Intervista a Nicola Manuppelli

Scritto da

-          Ci parli del percorso che ti ha portato a scrivere Roma?

-        Eh, è lunga… Nel breve periodo, ho sempre voluto scrivere una storia sul cinema, perché mi piace molto una serie di romanzi legati ai film, che vanno da Il giorno della Locusta a Gli ultimi Fuochi di Fitzgerald, fino a tutto il materiale successivo spesso di impronta americana. E questa era la base. Avevo da molto tempo il sogno di fare un libro così, pensavo anche a Fronte del Porto di Budd Schulberg; mentre l’altra idea era di scrivere un romanzo con la voce narrante di un pettegolo, un racconta-storie. Un libro molto bello che ha come fulcro i pettegolezzi è Hollywood Babylon. Man mano che prendeva forma ho pensato che il luogo ideale in cui ambientarlo fosse una città a cui sono molto legato: Roma. Non sapevo cosa mi aspettasse nell’affrontare questo perché io ho sempre scelto Milano, per le mie ambientazioni, invece poi ho trovato questo nuovo set non solo come naturale, ma anche più interessante da esplorare: l’ambientazione romana, e italiana in generale sarà buona anche per i prossimi romanzi. È nata più o meno così: un giorno ho sentito un episodio che è quello da cui parte il romanzo, che è quello di questi due amanti che dimenticano un dildo in un cespuglio e, nel ritrovarlo, non sapendo cosa fosse questo dildo, vengono chiamati addirittura i vigili del fuoco, gli artiglieri e via dicendo. Ho iniziato a pensare cosa potesse diventare quel semplice episodio nel passare di voce in voce, e diventare sempre più una bugia e sempre meno una verità. E allora ci ho inventato su una storia che coinvolgesse, tra gli altri, Burt Lancaster, insomma, una menzogna totale.

-         Mi ricordo ancora che avevo visto un pezzo dei Muppet Show in cui uno diceva all’altro “ti è successo qualcosa?” Lui rispondeva no, nulla. Poi aggiungeva di aver visto una giraffa, poi che la giraffa stava scappando, poi che mille rinoceronti la rincorrevano, e infine che tutta la città era nel caos più totale.

-         Esatto, una cosa di questo genere, una sorta di telefono senza fili. Io sono un po’ infastidito da certe cose che escono ora dal mondo della letteratura, il voler scrivere di fatti totalmente reali che, dal mio punto di vista di scrittore, mi levano la cosa che trovo più interessante: inventare storie. Volevo utilizzare, però, dei nomi veri per fare questo. Il procedimento esattamente opposto, quindi: non personaggi falsi che cercano di essere il più vero possibile, ma personaggi veri che sono il più falso possibile.

-         Complotto contro l’America, di Roth, un po’ha seguito questo principio. Nomi vero fanno una storia finta.

-        Esatto. Un’idea simile. Mano a mano questo è anche il ruolo della storia, nel romanzo, che all’inizio non immaginavo: nel libro entra molto la storia italiana, la storia di Roma, di Cinecittà. Anche a me viene in mente Philip Roth: quando tu racconti le piccole storie in un certo modo, finiscono per amalgamarsi molto alla storia reale, alla grande storia.

-          Nel tuo non essere il tipico scrittore italiano, né per stile né per modo di raccontare, elimini il personaggio egolatrico. Non c’è più un uso del romanzo in proiezione del protagonista, ma, al contrario, il focus è tutto sulla storia. Passi da scrittura egolatrica a storia fine a se stessa.

-       Questo mi piaceva molto, uno dei modelli è Monicelli, con le sue bande di personaggi: nel momento in cui mi ritrovavo a fare una cosa con un’ambientazione così fortemente italiana, i cui toni erano però americani, il supporto fondamentale è stato il cinema degli anni Cinquanta e Sessanta perché era un cinema che non temeva il confronto con quello americano. Mi sentivo a mio agio, non mi sembrava più una cosa troppo regionalista, ma poteva essere un modo di raccontare internazionale.

-        Quando l’elemento caratterizzante di un romanzo è il personaggio stesso, togliendolo, ovviamente, crolla tutto. Qual è il tuo elemento narrativo senza il quale il romanzo non avrebbe più senso?

-       In questo romanzo c’è un grosso personaggio, simbolico, multiforme, che occupa tanto spazio e penso che leverebbe tutto quel che è l’umore del libro. La base che forse farebbe collassare tutto, la si trova nelle prime due righe: il tono, la voce di chi racconta il pettegolezzo. Mentre lo scrivevo, mi immaginavo proprio questo giornalista, questo sceneggiatore seduto e intento a raccontare la storia, una storia dove non si capisce se stia dicendo la verità o se la stia montando solo per venderla meglio. E quel tono è stato l’elemento a cui io sono tornato varie volte nel libro: nel momento in cui sentivo che mi stavo smarrendo, tornavo sempre a quella voce lì perché era lei che stava raccontando e mi portava avanti.

-        Mi spiace citarti un regista che sia non italiano – Hitchcock – che diceva “Ci sono autori che scrivono incipit e ci sono autori che scrivono imprinting”. Tu sei uno di questi.

-        Proprio così.

-        Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto, lo scrivere questo romanzo?

-       Tolto soprattutto tempo, perché in realtà sto lavorando a un romanzo molto lungo, ambientato sul fiume Arda, e questo libro è nato nel mezzo di Roma, perché – mentre scrivevo quest’ultimo – si sono sbloccati alcuni ingranaggi. È stata una parentesi, mi sono ritrovato in questo viaggio molto più lungo, e quello mi ha portato via un po’ di tempo per lavorare all’altro libro. Ma non è stato importante: questa parentesi è diventata per me il mio primo vero libro. Per quanto riguarda invece quel che mi ha dato, devi sapere che - da traduttore - quando menzioni i libri degli altri, ho sempre la sensazione di poterne parlare con una passione diversa di quando parlo delle mie cose; qui, per la prima volta, mi sono appassionato di un mio libro quanto lo ho fatto con i libri per cui ho lavorato, che ho tradotto. E quindi questa è la cosa principale che Roma mi ha dato, oltre al fatto di aver trovato un modo di scrivere mio, forse per la prima volta.

-       Ti ha divertito scrivere il tuo libro? A me leggerlo, in alcuni momenti, ha fatto decisamente ridere!

-      Si, mi sono divertito, è un libro in cui mi sono innamorato di tutti i personaggi, tanto è vero che un’altra cosa che ho cambiato come modalità, è stato il disinteressarmi alla linea della trama. A volte avevo voglia di raccontare la storia di un personaggio e mi allontanavo dalla trama principale, lasciando che corresse fino a poi ritrovarla a un certo punto. Mi sono abbandonato alle storie, mi sono divertito nel senso letterario, del divergere.

-       La cosa, effettivamente, la si vede: all’inizio della lettura di Roma c’è un senso di smarrimento, è come trovarsi in un negozio bendato, con le dita tocchi delle cose (il pane, i giocattoli, i libri), ma non capisci bene cosa sono. E ti dici “ma dove diavolo sono finito?” Questo qualcosa di diverso si nota molto, come in una sorta di elastico narrativo. E questo perché struttura, trama, impostazione, esulano dagli schemi che siamo abituati trovare all’interno di una storia. C’è la trama che sta andando una parte e c’è poi il personaggio che ti fa allontanare dalla linea principale, che ti riporta dall’altra parte, in questi angoli sconosciuti rispetto al resto della storia. Allo smarrimento, poco alla volta, si sostituisce la meraviglia dell’aver trovato un nuovo punto di vista narrativo.

-        Nuova prospettiva, sì. Spesso i libri, oggi, sembrano una lezione scolastica: hanno un inizio e hanno una fine e la traiettoria che seguono è sempre la stessa. Appena lavoravo a Roma, ho scoperto un filo rosso che collegava le diverse storie. Un esempio è Fellini, con il suo rifacimento del Satyricon di Petronio: qui vi si ritrova un aspetto tipico dei romanzi picareschi, dove i personaggi si perdono, dove l’autore si lascia andare a quello che lo diverte raccontare, senza rimanere solo sulla trama. Anche La Dolce Vita è un film per certi versi rivoluzionario, perché ha un protagonista che è spesso al margine degli episodi che accadono, è ai margini della storia, come il protagonista del mio libro e tutte le cose si amalgamano e si accantonano una all’altra. Magari non c’entrano nulla l’una con l’altra, ma vengono a far parte di un’unica sensazione che è di quello che io vedo, così è in Roma, come ne La Dolce Vita. Dunque, quando pensavo a Roma mi erano venute in mente queste storie: il protagonista non deve per forza essere dentro la trama. Pensate anche a Il Grande Gatsby di Fitzgerald: il vero protagonista non è Gatsby, ma il narratore della storia, anzi proprio la sua voce narrante, che spesso si slega dalla trama.

-        La cosa che non amo di Fellini è che quando vedi un suo film, ti accorgi che è stato diretto da lui. È il limite degli italiani, come tipo di narrazione, è vero che ci sono mille storie che prendono vita in un film di Fellini, però è sempre Fellini. Secondo me ci sono due possibilità, se uno fa il traduttore e lo scrittore. Una è terribile: utilizzare creazione o tradizxione come mezzo per far vedere quanto si è bravi. Nel secondo caso, invece, ci si mette totalmente a servizio della nostra opera. Nel primo caso si è padroni, nel secondo schiavi.

-        Sì, potrebbe essere, ma io salverei Fellini. Chi è secondo te che ha influenzato maggiormente Fellini?

-        Quindi, anziché accogliere di buon grado un complimento ti prostri in difesa di Fellini? Questo è amore assoluto!

-        Ma, io in realtà a Fellini ci sono arrivato piano piano, mi è arrivata con il tempo questa cosa, e, solo poi, ho capito che La Dolce Vita è un filo unico. Prendiamo ad esempio Sorrentino: lui è fin troppo al di sopra dei suoi personaggi, arrivando persino a giudicarli. In Fellini questa cosa non la vedrai mai. Fellini è uno di quei personaggi, ci è dentro, quindi non sono convinto non si faccia trascinare dalla trama. La cosa talmente affascinante è che a un certo punto, nei suoi film, ti ritrovi dentro a una festa, tutto va in malora, non gli interessa più nulla, sei finito dentro una storia e nemmeno capisci come sei arrivato fino a lì. Tantissima esaltazione del dramma e poco della commedia, e questa cosa mi piaceva: che, a un certo punto, i personaggi potessero essere in festa. Anche perché, non è facile: la difficoltà maggiore, in questo libro, è stato girare delle scene (per usare un termine cinematografico) dove ci fossero fino a venti o trenta personaggi.

-       Questo è complessissimo. La Nausea di Sartre, in questo, è un libro più facile. Ha tre personaggi. Non dico meno profondo, ma è molto più facile. Una cosa che rappresenta, quindi, la bellezza del tuo romanzo è la complessità e moltitudine di personaggi che ruotano intorno alla storia. L’abilità tua è stata quella di riuscire a farli masticare e digerire, al lettore, un poco alla volta.

-        Sono contento, perché era un grande obiettivo: che i personaggi fossero ben chiari.

-        Per dire una cosa a sfavore dell’idea comune che si ha sul talento, spesso sopravvalutata, in Roma si nota il gran lavoro sulla struttura, cosa che manca al novantanove percento degli autori italiani. Si vede, insomma, che il talento lo hai messo anche nel lavoro.

-        Ti faccio un esempio di quando mi sono piegato alla storia: io volevo, come omaggio a Fitzgerald, che il libro fosse di nove capitoli. Fino alla fine volevo mantenere questa cosa. Poi, sono venuti fuori ben quarantun capitoli. Mi sono accorto che se avessi diviso i macro-capitoli in micro-capitoli, un personaggio sarebbe rimasto isolato, avrebbe avuto più visibilità ma sarebbe poi rimasto schiacciato dal capitolo stesso. Se avessi ceduto al vezzo, avrei tenuto i nove capitoli, ma non avrei dato il giusto spazio ai personaggi. Ho preferito non farlo alla fine; insomma, i quarantun capitoli sono stati dettati, voluti, dai personaggi.

-        E quindi, più o meno quanto ci hai messo a scriverlo?

-        Ci ho messo… beh, la stesura ha avuto una durata strana: ci ho riversato idee che era molto tempo che erano lì. Poi, la scrittura in sé, è durata solo sei mesi circa.

-        Ah, sei mesi, pochissimo.

-        Però conta che gli altri miei libri ci ho messo due mesi a scriverli!

-        Quello che stai scrivendo, di ventimila pagine, ci metterai un anni.

-        Conta che, per Roma, mi sono preso i miei tempi. Al costo di far penare l’editore, l’ho consegnato solo quando ero convinto che fosse davvero finito. E sull’altro che sto ancora scrivendo, che è molto lungo e pensato come un libro all’interno di altri libri, mi sto prendendo i miei tempi, perché contemporaneamente sto lavorando a delle trame che non entreranno in quel libro ma serviranno alla stesura di quel libro. È ambientato tutto nell’estate degli anni cinquanta lungo il fiume Arda.

-         Non si sa nulla ancora?

-         Spero di finirlo entro l’anno prossimo. Sono cinquecento pagine circa. Ma prima ne uscirà un altro ambientato a Roma: si intitola Jazz e parla di musica.

-         Ci sarà quindi come sfondo la musica e non più il cinema?

-         Sì, è una storia un po’ dilatata nel tempo e riguarda molto il mondo della musica, non solo del jazz. Ho qualche spunto per quello ma, nel frattempo, sono tornato a lavorare ad Arda.

-          Quindi, per chiudere, come anno 2019, al di là delle cose che scrivi tu, che cosa farai? Hai molte traduzioni o lavori di altro genere di cui ti stai occupando?

-        Sì, ho le traduzioni degli americani, continuo a fare quel che amo fare e che ho sempre fatto: cercare di trovare grandi scrittori americani. Io non ho grande memoria né grande talento, riesco a far funzionare solamente le cose che davvero mi appassionano: potrei leggere un libro in una lingua che nemmeno conosco o, addirittura, girare un film. Riesco a fare solo qualcosa che realmente mi appassioni; la mia idea è trovare autori americani di cui posso diventate scout e poi traduttore e, quando vedo che questa cosa passa e arriva, ne sono molto contento, molto soddisfatto. Devo essere quel che faccio, per tradurre uno scrittore devo diventare quello scrittore.

-         Così citi Zelig.

-         Eh, io adoro Woody Allen, per me è più o meno come Dio.

-         Be', io direi piuttosto che se mai ci fosse un dio, sarebbe molto meno interessante di Woody Allen.

-         Sì. Leonard Cohen, Bob Dylan, Woody Allen… sono questi i miei punti saldi.

-         È uscita da poco la tua traduzione di Don Robertson, ce ne parli un po’?

-        Questo è l’autore che ho trovato di cui sono più contento in assoluto: un motivo è perché era fuori dai radar non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti. Ho lavorato con una persona meravigliosa che è la moglie dell’autore, per recuperare tutto il materiale possibile e, ogni volta che mi ritrovavo a contatto con un suo romanzo, mi dicevo “ma com’è possibile?” È un autore di una grandezza incredibile. Quando lavoravo a Roma, contemporaneamente traducevo anche Paradise Falls, ma mi rifiutavo di farlo prima di riprendere la stesura del mio romanzo – lo facevo solo dopo – altrimenti non avrei retto il confronto! Mi ha impegnato molto per la sua pazzesca cura dei personaggi. Sono pronto a mettere la mano sul fuoco che si tratti l’autore più sottovalutato della storia. È uno dei vertici della letteratura americana. Sono un grande fan di Stephen King e, in una sua intervista, una volta lo ha definito “il suo autore preferito”. E, soprattutto, mentre lavoravo a Paradise Falls ho capito che Stephen King (lui diceva che Don Robertson è il suo scrittore preferito) non può che esserne l’allievo, che è di una grandezza estrema. Mi è difficile descriverlo, perché quel che lui fa - a livello letterario - lo si può solo leggere. È un po’ come un Raffaello della letteratura, perché è capace di creare questi grandi affreschi dove non capisci dove ti porterà ogni mano di colore e, solo alla fine del libro, capisci di trovarti di fronte a qualcosa di straordinario. E, questo livello altissimo, lo mantiene per tutti i suoi ben diciotto romanzi, in ogni riga di questi suoi romanzi. Umanità, ironia, memoria, concezione della storia e intelligenza sono tutti gli ingredienti che si ritrovano nelle sue pagine. Paradise Falls è di una modernità pazzesca, e non fa a meno dell’ironia. I suoi personaggi hanno la densità dei personaggi di Shakespeare, messi in un contesto ampio da Guerra e Pace di Tolstoj, come l’ottocento e novecento americani: una delle ambientazioni migliori che possano esserci. Su Paradise Falls, sono pronto a far scommesse con tutti.

-         E il libro, uscito per Nutrimenti Edizioni, si può già trovare?

-         Sì, è uscito proprio adesso.

E così finiscono le nostre chiacchiere, iniziate col parlare di Roma e concluse con Paradise Falls di Don Robertson.