Prospettive - le interviste

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Continuano le interviste agli autori di prospettive.


Le domande


1 Quando hai iniziato a scrivere e perché?
2 Scrittori preferiti?
3 A cosa stai lavorando?
4
Il tuo iter? Da quando hai una idea a quando lo scritto è finito.
5 Da domani non puoi più scrivere, quale arte prende il posto?

 

Le risposte

 Maria Antonietta Potente

1 Ho iniziato a scrivere da bambina. A sei anni mia mamma mi regalò un diario, uno di quelli col lucchetto. Aveva piccoli cuori stampati sulla copertina, i bordi dorati e le pagine bianche e odorose. Sentivo già che avrebbe dato forma a qualcosa di delicato e prezioso. Cominciai ad annotare brevi pensieri, giovani emozioni, più tardi riflessioni. Di tanto in tanto componevo qualche filastrocca in rima, come quelle che avevo letto nelle fiabe.
Le fiabe, quelle avevano sancito il mio amore per la lettura. Ogni sera prima di addormentarmi mio padre me ne leggeva una, quando ancora io non sapevo farlo. È per questo che ho imparato molto presto a leggere e scrivere, per scoprire quelle storie da sola. Immaginavo di viverle io stessa e talvolta stravolgevo i finali che in alcuni casi mi divertivo a riscrivere a modo mio.
Più tardi, inaspettatamente, parole e emozioni cominciarono a danzare e presero forma i primi versi poetici.
2 Non c’è uno scrittore che preferisco in assoluto, ci sono gli scrittori e le storie che hanno inciso sul mio modo di sentire e pensare e gli stili che ho amato particolarmente.
Cesare Pavese, Luigi Pirandello, Hermann Hesse, William Shakespeare, Primo Levi, Oscar Wilde, Carlo Collodi, per citarne alcuni; e ancora Rainer Maria Rilke, Emily Dickinson, Eugenio Montale.
3 A una raccolta di racconti su temi di carattere sociale e naturalmente poesie.
4 Il tuo iter? Da quando hai un’idea a quando lo scritto è finito.
L’idea non la cerco mai, giunge nei momenti più impensabili. Quando comincio a scrivere situazioni e personaggi prendono forma, come in un sogno. Affiorano e mi conducono lì dove vogliono arrivare. Alla fine tutto ha un senso logico, le storie hanno un’anima.
5 La danza, ritmica ed elegante come la poesia, ma anche il teatro per continuare a raccontare.

Marilena Fonti

1 Ho iniziato prestissimo, da adolescente e, come capita spesso a quell’età, poesie. E ricordo di aver vinto anche un concorso! Avevo diciassette anni. Poi la vena poetica s’è esaurita e, da studentessa di letteratura all’università, ho scritto prevalentemente saggi. Il mio primo approccio con la scrittura vera e propria è stato attraverso la traduzione, che è una grande scuola di stile. E ho avuto la fortuna di essere seguita da un paio di insegnanti eccezionali, all’università di Viterbo e a quella di Siena. Il primo racconto ‘vero’ l’ho scritto in una giornata di neve a Viterbo, la città in cui vivo. La scuola era chiusa a causa delle strade impraticabili e io, costretta a casa, navigando in internet mi sono imbattuta in un concorso bandito da una casa editrice di Roma. Ho scritto, ho partecipato e sono stata selezionata per un’antologia. È cominciata così, e direi di averci preso gusto.
2 Tanti, troppi. Ma anche no. Troppi, intendo. Alcuni di loro hanno segnato momenti importanti della mia vita: Louise May Alcott, tanto per cominciare: Jo March è diventata inesorabilmente il mio idolo da ragazzina. Quasi subito dopo aver completato la saga delle sorelle March, avevo più o meno 13 anni e scambiavo libri con le mie compagne di scuola, in casa ho trovato un libro piuttosto corposo e un po’ scompaginato. Ho iniziato a leggerlo e non l’ho mollato finché non l’ho finito, completamente catturata dalla storia. Si trattava del romanzo Il placido Don, di Solokov. L’ho riletto da adulta, con le stesse emozioni. Appena arrivata negli USA un mio insegnante, per migliorare il mio inglese mi ha prestato un libro di Thomas C. Wolfe, You can’t go home again. Io a casa comunque ci sono tornata, ma mi sono anche appassionata a Wolfe, di cui credo di aver letto più o meno tutto. E ne ho tradotto anche dei racconti. Al mio secondo anno di università il prof. di tedesco ci ha fatto leggere Il giudice e il suo boia, di Dürrenmatt, altra folgorazione e inizio della passione per il genere giallo. Last, but not least, Margaret Atwood, di cui amo soprattutto i primi romanzi e le poesie, che riflettono la situazione della donna negli anni ‘70.
3 Spero di finire il racconto che ho iniziato a scrivere per l’ultimo contest di Jona Editore, che non ho potuto completare in tempo a causa degli impegni di lavoro. Ho inoltre iniziato un po’ di tempo fa una ricerca per un giallo-noir da ambientare in un paesino sul lago di Bolsena, i cui personaggi principali dovrebbero essere gli stessi di un racconto giallo, con la stessa ambientazione, che ho scritto circa un anno fa e che è stato nel frattempo pubblicato in antologia. La storia è già tutta nella mia testa, dovrei decidermi a buttare giù qualcosa.
4 Sono piuttosto lenta, di idee me ne vengono in continuazione, mentre guido, mentre faccio la spesa, mentre correggo compiti. La stesura di un racconto è abbastanza laboriosa, perché mi vengono dubbi, devo controllare tutto, cerco su internet, tiro giù libri. E leggo e rileggo, nella vana speranza che nulla mi sfugga. Ma ovviamente qualcosa mi sfugge sempre e, fosse per me, non consegnerei mai un lavoro, tanto finirei per trovare sempre qualcosa da aggiustare, togliere, aggiungere, cambiare. Una delle cause della mia lentezza è anche la mia predisposizione a scrivere soprattutto la sera tardi, quando pare che le parole scorrano meglio. Il guaio è che la mattina dopo devo alzarmi presto e dare ai miei alunni una parvenza di efficienza e prontezza di riflessi.
5 La musica. Mi piacerebbe suonare il piano, da ragazza ho anche provato a imparare, ma non ho avuto la costanza necessaria.

Alessandra Ceccoli

1 Non mi considero né mi sono mai considerata una scrittrice: non ho la costanza né una gran "produzione" per farlo. Sono un'amante della parola e della lingua e i miei primi esperimenti creativi riguardavano poesie o lettere, così come la trasposizione in italiano di testi di canzoni straniere: ho sempre amato la lingua inglese sin da bambina (imparata da autodidatta piuttosto che a scuola, soprattutto ascoltando musica). Mi divertivo a veicolare un messaggio in versi tra quelli che secondo me erano mondi paralleli e non comunicanti.
2 Ho una predilezione per la letteratura americana, moderna e contemporanea: difficile fare una scelta, ma partendo dai "classici" come Dos Passos, Salinger, Fitzgerald e Capote, chiuderei il cerchio con Philip Roth, Paul Auster e il genio di David Foster Wallace. Anche la poesia di Sylvia Plath merita un posto nella lista.
3 A niente di propriamente autoriale ma a qualche traduzione, che è sempre e comunque una faticosa opera di trasposizione nella propria lingua di pensieri e parole altrui. Un duro ma soddisfacente esercizio di scrittura "parallela": la mia prima passione in fatto di attività linguistica e letteraria.
4 È un processo faticosissimo per me e allo stesso tempo accidentale, privo di regole ben precise. Non riesco a partire da una scaletta ma lavoro piuttosto per immagini e idee caotiche che vanno via via componendosi come i pezzi di un puzzle. È solo durante la stesura finale del testo che la scelta della parola più adatta, così come della sintassi giusta, diventa maniacale.
5 Sicuramente la pittura, sempre per tornare al concetto di immagine e di immediatezza che tanto ricorro nella scrittura ma che spesso fatico a raggiungere. Ritrarrei figure astratte, lontane dalla realtà delle cose e più vicine alle impressioni mentali.