AA.VV. a cura di Renzo Semprini Cesari

Prospettive

Jona Editore, Torino, 2017

“Mario si dimenticò di chi era figlio. Si dimenticò di chiamarsi Mario. Si innamorò e si dimenticò il nome dell’amata. Fece un figlio e lo chiamò Meticcio. Meticcio era il più particolare uomo degli uomini particolari. Aveva le sembianze di un uomo, ma ogni volta che incontrava un essere diveniva anche quell’essere”.

Il passo che precede costituisce forse l’intera cifra della prima raccolta di racconti di Jona editore, se non addirittura la sua radice profonda. Se per un attimo abbiamo avuto l’impressione di trovarci di fronte a Leonard Zelig, già girata la pagina ci siamo dovuti ricredere. Non si tratta certo della parodia letteraria dell’omonimo film di Woody Allen ma, semmai, di un invito tanto gentile, quanto radicale: la vita non è questione di paura; della paura che ci fa annuire camaleonticamente all’altro da sé, per affrontare tra le foschie dell’ipocrisia le ‘alterità’ che il mondo per sua natura impone.

Se è vero che la paura è una forma d’intelligenza, presumibilmente la prima, è altresì vero che se si vuole ‘essere’, bisogna superarla, combattere con la nostra più atavica paura: quella dell’altro da sé, spogliarsi di se stessi, ed essere “anche quell’essere”. Né credo per avventura l’autore dica ‘essere’ e non solo ‘altro’, indicando questa metamorfosi esistenziale l’autenticità dell’esistere.

Ora, se c’è un luogo dell’esistente in cui il denudamento – lo si voglia intendere totale o meno – avviene fin dalla notte dei tempi è proprio la narrazione e nell’accoglienza che le dà il destinatario.

E già qui, questa prospettiva di lettura si complica, avendo aggiunto un altro termine al discorso: la logica di questa dialettica binaria, tra narrante e uditore/lettore, moltiplica esponenzialmente le possibilità prospettiche in un’inestricabile babele borgesiana. D’altro canto cos’è il vivere, la relazione, se non caos, molteplicità di soffocanti prospettive a cui la ragione tenta di dare ordine.

Poteva desiderarsi destino meno nobile allo specchio della vita, alla narrazione? Non sarebbe stato neppure giusto pretenderlo: atto rassicurante e ipocrita, dicevamo.

S’inizia sempre con la ragione, la tecnica, l’ordine, né potrebbe essere altrimenti. Così, questo volume, inizia col più classico degli indici; addirittura rassicurante la sua prima sezione, additandoci le plaghe della letteratura dostoevskijana come suo orizzonte di senso.

Poi arrivano i racconti, il primo che abbiamo intravisto e che tutti li precede, e quelli degli altri venti autori: ognuno con la sua scrittura, la sua pretesa di aver lambito, anche solo per un attimo, una porzione di verità, forse con grande fatica strappata ‘dalla gola del leone’.

Il primo passo del viaggio è compiuto col tratto d’inchiostro che ha vergato la pagina, un tratto forse incerto, ineffabile, come la linea di colore del pittore che, nell’incipit di un famoso romanzo di Baricco, non lasciava segno sulla tela, nella sua tensione impossibile verso un universo di senso.

Il secondo passo è, inevitabilmente, consegnato al lettore che voglia divenire “il più particolare uomo degli uomini particolari”: se si è spogliato di sé l’autore, è ancora più necessario che lo faccia il lettore, che alla prima prospettiva sposi la sua; oppure lasci semplicemente, facendosi altro da sé – divenendo ‘anche quegli esseri’ di cui legge –, che il suo sguardo, sulle righe che scorrono sotto i suoi occhi, asciughi il segno lasciato con una pennellata di acqua di mare.

Carico una delle mie più fedeli pipe con un ottimo vaper (virginia/perique), il St. James wood della Mc Clelland, accingendomi a recensire un libro che parla di svapo, e mi accorgo dell’equivoco di fondo; vaper: mi sto fumando un tabacco o uno svapatore?

Potenza della semantica! O, più probabilmente, impotenza, ché poi al fondo di questo libro si trova non più (non solo) il Santone dello svapo, ma Matteo Gallegati, la sua personalissima rivolta contro l’insensatezza del mondo. Racconta brillantemente, la prima parte del libro, un percorso che brillante non può essere detto.

Dalla sofferta infanzia, al tragitto all’interno del mondo della droga, il viaggio pare addirittura cristallino, conseguenziale; ma a differenza dei suoi tanti amici che non ce l’hanno fatta, Matteo ha avuto un impercettibile, quanto decisivo, scarto; un colpo di reni della volontà, si potrebbe dire, perché: “L’uomo ha una cosa che non ha nessun altro essere vivente: il potere di scelta”, dice Matteo nel libro.

Ed è in questa forza di volontà che mi piace collocare la cifra di questa narrazione, non solo della vicenda esistenziale del Santone dello svapo, quanto nella necessità di operare continue, quotidiane scelte. Sceglie prima la vita, si diceva; poi, o parallelamente se si preferisce, c’è la scelta di un percorso “spirituale” che gli dia la forza di mantenere, anche razionalmente, la scelta già compiuta: riaffermarla instancabile nella sua quotidianità.

Anche la parte tecnica del libro sottintende un’oggettività della conoscenza che continuamente ribadisce la necessità di scegliere. Chi, per avventura, decidesse di esperire l’articolato mondo dello svapo si troverebbe innanzi a un dilemma, considerata l’offerta del mercato: andare nel primo negozio di svapo e acquistare il primo oggetto che paia poter soddisfare la primigenia curiosità o tentare di districarsi in un dedalo indomabile. Tertium datur, questa volta: rivolgersi a chi quel percorso ha già compiuto, con enorme entusiasmo e fatica, seppur con la consapevolezza dei limiti oggettivi che ogni conoscere reca con sé.

In questo caso, lo strumento è duplice, oltre ad essere duttile, poiché da un lato abbiamo questa breve guida a un mondo tanto vituperato (dai fumatori sedicenti “veri”), quanto ignorato; dall’altro, il canale You Tube del Santone. Entrambi sembrano guardarsi a vicenda, specchiarsi l’un l’altro: se i video hanno il pregio della velocità espositiva, della comprensione anche intuitiva, il libro induce, per sua natura, maggiormente all’atto della riflessione dell’invito all’approfondimento, anche, e soprattutto, al di fuori di esso, pur nella sua complessiva esaustività. Al libro, anche il più prevenuto oppositore dello svapo, non potrà non riconoscere il pregio di fissare le basi di quella conoscenza che ogni svapatore dovrebbe possedere. Se è vero che da Omero in poi la letteratura ne ha fatta di strada, è pur vero che sempre ad Omero si torna, si perdoni l’analogia, pretensiosa quanto necessaria.

Alla fine del percorso si trova un’ultima scelta, quella compiuta dal Santone Matteo che decide di sottrarsi al pollaio delle dispute dei forum internet, quando non dei più frequentati gruppi facebook: scegliere di frequentarli col personale continuo approfondimento della materia, qualunque essa sia, di cui si occupano; oppure decidere di abbandonarli al loro sguaiato pressappochismo, col sorriso ironico, appena accennato, di chi conosce il gap tra la fatica del reale e l’apparente semplicità del virtuale, che finisce sempre per rovesciarsi nel suo opposto.

Questo il link all'ebook.

Non sono un lettore di blog. A-tecnologico fino all’ultimo minuto utile prima di divenire io stesso obsoleto riguardo ai miei amici, ho esplorato il mondo della pipa per quasi trent’anni ‘in solitario’.

Mi trovai così, per puro caso, a confrontare la mia esperienza con mille altre nella babele cibernetica, dove tutte le opinioni hanno lo stesso peso e valore, a prescindere dalla competenza posseduta o meno di chi l’esprime; come avveniva nella Boulé ateniese all’apice della sua degenerazione, un minuto prima che Alcibiade la persuadesse a dichiarare guerra a Siracusa, nel bel mezzo della guerra del Peloponneso, determinando così la sicura vittoria di Sparta nel conflitto trentennale.

Apprendemmo poi, ma ce l’avevano già insegnato millenni fa, che non è così: nell’ambito del verosimile, qualsivoglia verosimile s’assuma, si fanno ipotesi probabili, dette induzioni che, secondo la dialettica aristotelica, possono trovare conforto (logico) nel principio d’autorità; inteso questo come l’opinione dei migliori, i più sapienti, non certo quella del potere sic et simpliciter. I pareri autorevoli fondano o, se vogliamo, appartengono alla cosiddetta ‘cultura di sfondo’, se ne parlò a lungo il secolo scorso.

E proprio questa trovai, in ambito pipico, nel mio omerico navigare da cibernauta, quando m’imbattei nel blog 13 pipe (forse giusto qualcuna in più). Profondissima conoscenza dell’oggetto, alla pari di quella relativa al combustibile adoperato per farle andare, si sposava con una prosa avvincente; mai piatta, sempre ironica, normalmente irenica, sebbene sempre tesa ad affermare un principio così banale che non stupisce affatto che la maggior parte degli uomini lo dimentichi dopo l’apprendimento: chi sa dica, chi non sa s’informi e studi, possibilmente tacendo e ascoltando nel frattempo.

Non che Antonio Pintér, autore del blog sotto lo pseudonimo di Tonibaruch, abbia espresso esplicitamente, né brutalmente come faccio io, questo principio: l’ho desunto dalla lettura delle sue enciclopediche, seppur dense pagine, soddisfacendo così i miei primordiali bisogni filosofici.

Dopo, o allo stesso tempo se mi fate la grazia di concedermi un doppio e simultaneo godimento intellettuale, quelli letterari furono soddisfatti, con non minore ampiezza, dalla scrittura cui accennavo più sopra. Né basta dirne della grazia e dell’ironia, a essere onesti, ché qualcosa di maggior pregio risiedeva in quelle righe; valga questo solo esempio tratto dalla descrizione di un famoso tabacco saponato inglese:

La cipria, sì, è pesante. Fumandolo mi sono tornati in mente anni nei quali, appena scoperto il mondo delle fragranze e (soprattutto) l'esistenza di un universo divertente e promettente fuori dalle mura di casa, consumavo litri di un’acqua di colonia particolarmente in voga negli anni '80: Lagerfeld. Alla sera mi sentivo stordito dall'odore penetrante del mio stesso profumo, oltre che dalla quantità non sempre moderata di aperitivi e altro che avevo buttato giù, prima di tornare a casa. Lo stesso avviene col Condor, nel breve spazio tra l'accensione e il primo terzo di fornello. Ho cambiato varie pipe nel tentativo di venirne a capo, compresa la filologica Falcon, ma non sono riuscito in nessun caso a limitare lo stordimento.

Perché nel Condor è pesante anche tutto il resto. È un virginia scurissimo, firecured. Quel tipo di tabacco di forza bruta, sorda, spietata, che martella senza acuti o colorature, con colpi duri, ritmati, ossessivi. Un cazzotto nello stomaco, dato da un gangster inquartato ma odoroso di cipria, che ti sputa accanto, mentre ti contorci nel vicolo. Così mi è apparso il Condor.

Dopo diversi tentativi, ancora non sono riuscito a finire un fornello. Sono sempre a terra, nel vicolo. Mentre il Condor se ne va, coi suoi passi pesanti, tirando un ultimo sputo per terra, prima di girare l'angolo. E lasciandosi dietro una scia di profumo da drogheria, completamente insensato”.

That’s it, come dicono a Napoli, quando si vuole attestare l’evidenza.

M’impuntai, sognai, di avere l’occasione di lavorare con Antonio Pintér dopo quelle letture. Fortemente lo volli, per anni; infine gli scrissi: “Carissimo Maestro, da anni l’ammiro e La seguo con imperitura ammirazione, anelando a condividere la mia pochezza con la Sua grandezza. Le sarei immensamente grato, se solo potesse, volesse, concedermi il privilegio di disegnare la copertina della mia ultima fatica”.

Sì, perché l’eclettico, il creativo, posta in attesa la scrittura nella ‘ridotta’, s’era dato alla pittura. Acquerelli figurativi e non, prove di colore, ritratti a matita hanno preso ad affastellare la sua scrivania e i nostri computer, attraverso la sua pagina Facebook d’artista.

Scriveva un mio amico che l’abate Mendel una qualche ragione dovette averla, se la genetica ancor oggi viene considerata scienza e le opere del Pintér minore hanno una pienezza di significato che rimanda a quella di Ferenc, il celebre genitore.

Più d’un suo lavoro m’ha ispirato racconti, e non nascondo l’impossibile speranza che un giorno voglia concedersi il capriccio, questo mio capricciosissimo amico, la possibilità d’illustrarli. È un’utopia, lo so, per questo chiudo qua, per aprire il libro di Thomas More.

 

 

Jenny è pazza, titolo che arriva direttamente da una canzone di Vasco Rossi. Come sempre potete ispirarvi dal testo originale e prendere qualsiasi direzione troviate inerente.

Le regole, sempre le stesse:

I racconti (inediti) devono essere inviati a: contest@jonaeditore.it

La lunghezza massima (e vivamente consigliata) è di quattromila parole.
Il documento deve essere in qualsiasi formato office.
Il titolo deve essere composto dal vostro nome-cognome e da "jenny-è-pazza".
Dovete scrivere consenso a pubblicare online lo scritto, in caso di vittoria.
Precisiamo che con "inedito" si intende non pubblicato né su cartaceo, né online.
Scadenza 31 luglio 2017.
Chiediamo, inoltre, ai partecipanti, di iscriversi al sito e a mettere un like alla pagina facebook. Sarà più semplice comunicare e potrete seguire ogni nostra iniziativa.

Cosa si vince?

I due o più vincitori (se i racconti inviati saranno meno di cinquanta decreteremo solo un vincitore) avranno pubblicazione in www.jonaeditore.it

 
Entro fine  dicembre 2017 i migliori tra i vincitori avranno un contratto editoriale e saranno pubblicati in cartaceo e in epub.

Link a Prospettive, l'ebook della prima antologia.

Archetipa la genesi di Grumo, si colloca nel prerazionale, alle soglie di un sapere che inizia ad avere incerta consapevolezza di sé stesso tra il timore e il thauma, la meraviglia di fronte all’ignoto. Una densa storia di smarrimento e di formazione attraverso quella che il mito di Er, nella Repubblica, chiama la “prova del dolore”, cioè la vita su questa terra con tutte le sue pene.

Negli inferi lo vedemmo scendere già nei sui esordi, come Ulisse, a interrogare le ombre per ridare vigore a una rinnovata curiosità. E non a caso si fa l’esempio di Ulisse, soprattutto nell’esaminare il seguito e l’esito delle vicende di Grumo. Il passato arcaico della appena trascorsa giovinezza del gatto si trasforma in una sorta di curiosità borghese, quella della ragione che abbandonate le ancestrali paure delle origini, si affida alla praxis, la stessa che secondo la lezione di Horkheimer e Adorno nella Dialettica dell’Illuminismo, conduce l’eroe di Itaca.

Se l’istinto di sopravvivenza di Grumo gli impone di asservire il timore alla furbizia, e questa al borghese desiderio di comodità, purtuttavia non smarrisce la pietas che ne fonda la cifra essenziale.

Il sempre affamato e lercio ‘grumo’ di polvere compie sotto i nostri occhi una lenta e inesorabile metamorfosi, trasformandosi nella voce narrante di un panciuto gatto dal pelo liscio e pulito, sempre desideroso di cibo, sebbene per necessità di gola, infine.

Non narra più le proprie di pene ma quelle della variegata umanità che lo circonda. La vicenda si fa presto corale: miriadi di disperazioni lo circondano, esistenze lacerate nel corso della storia, si rivolgono alla sua semplice presenza per trovare un senso di conforto, di riscatto, a volte di resa.

A queste voci e figure Grumo non nega mai l’atto della comprensione, della compassione, ma vuole capire questa volta: lega la pietas all’indagine, scavando nel passato delle esistenze che attraversa, tentando di determinare gli effetti dalle cause, spesso remote, attraverso una strada che si pone on the fence, tra l’intuizione mistica e la capacità razionale, illuministica, appunto.

Oscillando tra storie di figli ingrati e amorevoli, disperazioni di antiche e nuove guerre, tra la certezza della povertà delle vecchie generazioni e la precarietà delle nuove, riflette su questo continuo soffrire, volendo interpretarne il senso, il mistero.

Ma il mistero resta tale, non si dà alla ragione, e l’indagine di Grumo di deve arrestare innanzi a quest’impossibilità: “allora potrebbe esistere una malattia peggiore? Una malattia che ti annulla i ricordi, una malattia che annulla le persone? Potrebbe essere che Michele sia sparito per questo? Può esistere una malattia che ti cancella?”

E sembra di leggere il più celebre interrogativo retorico:

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

confortate di pianto è forse il sonno

della morte men duro?”

No, e la malattia che ci cancella è appunto la morte.

Nell’attesa, noi leggiamo di Grumo e a lui, come i suoi vecchietti, affidiamo le nostre angosce, ricevendone in cambio le sue.

Link all'ebook.