Lunedì, 04 Giugno 2018 11:13

Selene Capodarca - La morte di Ishtar

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Immaginavo fosse così. Passi la vita a pensare cosa faresti se ti dicessero che ti rimangono 6 mesi, un mese o una settimana e quando finalmente arriva il momento, a coloro che hanno la fortuna di sentirselo dire, niente ha più importanza.

Non importa se non mai ho nuotato con i delfini, se non ho imparato l’ucraino come avrei voluto, se non ho mai scalato il Machu Pichu, se non ho mai provato quello che sostengono di aver provato i poeti nelle loro tormentate poesie d’amore (morirò comunque convinta del fatto che mentano). Tutto sembra già così lontano adesso. E poi diciamocelo sinceramente, lo sappiamo tutti sin dall’inizio che sempre e comunque qualcosa deve restar fuori.

Mi sono sempre piaciute le linee pulite, i bordi definiti e le cifre tonde e quindi ho scelto la data del mio compleanno. Quel giorno mi hanno fatto entrare in questa vita e quel giorno me ne andrò. Puff

46 meravigliosi anni di cui non cambierei niente, se non la velocità con cui sono trascorsi.

Cazzo però, come al solito sono in ritardo! Ma è possibile che debba sempre fare tutto di corsa? Neanche la preparazione alla mia morte posso godermi in pace. Non ho ancora comprato la biancheria intima, devo andare dal parrucchiere, scegliere il vestito ed ho dei peli sulle gambe che potrebbe competere con la Selva Morena. Una laurea in medicina e due specializzazioni ed ancora non ho fugato i miei dubbi sul fatto se i peli continuino a crescere o meno anche dopo la morte. A parte l’orrore di immaginarmi cadavere peloso, non sopporterei l’idea che dopo una guerra feroce ed estenuante di tutta una vita a botte di cerette, pinzette e laser, alla fine avrebbero loro il sopravvento.

Tre giorni di tempo sembrano tanti, ma se inizi a pensare a tutti i dettagli di un suicidio fatto con tutte le regole, ti accorgi che sono ben pochi.

Anche scegliere il metodo non è stato semplice. Nei miei corsi di suicidio creativo ho sempre preso a modello il suicidio di Evelyn McHale. Che invidia! Se avessi la certezza del risultato sceglierei di morire come lei, ma in questi lunghi anni ho visto troppe scatole craniche fracassate ed arti disarticolati per poter sfidare la statistica. Voglio essere bellissima e soprattutto voglio essere sorridente.

Già! Sembra facile far sorridere un cadavere o anche soltanto trovare un complice che ti permetta di farlo. Ho pensato inizialmente di chiedere ad Aristide, uno dei pochi che non avrebbe fatto tante storie. Ma poi mi sono ricordata del suo gusto per le cose brutte ed ho rinunciato. Chissà come mi avrebbe trasformata. Sfidare la sorte sì, ma non fino a questo punto.

L’unica persona a cui avrei potuto chiedere è Mazen. Del resto è anche uno dei pochi ad aver saputo della diagnosi ed uno dei più fedeli sostenitori nonché collaboratori dei miei deliziosi suicidi. Quanti ne abbiamo ideati e realizzati insieme e sempre con grande soddisfazione nei risultati. Assistenti al suicidio perfetti!

Ho pensato comunque di chiedere consiglio ad Aristide, la sua creatività mascherata da falsa originalità (gli piace molto pensarsi così) mi ha sempre divertito. Come mi aspettavo mi ha proposto qualcosa di splatter, un’elettrocuzione che avrebbe provocato il black-out di tutta Dublino al momento finale della finale dei mondiali di rugby. Proposta bocciata per motivi estetici (non sopporto immaginarmi con i capelli arruffati), pratici (non avrei saputo come avere accesso alla centrale elettrica, l’unico collegamento che ho con i centri del potere elettrico è il tecnico della televisione che mi sono scopata per errore qualche anno fa) ed organizzativi (la finale cade a maggio, e questo manderebbe a puttane la cifra tonda dei miei anni). Però ho apprezzato l’idea.

Sarà meglio che mi sbrighi, nel pomeriggio ceretta e poi cena con Francesca, la mia amica depressa. La mia ultima buona azione nei confronti dell’umanità.

Sentirla vomitare il suo dolore per l’ennesima volta mi farà mancare meno questo mondo. Certa gente minaccerebbe il suicidio per un’unghia incarnita. Lo facessero almeno.

È strano, insegnare alla gente suicidarsi e svegliarsi a due giorni dal proprio suicidio ancora confusa sui dettagli. Per fortuna la mia riluttanza nell’incontrare amici e conoscenti è rimasta inalterata, così avrò più tempo di dedicarmi al resto. Chi volevo rivedere è già stato rivisto e poi comunque a quest’ora non fa davvero più differenza.

C’è in realtà una cosa che mi sono ripromessa di fare prima di morire! Devo portarmi a letto John, il promesso maritino dello stereotipo # 2 del corso prematrimoniale. Se non altro lo devo a Marcin, era uno dei nostri obiettivi. Avrei potuto pensarci prima ma effettivamente il mio amato glioblastoma non mi ha lasciato molto tempo.

Mi faccio dare il suo numero da Padre Thomas. Sapevo che un prete che ha passato la vita a violare bambini non si sarebbe fatto problemi a violare delle ridicole norme di privacy.

Lo chiamo, sono breve. Appuntamento al ristorante del Clarence Hotel alle 14:00. È veramente semplice come sostiene Patricia. È bastato sedermi di fronte a lui, in minigonna senza mutande e senza calze…a marzo!. Sapevo che queste abitudini dublinesi di rifiutarsi di credere nelle quattro stagioni mi sarebbero tornate utili alla fine. Gli prendo la mano, gliela porto tra le mie cosce e gli sussurro: “stanza 414”. Mi alzo e me ne vado. Non ero mai stata così sbrigativa in tutta la mia vita, è divertente…. Avrei dovuto dare retta a Patricia. Scopata mediocre, per fortuna so che non sarà la mia ultima. Ho ancora un giorno e mezzo e tanto da godere. Rubo una foto alle sue mutande (Kelvin Klein come da copione) e la mando a Martin.

“Obiettivo raggiunto” gli scrivo. Saprà farne buon uso.

Che meravigliosa sensazione. Per tutta la vita sono stata attaccata ai miei quadri, alle mie convinzioni, ai miei gatti, all’ossessione per la bellezza, ai miei viaggi, alla mia amata Praga, ai volantini dei bombardamenti israeliani raccolti nel 2006, alla mia pizza del venerdì sera, persino ai miei bisturi. Non ho mai voluto lasciare andare niente, niente. Soltanto adesso, per la prima volta mi sento veramente libera. Chissà se fissando la data della propria morte anni prima avrebbe funzionato allo stesso modo? Sarebbe da provare, ma è troppo tardi. Pazienza.

Mazen è bellissimo, non avrei voluto essere tra altre ultime braccia. Ripassiamo i dettagli del mio suicidio dopo aver fatto l’amore. No, l’ultima notte della propria vita non la si passa a scopare selvaggiamente come conigli. Si dorme. Incredibile, vero? Dovrebbero insegnarlo ai corsi di suicidio creativo. La presunzione dell’inesperienza.

Mi sveglio respirando forte, guardo Mazen negli occhi e sono serena. Mi preparo, sarà lui ad accompagnarmi in istituto.

Mi siedo al mio computer ed apro una nuova cartella “Ishtar Boeri: data di nascita: 06/03/1973, data del decesso: 06/03/2019, causa del decesso: infarto del miocardio da eccesso di felicità”. Non ho mai sbagliato un’autopsia e non sarà di certo questa la prima volta. Il mio sorriso ne sarà la testimonianza.

Mi sdraio sul lettino ed aspetto che l’iniezione faccia effetto, Mazen farà il resto.

Il nostro suicidio più bello, non ci provate nemmeno a rovinarmelo.

Letto 1163 volte Ultima modifica il Lunedì, 04 Giugno 2018 11:13