un attimo quello che ho ordinato si materializza davanti a me.

Avrà poco più di vent'anni, potrebbe essere mio figlio se dimostrassi davvero l'età che ho. Potrebbe esserlo ugualmente ma la cosa non mi interessa e pare non interessare nemmeno a lui.

Non chiede niente di me e non racconta nulla di sé ma conversa e lo fa divinamente. La noia che abita con tanta facilità le mie giornate scompare all'improvviso e mi trovo a ridere di gusto, per la prima volta dopo Andrea.

Alla nostra prima consumazione se ne aggiunge una seconda e poi una terza, alla quarta dico no, voglio restare lucida, voglio ricordarmi di lui. Si dirige verso la cassa e salda il conto, Scrigno da lontano mi fa l'occhiolino, segno che non gli devo nulla.

Il ragazzo torna da me, prende il cappotto dalla sedia e mi aiuta a indossarlo.

«Abiti qui vicino?»

«Sì».

«È perfetto».

 

Sono una vera dura, amore non ne chiedo mai.

Raccolgo quel che arriva per caso, come succede con le monetine che cadono dalle tasche e rimangono incastrate tra i cuscini del divano. Quando gli ospiti si alzano, si dileguano e la sala è vuota, senza qualcuno attorno che mi osservi, di nascosto, vado a cercarle. E a raccoglierle.

Voglio dire, è pur sempre una forma di accattonaggio, ma non si tratta di elemosina manifesta. Lo trovo ben diverso: alla fin fine quel che arriva è comunque un premio. E questo premio, se non te lo aspetti, se non è lì per te, è ben più goduto.

Allo stesso modo era arrivato Marco. Era entrato nella mia boriosa esistenza senza chiedere il permesso, senza che lo cercassi. Per casualità, ma con prepotenza, ché quelle come me venerano il dio del caso, ma ne adorano anche l'arroganza: non pretendere nulla, badate bene, non è una forma di pigrizia quanto una smodata passione per la sopraffazione.

A Marco lo avevo conosciuto la scorsa estate ad una festa, la festa di compleanno di Ester. Lui era lì per lei: non perché fosse il suo compleanno, intendiamoci. Non come me, che presenziavo per una certa forma di doverosa cortesia, nonostante odiassi stare in mezzo a troppa gente. Marco era lì per lei, perché le faceva il filo; ne era innamorato, è sempre stato invaghito di Ester, lo è tuttora. Quando arrivai, lo vidi seduto in giardino, su quella poltrona in vimini sotto il salice piangente. Era belloccio, tutto sommato: un bel viso abbronzato, i lineamenti abbastanza marcati, mascolini, anche se armonici nel complesso. Vestito bene: semplice, minimale. Ma non è per la bellezza che lo notai, quella è merce sopravvalutata, bensì per il suo sguardo perso e assieme fisso, puntato sul culo di Ester, sul suo bel fondoschiena fasciato in un tubino rosso, sfoggiato con ostentazione per l'occorrenza.

La convinzione che Ester fosse la fedele fidanzata di Davide mi rincuorò, non per una improvvisa e immotivata gelosia che non potevo provare verso uno sconosciuto qualsiasi, ma dovrei piuttosto dire che mi rassicurò, mi guidò come un faro acceso in piena notte, che illumina la strada salvaguardandoti dal rischio, dal pericolo. E lì mi resi conto: Marco poteva essere l'uomo per me, e io potevo essere la sua seconda scelta. Glielo avrei fatto capire? Certo che no. Mi sarei nascosta, all'ombra di una qualsiasi altra presenza più distinguibile, affinché mi venisse a cercare. E sarebbe venuto, ma solo se lo avesse voluto davvero. E, ne ero certa, lo voleva.

“Piacere, io sono Valentina” gli avevo risposto, infatti, solo dopo che - al banco del bar - mi si era avvicinato un po' troppo, pestandomi il piede accidentalmente e uscendosene con uno “Scusa, perdonami, non l'ho fatto apposta” e aggiungendo poi “Ah, sono Marco” mentre mi porgeva la mano. Per pura educazione, di certo, non perché mi trovasse attraente. Del resto, “piacere” lui non lo aveva detto, o almeno non lo avevo sentito. Mentre io, dolorante, nonostante fossi stata calpestata ci avevo tenuto a sottolineare che ero contenta di fare le sue conoscenze. E questo la dice lunga su come tutto ebbe inizio, tra me e lui, e su come tutto proceda, tra me e la vita.

Lui è stato il mio incidente, in un certo senso. Io sono stata la sua seconda scelta. E questo mi lusinga, non perché impazzisca all'idea di essere seconda a qualcuno, sia ben chiaro, sarebbe assai triste, bensì perché è un pensiero davvero consolatorio: essere comunque la sua scelta, al di là delle classifiche, che quelle non contano.

Sono innamorata di lui? Non lo so. Anche la passione, come la bellezza, è roba sopravvalutata.

Lui è innamorato di me? Non so neppure questo. E, soprattutto, a chi importa? Dovrei dire che sono felice di stare lì al mio posto, accanto a lui, a travasare da me quel che c'è in lui da colmare, ché l'amore come sentimento invece esiste, e si trova nel prestarsi a qualcuno, senza negarsi ai suoi bisogni. Siamo vasi comunicanti, in questo, fatti forse l'uno per l'altro.

La scorsa settimana sono tornata a casa e Marco non c'era ancora. Aveva lasciato il cellulare a casa, sulla mensola della cucina: se me ne sono accorta è stato per il drin che avvisava dell’arrivo di un messaggio e per la luce dello schermo che balenò nella semi oscurità della stanza. Non avrei mai voluto leggere quel che c'era scritto, sarei pronta a giurarlo, ma l'anteprima della notifica mi avvisava che era da parte di Ester. Una mia amica, anche, quindi ero autorizzata ad aprirlo.

“Rifacciamolo”, diceva. E un drin dopo “ne ho sempre voglia”, aggiungeva. Che cosa?

L’ “amore mio” finale chiariva ogni possibile dubbio.

Mi sono infuriata? Non lo so. Ma, naturalmente, mi sono vista costretta a cancellare il messaggio, o Marco se ne sarebbe accorto e non avrei potuto far finta di nulla, la miglior scelta possibile.

Rincasato, sembrava felice, e nel vederlo così il mio cielo nero si era fatto terso. Ogni nuvola spazzata via. Sì, trovo serenità nel compiacerlo, esisto nell'assecondarlo. Godo del non essere io a godere, lasciandogli spazio per fare quello che vuole, non mostrando quel che dovrebbere essere frustrazione, ma che chiamerei apatia.

Ventuno maggio

Adamo non sapeva di stare per morire, ma in fondo quando arriva quel momento nessuno lo sa davvero, o almeno non dovrebbe saperlo. Alcuni se ne illudono, certo, ma la consapevolezza della morte era una verità che si arrivava a sfiorare soltanto quando il cuore si fermava, e anche il respiro. L’unico modo per esserne sicuri era farla finita da soli.

Aveva rischiato più volte di morire, soprattutto quando era molto piccolo e i suoi genitori erano presi da altro, quasi-morti per altro. Allora aveva capito che ficcarsi la droga in vena era come morire o morire un poco per volta, ma da lì a riempirsi la bocca di pasticche e a tirarle giù tutto d’un fiato ne passava di strada.

Tutto l’occorrente era riposto in un armadietto, non il classico armadietto delle medicine pieno di scatolette arancioni con il tappo bianco. Andrea teneva tutto l’occorrente in un mobiletto chiuso con un lucchetto, ma una sera aveva dimenticato la chiave sul tavolo in metallo al centro della cantina, e allora Adamo aveva colto l’occasione e si era ingegnato. Aveva fatto in fretta, aveva raccolto tutto quello che aveva potuto, ottenendo una manciata di coriandoli di ossicodone, codeina e morfina. C’erano anche dei cerotti al fentanil, ma quelli erano vistosi se applicati sulla pelle, e Adamo voleva realizzare il suo esperimento in segreto, seguire le orme di Andrea senza esser visto. Se c’era un modo per ottenere l’amore di Andrea, Adamo aveva pensato, era morire, o meglio ancora stare per morire. Intendeva, con quel suo modo soltanto in apparenza semplice di ragionare, morire quel tanto che bastava a non farlo veramente. Voleva essere riportato indietro, aiutando così Andrea a realizzare il suo sogno di salvare dalla morte la vita di qualcuno, e se stesso, perché solo se fosse morto allora Andrea lo avrebbe amato.

Era il giorno uno del suo auto-avvelenamento: solo dosi piccole, una pillola bianca e una giallognola per iniziare, la mattina, dopo colazione. Niente pasticca dopo pranzo, meglio aspettare l’ora di cena: ne avrebbe aggiunta un’altra, quella incapsulata e difficile da inghiottire. Avrebbe potuto aprirla, diluirla con acqua e iniettarsela in vena, ma Adamo aveva paura degli aghi, perché una volta sfilando la siringa dal braccio di sua madre si era bucato la punta del dito. Il sangue, ricordava, aveva iniziato a sgorgare fuori dalla fessura e a sporcare la pelle, la pelle bianca che si andava inzozzando di rosso, e poi di marrone quando il sangue divenne secco. Nessuno grattò via lo sporco, nessuno lo ripulì dalla paura.

E adesso aveva paura? Sì, molta, avrebbe dovuto annotarlo su un pezzo di carta e nasconderselo in tasca, perché se le cose non fossero andate come sperava, Andrea lo avrebbe trovato, letto e capito. Forse l’avrebbe raggiunto, sì, perché ogni giorno che passava Adamo era sempre più sicuro che soltanto morendo, Andrea lo avrebbe amato.

E allora muori, aveva esortato se stesso, ma senza crederci davvero, perché le scelte estreme lo terrorizzavano, soprattutto quelle da cui era impossibile tornare indietro.

Dopo la dose serale aveva fatto sogni agitati, e le pareti dell’enorme teca in cui dormiva, quella dalla finestrella sempre aperta e da cui poteva uscire quando voleva, avevano subito una trasformazione strana, forse magica. Andrea parlava spesso delle streghe, e Adamo, in dormiveglia, aveva visto il soffitto abbassarsi un poco alla volta, millimetro dopo millimetro; alle tre di notte, quando la sua fronte sfiorava la parte alta della teca, tra la febbre e l’incubo si era chiesto se fosse stato lui a rimpicciolire.

La mattina del secondo giorno Adamo si era svegliato con un forte mal di testa. La teca era ancora intatta, aveva persino la finestra spalancata, così il bambino si affacciò fuori, mise anche un braccio al fresco dell’aria della cantina, e respirò, respirò più che poté, finché i polmoni non furono troppo pieni e iniziò a tossire.

Non so morire.

Chi lo sapeva, in fondo?

Mia madre non me l’ha insegnato bene.

Allora Adamo pensò che non poteva morire così, no, non tanto perché non fosse pronto, ma perché anche la morte lo avrebbe rifiutato. Solo Andrea l’aveva accolto, e forse sarebbe stato meglio che non lo avesse fatto, perché quando l’aveva rassicurato dicendogli di essere con lui, Adamo gli aveva creduto.

V15

Scritto da

Salone internazionale del libro - 10/14 maggio 2018.

Padiglione 4, stand V15, Jona Editore.

 

 

Angela Colapinto, redattrice de Il gioco 2.0, intervista Serena Barsottelli (anch'essa redatrice)  in occasione dell'uscita del suo romanzo: Nella teca.

Angela Colapinto: Ciao a tutti, oggi abbiamo con noi come ospite Serena Barsottelli, la scrittrice che ha dato vita al personaggio di Andrea Gori detto anche l'Antropologo; è emozionante per me essere dall'altra parte, perché oggi per la prima volta sono da sola e la mia compare è di là e risponderà alle mie domande.
Serena Barsottelli: È emozionante anche stare di qua, mi dicevo sono tranquillissima e invece oggi proprio ho un’ansia che è veramente a livelli epocali!
Angela Colapinto: Vogliamo addentrarci un po' in quello che è stato il percorso all'interno de Il Gioco, prima di passare a una fase più profonda ed elaborata di questo personaggio che ci ha incuriosito parecchio, un po' per la sua storia, un po' per tutto quello che ha portato avanti. Iniziamo con una domanda su di te, Serena, chi sei realmente?

Serena Barsottelli: Incominciamo già con una domanda semplice, più che altro. Allora, Serena è una donna dovrebbe dire, ma le verrebbe da dire ragazza, di trentadue anni e mezzo, toscanaccia, con una grande passione per la filosofia, la scrittura e il teatro, e nella vita sogna di conciliare questi tre aspetti; diciamo che è questo Serena, e nel frattempo cerca di vivere e di mantenersi come una persona più o meno normale, anche se non sempre riesce a essere così normale, come avrete intuito.

Angela Colapinto: Per te che cosa è stato partecipare a Il Gioco e che cosa è cambiato, se è cambiato qualcosa in te, dopo questa partecipazione?

Serena Barsottelli: Partecipare a Il Gioco è stato un viaggio, un viaggio alla scoperta di lati di sé stessi - cioè di me stessa -, anche lati un po’ in ombra, lati che prima magari non accettavo; è stato un bel vortice emotivo, direi, perché come ho già detto altre volte, quello che succedeva ne Il Gioco in realtà influenzava un po’ il mio umore. A volte è un po’ difficile capire i confini quando si mette tanto comunque di sé, quando si impiega tanto tempo in una cosa, quando si crede in un progetto. Quello che ha cambiato: a livello tecnico mi ha dato sicuramente un po’ di coerenza. Io prima ero più uno spirito ribelle, libero, scrivo quando me la sento, scrivo quando sono ispirata, ora no, se devo arrivare a scrivere una cosa per me è una sorta di lavoro a cui tutti i giorni dedico un tot di tempo. Mi ha dato sicuramente costanza a partire, appunto, dall’invio dei diari che dovevamo fare ogni tot di giorni. Per quanto riguarda invece Serena, paradossalmente, portando alla luce le ombre, le ombre fanno meno paura, per cui Serena è una persona un po’ più serena, per non fare giochi di parole.

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