V15

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Salone internazionale del libro - 10/14 maggio 2018.

Padiglione 4, stand V15, Jona Editore.

 

 

Angela Colapinto, redattrice de Il gioco 2.0, intervista Serena Barsottelli (anch'essa redatrice)  in occasione dell'uscita del suo romanzo: Nella teca.

Angela Colapinto: Ciao a tutti, oggi abbiamo con noi come ospite Serena Barsottelli, la scrittrice che ha dato vita al personaggio di Andrea Gori detto anche l'Antropologo; è emozionante per me essere dall'altra parte, perché oggi per la prima volta sono da sola e la mia compare è di là e risponderà alle mie domande.
Serena Barsottelli: È emozionante anche stare di qua, mi dicevo sono tranquillissima e invece oggi proprio ho un’ansia che è veramente a livelli epocali!
Angela Colapinto: Vogliamo addentrarci un po' in quello che è stato il percorso all'interno de Il Gioco, prima di passare a una fase più profonda ed elaborata di questo personaggio che ci ha incuriosito parecchio, un po' per la sua storia, un po' per tutto quello che ha portato avanti. Iniziamo con una domanda su di te, Serena, chi sei realmente?

Serena Barsottelli: Incominciamo già con una domanda semplice, più che altro. Allora, Serena è una donna dovrebbe dire, ma le verrebbe da dire ragazza, di trentadue anni e mezzo, toscanaccia, con una grande passione per la filosofia, la scrittura e il teatro, e nella vita sogna di conciliare questi tre aspetti; diciamo che è questo Serena, e nel frattempo cerca di vivere e di mantenersi come una persona più o meno normale, anche se non sempre riesce a essere così normale, come avrete intuito.

Angela Colapinto: Per te che cosa è stato partecipare a Il Gioco e che cosa è cambiato, se è cambiato qualcosa in te, dopo questa partecipazione?

Serena Barsottelli: Partecipare a Il Gioco è stato un viaggio, un viaggio alla scoperta di lati di sé stessi - cioè di me stessa -, anche lati un po’ in ombra, lati che prima magari non accettavo; è stato un bel vortice emotivo, direi, perché come ho già detto altre volte, quello che succedeva ne Il Gioco in realtà influenzava un po’ il mio umore. A volte è un po’ difficile capire i confini quando si mette tanto comunque di sé, quando si impiega tanto tempo in una cosa, quando si crede in un progetto. Quello che ha cambiato: a livello tecnico mi ha dato sicuramente un po’ di coerenza. Io prima ero più uno spirito ribelle, libero, scrivo quando me la sento, scrivo quando sono ispirata, ora no, se devo arrivare a scrivere una cosa per me è una sorta di lavoro a cui tutti i giorni dedico un tot di tempo. Mi ha dato sicuramente costanza a partire, appunto, dall’invio dei diari che dovevamo fare ogni tot di giorni. Per quanto riguarda invece Serena, paradossalmente, portando alla luce le ombre, le ombre fanno meno paura, per cui Serena è una persona un po’ più serena, per non fare giochi di parole.

 

Link alla prima parte
Link alla seconda parte

JE: Hai già iniziato a pensare al prossimo romanzo?

EP: Ho iniziato a pensarlo, sì. Niente ancora di definito, qualche idea su carta. Mi interessa sempre più vedere e narrare il mondo dei Social. Capire il mondo che sembra quasi risiedere lì, tra byte e ore passate con altre persone senza, spesso, averle mai viste in faccia.

 

JE: Non più YouTube, però?

EP: Un altro, credo si possa dire il nome: Instagram. E non con gli occhi di un uomo ma con quelli di una donna. Vedere quello che una persona può arrivare a fare, e perché, per avere successo. Capire il prezzo di centomila o un milione di follower.

 

JE: Instagram è in crescita, no?

EP: È il presente che sarà futuro. Probabilmente perché è più veloce, il più veloce che c'è in questo momento. E in questo momento la gente vuole connessione più che dialogo. Una foto, boom, mille like, mille persone che sanno che esisti.

 

JE: Ma nessuna parola, comunicazione non verbale, quasi.

EP: In realtà qualche parola la si può inserire, ma sicuramente il mezzo per comunicare è l’immagine.

 

JE: E tornando ai tuoi ultimi due anni: il romanzo ti ha tolto tempo. Lavori sempre in ambito sigarette elettroniche?

EP Sì. Da due anni tutta la mia vita, almeno quella in superficie, ha gravitato intorno alle sigarette elettroniche. Il romanzo ha avuto anche questa responsabilità. Mi ha indicato la porta di uscita, mi ha fatto capire che gravitare per un po’ va bene, oltre diventa colla.

 

JE: E nel romanzo tutto questo mondo che gira intorno alle sigarette elettroniche è rappresentato o c’è solo il protagonista?

EP: No, non solo il protagonista, molto gira in quell’ambito. E a pensarci da lettore più che da scrittore, il mondo che ne viene fuori, eccezion fatta per due persone, non è del tutto positivo.

 

JE: Quindi, premettendo che noi abbiamo pubblicato un libro de il Santone dello Svapo su come uscire dalle sigarette, considerando che lo svapo è sicuramente un fenomeno positivo, come studio sociologico è interessante, no?
EP: Interessante vedere le dinamiche all’interno di un gruppo parecchio chiuso e molto egoriferito. Ma non tanto per studiare chi svapa, ma proprio per vedere e conoscere meglio il branco.

 

JE: E secondo te gli svapatori sono riconoscibili? Se tu vedi una persona sai se svapa, come e perché?
EP: Se vedo una persona senza sigaretta elettronica no, ma se ne ha una, sicuramente dal modello, da come la usa, da come si atteggia: molto si può dire su di lui.


JE: E se tu ti vedessi svapare da fuori in che categoria ti metteresti e cosa penseresti della tua categoria?

EP: In quella dello svapatore distratto. Che è capitato in un mondo e che cerca di conoscerlo, spesso arrancando. Come uno che si ritrova in mezzo al mare e vuole tornare in terra ferma, ma facendo fatica, non sapendo bene che stile di nuoto è efficace in quelle acque, cercando di vedere le onde e, soprattutto, sperando di non affogare.


JE: Un po’ come il protagonista de La farsa, no?
EP: Esattamente.

JE: E perché un lettore dovrebbe comprarla, La farsa?

EP: Per vedere se è scritta da uno YouTuber o da una persona. Per vedere se è in pieno cliché ho un po’ di follower che saranno lettori, quindi un prodotto o se davvero è un romanzo.
JE: Due scrittori che ami?
EP: Edward Bunker,  ho amato Come una bestia feroce; Chuck Palahniuk, li ho amati tutti, paradossalmente fatta eccezione di Fight club, e aggiungo un italiano, Paolo Sorrentino. Bellissimo il suo Hanno tutti ragione.

JE: E come scrittore hai autori che ti hanno influenzato?
EP: Non credo, almeno non in coscienza.

JE: Guardando i tuoi video sembri, in effetti, più figlio della cultura rap.
EP: Assolutamente sì, è un mondo che mi coinvolge da sempre.

JE: Ultimissima domanda, quando la presentazione de La farsa?
EP: Torino, Salone del libro, domenica 13 maggio, ore 16.

 

Link a La farsa


Disegno di Alberto Baroni

Iniziano le nostre interviste ai sette personaggi iniziali selezionati per Il Gioco 2.0.

Un modo diverso per conoscerli un po’ più da vicino e leggere come parlano di se stessi.

Qual è il tuo nome?

Mi chiamo Dorotea de Marchi.

Da dove vieni? Hai sempre vissuto lì? Se ti sei spostato, perché lo hai fatto?

Vengo da un piccolo paese di montagna in Valsesia, mio padre è originario di lì, ma mia madre era greca. Dico era, perché è morta quando avevo tre anni e io sono cresciuta odiando quel buco di posto che l’aveva uccisa portandomela via. Appena ho potuto me ne sono andata: ho fatto l’università a Bologna e sono rimasta a vivere li fino ad ora. Mi piace Bologna.

Quanti anni hai?

Ho 35 anni.

C’è un evento della tua vita che ti ha particolarmente segnato?

Sicuramente la morte di mia madre, anche se io non me la ricordo nemmeno; ma è una tragedia che ha piegato la mia famiglia e condizionato tutta la mia vita.

Qual è il tuo colore preferito?

Il nero, senza dubbio.

Come trascorri il tuo tempo libero?

Faccio parte della comunità gothic-dark bolognese, partecipo spesso a feste e serate nel giro e vado volentieri a concerti di gruppi goth, electro e new wave.

Qual è il tuo principale pregio?

Sono molto sensibile ed empatica, mi faccio carico di tutti i problemi degli altri e cerco di aiutarli a risolverli. Non sono proprio sicura di riuscirci, ma soffro molto per ognuno di loro, questo è poco ma sicuro.

Qual è il tuo più grande difetto?

Non riesco a tenere separata la mia vita privata da quella professionale, e per una psicologa questo è un difetto gravissimo. Sì, faccio la psicologa di professione.

Cosa ti piace nelle altre persone?

La trasgressione.

Cosa, invece, non sopporti?

Il conformismo.

Perché hai deciso di partecipare a Il Gioco 2.0?

Perché l’idea di interagire con delle menti nuove e sconosciute mi intriga. E ascoltare i problemi degli altri mi aiuta a non soccombere ai miei.

Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Mi aspetto di poter mostrare il nero che ho dentro senza riserve, e magari creare l’occasione per mostrare a qualcuno dei partecipanti anche il nero che ho di fuori.

Per chi volesse conoscere di più:

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