Mercoledì, 30 Maggio 2018 16:28

Angela Colapinto - La morte di Margherita Solani

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

16/12/2033 – ore 20:00

Scrigno non mi serve più al bancone appoggiando distratto il solito calice di bianco fermo mentre prende un'altra ordinazione. Adesso mi riserva un tavolo, il mio preferito, quello nell'angolo vicino al palco. Sa che mi piace la musica, e che soprattutto mi piacciono i musicisti giovani, avidi di esperienze e di racconti. Fare sesso con una milf è una delle cose da collezionare nei loro tour e da raccontare ad amici e fan. Fare sesso con un musicista invece è un modo per tenermi in allenamento ed essere sempre al passo con gusti e perversioni.

Questa sera ho voglia di festeggiare: diciassette anni fa mi trovavo a Firenze, davanti a Santa Maria del Fiore, avvolta dalla nebbia. Ero là per un incontro, un uomo che non avevo mai visto prima ma che mi avrebbe fatto una promessa, la più importante.

Entro e vado diretta verso la targhetta con su scritto Riservato Solani. Noto il palco vuoto, nessun tecnico del suono al mixer. Mi tolgo il cappotto e lo appoggio sulla sedia accanto alla mia, slaccio il foulard quel tanto che basta per lasciare scoperto l'inizio del seno, tiro fuori le sigarette, bisogna sempre prepararsi un alibi per le conversazioni troppo pesanti.

«Il solito whiskey?»

«Sì, grazie. Scusa Scrigno, questa sera non suona nessuno?»

«Margherita è mercoledì, è la sera della settimana in cui di solito rimorchi semplici clienti».

Ogni sera della settimana ha le sue abitudini, da molto tempo, e il mercoledì è la prima in cui mi affaccio sul mondo esterno dopo il fine settimana. È la sera in cui mi piace tentare la sorte e provare per pochi istanti quella piacevole ansia data dall'incertezza. Voltare le spalle all'intero locale aspettando di vedere la sedia muoversi e una voce maschile chiedermi se può accomodarsi.

Sfilo una sigaretta dal pacchetto e mi dirigo verso l'uscita. Scrigno mi fa segno di andare nel retro, gli dico di no, ho bisogno di una boccata d'aria fresca. Quando rientro il whiskey non è ancora arrivato. Mi siedo con le spalle sempre rivolte alle persone.

Una mano compare alla mia sinistra e avvicina un bicchiere alle mie labbra. Non dice una parola, non dico una parola. Lo sfioro e lui lo inclina fino a farmi scivolare un po' di quel liquido bianco in bocca. Lo mando giù.

Dalla mia reazione deve aver capito che non mi è dispiaciuto, così ripete il gesto.

Mi scioglie i capelli e lascia che cadano sulle mie spalle, poi sposta il cappotto e si siede.

«È vodka, liscia».

«È buona».

«Ne vuoi ancora?»

«Vorrei il mio whiskey se a te e a Scrigno non dispiace».

Fa un gesto verso il bar e in un attimo quello che ho ordinato si materializza davanti a me.

Avrà poco più di vent'anni, potrebbe essere mio figlio se dimostrassi davvero l'età che ho. Potrebbe esserlo ugualmente ma la cosa non mi interessa e pare non interessare nemmeno a lui.

Non chiede niente di me e non racconta nulla di sé ma conversa e lo fa divinamente. La noia che abita con tanta facilità le mie giornate scompare all'improvviso e mi trovo a ridere di gusto, per la prima volta dopo Andrea.

Alla nostra prima consumazione se ne aggiunge una seconda e poi una terza, alla quarta dico no, voglio restare lucida, voglio ricordarmi di lui. Si dirige verso la cassa e salda il conto, Scrigno da lontano mi fa l'occhiolino, segno che non gli devo nulla.

Il ragazzo torna da me, prende il cappotto dalla sedia e mi aiuta a indossarlo.

«Abiti qui vicino?»

«Sì».

«È perfetto».

 

17/12/2033 – ore 09:00

Allungo un braccio alla mia sinistra, il letto è vuoto. Mi alzo per controllare se in casa c'è qualcuno: in cucina niente e neppure in bagno. Vodka deve essersene andato. Non che mi dispiaccia riavere i miei spazi, tutt'altro. Non amo che qualcuno occupi la doccia proprio quando voglio essere io a usarla, né che si prenda la libertà di prepararmi la colazione come fossimo una coppia, o ancora peggio che immagini, solo perché abbiamo fatto sesso la notte prima, di passare l'intera giornata insieme. Speravo solo in un bis, come buongiorno, dopo di che avrebbe potuto andarsene e tornare al dormitorio universitario o nella sua doppia in affitto.

Dopo Andrea non ho mai più concesso a nessun uomo di portarmi fuori a colazione. In questi diciassette anni sono andata a letto con molti ma nemmeno uno è mai riuscito a offrirmi una cena.

Quella mattina a Firenze doveva rimanere unica.

In realtà di mattine come quella nei mesi e negli anni che seguirono a quel 17 dicembre 2017 ce ne furono parecchie. La crisi del settimo anno, la chiamano così? Tornai a casa dal lavoro e trovai Adamo seduto a tavola intento nel fare i compiti, una donna gli sedeva vicino, Andrea in cucina a preparare il tè. Non si accorse della mia presenza, così scesi appena le scale che conducevano in cantina e rimasi in ascolto dietro la porta socchiusa. Doveva aver perso la cognizione del tempo, aspettai per quasi cinque ore. Dopo il tè Andrea preparò per loro la cena e quando Adamo salì in camera sua, invitò la donna a sedersi sul divano con lui per un ultimo bicchierino della buonanotte. Bastardo. Se non fosse stato per me non avrebbe mai nemmeno immaginato che gusto divino potessero avere certi superalcolici. Lo intravvidi porgerle il bicchiere, l'istante in cui lui le sfiorò la mano mi fece capire che avrebbe tradito la promessa fatta. Aspettai che lei decidesse di andarsene e che Adamo scendesse le scale chiedendo di me. Allora uscii dal mio nascondiglio e senza dire una parola lo riaccompagnai a letto. Andrea non provò a fare nulla; nemmeno quando lo chiusi dentro a una delle sue teche e la riempii di acqua cercò di giustificarsi. Lo guardai annegare e poi mi accesi una sigaretta, il tempo che occorreva per fissare nei ricordi l'immagine di quel corpo dai contorni labili che giaceva gonfio sul fondo. Ad Adamo lasciai un biglietto: ne me vado, parla con Andrea, ti spiegherà lui.

Suicidio numero due portato a termine in modo egregio.

Sento le chiavi nella toppa. È Vodka, ha in mano un sacchetto e due caffè bollenti da asporto. Una cosa nuova: la colazione a letto. Vorrei rifiutare, vorrei cacciarlo di casa per essersi permesso di prendere le mie chiavi ma lui libera le mani appoggiando il contenuto sul comodino e ne infila subito una sotto il lenzuolo che copre il mio corpo nudo. Cinquant'anni non sono poi tanti se sai come usare il tuo pacchetto di esperienze.

18/12/2033 – ore 14:00

Erano le due, ero appena rientrato da scuola.

Te ne sei andata di mattina lasciando a me il compito di svuotare la teca e tentare di salvare papà. Perché un ragazzino di tredici anni non può essere sicuro che il padre sia morto finché non lo tocca, finché non prova a svegliarlo, finché non appoggia l'orecchio sul suo petto in attesa di un battito assente. Hai lasciato a me il compito di avvisare il soccorso medico, di stilare il verbale insieme all'ufficiale di polizia e poi di dirigermi con passo lesto verso i servizi sociali. Perché tu eri sparita.

Lui si era tolto la vita a causa tua, e tu mi avevi rubato la mia.

Di te sapevo solo che ti chiamavi Signorina M., Adamo Gori risultava figlio di n.n.. Quando raggiunsi la maggiore età riuscii a tornare in quella casa, di nascosto. Le indagini sul conto di Andrea Gori, il mio patrigno, si erano concluse, e benché fosse venuto fuori che probabilmente mi aveva rapito da un qualche campo nomade, nessuno si fece in quattro alla ricerca delle mie vere origini. Così, tornai a visitare il luogo che durante la mia infanzia era stata la mia casa e dove avevo creduto persino di avere una famiglia.

Mi sono ricordato di un posto segreto in cui papà, cioè Andrea, nascondeva i risultati dei suoi esperimenti, e insieme ad essi ho trovato una copia del tuo Detestiario, con le note a margine.

Voglio farti un regalo, mamma Margherita Solani, voglio restituirti l'arte di inscenare suicidi perfetti; perché è questo che fa un figlio, apprende dai suoi genitori.

Riferisci a mio padre quanto sono diventato bravo quando sarai accanto a lui, a patto che ti voglia ancora, quel brutto segno che ti rimarrà sul collo sarà molto diverso da quel bel pendente che ti regalò la prima volta a casa sua. A casa nostra.

Su una cosa aveva ragione però, sai scopare bene. Saresti dovuta morire ieri ma potendo fare breccia nel cuore o in mezzo alle gambe della gelida Signorina M. mi sono voluto portare a casa un'ultima vittoria, una seconda notte nel tuo letto.

Adamo

Dopo averla letta Vodka si infila la lettera in tasca. Si avvicina e mi fissa. Non ha gli stessi occhi di Andrea ma ha lo stesso sguardo. Si assicura che la corda che ho al collo sia fissata bene e slega i supporti che ancorano le mie spalle alla trave.

Letto 459 volte Ultima modifica il Mercoledì, 30 Maggio 2018 16:29