Balassi/Salterini: offerta 2x1

 

 

-          Nome?

Bianca Balassi.

-          Età?

Trentacinque.

-          Dove vivi?

A' Capitale!

-          Il tuo maggior pregio?

So stare al (Il) Gioco.

-          Il tuo peggior difetto?

Mento quando si parla di cibo.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

Mangia TUTTO.

-          Di' qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto:

Prima o poi vedrai che il metabolismo ti cambia e...BAM!

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

Io! E una manciata di altra gente inventata carina.

 

 

-          Nome?

Margherita Salterini.

-          Età?

Ventisette.

-          Dove vivi?

Bologna.

-          Il tuo maggior pregio?

Dico sempre quello che penso.

-          Il tuo peggior difetto?

Dico sempre quello che penso.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

È brava a fingere.

-          Di' qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto:

Basta con 'sto Nicola! NON NE VUOLE!

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

Mi sa una marea di lavoro da fare :D

Vallini/Quadrio, chi è personaggio e chi persona?

VANESSA VALLINI

-          Nome?

-          Vanessa Vallini.

-          Età?

-          Trentacinque anni.

-          Dove vivi?

-          Milano.

-          Il tuo maggior pregio?

-          Credo la bontà e la sensibilità.

-          Il tuo peggior difetto?

-          Sono troppo ansiosa.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

-          È un po’ stronza.

-          Di’ qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto:

-          Tiratela meno e leva quella foto che fa veramente schifo.

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

-          Resteranno i quattro mesi più intensi della mia vita.

MARIAROSA QUADRIO

-          Nome?

-          Mariarosa Quadrio (Mari)

-          Età?

-          Quarantotto anni.

-          Dove vivi?

-          In provincia di Pisa.

-          Il tuo maggior pregio?

-          Sono una che vive e lascia vivere.

-          Il tuo peggior difetto?

-          Perdo presto la pazienza.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

-          È logorroica.

-          Di’ qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto

-          Cerca di essere meno patetica.

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

-          Nuovi amici e la grande opportunità di scrivere qualcosa che mi piace e di vederlo pubblicato; per me è un sogno che si avvera.

 

 - Nome?

Margherita Solani.

-         Età?

Trentaquattro anni.

-           Dove vivi?

Ferrara.

-           Il tuo maggior pregio?

La bellezza.

-           Il tuo peggior difetto?

Ho difetti?

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

La rigidità.

-          Di’ qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto:

Se la smettessi di contraddirti...

-           Cosa ti resterà di questa esperienza?

 Sensazioni che non so se riuscirò mai più a provare (è cosa rara per me). E un “fidanzato”. Ho scritto fidanzato?

Angela

-   Nome?

Angela Colapinto.

 

- Età?

 Trentotto anni

-         Dove vivi?

Bologna.

-        Il tuo maggior pregio?

L'apertura mentale.

-        Il tuo peggior difetto?

La scarsa tolleranza.

-        Il peggior difetto del tuo alter ego?

La dà via.

-        Di’ qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto?

Copriti quel seno, per cortesia!

-        Cosa ti resterà di questa esperienza?

Nuove conoscenze e tutto quello che ho imparato dal mettermi alla prova ogni giorno. Insieme alla possibilità che i sogni diventino realtà.

 Ed eccoci arrivati all'ultima intervista: Nicola Rovetta ci parla del suo personaggio, Eddy Jonston.

 

- Ciao, ti puoi presentare?

Mi chiamo Nicola e ho 24 anni. Sono disoccupato e non c'è traccia di lavoro all'orizzonte.

Ho da poco conosciuto l'arte delle parole e da quando scrivo mi rendo conto che sono più felice, è forse la miglior psicanalista esternare con la scrittura pensieri ed emozioni, l'inanimata carta sembra essere molto viva con i consigli che si porta dietro.

Oltre a leggere e scrivere mi piace in generale la scienza e la natura, questi sono due punti in comune con Eddy.

 

- Come sei venuto a conoscenza de il gioco?

Tramite una conoscenza, ''amicizia'' su Facebook.

 

- Come mai hai deciso di partecipare?

Una nuova avventura che alimenta fantasia ed ispirazione letteraria conoscendo personaggi strabilianti, l'unico motivo per non farlo può essere una malattia mentale.

 

- Spiegaci cosa vuol dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.

Il fatto che siano persone estranee è forse la parte più divertente, non solo ho imparato a conoscerli ma è proprio durante il percorso che è stato inressante improvvisare certe sfaccettature del mio personaggio, alcuni sanno bene che ha i genitori nati a Salem il paese del fuoco alle streghe. Non so perché ho voluto concedere certi aspetti solo ai più curiosi.

- Ci parli del tuo personaggio e del perché l'hai scelto?

Quando ho creato Eddy ho pensato che dovesse essere caratterizzato da una lotta interiore, da una parte il ricordo delle esperienze di bullismo a tirar fuori quella parte inetta, dall'altra la lotta per vincerle e il senso di giustizia ed i raptus furiosi con mano fasciata e porte rovinate che ne conseguono. La storia che racconto con il personaggio è appunto quella di un ragazzino bullizzato che soffre di un complesso di inferiorità fino a credersi totalmente un idiota fino a cercare di farsi quella vita che sentiva sempre impalpabile tra le sue mani.

Ho creato questo personaggio perché il bullismo è la prima forma d'odio a dover essere eliminata che spesso si trasmette dal boia trasformando la la vittima in una pentola colma d'odio.

 

 - Che legami hai creato nel gruppo?

Eddy: Tutto sommato è stato piacevole con tutti. Mi sono trovato in una piacevole sintonia di pensiero con Margherita Solani ed è stato piacevole partecipare agli esperimenti dell'antropologo. A proposito, quando ricominciano?

Oltre a questo l'ho già detto nel gruppo, ho conosciuto troppo poco Giuseppe e Ginevra.

Intervistiamo Angela Colapinto, una delle due vincitrici de Il Gioco,  creatrice di Margherita Solani.

 

- Ciao, ti puoi presentare per noi?

Sono quasi sicura di essere Angela, di avere 38 anni e di vivere a Bologna. Mi piace giocare. Soprattutto, amo scrivere. Un sogno, che piano piano ha iniziato a spingere da dentro e a reclamare attenzione. Ed eccomi qui. Penso che abbia vinto lui, a questo punto, e ne sono felice.

- Come sei venuta a conoscenza de Il gioco?

Dalla pagina facebook di Jona Editore.

- Come mai hai deciso di partecipare?

Quando ho letto il bando, ricordo di essere rimasta colpita dall'alone di mistero in cui era immerso. Ho trovato davvero geniale l'iniziativa, e ho pensato che fosse un'avventura da non perdere: poter agire un personaggio che non sei tu ma che in realtà sei tu. Così mi sono candidata, di pancia, e dopo un po' di giorni mi è arrivata la conferma. Ero dentro.

- Spiegaci cosa vuol dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.

Si agisce mai veramente senza filtri con gli altri? Se dovessi rispondere io potrei azzardare un “ci provo” ma la verità è “no”. Ecco, ne Il Gioco è stato esattamente il contrario, e questo ha reso quegli estranei meno estranei di quello che erano. Per me ha significato conoscere con la C maiuscola, esplorare. Condividere senza barriere o vie di fuga.

- Ci parli del tuo personaggio e del perché lo hai scelto?

Margherita Solani ha 34 anni ed è single. Lei direbbe: “per scelta”.

Nella sua vita non mancano gli uomini, con i quali si diletta ogni volta che ne ha modo.

È stata cresciuta da una zia tanto capace di insegnarle come cavarsela, quanto incapace di trasmetterle affetto.

Non ama il genere umano. Vorrebbe fare l'opinionista, essere una di quelle persone pagate per dire quello che pensa. Dovendosi accontentare di un lavoro da impiegata, da anni sfoga la sua rabbia compilando un quaderno che chiama Detestiario, nel quale inserisce tutte le persone che a suo giudizio non meritano di popolare questa terra.

Ho scelto Margherita perché è stata, è e continuerà a essere quella “malgrado me stessa” che ho accettato esistere e con la quale faccio pace ogni giorno. L'ho scelta perché poteva allo stesso tempo rappresentarmi ed essere molto diversa da me.

Una contraddizione che credo sia parte di ognuno di noi.

Intervistiamo Angela Colapinto, una delle due vincitrici de Il Gioco,  creatrice di Margherita Solani.

 

- Ciao, ti puoi presentare per noi?

Sono quasi sicura di essere Angela, di avere 38 anni e di vivere a Bologna. Mi piace giocare. Soprattutto, amo scrivere. Un sogno, che piano piano ha iniziato a spingere da dentro e a reclamare attenzione. Ed eccomi qui. Penso che abbia vinto lui, a questo punto, e ne sono felice.

- Come sei venuta a conoscenza de Il gioco?

Dalla pagina facebook di Jona Editore.

- Come mai hai deciso di partecipare?

Quando ho letto il bando, ricordo di essere rimasta colpita dall'alone di mistero in cui era immerso. Ho trovato davvero geniale l'iniziativa, e ho pensato che fosse un'avventura da non perdere: poter agire un personaggio che non sei tu ma che in realtà sei tu. Così mi sono candidata, di pancia, e dopo un po' di giorni mi è arrivata la conferma. Ero dentro.

- Spiegaci cosa vuol dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.

Si agisce mai veramente senza filtri con gli altri? Se dovessi rispondere io potrei azzardare un “ci provo” ma la verità è “no”. Ecco, ne Il Gioco è stato esattamente il contrario, e questo ha reso quegli estranei meno estranei di quello che erano. Per me ha significato conoscere con la C maiuscola, esplorare. Condividere senza barriere o vie di fuga.

- Ci parli del tuo personaggio e del perché lo hai scelto?

Margherita Solani ha 34 anni ed è single. Lei direbbe: “per scelta”.

Nella sua vita non mancano gli uomini, con i quali si diletta ogni volta che ne ha modo.

È stata cresciuta da una zia tanto capace di insegnarle come cavarsela, quanto incapace di trasmetterle affetto.

Non ama il genere umano. Vorrebbe fare l'opinionista, essere una di quelle persone pagate per dire quello che pensa. Dovendosi accontentare di un lavoro da impiegata, da anni sfoga la sua rabbia compilando un quaderno che chiama Detestiario, nel quale inserisce tutte le persone che a suo giudizio non meritano di popolare questa terra.

Ho scelto Margherita perché è stata, è e continuerà a essere quella “malgrado me stessa” che ho accettato esistere e con la quale faccio pace ogni giorno. L'ho scelta perché poteva allo stesso tempo rappresentarmi ed essere molto diversa da me.

Una contraddizione che credo sia parte di ognuno di noi.

Intervistiamo Debora Gatelli, l'ultima scrittrice entrata ne Il gioco, ma subito parte integrante del gruppo, che ci porta la sua Prisca Aramini.

 

-          Ciao, ti puoi presentare per noi ?

Mi chiamo Debora, ho 41 anni e sono cresciuta in un micropaesello della provincia di Varese. Ho studiato statistica all’università di Bologna e lavoro per la Commissione Europea a Bruxelles.

Nei miei quasi sei anni di vita in Belgio sono riuscita ad accalappiarmi un aitante autoctono fiammingo dal pelo biondastro, con il quale sto attivamente contribuendo al sovraffollamento del pianeta. Abbiamo infatti sfornato una pestifera vichinga due anni fa e ce n’è una seconda in fase di produzione!

Nonostante la formazione decisamente scientifica, ho da sempre una grande passione per la scrittura, che uso soprattutto a scopo terapeutico per travasare l’eccesso di emozioni dal cuore al foglio ogni qual volta lo spazio per contenerle risulti insufficiente.

Mi reputo una persona iperattiva e fortemente terrorizzata dalla noia; ciò fa sì che io rimpinzi la mia vita con le attività più disparate e tra loro incompatibili fino al punto in cui, ovviamente, non riesco più a gestirle tutte quante.

-          Come sei venuta a conoscenza de “il Gioco”?

Sono iscritta da poco alla newsletter di Jona Editore e non ero dunque al corrente dell’esistenza de “il Gioco” quando furono fatte le selezioni iniziali. Ricevetti però una email a metà ottobre in cui cercavano ulteriori personaggi da inserire e l’iniziativa attirò immediatamente la mia attenzione.

-          Come mai hai deciso di partecipare?

Ero in ufficio quando ricevetti l’email e pensai che sarebbe stato un peccato non provarci; così nella pausa pranzo scrissi una paginetta con la presentazione del mio personaggio e la inviai immediatamente. L’idea era davvero accattivante, mi sembrava una sorta di Grande Fratello per scrittori ambientato su Facebook.

Adoro scrivere e amo le sfide: non potevo fare altro che buttarmici a capofitto.

-          Spiegaci cosa vuole dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.

Il mio caso è leggermente diverso dagli altri in quanto sono entrata ne “il Gioco” per ultima. La mia permanenza nel gruppo è dunque stata di un solo mese e mezzo, ma la considero comunque un’esperienza molto forte.

Entrando a gioco già iniziato, mi sono trovata catapultata in un gruppo di persone che si conoscevano bene, avevano intrecciato relazioni piuttosto strette e spesso parlavano di cose che a stento riuscivo a capire.

I primi giorni sono stati molto intensi; ho cercato di leggere più post possibili per costruirmi un’idea dei personaggi e allo stesso tempo facevo del mio meglio per farmi conoscere da loro.

Una volta presa confidenza, l’esperienza è stata davvero arricchente. Come era prevedibile ho presto sviluppato una preferenza verso alcuni personaggi mentre altri mi sono rimasti piuttosto indifferenti, ma la cosa inaspettata è stato il forte e crescente coinvolgimento che mi ha portata a mischiare sempre più la mia vita reale con quella de “il Gioco” fino a procurarmi un principio di crisi di identità.

Non avendo idea alcuna di chi si celasse dietro ai vari personaggi, sono stata obbligata a prenderli per come si presentavano, fino a considerarli delle persone vere e proprie all’interno della mia vita. Insomma, a un certo punto mi sono scordata io stessa di essere un personaggio: è stato come vivere due vite contemporaneamente, da un lato la mia vita di tutti i giorni e dall’altro quella all’interno de “il Gioco”, in una sorta di dimensione parallela.

-          Ci parli del tuo personaggio e di perché lo hai scelto?

Come dicevo poco fa, ho scritto il profilo del mio personaggio di getto, senza pensarci più di tanto. Mi è dunque venuto spontaneo crearlo a mia immagine e somiglianza, limitandomi a esagerarlo un poco sotto svariati aspetti.

Prisca Aramini sono io, unicamente senza freni e condizionamenti esterni. Posso dire che il mio personaggio sia una versione allo stesso tempo peggiore e migliore di ciò che sono nella realtà.

Prisca è il nome che mia mamma mi avrebbe volentieri appioppato quando sono nata se nessuno si fosse opposto, mentre Aramini era il cognome da ragazza di mia nonna.

Prisca Aramini soffre da sempre di un grave sdoppiamento della personalità che la rende piuttosto instabile e contradditoria agli occhi degli altri. E’ del segno dei gemelli e dentro di lei convivono due entità differenti che spesso litigano tra loro rendendole la vita piuttosto difficile ma anche molto eccitante; lei chiama queste entità il “gemello buono” e il “gemello cattivo”.

Ho scelto di impersonare questo personaggio perché mi sarebbe venuto naturale, senza forzature. E’ stato bello poter finalmente essere me stessa senza dovermi preoccupare di tenere a freno né l’uno né l’altro dei due gemelli, senza l’obbligo di mantenere un contegno per non fare brutta figura, senza la paura di sembrare una pazza.

-          Che legami hai creato all’interno del gruppo?

Ovviamente non ho interagito con tutti allo stesso modo e fin dai primi giorni ho capito chi sarebbero stati i personaggi con i quali costruire un legame. Ho immediatamente sentito una forte affinità di pensiero e carattere con Margherita, affinità che è cresciuta con il tempo e si è mantenuta sino alla fine; Margherita è uguale e opposta a me, ha una mente fervida che va a braccetto con la mia lingua biforcuta e un’intolleranza che invita a nozze il mio gemello cattivo. Allo stesso tempo ho stretto amicizia con Vanessa, che mi ha dimostrato da subito un affetto sincero e con la quale ho fatto delle bellissime chiacchierate; Vanessa è riuscita a fare in modo che durante la giornata io mi sorprendessi a pensarla, chiedendomi come stesse e augurandomi che riuscisse a dormire la notte. Un legame completamente diverso è quello che si è creato con Andrea: poche conversazioni ma schiette e dirette al punto. Ho amato molto il suo personaggio proprio perché scomodo e ambivalente; il mio gemello cattivo si è relazionato con l’Andrea diabolico mentre il mio gemello buono si godeva l’Andrea sensibile e romantico. Un mix perfetto.

Posso dire di non aver creato alcun legame negativo o teso, perché il mio gemello buono è un vero maestro nel mantenere buoni rapporti con tutti. Resta il fatto che con alcuni personaggi non ho avvertito nessuna particolare affinità e non mi sono sentita in dovere di sforzarmi per crearla.

-          Una cosa che cambieresti? Una persona che non avresti voluto conoscere all’interno del gruppo?

Avrei davvero preferito poter entrare nel gruppo all’inizio de “il Gioco” invece che alla fine; ciò mi avrebbe dato la possibilità di costruire rapporti più approfonditi e di vivere l’avventura in modo più completo. Non c’è nessuna persona che non avrei voluto conoscere, ma ce ne sono alcune che anche se non ci fossero state non avrebbero fatto per me una gran differenza.

-          Adesso spiegaci cosa hai provato nel conoscere la vera identità dei tuoi compagni di gioco.

È stato emozionante, l’ho davvero vissuto come un momento carico di tensione e curiosità. È stato anche difficile, perché da un momento all’altro tutte le maschere sono cadute e i personaggi che credevo di conoscere hanno cambiato aspetto. Improvvisamente ognuno di loro aveva un viso, una vita, un ruolo completamente diversi da quelli a cui mi ero abituata.

Ho anche provato un lieve senso di smarrimento e confusione, mentre tentavo di raccapezzarmi tra nomi e visi degli autori. E’ stato divertente scoprire che due dei personaggi uomini erano in realtà delle donne, è stato esilarante scoprire che due delle ragazze sono amiche nella vita e non hanno mai sospettato l’una della presenza dell’altra; è stato bello e brutto allo stesso tempo perché un intero nuovo mondo ci si è aperto, disperdendo un poco la magia dell’incognito nella quale ci crogiolavamo da tempo.

-          Finito il gioco e le pubblicazioni che ne derivano, cosa pensi che succederà al tuo personaggio?

Prisca è sempre esistita e continuerà a esistere. Il Gioco è stato una meravigliosa opportunità per trovarmi faccia a faccia con diverse parti di me, concedendomi il lusso di lasciarle libere di esprimersi. Credo che sfrutterò questa occasione per non richiudere il gemello cattivo in uno stanzino; ho sempre saputo che tra i due è lui il più in gamba e non è giusto che io lo soffochi continuamente. Farò del mio meglio per tenere vivo il mio personaggio e per farlo crescere ulteriormente; Prisca non ha avuto il tempo di essere tutto quello che è, e io non vedo l’ora di poterle dare tutto lo spazio che merita.

-          Al di là del gioco, progetti di scrittura?

Come dicevo, in genere scrivo a scopo terapeutico; la mia ispirazione non è mai stata a getto continuo e da sempre alterno periodi di produzione a lunghi silenzi. Forse è giunto il momento di fare un passo avanti, di crescere sia come voce che come penna. Mi piacerebbe riuscire a sganciarmi da me stessa e scrivere finalmente qualcosa che non sia introspettivo o autobiografico; vorrei inoltre spingermi al di là del semplice racconto e provare a concepire qualcosa che assomigli a un romanzo.

 -     Un ultimo aggettivo, solo uno, per definire i tuoi quattro mesi ne Il gioco.

       Destabilizzanti.

 

In questa intervista conosciamo Chiara Trombetta e il suo Nicola Ventimiglia.

 

- Ciao, ti puoi presentare per noi?

Ciao a tutti, sono Chiara Trombetta, ho 22 anni, sono laziale, e sono laureata in Mediazione Linguistica e Culturale. Lingua, letteratura e tutto ciò che può essere raggruppato sotto l’etichetta di “umano/umanistico” sono farina del mio sacco e cibo per la mia mente, scrittura compresa, dunque.


- Come sei venuta a conoscenza de Il gioco?

Per caso, seguendo l’account Instagram della Jona Edizioni. Scorrevo svogliatamente l’indice sulla home, così, per ammazzare il tempo, strisciando da un post all’altro, ed ecco che mi salta all’occhio il bando de Il Gioco. Una volta lette le istruzioni mi sono detta “Perché non provare?”.

- Come mai hai deciso di partecipare?

La descrizione del progetto mi è parsa troppo allettante per essere ignorata. La redazione invitava i partecipanti a inventare un personaggio attraverso cui esprimere liberamente se stessi, senza regole riguardo a sesso, età, temperamento. Un vero invito a essere ed esistere nonostante la persona che si è tutti i giorni. Irrinunciabile. In più, la prospettiva di usare i social a scopo letterario mi ha incuriosito molto.

- Spiegaci cosa vuol dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.

All’inizio è un po’ come il primo giorno di liceo, quando i compagni di classe ancora non si conoscono e si studiano a vicenda di sottecchi. Almeno per me, i primi tempi sono stati d’osservazione e di apertura: ciò che mi sembrava importante era riuscire a esternare nel miglior modo possibile l’immagine di Nicola che avevo costruito nella mia testa e, al tempo stesso, riuscire a penetrare nel “sistema-personaggio” degli altri. Col passare dei mesi ho finito per appassionarmi alle storie degli altri membri del gruppo, più o meno come accade seguendo una serie tv o leggendo giorno per giorno le pagine di un romanzo, col vantaggio però di poter interagire, partecipare, in parte influenzare e modificare il loro vissuto e i pensieri che sceglievano di condividere.

- Ci parli del tuo personaggio e del perché lo hai scelto?

Nicola Ventimiglia nasce dall’angolo della mia personalità che spesso e volentieri rimane in ombra, specie da una prospettiva esterna. Empatico, paranoico, ironico, un vero essere umano, la cui smisurata umanità serve solo a tenerlo incastrato in un limbo costante fatto di senso di colpa e di enorme ambizione. Ha appena venticinque anni, eppure già si sente un fallito, vive alla giornata, smarrito, altalenante, privo di sicurezze e di qualsiasi progetto di vita. Impiega la notte a rimuginare sui dettagli che la luce del giorno gli regala e, nonostante tutto lo sfacelo che semina e raccoglie, è incapace di arrendersi di fronte alla certezza della propria inettitudine pratica e morale.

- Che legami hai creato all’interno del gruppo?

I personaggi con cui ho legato maggiormente e che più ho amato sono sicuramente Margherita e Andrea. La sicurezza ostentata da Margherita mi ha stregata sin dai primi giorni, quando fu la prima a darmi il benvenuto nel progetto commentando la mia presentazione. Il personaggio di Andrea mi ha affascinata per la profondità che ogni sua parola e, quando poi abbiamo cominciato a interagire in privato, sia lui che Margherita si sono affezionati molto a Nicola. Senza ombra di dubbio, la loro vittoria è più che meritata. Anche con Vanessa è nato un buon rapporto, forse dovuto ai disastri quotidiani di cui sia lei che Nicola sembravano collezionare.

- Una cosa che cambieresti? Una persona che non avresti voluto conoscere, all’interno del gruppo?

Se potessi cambiare qualcosa, cercherei di conoscere meglio i personaggi con cui ho interagito meno, come Ginevra, Giuseppe, Eddy e Prisca. Li conosco solo di riflesso. Infatti, le parole tra noi non sono state molto numerose. Non potrei affatto dire, invece, di desiderare di non aver conosciuto qualcuno all’interno del gruppo, sarebbe una bugia bella e buona.


- Adesso spiegaci cosa hai provato nel conoscere la vera identità dei tuoi compagni di gioco.

Ammetto che è stato alquanto scioccante. Sospettavo già che dietro la tastiera di Andrea ci fosse una donna ed è stato interessante confrontare provenienza, professione, piccoli dettagli di ciascuno dei partecipanti con gli elementi che caratterizzano i personaggi che hanno partorito. Chissà invece quanti avevano intuito che Nicola è scaturito dalla mente di una donna. Confesso pure di sentirmi “nuda” adesso di fronte alla loro lente di ingrandimento, ma credo sarà piacevole continuare a lavorare tutti insieme.

- Finito il gioco e le pubblicazioni che ne derivano, cosa pensi che succederà al tuo personaggio?

Ormai Nicola è venuto al mondo e, proprio in concomitanza con la fine de Il Gioco, la sua esistenza si evolveva e cambiava. Nicola continua a evolversi sempre e a fermentare, perciò penso sia destinato a crescere ancora, soprattutto perché, di tanto in tanto, piccoli sprazzi della sua eccentricità sbucano fuori nella mia vita di tutti i giorni, suggerendomi idee e possibilità sempre nuove.

- Al di là del gioco: progetti di scrittura?

La scrittura in senso lato è parte della mia identità come persona. Se non scrivessi più, non sarei me stessa e credo sarebbe fantastico poter scrivere non più solo per me, nei ritagli di tempo ancora liberi, ma in modo serio e costante, penetrando anche l’aspetto professionale della mia quotidianità.

- Un ultimo aggettivo, solo uno, per definire i tuoi quattro mesi ne Il gioco.

Borderline.

Intervistiamo Mariarosa Quadrio, in arte Vanessa Vallini, protagonista ne Il gioco.

- Ciao, ti puoi presentare per noi.

Salve, mi chiamo Mariarosa (per tutti, Mari). Mi piace molto leggere e ogni tanto, qualcuno direbbe troppo spesso, mi diletto a scrivere qualcosa.

Sono sempre di corsa, cerco di far rientrare nelle ventiquattro ore, più di quanto sia umanamente possibile. Mi divido, o almeno ci provo, tra i miei mille ruoli:

  • moglie: sono sposata da ben venticinque anni. Sì, lo so: anche io mi chiedo come mio marito possa sopportarmi da così tanto tempo! Mistero incomprensibile del fato.
  • madre: ho due “bambini”. La piccolina ha 18 anni e l’altro 23… sorvoliamo sulla mia età, per favore!
  • Infermiera: lavoro in un centro di riabilitazione psichiatrica, ma a volte mi chiedo se invece non sia il centro a riabilitare me:
  • e poi cuoca, cameriera, psicologa, giullare di corte e tutto quello che ogni donna deve fare ogni giorno. Il poco tempo che mi resta, di solito sottratto al sonno, lo dedico ai miei interessi: lettura, scrittura, disegno, musica...

Avrei bisogno di giornate più lunghe!

- Come sei venuta a conoscenza de Il gioco?

Girovagando tra i vari siti di concorsi letterari, se non ricordo male.


- Come mai hai deciso di partecipare?

Il post che ho visto in rete ha subito attirato la mia attenzione per la sua particolarità. Non veniva richiesto un racconto come nei normali concorsi letterari, ma solo una scheda di un personaggio. Creare i personaggi da far muovere poi in una storia è la parte che mi diverte di più, quando scrivo un racconto e mi sono detta: “Che bello! Voglio provare anche io”. Tra l’altro non mancava molto all’inizio dell’evento ed ero sicura che non mi avrebbero nemmeno presa in considerazione. Invece poi è successo e mi sono trovata in questa folle, meravigliosa ed eccitante avventura… ancora non me ne rendo conto!


- Spiegaci cosa vuol dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.
All’inizio, non mi sono preoccupata troppo del fatto che fossero estranei. Ho frequentato vari siti di aspiranti scrittori e non ho mai avuto problemi a interagire con gente che non conosco. La convivenza stretta e continua con gli altri componenti del gruppo mi ha poi dato modo di legarmi a ciascuno di loro: con alcuni direi in maniera anche profonda: non è la prima volta che creo amicizie forti con persone conosciute sul web. Sono abbastanza socievole e mi piace confrontarmi con persone diverse da me, dal confronto con gli altri si impara molto, e sono curiosa e ho voglia di provare sempre esperienze diverse.

- Ci parli del tuo personaggio e del perché lo hai scelto?

La mia Vanessa è fatta abbastanza a mia immagine: insicura, ansiosa, con una bassa autostima… già, i suoi difetti li ho tutti! In pratica è la me nel caso in cui, venticinque anni fa, non mi fossi sposata e non avessi formato la mia famiglia: una specie di “sliding doors”. Mi sono chiesta come sarebbe potuta essere la mia vita e ho dato il via alla mia fantasia, immaginando che tipo di persona sarei diventata. Ne è uscita una donna di 35 anni sola al mondo, complessata e che soffre di attacchi di panico. Segnata dalle ripetute relazioni sbagliate. Una che ha perso, oltre la speranza di trovare “l’uomo della sua vita”, anche la voglia di mettersi in gioco. Insomma, una donna sull’orlo di un precipizio, in un equilibrio talmente precario che le basta poco per essere trascinata nel baratro delle sue folli paure.


- Che legami hai creato all’interno del gruppo?

Credo di aver instaurato un buon rapporto con tutti, ma forse sarebbe meglio chiederlo agli altri… Ho avuto le mie simpatie fin da subito per Giuseppe e Andrea, ma nel complesso avevo un buon rapporto con tutti: sono un tipo accomodante. Poi, col proseguire degli eventi sono insorte gelosie, e piccole incomprensioni con qualcuno, ma non vi svelerò nulla di più!

EGEA

Immaginavo già il ben arrivato di Loris, sapevo mi avrebbe accolto con un rimprovero gioioso; o meglio: diciamo che mentre percorrevo la mafiosa tangenziale immaginavo un po’ tutta la situazione, ma non avrei mai immaginato di incontrare lei. I capelli sfibrati, impresentabili e biondicci, e il viso così innaturale e pallido; come il mio. E mentre salutavo Loris, e mentre all’incirca, ancora, lui mi stringeva la spalla, grato, per poi sputare qualunquista sugli squallidi locali perbenino della zona, di fronte a noi, di fronte al mare, caleidoscopi di hit a buon mercato che si servono del mare con lo stesso stile di una macchia di nafta cacata da una petroliera, lei mi fissava. Era tutto così scontato, chiaro, che quasi me lo aspettavo. Lei così simile a me, che quasi mi ci specchiavo.

Erano in cinque, seduti su una sbarra a limitare l’accesso del molo. Io arrivai con passo felpato e salutai a testa bassa. Con Loris c’erano: Fifla, altri due tizi con facce buone - che forse avevo già visto qualche altra volta - e infine lei, timida e consapevole, che si presentò come tale Egea. Gli occhi penetranti, addolorati ma affettuosi. Non pensai subito alla Madonna, non subito, avevo altro in mente; senza rimorsi, quindi senza dipendenza, né consapevolezza.

Sbrigàti i convenevoli girammo le tomaie di gomma delle banali scarpe da tennis e risalimmo verso l’interno. Voltammo le spalle all’acqua violacea, compattati in una sorta di piramide, con Loris in testa che s’era addossato la briga della rollatura da me tanto agognata. Un ragazzotto grosso e simpatico allungò il passo e mi affiancò: mi ricordavo di lui? Sto spesso con Loris, sosteneva. Non avevo voglia di ascoltarlo e non desistetti un attimo dall’assentire, ma anziché silenzio ricevetti in cambio una parlantina entusiasta, uno scoppiettio fitto ma fluido, grosse parole che rimbalzavano in un'alternanza di cartelli a scritte cubitali: principi, diseguaglianze, ideali, tolleranza, ma anche qualche spicciolo non guastava.

L’anticonformismo dell’ora che accentuava la brezza marina, il fetore degli umori salmastri, la luce fioca dei lampioni e il grezzo ciottolato arso di salsedine ci accompagnarono in una piazza. C’erano ancora squadrette di cavallette rumorose che gremivano piccole strisce tra un bar e l’altro: i bambolotti avanzavano qualcosa da smaltire. Come noi, c’era qualcuno, non ben identificato, che sosteneva fosse una magnifica nottata, ma già era una menzogna bella e buona, ché eravamo alieni intimiditi dal domani, mentre io, avviluppato in quel discorso insostenibile, cercavo solo di fuggire dalla mia colpa, dai miei peccati non veniali, dalla mia immaturità.

La mia paranoica asocialità, degna delle persone traumatizzate, mi faceva arroccare in difesa.

Avevamo fame, fame chimica, ma nessuno aveva la forza di raggiungere una bottega alimentare, nessuno volevo spezzare il climax. Mi crogiolavo nel mio incantesimo, sì; forse non era vita, sì, ma sarei tornato; morivo felice perché consapevole di una non remota rinascita dove sarei stato ancora uomo. Anche uomo nel senso arcaico della parola, come i nostri nonni: con le loro responsabilità, con i loro coglioni da esporre in bella mostra e con la battuta sempre pronta.

Sì, ero ancora nella residenza estiva del mio cervello, ma sarei tornato.

Tutto era come una doccia calda invernale: che non s’interrompesse il flusso dell’acqua! Sotto gli effluvi di quella doccia io chiusi gli occhi. Quando li riaprii ritrovai il suo sguardo.

Era bollente, e gelato. Erano gli occhi di una bimba vecchia, rimprovero caro, gas esilarante. Era, in quel preciso attimo, un mantello cremoso che leniva tutti i dolori, causati dall’eccesso che non volevo abbandonare. Mi faceva promesse chiare e fumose. Custodiva un nuovo pensiero consolatorio: sei diverso, ma unico, nebulosamente unico.

Non sapevo niente di lei e tutto sommato non me ne fotteva, l'acqua calda scorreva. Il benessere mi coerse le mandibole e salì graduale fino a sfociare in una risata bastarda.

- Che fai ridi!?

Si materializzò di fronte a me una bella donna, Fifla.

Era la cattiva del romanzo: provinciale, stupida, furba, isterica, egocentrica. Non aveva amiche, solo uomini che se la volevano fare e in quel momento aveva me, e a me non dispiaceva. Si elevava comunque sopra il borioso pattume. Mi strappò dalle grinfie del chiacchierone, strinse la sua mano sotto al mio braccio e posò la testa sulla mia spalla. Confidenzialmente mi guidò verso il pretesto, il solito inflessibile preoccuparsi: dei vaneggi, del sesso con amore, delle astrazioni, della normalità, del senso della vita, del futuro, della famiglia, dei sentimenti, delle porcate, dello stare fermo senza scoppiare per almeno cinque minuti. Giusto il tempo per arrivare a palesare gli argomenti più sentiti, regina del male, oscura figocrate egocentrica, e raccontarmi - quello più contava: esibirsi, scoperchiare cloache, malizie malevole del male - gossip velenosi, faccende sentimentalmente banali, cazzate varie.

Cercai di nuovo sollievo, la doccia calda, gli occhi di Egea, e trovai la sua pelle lunare. Si avvicinò silenziosa, ma decisa, nel suo abito largo e asessuato, niente cosmetici, dipinta solo dei propri occhi tristi e socchiusi.

Mi sentivo come al centro tra il bene e il male, nel fulcro di tutto, e forse quel posto oscuro era il posto più bello del mondo. Non per Fifla, che all’arrivo di Egea si squagliò, forte della sua bella figa, con un tipo magnificamente adornato e si trascinò dietro gli altri due buontemponi. Ne approfittai per voltarmi verso di lei, ma Loris ebbe un sussulto dal suo stato catatonico e con una magnificenza inopportuna spezzò un silenzio per poi crearne un altro più attivo, meno imbarazzato. - Entriamo lì. Disse. - Beviamo qualcosa.

Eravamo rimasti solo noi tre.

Ci infilammo in un vicolo stretto, piuttosto cieco, tra palazzine colorate estivamente, diretti verso un atrio pieno di voci ebbre. Martiri volontari illuminavano il nostro ingresso con le loro cicche incandescenti e con i carnevaleschi colori delle loro pacchiane diavolerie tecnologiche. Io ed Egea ci guardavamo in silenzio, finanche negli occhi. Non riuscivo a decifrare la sua estetica, aveva un modo di muoversi inedito

- Chi sei? Il mio angelo redentore?

Sorrise, come la classica bimba con le narici arrossate.

- …a volte penso proprio che vorrei morire. Mi sussurrò l’angelo all’orecchio, per poi volare in alto e staccarsi da tutto e ulteriormente da me

- Se vuoi ti uccido io. Risposi, e il suo profilo ellittico si contrasse in un sorriso da labbro distorto, che sapeva tanto di smorfia preconfezionata. Ritornò così di colpo sulla terra da schiantarsi al suolo, e subitanea mi venne voglia di scoparla.

- Quanti anni hai? Le chiesi.

- Gli angeli non hanno età.

- Quanti anni hai?

- Ventitré.

È vero, pensai, gli angeli non hanno età.

Una fosca prevalenza di faretti rossi rifletteva in maniera sinistra su tavoli scarni, abbinati a seggiole spartane, perlopiù abbandonate da gente sudata che preferiva dimenarsi al centro della sala. Dalla luce dei neon azzurrognoli, che impastavano l'aria tra il bancone bar e il cesso, ci apparì la testa calva di Loris, turbolento, lesto a piantarmi un bicchiere in mano e fuggire via verso una nuova ennesima paranoia.

- Non bevi?

- No. Rispose l’angelo, secco.

Peccato, perché la serata andava spedita come culo sul ghiaccio, la musica, che strisciava da qualsiasi fessura come un serpente ovattato, rimbombava nello spazio acustico ristretto, e io cominciavo a percepire lei, Egea, come cominciavo a percepire tutto: un rebus che non riuscivo, o non avevo voglia, di decifrare.

Nel palazzo bianco tutto era bianco e accecante, e quando l'aria fu satura una puttana con l'abito bianco, bianco, bianco mi prese per mano conducendomi all'interno di una enorme e claustrofobica campana infernale, dove la vastità era la mia prigione. Egea mi prese la mano carica d’apprensione, sembrava avere il peso del mondo sulla testa, che si inclinava sempre più a ogni singola parola

- Chi sei?

- Il tuo angelo custode.

- Ne avevo proprio bisogno.

- I tuoi occhi mi incuriosiscono…

- Vuoi scopare?

- Forse… anzi no, credo… credo proprio di no, la devo dare a un altro domani, credo che la occupi tutta…

- Sono incorreggibile eh?

- Ci sono io, ti salverò!

Già. Eravamo vicinissimi ai ragazzi danzanti, ignari su chi avesse fatto il primo passo, e ci trovavamo immobili tra corpi in trambusto. Ogni tanto ci colpiva una spalla sudata. Loris era tornato alla sua malinconia, seduto ortopedicamente e nervosamente vigile su una poltrona. Egea s’allontanò in direzione opposta alla mia. Avrei voluto seguirla, ma nel contempo ero invaso, pervaso dal sangue rosso delle pareti. D'un tratto non trovai sbocchi. Le linee di passaggio erano tutte occupate. Suadenti invasati m’invadevano, resi mutilati dall’intaso sociale, resi invisibili dalla friabilità strutturale. Siringhe di cemento nelle vene. Mazze di scopa nel culo. Melanina alterata, pelle edulcorata. I cervelli erano il deserto del Sahara e Loris era il cammello divertito con la sabbia sulle sopracciglia e tra i denti, serrati in uno dei suoi ghigni. Terribili mosche mi si posavano addosso spingendomi nel baratro più profondo, succhiandomi linfa vitale al mero scopo di disperderla in maniera impune.

Ero esausto e dissanguato - Loris era ricolmo di sabbia, e le mosche non lo divoravano più - ma non volevo crollare sino a che non fosse rimasto un unico lembo di pelle non putrefatta, una piccola porta dove sarebbero potute passare grandi sensazioni.

L’attimo dopo seguivo il cammello che si era scrollato tutta la sabbia di dosso e marciava verso il sole bollente, alla velocità della luce. Prima che andasse via, prima che fosse notte.

- Dobbiamo andare…

Passo attraverso nutriti spiragli, faretti rossi e ciottoli pece. Una marcia decisa e sonnolenta che poco dopo tramuta in incedere più comodo, meccanizzato.

Ora lo seguo seduto, ma si va sempre, in tre, ma non solo, anche con il mio lembo di pelle e la febbre che mi fa brillare gli occhi. Il lembo si estende fino a una vita intera, sì che la mia pelle possa assorbire di nuovo tutto, ma in dosi minimali per i miei micro-pori. Nulla di grosso mi può toccare. Sottigliezze mi aiutano a vivere all’alba di un nuovo giorno.

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