L’acqua del fiumiciattolo scorre tranquilla, lasciando intravedere succulente prede argentee. Peccato che io non sia in grado di catturare quei pesci. Per ora mi devo accontentare di mangiarli quando si trovano appiccicati ad involucri di alluminio, stando attento a non ingoiare alcuni pezzetti di stagnola, e purtroppo spesso mi trovo a masticare più cartoccio che pesce. Gli svantaggi di rovistare nella spazzatura.

Nonostante questo, non mi scoraggio: sto crescendo, sono diventato più grande e forte e, soprattutto, sono più riposato. Passare del tempo al cimitero, senza essere travolto da ondate di colori misteriosi, mi ha rigenerato e ora sono pronto a tornare ad indagare su queste scintille che brillano in alcuni luoghi.

Già, in alcuni luoghi. Scoprire che in posti come un camposanto non vi sono scintillii di luce ha infittito l’enigma: come mai lì l’aria era trasparente e limpida, mentre in alcune abitazioni non è così? Non sempre almeno. Ultimamente ho spesso sbirciato dentro le case per cercare soluzioni al problema, imbattendomi in luci colorate, ghirigori di luce variopinti e anche in stanze spente. Lo stesso vale per le persone. L’aura che aleggia attorno ai loro corpi assume sempre un colore diverso: la mia Maria era rosa come una nuvola, mentre l’uomo che mi ha abbandonato, il suo maledetto figlio, era grigio e arido.

In passato sono stato divorato dai dubbi circa il possibile legame (o meno) che può vincolare il colore delle persone alle scintille che svolazzano in certi luoghi, ma ora mi sento più calmo, come se vivere tra le tombe mi avesse permesso in qualche modo di morire e poi rinascere: si intenderà questo quando si fa riferimento alle sette vite dei gatti? Onestamente spero di no, altrimenti vorrebbe dire che ne ho già sprecata una.

Balzo su un davanzale della casetta di periferia che sto costeggiando, attirato dalle luci che vedo filtrare attraverso il vetro. O almeno, questo è quello che mi dico: so perfettamente distinguere, ormai, i riflessi di uno schermo della televisione da quelli evanescenti che sono diventati la mia ragione di vita, e questa volta so benissimo che si tratta di una tv. Ad attrarmi su questo davanzale è stato il profumino che filtra dal vetro socchiuso.

Con il muso do una testata alla finestra, cercando in entrare nella cucina avvolta da ventate di aria fredda che non sembrano spaventare la cuoca. Probabilmente vuole lasciar uscire l’odore di fritto. Ma cosa sono quegli anellini sfrigolanti? Totani? Oh, che fame!

«Ehi, gattaccio! Vattene! Devo mettere una maledetta zanzariera!» urla la grassoccia signora, lanciandomi un cucchiaio di legno, che mi colpisce in testa. Ma sì, mangiateli tutti tu quegli anellini, tanto ormai sei grassa e acida, mangiare cibo spazzatura non potrà peggiorare la tua situazione!

Riprendo a camminare con sguardo da duro, ma ferito per essere stato scacciato ancora una volta: ero solo un totano, avrebbe potuto offrirmelo.

Un luccichio violento e guizzante mi distrae: l’ho percepito a sinistra, verso quel giardino recintato. Non ho mai visto nulla di simile, forse si tratta di nuovo di un marchingegno come la tv o di un giocattolo per bambini. È probabile, ma decido di andare a controllare. Non posso trascurare nulla se voglio risolvere i miei misteri.

Mi avvicino cautamente, non vorrei attrarre come una calamita un altro cucchiaio di legno, o ciabatta o qualunque altro oggetto contundente utile a scacciare un gatto grigio, sciatto e con il pelo trascurato come me. Resto sbalordito per ciò che mi si staglia davanti: una donna giovane è seduta sul dondolo del cortile, intenta ad ammirare il cielo buio d’autunno, avvolta da una coperta bianca, coperta che non riesce a nascondere lo spettacolo che mi si para davanti agli occhi. Sono così emozionato! È la prima volta che vedo l’aura di una persona interagire con le luci arcobaleno!

Osservo meglio la ragazza: attorno a lei brilla un quieto turchese pastello, ma davanti a lei, all’altezza dello stomaco, vedo un nugolo di lucine accendersi e poi spegnersi, guizzare ancora e poi sparire di nuovo, miscelando le sue nuances con quella turchese: l’aura ora sfuma al rosso, e ora al blu, poi al rosa e quindi si spegne, per poi riaccendersi. Come è possibile? Non posso fare a meno di domandarmi come potrò risolvere il mistero delle lucette se ogni volta si aggiungono nuovi elementi, tuttavia una piccola speranza lampeggia dentro di me, emulando quelle lucciole fittizie: è la speranza di non avere un problema in più che mi allontana dalla soluzione, ma la chiave per la risoluzione dell’arcano.

Un uomo appare dalla porta portando un bicchiere colmo di succo di frutta che le porge insieme a un bacio.

«La cena sarà pronta tra poco.» le dice e lei sorride, alzandosi in piedi.

«Vengo a darti una mano.» afferma, entrando in casa con lui. Io non ho nessuna intenzione di andarmene da qui. Il giardino ha l’erba curata, un dondolo dotato di un soffice cuscino e, soprattutto, una proprietaria che mi aiuterà a chiudere questa storia una volta per tutte.

*

«Etciù! Etciù! Etciù! Etciù!» Il suono insistente e violento mi sveglia di soprassalto. Balzo giù dal dondolo e corro a nascondermi. «Ma cosa diavolo sta succedendo?»

La ragazza multicolore si soffia il naso e asciuga gli occhi colanti. Non è un bello spettacolo, così gonfia, ma non mi importa: sono felice di vedere che la situazione luci colorate non è cambiata nemmeno un po’. Davanti al suo stomaco, che certamente è più pieno dopo la cena, ci sono ancora gli scintillii.

«Che succede, tesoro?» le domanda il marito, portando un secchio di pop corn.

«Non lo so, sembrerebbe allergia.» suggerisce lei, soffiando ancora il naso. Lui si guarda intorno.

«Speriamo passi, oppure non potremo vedere i fuochi d’artificio dal giardino.»

Anche lei posa il suo sguardo azzurro intorno e alla fine i suoi occhi cadono su di me. Evidentemente non mi ero nascosto abbastanza bene.

«Oh, ecco. Piccolino, tu sembri avere fame, ma devi stare lontano da me, anche se ti darò del cibo. Sono molto allergica ai gatti!»

E ti pareva. Trovo una persona gentile, una sola, e deve essere allergica ai felini. La ragazza entra in casa e torna con qualcosa in mano e una mascherina sul volto. Oh, andiamo! Non starai esagerando?

«Non è meglio che faccia io?» chiede l’uomo, ma lei scuote la testa. Osservando meglio i suoi occhi iniettati di sangue mentre si china su di me per darmi della carne cruda, capisco che fa sul serio: sta davvero male!

«Non spaventarti, non tengo questa mascherina in casa per i gatti randagi, ma per le pulizie. Anche la polvere mi stronca.» si giustifica, evitando accuratamente di toccarmi. Ma non c’è problema, non mi farei accarezzare, ho ancora il bernoccolo sulla fronte per il cucchiaio di ieri. Questi umani sono così imprevedibili!

Le luci guizzanti sono così vicine, ora, da sorprendermi e portandomi persino a dimenticare il cibo: dentro la pancia della giovane c’è qualcuno.

I ricordi di quando ero nella Scatola mi travolgono. Ecco perché la donna davanti a me ha questi bagliori di fronte al ventre: è una Scatola! E quindi io potrei essere una Voce!

Mi agito e inizio a miagolare, sperando di farmi sentire dalla cosa che c’è lì dentro. Mi senti? Sono una Voce, ma in realtà sono un gatto e tu non sei dentro ad una Scatola, ma ad una mamma!

La ragazza ride e si alza in piedi, starnutendo, mentre il piccolo lì dentro spruzza più colori. Mi ha sentito!

«Mi spiace, devo allontanarmi. Sto troppo male.» si scusa lei, cambiando zona del giardino. I due si vanno a sistemare al tavolino nell’angolo, masticando pop corn e aspettando i fuochi d’artificio, qualunque cosa essi siano. Mi lasciano un piattino di cibo e dell’acqua che ingollo distrattamente, così come distrattamente ascolto i loro discorsi.

«Potrei chiedere a mia madre se lo vuole tenere...» dice lui, ma mi disinteresso, cercando di definire le luci colorate: se si tratta di un cucciolo d’uomo, allora i bagliori rappresentano cosa, la nascita? La vita?

Sembrerebbe la soluzione migliore, ma non mi convince del tutto. Improvvisamente una vampata di caldo mi travolge: già da qualche giorno mi accade. Sento un calore dentro, un rimestio e un bisogno di trovare qualcosa, qualcosa che non c’entra con i colori. Sto iniziando a sospettare di essere malato.

Un miagolio forte e sonoro esce dalla mia bocca, provocandomi un attacco di vergogna. I due si voltano a guardarmi.

«Prima di darlo a tua madre dovremmo farlo sterilizzare. È in pieno calore!» ride la ragazza. Sono in calore? Come fanno a sapere che ho caldo? Sto morendo? E soprattutto, ho capito bene? Vogliono darmi alla madre di lui? Avrò una casa?

E poi succede tutto in un attimo: una gatta nera attraversa la strada fuori dalla recinzione, mentre nel cielo esplodono mille colori di sfumature e forme stupendi, anche se accompagnati da botti assordanti. Guardo i colori, guardo la pancia di lei, guardo la gatta e capisco che forse non si tratta di luccichii di vita, ma di amore. Amore della mamma per il suo bimbo, che forse lascia segni nel mondo. Sarà così? Potrebbe trattarsi di amore? Sì, amore! Perché quella gatta nera che ho appena visto, io la amo e ora nella mia pancia sento le stesse esplosioni che ci sono nel cielo!

«Luchino, amore mio, eccomi, ho letto il messaggio. Vi ho portato i totani fritti. Cosa volevate chiedermi? Se posso tenere un gatto?» chiede una donna, che sta entrando dal cancello principale reggendo un vassoio. Mi volto di scatto. È lei, la donna lancia cucchiai. Davvero vorrebbero farmi vivere con lei? Giammai!

Me la do a gambe levate, lasciando i fuochi d’artificio scoppiettare insieme al figlio della ragazza e insieme al ricordo del mio primo, fugace amore, chiedendomi se anche io posso aver lasciato in quel prato qualche luce colorata.

La quiete del cimitero mi ha avvolto in questi giorni di fine autunno: da quando sono arrivato qui sono stato ammantato dalla pace e dalla tranquillità. Finalmente non sono stato tormentato dalla vista di colori e di sfavillii variopinti, gli stessi che mi hanno portato a fuggire alla ricerca del silenzio e a decidere di prendere la mia residenza qui, nel camposanto.

Le tombe sono diventate il mio rifugio, ho imparato a riconoscere le statue che adornano i grandi sepolcri di famiglia e abitano le mura di questo luogo. Ah, finalmente! A parte i lumini rossi notturni, qui non ho avuto nessun pensiero. Certo, si tratta di una postazione molto tranquilla, seppur decisamente frequentata, ma non mi sono impensierito delle numerose visite delle persone che si recano a portare omaggio ai loro cari che riposano nelle loro bare, nel buio di un aldilà senza luci e auree. È proprio questo buio che mi ha convinto a restare qui, per sempre! Tanta gente, portando un fiore su una tomba, si lamenta con altri della paura che questo posto sa mettere: stupidaggini. Non esiste posto migliore in tutto il mondo! Qui ho riparo per la notte, una dimora asciutta quando piove (e, da cosa ho capito, in questo mese e in quelli a venire, sembra proprio che la pioggia sarà un problema di cui tenere conto), fiori da annusare e erbetta da masticare quando c’è il sole. A questo punto si potrebbe pensare che due delle funzioni principali della vita non abbiano trovato soddisfazione, ma non è così: ho spazio a volontà per i miei bisogni, ma sono un gattino educato e non c’è da temere! Non vado mai a profanare luoghi sacri per queste necessità, bensì esco al di fuori delle mura. E per quanto riguarda il cibo, beh, in effetti i primissimi tempi mi sono trovato in difficoltà: nessuno viene al cimitero a mangiare, tutt’altro!

Di uscire, però, non se ne parlava, e così ho cercato un’altra soluzione che si è palesata piuttosto in fretta: anziane signore. Ho cercato di mostrarmi alle vecchiette che si recano spesso qui a portare mazzi di fiori freschi e a curare le aiuole di mariti e parenti, contando sul luogo comune per il quale questa categoria di gente si preoccupa degli animali abbandonati.

Che fatica! Mi sono fatto notare, miagolando, ronfando, piangendo, ma nessuna di loro si è impietosita!

Bel gattino, torna a casa, questo non è un posto per te! (Se non mi porterai da mangiare non posso che augurati che per te, invece, lo diventi!)

Ma cosa ci fa un bel micetto tutto solo qui? Torna dalla tua mammina! (Non hai pensato che se sono qui tutto solo è perché una mammina non ce l’ho più? Io ho bisogno di una nonnina, ecco.)

Oh no, pussa via! Cosa vieni a fare qui, a sporcare i miei fiori? (Vacci piano con quel bastone! Malefica, quando arriverai tu, qui, di certo la tua aiuola sarà la mia meta preferita per sporcare!)

Insomma, le vecchiette mi hanno profondamente deluso: non ho visto nemmeno un croccantino. Anzi, alcune di loro, come quella che mi ha scacciato accusandomi di aver intenzione di lasciare ricordini in posti poco consoni, sembrano davvero cattive. Per esempio pochi giorni fa ne ho sentite due parlare come se fossero al mercato, e non in un cimitero.

«Hai sentito, Mafalda? Proprio qui, vicino al cimitero, si fermeranno per qualche giorno gli zingari! Che schifo, non dovrebbero venire qui! Io ho paura, ho chiesto a mio figlio di mettermi l’antifurto in casa!»

«Mi è arrivata la notizia, e sono andata a chiedere spiegazioni al sindaco, non scherziamo! Non voglio che i loro bambini frequentino la scuola con i miei nipoti!»

«Stai scherzando, spero! Scuola? Nipoti? Assolutamente non devono avere a che fare con il mio Riccardino! Sei certa di ciò che dici?»

L’altra vecchietta aveva stretto gli occhi e la borsetta con fare minaccioso.

«Purtroppo sì! E il sindaco sai cosa ha detto? Che non devo preoccuparmi, che non devo essere populista, che poi cosa c’è di male, va bene essere a favore del nostro popolo, quelli sporcano, rubano, minacciano i bambini!»

Avevo avuto la netta impressione che la signora avesse travisato il significato di quella parola, anche l’angelo di pietra accanto a loro doveva essersene accorto: la sua espressione contrita mi aveva fatto capire che quelle due befane stavano dicendo delle cose non giuste. O forse sì? Perché avevano tanta paura di questi zingari? Chi sono? Davvero sarebbero venuti ad abitare nel cimitero?

Mi ero allontanato, un po’ turbato all’idea che qualcuno potesse venire a vivere nella mia nuova e lugubre casa, ma distratto dal pensiero della fame.

Oggi, però, sono stato notato finalmente, e non da una nonnina.

«Che carino che sei!» La lieve voce infantile mi solletica e orecchie: una bambina! Non sono certo di andare d’accordo con i bambini, mi danno l’idea di non vedere l’ora di tirare la mia coda, decorare il mio collo con ridicoli fiocchetti rosa, stropicciarmi e altre azioni poco garbate. «Non avere paura di me.» afferma, con voce quasi implorante.

La osservo meglio: ha la carnagione olivastra e grandi occhi neri, non avrà più di sette anni, eppure è da sola, impegnata a trasportare uno zaino grande il doppio di lei. Mi osserva dietro le inferriate del cimitero, poi apre lo zaino ed estrae un panino alla mortadella, lanciandomene un pezzo. La mia iniziale reticenza svanisce in un attimo, al diavolo, lei sarà mia amica!

Corro verso la piccola e balzo sul muretto, ronfando e ingozzandomi di pane e affettato. Lei ridacchia timidamente, continuando a darmi da mangiare.

«Finalmente un amico! A scuola mi stanno tutti lontano, di nuovo.» mormora. Che cosa significa? La bambina si siede, continuando a darmi da mangiare e parlandomi. «Tutte le volte la stessa storia. Appena cambiamo paese devo farmi degli amici, e non ci riesco quasi mai. Odio il lavoro di mamma e papà, sono stufa di girare insieme alle giostre e al rettilario! Voglio abitare in un posto solo, avere un’amichetta che mi voglia bene, delle maestre che siano le stesse tutto l’anno, voglio che i miei genitori mi vengano a prendere a scuola e non siano impegnati con il lavoro e non voglio più essere chiamata la zingarella.» snocciola in un fiato.

Zingarella! Allora lei è una di quelle persone di cui parlavano le vecchiette poco tempo fa? Non sembra così terribile come era stata dipinta, anzi, mi sembra molto sola e triste, vorrei poterla aiutare, ma alla fine lei si alza e se ne va, promettendomi di tornare tra qualche giorno.

*

La zingarella ha mantenuto fede alla sua promessa, tornando tutti i giorni dopo la scuola, verso ora di merenda. Zingarella, mi dispiace chiamarla così, ma non mi ha mai detto il suo nome. La sua aura è tinta di acquamarina trasparente, mi piace fare merenda con lei, ma mi dispiace che ogni giorno abbia una storia triste da raccontarmi: bambini che la evitano, che la prendono in giro, la solitudine e così via. Sentire i suoi discorsi rafforza la mia sicurezza circa la decisione di vivere con i morti: là fuori non c’è nulla di bello con cui posso desiderare di avere a che fare! Uomini che bevono, gente che abbandona gli animali, bambini presi di mira dagli altri bambini, e non solo!

Oggi però Zingarella mi dà una notizia che mi arreca dolore: domani mattina, all’alba, partiranno.

«Andiamo in un altro paese, ci sarà una grande fiera e molta gente verrà da noi. Sono già stata iscritta a scuola, stavolta ci fermeremo quasi due mesi, spostandoci nei vari paesini della zona. Purtroppo è troppo lontano da qui, e non potrò portarti da mangiare. Però sono contenta, quando ci fermiamo così tanto riesco a farmi qualche amico! Ma come fai a vivere qui, non hai paura? Vuoi venire a vedere casa mia, prima che me ne vada? Stasera non ci sarà gente, perché la sagra è terminata ieri e le attrazioni sono già sbaraccate! Faremo una festicciola tra di noi.»

Il solo pensiero di tornare in mezzo alla civiltà, ai suoi colori impazziti e alle domande ad essi legati mi spaventa, ma so che non vedrò più questa ragazzina e vorrei farle un regalo. Così salto giù dal muretto e mi faccio prendere in braccio.

«Ti ripoterò qui, promesso.» mi rassicura. Camminiamo attraversando i campi, lei presta molta attenzione alle automobili. Finalmente ecco apparire il campo degli zingari, quello tanto denigrato dalle signore dei giorni passati: vedo tanti furgoni, camioncini e roulotte. Zingarella aveva ragione, molte donne e uomini, circondate da bambini urlanti, stanno preparando da mangiare all’aperto, nonostante l’aria fredda. Per la prima volta da tanto tempo il cielo è limpido e senza un alone, sembra una serata perfetta per una cena all’aria aperta. Peccato per il freddo!

Sono spaventato, mi nascondo nella giacca della bambina, che ridacchia.

«Non avere paura, stai nascosto nella giacca.»

Ed è proprio nella sua giacca che resto chiuso tutta la sera, spuntando con il nasino giusto per sentire l’odore della carne alla griglia e per spiare questa gente che ha seminato il terrore tra gli avventori del cimitero: sono sbalordito, non mi pare di vedere nulla di anomalo, non mi sembrano sporchi né dei ladruncoli di strada, ma, chissà, forse sbaglio. Potrei ormai essere traviato dalla mia vita da clochard e ora avere una visione più morbida della delinquenza.

Zingarella mi rimpinza di cibo per tutta la sera, mentre gioca con gli altri bambini e finalmente la vedo felice e serena.

«Tesoro, che cos’hai nella giacca?» La piccola sussulta e poi, rossa in viso, mi scopre, mostrandomi alla donna che le ha parlato. «Oh, ma dove lo hai preso? È così piccolo, forse la sua mamma lo sta cercando!»

Lei si imbarazza, come se non avesse pensato a quella eventualità.

«Oh, mamma! Volevo solo mostrargli casa mia, ora lo riporto dove l’ho preso.» si giustifica piano lei e la madre le sorride, chiedendole da dove io arrivi. Quando capisce che abito poco lontano, a pochi metri di distanza dall’accampamento, le suggerisce di riportarmi dove mi ha trovato e di tornare subito.

Io e Zingarella ci allontaniamo a passo lento, pare che lei non voglia salutarmi troppo in fretta e così ci sediamo sul prato, poco prima del cimitero, con i bagliori e le musiche della festa poco lontane.

«Mi spiace doverti salutare, in questi giorni sei stato il mio unico amico e ti voglio tanto bene. Però forse davvero la tua mamma è qui che ti cerca! Spero che tu sia felice, io ora lo sono: i prossimi mesi saranno tanti e non mi sposterò, frequenterò la stessa scuola per tanto tempo! Spero sarai felice anche tu!»

Guardiamo insieme il cielo stellato, poi lei mi dà un bacio e corre a verso casa, felice. Le stelle si mostrano splendide nel cielo limpido e freddo, non le avevo ancora potute osservare così attentamente, sembrano le scintille di colori che ho evitato durante la mia permanenza al cimitero.

Sono belle, chiare e brillano nel buio. Osservando queste scintille coraggiose che sfidano la notte e la piccola Zingarella che sfida il futuro mi sento uno sciocco a essermi rintanato in un luogo senza stelle per paura della luce.

Voglio essere come Zingarella e come le stelle, sfidare le tenebre e trovare la soluzione ai problemi: non abiterò più tra le tombe.

Disegno di Silvana Sala

Splat.

Morto per il freddo e riverso a terra, viene travolto dalla mia zampina e tramutato in frittella. Che delusione scoprire che queste belle faville svolazzanti altro non sono che miseri insettini.

Splat.

Eccone un altro. Fino a poche sere fa la notte brillava, grazie alle lucciole che danzavano tra i fili d’erba e rendevano fatato e un po’ surreale il margine della superstrada. Ora, invece, soltanto i fari delle auto e dei grandi camion che sfrecciano sull’asfalto, o che si fermano nello spiazzo per riposare, inondano le ore notturne, rendendole meno nere.

Splat.

Sono tutti morti. Che amarezza scoprire che si tratta solo di bestioline! Qualche giorno fa, quando la mia amica Lucciola mi ha indicato gli scintillii lampeggianti, ho pensato di non essere il solo a vedere le luci colorate che danzano nell’aria! Ho pensato persino di non essere il solo a vedere il velo di colore che circonda le persone! Mi sento uno sciocco, ho così tanto bisogno di ottenere risposte sull’origine dei bagliori variopinti da non riuscire a filtrare neppure la realtà, separandola dalle mie speranze: è evidente che nessun altro può vedere questi colori.

Splat.

Schiaccio l’ultima lucciola morta a causa del freddo e poi me la mangio. Dopo giorni passati in questa valle di cemento a bordo della superstrada la fame si è fatta più crudele: sebbene qualche camionista di passaggio lasci casualmente cadere qualche avanzo di cibo, non ho avuto molte occasioni di fare un vero pasto, così anche i cadaveri di questi insettini mi sembrano briciole di pandoro succulente.

Devo capire cosa fare della mia vita, ora. Sono davvero troppo amareggiato per essere soltanto un gattino di pochi mesi! Dovrei correre, saltare, farmi leccare dalla mia mamma, fammi abbracciare dalla mia umana, Maria.

Il disegno di quello che poteva, anzi, che doveva essere, si delinea chiaro nella mia mente. Maledetto l’Uomo Grigio che puzza di alcool, maledetto il giorno in cui mi ha afferrato, insieme ai miei fratellini, e ci ha abbandonati, prima ancora che potessero darmi un nome! Se solo avessi avuto gli artigli che ho ora gli avrei fatto vedere io!

Una fitta lancinante mi stritola il pancino: fame? O dolore? È la prima volta che mi lascio andare a questa rabbia e questo senso di ingiustizia, e al pensiero di tutte le sfortune che in queste settimane ho cercato di lasciarmi scivolare addosso: la ragazza che ha pensato di potermi portare con sé, lontano dall’Italia; l’uomo ubriaco che ha avuto paura di non poter amare né se stesso, né un gatto, né un altro essere vivente; una rana troppo grossa per poter essere la mia preda; un autobus vuoto; luci che sono insetti e luci che non sono insetti, grossi camion che sfrecciano, a volte si fermano e poi ripartono.

Questo turbinio di ricordi si avviluppa al mio stomaco affamato, acuendo i crampi della fame. Nel pieno di questa crisi di panico che mi ha lambito, un bisonte della strada posteggia accanto agli altri: sui parabrezza dei tir, tutti dipinti con colori differenti, sfavillano insegne colorate che riportano i nomi degli autisti. Ogni nome ha un suono e talvolta un alfabeto diverso, perché queste persone viaggiano molto, vengono da lontano, portando con sé le misteriose luci arcobaleno così simili alle lucciole: le vedo galleggiare dentro gli abitacoli degli autotreni, insieme alle insegne e ai pupazzetti appesi agli specchietti retrovisori. Stanno lì, a galleggiare sull’aria, placidamente, ma non escono mai.

Cosa siete, stupide luci? Non siete insetti, non vi può vedere nessuno oltre a me, non siete vincolate alle persone come invece sono le loro auree. Cosa siete?

Il conducente del camion che ha appena posteggiato e che ha approfittato del bagno pubblico sale a bordo. L’enorme camion rosso riparte, portando con sé la cabina piena di bagliori arcobaleno.

La consapevolezza mi travolge: no, non posso più restare qui! Questo è solo un punto di snodo, un crocevia dove la gente passa e non si ferma, porta con sé i suoi colori e la propria anima, per poi andarsene. Che risposte potrò mai trovare qui?

Un altro camion, giallo questa volta, posteggia. L’autista, un uomo del Nord simile a quello che ha portato via la ragazza, Lucciola, e la sua amica, apre lo sportello. Il camion vomita una valanga di riverberi colorati e finalmente capisco cos’è il malessere che mi sta divorando con questa forza: il disgusto. Non è vero che voglio andarmene da qui perché non posso trovare risposte, io voglio scappare da questo luogo perché qui le domande crescono, aumentano, i dubbi mi vengono riproposti ogni qual volta un tir decide di fermarsi o passare davanti a questo posteggio. E io, invece, ora non voglio pensieri! Voglio trovare un posto dove non pensare, dove non interrogarmi sulla natura dei colori, dove non chiedermi se essi sono legati alle persone oppure no. Voglio trovare un luogo dove piangermi addosso, perché ho fame, perché non ho più la mia mamma né i miei fratelli, voglio trovare un posto dove dimenticare che nessuno mi ha mai dato un nome e dove scordare che coloro che ho incontrato sulla mia strada mi hanno abbandonato. Ma soprattutto voglio dimenticare i colori, voglio dimenticare che non ho mai più visto un umano con lo stesso colore rosa pastello, dolce e mite come quello della mia mamma umana, Maria.

Il pozzo è buio, da qualche giorno. Durante queste due settimane, da quando l’ubriacone mi ha lasciato qui, ho cercato di risolvere i misteri legati alle luci colorate.

Non passa moltissima gente, in questo piccolo angolo medievale, ma quando qualcuno si trova davanti al pozzo non manca mai di gettare una moneta nell’acqua, spesso lanciandola dietro le proprie spalle.

Mi domando come sia possibile che questi sciocchi sprechino così quelle monete lucenti: non tanto per il loro valore di scambio (li ho visti barattare quelle cose con il cibo), ma per la luce raggiante e colorata che le impregna una frazione di tempo prima del tiro. Questa noncuranza mi ha fatto prendere definitivamente atto del fatto che loro non vedono le luci.

Ho capito che i passanti esprimono un desiderio prima di compiere il gesto: che siano quindi le fantasie a dipingere le persone, l’aria attorno a loro e le monetine?

Mi sembra un’ipotesi valida, tuttavia non mi ha mai convinto del tutto. La mia padrona umana, Maria, era colorata di rosa, l’aria attorno a lei ricordava il naso umido della mia mamma e dei miei fratellini, eppure non l’ho mai vista esprimere desideri. Inoltre credo che, anche se ne avesse avuti, non le avrebbero dato un unico colore, ma moltissime sfumature.

I dubbi sulla la mia teoria circa la connessione tra colore e desideri ha vacillato anche guardando il viavai di persone nella piazzetta: è vero, nel momento in cui il desiderio viene espresso, allora il soldino si tinge. Si tinge, sì, ma di una tinta diversa da quella che ammanta il suo proprietario.

Magari nel pozzo veniva gettata una moneta blu, ma la persona emanava una luce arancione.

No, non sono mai stato del tutto convinto, ma non ho mai nemmeno avuto altre ipotesi da considerare. Per questo ho deciso di restare qui, davanti al pozzo: voglio capire. Senza contare che molte gente viene a mangiare un panino, qui, lasciando cadere pezzetti di tonno, pane e prosciutto che, senza non poca fatica, sono sempre riuscito ad accaparrarmi: maledetti piccioni, maledetti passerotti! La guerra per il cibo è quotidiana, ma qualche briciola sono sempre riuscito a rubarla.

Sì, da giorni ormai ho fatto di questo angolo di mondo rivestito di mattoni la mia casa, eppure sento che la mia permanenza qui non ha senso.

Questa mattina, infatti, alcune persone sono venute con un camioncino e delle reti a trafficare nelle acque del pozzo. Era ancora buio quando sono arrivati: hanno pescato tutte le monete. Sentendoli parlare ho capito che non si trattava di ladri, bensì di persone autorizzate che ciclicamente vengono a cambiare l’acqua, per poi portare i soldi all’associazione che si occupa della manutenzione, delle aiuole e della chiesetta antica, il cui piccolo portico mi sta offrendo rifugio.

E così ora il pozzetto è buio e non ci sono più luci colorate. Non solo: un’orrenda rete arancione ora circonda il muretto, rendendolo inagibile. La gente non potrà lanciare i suoi soldi, ora, almeno finché non saranno finiti i lavori di restauro.

Mi sento triste e scoraggiato. Sembra che dovrò trovare un altro luogo per continuare la mia scoperta sui misteri delle luci colorate. Qui non restano che piccioni e passerotti, ma non mi piacciono, nemmeno da mangiare, per ora: sono troppo veloci e non riesco ad acchiapparli. Forse quando avrò qualche mese in più riuscirò a catturarli, e allora la mia vendetta per ogni boccone rubato si concretizzerà.

*

Mi lecco i baffi, pronto a balzare. Allontanandomi dalla chiesetta ho deciso: resto il più possibile lontano dalle case. Gli umani non mi hanno dato mai nulla di buono, preferisco stare solo, ma non troppo lontano dai bidoni della spazzatura dove posso rovistare per cercare avanzi di cibo.

Tuttavia, quando riesco, mi piace esercitarmi nell’arte della caccia: la vendetta verso i volatili deve avverarsi il più presto possibile.

Tendo i muscoli e poi salto. Preso! Le ali sbattono forte, la mia preda cerca di liberarsi, ma è troppo tardi! Finalmente sei mio!

In un boccone ingoio il moscone, fingendo che si tratti di quell’orribile colombo che mi ha rubato una succulenta briciolona di pane e maionese. Prima o poi…

Al momento mi accontento di catturare insetti e farfalle, che sono alla portata di un gattino di qualche mese, ma ancora non sono sazio. Mi incammino, alla ricerca del bidone della spazzatura più vicino, mentre il sole cala, ma un luccichio sospetto attira la mia attenzione: luci. Luci simili a quelle che lampeggiano in alcune case, come in quella di Maria. Luci colorate e intermittenti, con la differenza che queste non sono colorate, solo intermittenti e svolazzanti.

Dopo i luccichii, le aure e i colori delle monete, possibile che esistano altri tipo di bagliori e colori in cui ancora non mi ero imbattuto? Il mistero si infittisce, insieme alla mia voglia di fare chiarezza. Mi sembra assurdo che qualcosa di così luminoso sia così oscuro e misterioso.

Decido di rimandare la ricerca del bidone, preferendo avvicinarmi al luogo dove i bagliori bianchi e gialli sfavillano senza pace. Cosa ci sarà in quell’erba alta?

«Ehi, ma tu sei tenerissimo!» Una mano mi afferra, facendomi sparire tutta l’aria dai polmoni. Non appena mi riprendo soffio con tutta la grinta che ho. «Oh, ma cosa vuoi fare tu, sei delizioso, un batuffolo di pelo che non farebbe paura nemmeno a un passerotto!»

Grazie per averlo sottolineato.

Il suo accento è strano. La scruto, mentre la sua bocca coperta di denso rossetto mi riempie di sgraditissimi baci: è una ragazza bionda come il sole, magra e molto truccata. Ha le unghie lunghe e laccate e una gonna davvero molto, molto, molto corta. Le gambe sono fasciate da sottoli calze di nylon smagliate.

«Vieni con me, ti porto via, scappiamo noi poveri emarginati!» afferma infilandomi nella sua borsa a tracolla. Vorrei fuggire, ma la scatoletta di carne in scatola che apre nella borsetta solo per me mi fa capire che posso anche fingere di voler andare con lei.

Fingere, certo: non ho più alcuna intenzione di fidarmi di voi. Sono rimasto deluso troppe volte.

«Mangia, mangia, chi se ne importa se sbrodoli nella borsa. Non vedo l’ora di buttarla e lasciarmi tutto questo schifo alle spalle.» mi dice. Sembra non parlare con nessuno da moltissimo tempo, perché continua a blaterare, mentre io vengo sballottato in questa sacca colma di scatolette di cibo chiuse. «Basta, torno a casa, e tu vieni con me. Basta essere trattata come un oggetto. Non vedo l’ora di trovare Mariana, mi aspetta stanotte allo scalo dei camion. Non so cosa spera di fare, là. Magari vorrà caricare qualche camionista e farsi ancora qualche soldo, ma io non ci penso più. Mi sono stufata di questa vita. Non mi toccherà mai più nessuno, se non per amore! Maledetto il giorno che sono venuta in Italia!» si lamenta.

La osservo, mentre gli occhi mi si chiudono: la pancia piena fa il suo effetto, e l’aura luminosa della ragazza, luminosa come le faville che ho visto nel prato, mi rassicura, aiutandomi ad addormentarmi.

*

La ragazza si pettina, chiusa nel bagno pubblico di questo orribile posto di cemento. I suoi colori cambiano: fuori è buio e pieno di enormi camion silenti e addormentati.

«Ma dove diavolo si è cacciata quella disperata... Spero che non se ne sia andata da sola con il suo eroe, mi ha promesso che mi avrebbe portato via, a casa!»

Le lacrime le riempiono gli occhi, mentre con cautela sporge la testa all’esterno, cercando questa sua amica, Mariana.

Finalmente un bisbiglio attira la nostra attenzione. Per l’agitazione la borsa viene sbatacchiata e mi faccio male contro le scatolette di latta.

«Fai piano, stupida!» la insulta Mariana, avvicinandosi correndo cautamente. Parla anche lei con uno strano accento, ma differente dall’altra ragazza: sembra che questa lingua a loro straniera permetta di parlarsi, differentemente dai loro idiomi nativi.

La giovane è vestita in maniera più sobria, indossa una tuta da ginnastica nera e scarpe da tennis. I suoi occhi, anche nella notte, sono di un blu sfavillante che contrastano con la chioma scura, così diversa da quella chiara della mia rapitrice triste. L’aura, invece, è la medesima: simile alla luce di una lampadina, come quei bagliori di poco fa, nel prato.

«Oh, eccoti, Mariana! Temevo mi avessi lasciata qui! »

«No, ma che dici? Tieni, ti ho portato dei vestiti, togliti quella robaccia, lucciola che non sei altro, o daremo nell’occhio!» Lucciola? Mi piace come nome, non sapevo ancora come la bionda si chiamasse. «Dobbiamo muoverci, Vasile partirà tra mezzora. Non vedo l’ora di partire e ricominciare! Sono stata fortunata a trovare lui. Mi ama davvero, mi poterà via da questo lavoro orrendo.»

Lucciola la guarda grata.

«E io sono fortunata ad avere un’amica come te… So che per lui è un rischio portare te via da qui, rischio che raddoppia per colpa mia...» piange, ma Mariana la abbraccia, zittendola.

«Cambiati e andiamo!» Miagolo, offeso: inizia a mancarmi l’aria! «Ma cosa... Che hai, lì dentro?»

Lucciola arrossisce, chiudendosi assieme a me nel bagno per infilarsi la tuta, identica a quella di Mariana.

«Nulla, solo un micetto!» glissa, ma la sua amica si agita.

«Accidenti a te e ai tuoi animali! Vasile non vorrà mai un gattino sul suo camion, non ci fermeremo per delle ore, devi lasciarlo qui!»

La giovane mi stringe, appoggiandosi alla porta. Poi si fa coraggio ed esce.

«Lo voglio portare in Russia.»

Un camion lampeggia nella nostra direzione, accecandoci.

«Ti prego, ci sta chiamando! Dobbiamo andare! Sii ragionevole, è un viaggio lungo, patirà! Lascialo qui, se la caverà, è solo un gatto!» Il camion lampeggia ancora, mentre Lucciola piange. «Ti prego. Partirà senza di te, ho rischiato tanto per convincerlo a portarti con noi!» la prega ancora l’altra.

Alla fine Lucciola sembra convincersi, ma la sua aura si spegne un pochino.

«Permettimi di lasciarlo in un posto lontano dai camion, almeno.» Mariana annuisce, intimandola di sbrigarsi. La bionda mi porta lontano dai camion, verso i prati. Ecco di nuovo le luci bianche e gialle! Ce ne sono tantissime, sono bellissime.

«Perdonami se ti ho fatto allontanare da dove ti ho trovato. Speravo di portarti davvero con me, ma Vasile non vuole. Mi spiace, ma guarda, ti lascio in un bel posto. Vedi, è pieno di lucciole! Che strano che ce ne siano così tante, con il freddo alle porte! Forse vuol dire che c’è speranza?» sembra chiedersi, indicandomi la distesa di erba e di luci.

Lucciole? Quindi lei si chiama come i brillii nel prato? È un nome che le si addice, visto il colore che li accomuna. Mi stupisco del fatto che anche lei possa vedere quei bagliori splendidi. Allora non sono il solo! Non lasciarmi, Lucciola! Ho bisogno di te per capire cosa sono queste luci!

Miagolo, lei si asciuga una lacrima.

«Perdonami, penso solo a me stessa, sono un’egoista! Scusami, gattino!» mi dice, correndo via.

Rimango paralizzato, vedendola correre sul camion, che parte e sparisce, inghiottito nella notte. Amica mia, spero che tu abbia ragione e che queste luci siano una speranza, per te e per me.

Tristemente provo a sfiorare una lucciola, ma la mia zampa la travolge.

È solo un insetto.

Disegno di Silvana Sala

Goccia.

Goccia.

Goccia.

Mi rannicchio sotto il sedile arrugginito cercando di salvare il mio pelo dall’umidità. Un biglietto dell’autobus è rimasto a terra, abbandonato; il timbro e le scritte riportanti la destinazione si sono stinte, sciogliendosi nell’acqua della pozzanghera.

Odio l’acqua: è fredda, è umida, è bagnata, è pesante e scivolosa. Piove ormai da due giorni, il relitto di questo autobus fuori uso è l’unico luogo in cui ho potuto trovare un riparo asciutto . L’acqua, però, è viscida e subdola, si infila tra le fessure del soffitto e tra le crepe dei vetri infranti, e così facendo riesce ad arrivare sino a me.

I crampi della fame, poi, si fanno sempre più insistenti, non riesco a capire se il boato proviene dal rombo del tuono o dalla mia pancia vuota.

Goccia.

Goccia.

Doccia!

Mi scuoto, spruzzando via tutte queste goccioline infide che hanno intriso il mio pelo grigio come le nubi. Basta, ho fame, sono bagnato, devo uscire di qui, trovare del cibo, ho fame, ho freddo, voglio una casa! Il bus è stato un’ottima base, i suoi colori volteggianti mi hanno rincuorato, ma non sono sufficienti né a scaldarmi né a saziarmi. Ho bisogno di trovare un umano rosa, rosa come la Voce, Maria, ma ho paura di incappare in un umano grigio, uno come quello che mi ha abbandonato.

Indeciso sul da farsi, osservo tristemente le luci che volteggiano placide nell’aria intorno ai sedili bagnati: blu, come l’acqua, verde come l’erba, bianco come il latte.

Il pensiero del latte mi sfinisce. Cercando di farmi coraggio cerco l’uscita, tentando inutilmente di evitare le pozze. Le mie zampine annegano, mi irrito e mi spavento, saltellando disperatamente fino alla porta: lo spettacolo che mi si apre davanti è scoraggiante. Un muro di pioggia blocca l’entrata.

Vorrei arrendermi, ma la fame è troppo forte e quello che vedo eccita i miei sensi. Qualcosa sta saltellando felice tra le gocce, un animale verde e viscido dall’aspetto invitante.

Va bene, non so se sia invitante davvero, ma la fame me lo fa vedere così. Non saprei proprio dire dove trovo il coraggio di tuffarmi letteralmente fuori dall’autobus, pronto a sfidare lo scroscio gelido del diluvio e un anfibio grande quasi quanto me, tuttavia lo faccio, spiccando il volo nel prato zuppo. Mi acquatto, tiro indietro le orecchie, muovo il sederino a destra e a sinistra, pronto a balzare.

E poi balzo.

Mi schianto al suolo, inciampando nei fili verdi, a pochi centimetri dalla rana, che non sembra nemmeno un po’ spaventata dal mio ben poco dignitoso agguato. Il suo occhio fisso e vitreo mi scruta con indifferenza e un pizzico di fastidio, poi salta via, lasciandomi sconfortato a terra.

Ho fame, odio questa doccia perenne. Iniziando a miagolare disperato, mi domando come farò a sopravvivere senza la mia mamma e senza la mia umana.

Improvvisamente una puzza mi investe: da dove viene? L’odore rancido di sudore acido e stantio mi si appiccica al pelo, insieme a un altro fetore fin troppo noto: alcol. L’uomo grigio è tornato! Vuole uccidermi al pensiero che io possa essere sopravvissuto?

«Dove stai miagolando, piccolino? Fatti vedere!» intima una voce maschile e strascicata. L’odore è inconfondibile, ma il suono di questa voce goffa non è lo stesso dell’uomo grigio. «Vieni, ti voglio aiutare!» bofonchia.

Sono talmente esausto che miagolo, sperando di farmi trovare. Anche fosse lui, mi basta uscire da questa situazione.

Un’ombra mi si para davanti: è un uomo con la barba lunga, gli occhi verde palude, pantaloni sporchi e un impermeabile grigio. La sua luce è colorata, ma intermittente: sfuma veloce, assumendo diverse tonalità: sembra quasi un’aurora boreale. Mi domando cosa significhi.

«Miao?» lo chiamo, dubbioso. Lui mi vede.

«Ma sei uno scrisciolo, uno scricchiolo, uno scricciolo!» strascica, avvicinandosi. Vedendolo calare su di me, mi pento di essermi fatto scoprire, ma quando mi infila nel suo cappotto cambio idea, nonostante l’odore. Il fetore di ascella e alcool mi soffoca, il caldo e la sensazione di asciutto, però, mi fanno stringere i denti.

L’uomo che sembra un’aurora boreale mi riporta nell’autobus abbandonato, investendo le mille luci colorate nell’aria, provocando un turbinio, come se non potesse vederle. Si siede pesantemente sul sedile meno sgangherato e tira fuori un panino al prosciutto. L’odore del salume mi ricorda quello della pipì, forse perché è un po’ vecchio, tuttavia la sola vista di quel reperto di discarica mi elettrizza, e così inizio a ringhiare, avventandomi sul pane.

«Ehi, deve bastare anche per me!» mi sgrida quello, attaccandosi a un cartoccio di vino. Ridendo, la sua mano che sa di aurora e che puzza di sporco si apre e mi accoglie donandomi il cibo.

Ringhio, ronfo, mastico, credo di fare anche un po’ di pipì. Lui difficilmente se ne accorgerà, odora già come una carcassa.

È la spazzatura avariata più buona che abbia mai mangiato.

*

Da qualche giorno vivo sul pullman con il barbone puzzolente che mi sta dando da mangiare. Inizialmente credevo di potermi fidare di lui, anche se talvolta parla strano, forse quando ha bevuto troppo. Sembrava volermi bene.

Ogni volta che se ne va mi raccomanda di non andare via, specificando che mi porterà da mangiare. Non devo neppure spiegare che non ho nessuna intenzione di uscire di nuovo sotto il diluvio, lasciando il pullman pieno di luce e colore. Il cielo non ha mai smesso di piangere, in sintonia con il mio stato d’animo. Mi manca la mia mamma, mi mancano i miei fratellini, mi manca Maria.

Inizio a rassegnarmi all’idea che dovrò restare con questo beone a lungo: la mia infanzia è finita tempo fa, quando sono strappato dal mio nido. Tuttavia inizio a sforzarmi di volere bene anche a questa persona dai colori discontinui. Mi sono posto come obiettivo quello di capire a cosa siano legati questi flash di colori, e come mai Maria e suo figlio fossero invece di un solo colore.

Potrei anche farmi piacere questa vita, tutto sommato: sono trattato bene, ho da mangiare, il tetto del pullman e stato impermeabilizzato con del nylon, così come i vetri.

Tuttavia oggi è successo qualcosa. Lui mi ha fatto male.

Oggi pomeriggio è tornato più tardi del solito, portando con sé solo avanzi di cibo, senza custodire il suo solito cartone di vino. Forse non è riuscito a procurarselo, questo credo lo abbia innervosito, l’ho capito da come ha armeggiato a lungo per aprire la scatoletta. Parlava da solo, come se vedesse qualcuno troppo timido per mostrarsi a me.

«Vai via, lasciami stare, non voglio parlare con te! Voglio del vino, non ho i soldi, vattene!» bofonchia e poi urla, in preda al delirio, scuotendo la scatola del cibo. Non ho badato al suo monologo folle: l’odore del tonno in scatola mi ha agitato e sono corso verso di lui, arrampicandomi come mio solito sul suo pastrano maleodorante. Credo di averlo graffiato, perché lui si è tinto dello stesso colore del fumo e ha urlato di sparire, scaraventandomi contro un sedile.

Ho urlato e subito dopo i suoi occhi si sono riempiti di lacrime. È scappato nel prato, allontanandosi. Quando mi è passato davanti gli ho soffiato, usando tutto il tremante coraggio che avevo nelle ossa.

Sono rimasto tutta la notte sul chi vive, temendo che potesse tornare e picchiarmi di nuovo, lui però è tornato soltanto il mattino seguente.

«Scusami...» ha detto, avvicinandosi piano. Vedendo la mia fuga spaventata si è afferrato la testa tra le mani. «Non puoi stare con me. Sono un pericolo.» ha sussurrato, provocandomi una strana paura. Non mi potrò più fidare di lui, è vero, ma anche l’idea di andarmene dal pullman arcobaleno mi terrorizza allo stesso modo. Dove andrò se mi caccerà?

*

Lasciami, lasciami!

Soffio, graffio, mi dimeno, ma nulla posso dinanzi alla forza dell’uomo dai mille colori che mi ha afferrato mentre dormivo, a tradimento.

«Stai tranquillo, non ti farò del male.» cerca di rassicurarmi lui, tenendomi stretto. Sfinito, mi accascio tra le sue mani che mi tengono saldamente. Il mio vecchio amico alcolizzato cammina veloce, seppur con passo indeciso: il pullman si allontana dietro di me, la strada sterrata scorre sotto i suoi piedi, divenendo asfaltata e poi di nuovo sterrata, e poi asfaltata. Per fortuna non piove più, ma ho paura.

Non lo so per quanto cammina, fermandosi solo per sorseggiare il suo orribile vino scadente. Piange, mi chiede scusa, non è mai stato così ubriaco.

Arriviamo finalmente in una piazzetta, è sera, non c’è nessuno, nemmeno le auto. Ci sediamo su un marciapiede, mentre io mi divincolo.

«Scusami, non volevo colpirti. Sono solo un vecchio pazzo e ubriacone, non so prendermi cura di me stesso, come potrei prendermi cura di un gattino così piccolo?» piange. Le sue luci cambiano veloci, ma si confondono con il cielo cupo, assumendo le nuance del cielo dopo un temporale.

Cosa ne sarà di me?

Il pensiero di restare solo ancora una volta mi paralizza, non ha nemmeno più bisogno di tenermi stretto. Producendo un orribile suono dal naso, mentre richiama a sè una palla di muco colata per il lungo pianto, estrae qualcosa dalla tasca.

«Ora esprimerò un desiderio, per te.» mi dice. Chiude gli occhi, il piccolo oggetto che tiene in pugno si anima: tra le fessure delle sue mani si riversano improvvisamente piccoli raggi di luce rosa, rosa come Maria! Cosa avrà espresso?

«Non dovrei dirtelo, ma ti ho augurato di trovare una casa» confessa, alzandosi e andando verso l’angolo della piazza. Si gira di spalle e getta la moneta colorata, impregnata del suo desiderio, nel pozzo di mattoni dietro di lui. Spalanco gli occhi: al contatto della moneta con il fondo del pozzo, ecco uscire un magnifico arcobaleno che tinge il muro e l’aria accanto a noi.

«Ho fatto centro? Hai visto, vuol dire che si avvererà!», mi dice, adagiandomi sul bordo del pozzo. Sono frenetico, devo vedere cosa ha provocato i mille colori, causando questo riverbero!

Mi affaccio e resto incantato: mille monete, ognuna di un colore diverso, giacciono in quel buco che dovrebbe essere nero come il petrolio, gettando su di noi la sua meravigliosa luce pastello.

Mi perdo in quello spettacolo: i colori misteriosi sono causati dai desideri? Possibile che la risposta che sto cercando sia in una pozza di malefica acqua? Umano, lo vedi anche tu questo meraviglioso spettacolo?

Mi volto facendo le fusa: l’umano non c’è più.

 

[disegno di Silvana Sala]

Colore rosa, come il naso della mamma: ecco come si chiama questa meravigliosa sfumatura che ammanta la Voce. È bellissimo poter finalmente vedere il viso di chi mi accarezza con le sue mani nodose e dalla pelle vellutata, ed è ancora più bello ammirare il Rosa che le brilla intorno: la sua luce è rassicurante e delicata.

Amo percepire il mondo in tutta la sua bellezza: tatto, gusto, olfatto, udito, vista. E poi c’è quest’altro Senso che credo di poter usare soltanto io, o forse anche la mamma e i miei fratelli; di certo non l’umana. Lei sembra non curarsi di quell’alone rosa che la circonda, lo urta ovunque, contro i mobili, contro le porte, contro di lui. Lui, che invece è avviluppato in un involucro grigio e tetro. Come mai non lo vedono? Come si chiamano questi colori, da cosa dipendono?

Sto imparando i nomi delle cose, man mano che le vedo. Mamma. Fratelli. Umana. Rosa. Grigio.

«Ora basta!»

(Pelle)

Una stretta violentissima allo stomaco, qualcosa mi afferra per il torace, avvolgendomi in una morsa.

(Lingua)

Il sapore del latte della mamma si sostituisce a quello acido del rigurgito, che mi riempie la bocca a causa della stretta.

(Naso)

L’odore della paura è perforante: io, i miei fratelli, la Mamma e la Voce siamo terrorizzati.

(Orecchie)

L’eco dei nostri miagolii e del suono della Voce rimbomba, cercando inutilmente di sovrastare le parole rudi e crudeli della Voce cattiva, la cui mano stringe me e i miei fratellini, buttandoci in un sacchetto della spesa.

(Occhi)

Il buio annega i miei occhi, appena abituati al meraviglioso senso della vista, mentre le orecchie si riempiono di un rombo.

Uno... due... tre... quattro... cinque! No, un momento, forse il quinto lo avevo già contato... Ricominciamo...

Uno... due... tre... Tre? Ma dove sono finiti gli altri? Possibile che in certi momenti sembra che ci sia un terremoto, qui dentro, e in altri momenti il vuoto assoluto?

Mi sento perso: da ormai più di un mese sto cercando di capire con chi ho a che fare, in quanti siamo stipati qui dentro. Fatevi sentire, vigliacchi! Oh, eccoti, bene, un colpo sulla spalla destra! E siamo a uno, due con me. Ora non toccarmi più, così posso concentrarmi sugli altri... Ho detto di non toccarmi più, se no ti conto due volte! Questo buio pesto rende tutto davvero difficile, se almeno potessi vedere sarebbe più facile!

Ah, eccone un altro! Ma insomma, quanti siamo?

Mi contorco: eccolo, questo fastidioso stimolo che mi distrae dal mio lavoro, ma ogni quanto torna? Non posso avere sempre fame, mi gorgoglia la pancia e mi distraggo dalle operazioni contabili!

Altri colpi mi investono, da destra, sinistra, alto, basso: colpi da ogni dove mi sballottano all’interno di questa minuscola dimora.

Ehi, ehi, fate attenzione! State calmi! Cosa diavolo credete di fare, di rubarmi il cibo? Non avete ancora capito chi è che comanda, qui! Siamo in quattro? Cinque, sei, mille? Non fa differenza, poiché il più affamato sarò sempre io! Fatemi spazio, state fermi, mi state soffocando!

Ecco, ci risiamo. Come tutte le volte, appena io sento fame la sentono pure gli altri, e gli scossoni diventano innumerevoli. Sento che la valanga sta per arrivare, ma non soccomberò!

Lotto con tutte le mie forze per non arrendermi e restare indietro. Con un gesto che ormai mi viene naturale, mi districo in questo groviglio di corpi e di strane corde appese ovunque, ne ho persino una attaccata al mio stesso corpo, alla pancia.

Lo sforzo è disumano, ma questa volta sono io a raggiungere la parete morbida, facendomi largo tra gli altri: devo riuscire a mantenere la postazione, faticosamente raggiunta, contro la calda barriera dove, tra poco, potrò sentire la Voce. Da quando lo spazio si è ristretto e si è fatto prezioso, succede sempre di udirla, soprattutto nel momento in cui uno di noi riesce a premere conto le pareti della nostra angusta casa.

E così avviene anche questa volta: la Voce, ovattata e lontana, mi solletica le orecchie, stimolata dai suoni insistenti della Scatola che contiene me e gli altri usurpatori di cibo.

«Che cosa c’è piccolina? Hai fame? Sei diventata famelica ultimamente, cosa ti stanno facendo quei monelli?»

«Miao!» risponde la Scatola.

«Povero tesoro, guarda quanto si stanno muovendo lì dentro, se non si calmano ti torceranno anche le budella!»

Dopo aver pronunciato queste parole ecco la magia: sono felicissimo di essere riuscito a guadagnarmi questa posizione! Una pressione delicata e dolce preme dalla direzione opposta alla mia. Schiaccio forte anche io, per farmi sentire, mi senti? Chissà cosa c’è la fuori?

«Oh, Pallina, come si muovono! Ti faranno impazzire fino alla fine, se non si calmano!»

La pressione termina e mi trovo a premere con foga contro il muro, senza ottenere input... Oh, come non detto, eccolo l’input!

La fame inizia a scemare, mentre i suoni di casa nostra cambiano: non si sente soltanto l’insistente tum tum che arriva dall’alto, ma anche suoni di succhi e cibo che viene ingoiato. E così la fame che aveva provocato il caos si placa, e con essa anche i miei compagni. Finalmente posso dedicarmi di nuovo al conteggio, con calma, ora che siamo tutti fermi.

Ma prima, credo che mi farò una bella dormita.