Quam olim Abrahae promisisti… Simone Gilli rinverdisce i fasti della tradizione familiare all'ombra della Mole Antonelliana

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Se dicessimo la parola “Torino” a un qualunque fumatore di pipa europeo, vedremmo il suo sguardo accendersi, prima ancora di udirlo pronunciare il nome di “Mauro Gilli”.

Se c’è un maestro indiscusso che, attraverso i decenni, ha raggiunto le vette dell’eccellenza ben oltre l’Italia, questi è proprio Mauro Gilli. Io stesso lo credetti un essere mitologico fino a quando, intimidito, non gli parlai a telefono alcuni anni fa.

Una mano unica, irripetibile, eppure c’è stato chi ha saputo raccoglierne l’eredità: il nipote Simone Gilli.

Porre la propria orma nel solco di quella gigantesca di chi ci ha preceduto rischia di essere compito terribile, da affrontare in timore e tremore; l’esito è assicurato, anzi.

A fronte di alcune certezze, moltissime insicurezze assediano l’animo, frenano le mani, se non il coraggio. Non è stato questo il caso di Simone, essere solare e irenico, che ha affiancato per anni lo zio, raggiungendolo negli esiti e nella cortesia. Non gli rimane altro obiettivo che fare di meglio.

 

 

Simone Gilli, un cognome un destino. Un’eredità pesante o una grande opportunità?

Sicuramente una grande scuola e una grande opportunità. Il periodo di “studio” affiancato a mio zio è stato fondamentale, Mauro ha fatto in modo di trasmettermi un bagaglio di 30 anni di esperienza nel settore e io tuttora cerco di farne tesoro e, se possibile, ampliarlo. Nel frattempo è riuscito anche a farmi appassionare. Non ho mai ricevuto pressioni per portare avanti l'attività, penso sia stata una scelta naturale sia per me che per mio zio.

Cosa si prova a stare nei panni di uno dei più affermati artigiani italiani? Mai avuto paura di non essere all’altezza di Mauro?

Prima di lanciarmi senza “rete di protezione” ho dovuto macinare un sacco di trucioli, poi i primi lavori a 4 mani. Ho infine potuto mettermi sul mercato solo quando i clienti non sono stati in grado di distinguere un lavoro fatto da me di fianco a uno di mio zio Mauro. Chiaramente non pretendo di essere arrivato, c'è sempre spazio per migliorare e imparare qualcosa in più, al contempo so che non mi sono improvvisato.

Quando hai capito che volevi fare questo mestiere?

Ricordo le pipe sui tavoli da quando ho memoria, però la scintilla penso sia scattata verso i 18 anni quando ho iniziato, quasi per scherzo, a metterci le mani aiutando mio zio con le mansioni più semplici. Da quel momento in poi l’interesse è aumentato sempre di più

Come è stato l’apprendistato?

Divertentissimo! Tutto era nuovo e inoltre c’era anche la componente della sfida nel confrontarsi coi vari materiali e lavorazioni. La cosa migliore penso sia stata la possibilità di battere “nasate” in sicurezza per poi capire come non ripetere gli errori.

Hai qualche particolare ricordo della tua infanzia legato al laboratorio di Mauro?

Molti. All'epoca abitavamo nello stesso stabile quindi ogni occasione era buona per andare a rompere le scatole in laboratorio. Vedevo un sacco di “aggeggi” strani di cui non conoscevo la funzione. La cosa curiosa è che alcuni di questi “aggeggi” li ho tuttora nel nuovo laboratorio e li uso ogni giorno!

Cos’è la pipa per te?

Sicuramente soddisfazione. Riuscire a ottenere ciò che desidero da un ciocco di radica o un pezzo di ebanite è decisamente una bella soddisfazione. Al di fuori dell'aspetto puramente lavorativo la pipa per me è relax. Fumo poco, ma lo faccio nei migliori momenti di tranquillità.

Cosa significa fare una pipa per te?

In primis valorizzare le materie prime. La radica richiede una quantità considerevole di tempo e di fatica per essere ottenuta, a tutto ciò bisogna aggiungere svariati anni di stagionatura. Al di là dell'aspetto puramente economico, trovo fondamentale valorizzare il più possibile un materiale così pregiato. Il secondo step è avvicinarmi alle necessità del fumatore e creare un oggetto “tagliato su misura”, elegante: un accessorio per tutti i giorni.

Un aggettivo per definire le tue pipe (è dura, lo so, ti concedo un’intera frase se vuoi).

Nelle mie pipe vedo la mia crescita professionale, nel loro insieme le vedo come un percorso e, guardandomi indietro, mi rievocano molti ricordi. Non saprei davvero riassumere tutto questo con un singolo aggettivo

Genesi di una pipa: da dove cominci, perché scegli uno shape piuttosto che un altro?

Quando imposto una pipa cerco sempre di non perdere di vista la praticità e la sobrietà. A mio avviso sono due elementi importantissimi. Con i miei clienti inoltre ho un magnifico rapporto e in alcuni casi sono i loro consigli che mi spingono a reinterpretare un determinato shape. Per quanto riguarda invece l'aspetto più pratico della costruzione sicuramente la venatura dalla radica mi aiuta molto a definire il lavoro. Lo stesso vale per la colorazione e gli abbinamenti, spesso è il materiale che suggerisce un determinato finissaggio.

Quale la tua pipa preferita?

La panel è incredibilmente apprezzata da me come dai clienti. Personalmente amo molto anche le canadesi: eleganti, slanciate e... ti fanno impazzire a lavorare i cannelli!

Quali tabacchi fumi nelle tue pipe?

Gradisco miscele inglesi o naturali. In questo periodo sto provando i Frog Morton McClelland, merito di un caro amico che me li ha fatti conoscere.

Altre passioni?

Passioni tantissime, purtroppo gli impegni non sempre mi permettono di coltivarle come vorrei. Amo stare all'aperto e la montagna in particolare. Tutto ciò che è tecnologia mi incuriosisce: a volte mi perdo a leggere e informarmi per ore per il semplice gusto di farlo. Stravedo per le moto inglesi e tra i tanti sogni nel cassetto c'è la licenza per il volo a vela.

Come ti aspetti dal futuro?

 Sono felice di quello che faccio, sostanzialmente spero di poter continuare su questa strada magari con qualche nuova sfida in più, giusto per non annoiarsi!