EGEA

Immaginavo già il ben arrivato di Loris, sapevo mi avrebbe accolto con un rimprovero gioioso; o meglio: diciamo che mentre percorrevo la mafiosa tangenziale immaginavo un po’ tutta la situazione, ma non avrei mai immaginato di incontrare lei. I capelli sfibrati, impresentabili e biondicci, e il viso così innaturale e pallido; come il mio. E mentre salutavo Loris, e mentre all’incirca, ancora, lui mi stringeva la spalla, grato, per poi sputare qualunquista sugli squallidi locali perbenino della zona, di fronte a noi, di fronte al mare, caleidoscopi di hit a buon mercato che si servono del mare con lo stesso stile di una macchia di nafta cacata da una petroliera, lei mi fissava. Era tutto così scontato, chiaro, che quasi me lo aspettavo. Lei così simile a me, che quasi mi ci specchiavo.

Erano in cinque, seduti su una sbarra a limitare l’accesso del molo. Io arrivai con passo felpato e salutai a testa bassa. Con Loris c’erano: Fifla, altri due tizi con facce buone - che forse avevo già visto qualche altra volta - e infine lei, timida e consapevole, che si presentò come tale Egea. Gli occhi penetranti, addolorati ma affettuosi. Non pensai subito alla Madonna, non subito, avevo altro in mente; senza rimorsi, quindi senza dipendenza, né consapevolezza.

Sbrigàti i convenevoli girammo le tomaie di gomma delle banali scarpe da tennis e risalimmo verso l’interno. Voltammo le spalle all’acqua violacea, compattati in una sorta di piramide, con Loris in testa che s’era addossato la briga della rollatura da me tanto agognata. Un ragazzotto grosso e simpatico allungò il passo e mi affiancò: mi ricordavo di lui? Sto spesso con Loris, sosteneva. Non avevo voglia di ascoltarlo e non desistetti un attimo dall’assentire, ma anziché silenzio ricevetti in cambio una parlantina entusiasta, uno scoppiettio fitto ma fluido, grosse parole che rimbalzavano in un'alternanza di cartelli a scritte cubitali: principi, diseguaglianze, ideali, tolleranza, ma anche qualche spicciolo non guastava.

L’anticonformismo dell’ora che accentuava la brezza marina, il fetore degli umori salmastri, la luce fioca dei lampioni e il grezzo ciottolato arso di salsedine ci accompagnarono in una piazza. C’erano ancora squadrette di cavallette rumorose che gremivano piccole strisce tra un bar e l’altro: i bambolotti avanzavano qualcosa da smaltire. Come noi, c’era qualcuno, non ben identificato, che sosteneva fosse una magnifica nottata, ma già era una menzogna bella e buona, ché eravamo alieni intimiditi dal domani, mentre io, avviluppato in quel discorso insostenibile, cercavo solo di fuggire dalla mia colpa, dai miei peccati non veniali, dalla mia immaturità.

La mia paranoica asocialità, degna delle persone traumatizzate, mi faceva arroccare in difesa.

Avevamo fame, fame chimica, ma nessuno aveva la forza di raggiungere una bottega alimentare, nessuno volevo spezzare il climax. Mi crogiolavo nel mio incantesimo, sì; forse non era vita, sì, ma sarei tornato; morivo felice perché consapevole di una non remota rinascita dove sarei stato ancora uomo. Anche uomo nel senso arcaico della parola, come i nostri nonni: con le loro responsabilità, con i loro coglioni da esporre in bella mostra e con la battuta sempre pronta.

Sì, ero ancora nella residenza estiva del mio cervello, ma sarei tornato.

Tutto era come una doccia calda invernale: che non s’interrompesse il flusso dell’acqua! Sotto gli effluvi di quella doccia io chiusi gli occhi. Quando li riaprii ritrovai il suo sguardo.

Era bollente, e gelato. Erano gli occhi di una bimba vecchia, rimprovero caro, gas esilarante. Era, in quel preciso attimo, un mantello cremoso che leniva tutti i dolori, causati dall’eccesso che non volevo abbandonare. Mi faceva promesse chiare e fumose. Custodiva un nuovo pensiero consolatorio: sei diverso, ma unico, nebulosamente unico.

Non sapevo niente di lei e tutto sommato non me ne fotteva, l'acqua calda scorreva. Il benessere mi coerse le mandibole e salì graduale fino a sfociare in una risata bastarda.

- Che fai ridi!?

Si materializzò di fronte a me una bella donna, Fifla.

Era la cattiva del romanzo: provinciale, stupida, furba, isterica, egocentrica. Non aveva amiche, solo uomini che se la volevano fare e in quel momento aveva me, e a me non dispiaceva. Si elevava comunque sopra il borioso pattume. Mi strappò dalle grinfie del chiacchierone, strinse la sua mano sotto al mio braccio e posò la testa sulla mia spalla. Confidenzialmente mi guidò verso il pretesto, il solito inflessibile preoccuparsi: dei vaneggi, del sesso con amore, delle astrazioni, della normalità, del senso della vita, del futuro, della famiglia, dei sentimenti, delle porcate, dello stare fermo senza scoppiare per almeno cinque minuti. Giusto il tempo per arrivare a palesare gli argomenti più sentiti, regina del male, oscura figocrate egocentrica, e raccontarmi - quello più contava: esibirsi, scoperchiare cloache, malizie malevole del male - gossip velenosi, faccende sentimentalmente banali, cazzate varie.

Cercai di nuovo sollievo, la doccia calda, gli occhi di Egea, e trovai la sua pelle lunare. Si avvicinò silenziosa, ma decisa, nel suo abito largo e asessuato, niente cosmetici, dipinta solo dei propri occhi tristi e socchiusi.

Mi sentivo come al centro tra il bene e il male, nel fulcro di tutto, e forse quel posto oscuro era il posto più bello del mondo. Non per Fifla, che all’arrivo di Egea si squagliò, forte della sua bella figa, con un tipo magnificamente adornato e si trascinò dietro gli altri due buontemponi. Ne approfittai per voltarmi verso di lei, ma Loris ebbe un sussulto dal suo stato catatonico e con una magnificenza inopportuna spezzò un silenzio per poi crearne un altro più attivo, meno imbarazzato. - Entriamo lì. Disse. - Beviamo qualcosa.

Eravamo rimasti solo noi tre.

Ci infilammo in un vicolo stretto, piuttosto cieco, tra palazzine colorate estivamente, diretti verso un atrio pieno di voci ebbre. Martiri volontari illuminavano il nostro ingresso con le loro cicche incandescenti e con i carnevaleschi colori delle loro pacchiane diavolerie tecnologiche. Io ed Egea ci guardavamo in silenzio, finanche negli occhi. Non riuscivo a decifrare la sua estetica, aveva un modo di muoversi inedito

- Chi sei? Il mio angelo redentore?

Sorrise, come la classica bimba con le narici arrossate.

- …a volte penso proprio che vorrei morire. Mi sussurrò l’angelo all’orecchio, per poi volare in alto e staccarsi da tutto e ulteriormente da me

- Se vuoi ti uccido io. Risposi, e il suo profilo ellittico si contrasse in un sorriso da labbro distorto, che sapeva tanto di smorfia preconfezionata. Ritornò così di colpo sulla terra da schiantarsi al suolo, e subitanea mi venne voglia di scoparla.

- Quanti anni hai? Le chiesi.

- Gli angeli non hanno età.

- Quanti anni hai?

- Ventitré.

È vero, pensai, gli angeli non hanno età.

Una fosca prevalenza di faretti rossi rifletteva in maniera sinistra su tavoli scarni, abbinati a seggiole spartane, perlopiù abbandonate da gente sudata che preferiva dimenarsi al centro della sala. Dalla luce dei neon azzurrognoli, che impastavano l'aria tra il bancone bar e il cesso, ci apparì la testa calva di Loris, turbolento, lesto a piantarmi un bicchiere in mano e fuggire via verso una nuova ennesima paranoia.

- Non bevi?

- No. Rispose l’angelo, secco.

Peccato, perché la serata andava spedita come culo sul ghiaccio, la musica, che strisciava da qualsiasi fessura come un serpente ovattato, rimbombava nello spazio acustico ristretto, e io cominciavo a percepire lei, Egea, come cominciavo a percepire tutto: un rebus che non riuscivo, o non avevo voglia, di decifrare.

Nel palazzo bianco tutto era bianco e accecante, e quando l'aria fu satura una puttana con l'abito bianco, bianco, bianco mi prese per mano conducendomi all'interno di una enorme e claustrofobica campana infernale, dove la vastità era la mia prigione. Egea mi prese la mano carica d’apprensione, sembrava avere il peso del mondo sulla testa, che si inclinava sempre più a ogni singola parola

- Chi sei?

- Il tuo angelo custode.

- Ne avevo proprio bisogno.

- I tuoi occhi mi incuriosiscono…

- Vuoi scopare?

- Forse… anzi no, credo… credo proprio di no, la devo dare a un altro domani, credo che la occupi tutta…

- Sono incorreggibile eh?

- Ci sono io, ti salverò!

Già. Eravamo vicinissimi ai ragazzi danzanti, ignari su chi avesse fatto il primo passo, e ci trovavamo immobili tra corpi in trambusto. Ogni tanto ci colpiva una spalla sudata. Loris era tornato alla sua malinconia, seduto ortopedicamente e nervosamente vigile su una poltrona. Egea s’allontanò in direzione opposta alla mia. Avrei voluto seguirla, ma nel contempo ero invaso, pervaso dal sangue rosso delle pareti. D'un tratto non trovai sbocchi. Le linee di passaggio erano tutte occupate. Suadenti invasati m’invadevano, resi mutilati dall’intaso sociale, resi invisibili dalla friabilità strutturale. Siringhe di cemento nelle vene. Mazze di scopa nel culo. Melanina alterata, pelle edulcorata. I cervelli erano il deserto del Sahara e Loris era il cammello divertito con la sabbia sulle sopracciglia e tra i denti, serrati in uno dei suoi ghigni. Terribili mosche mi si posavano addosso spingendomi nel baratro più profondo, succhiandomi linfa vitale al mero scopo di disperderla in maniera impune.

Ero esausto e dissanguato - Loris era ricolmo di sabbia, e le mosche non lo divoravano più - ma non volevo crollare sino a che non fosse rimasto un unico lembo di pelle non putrefatta, una piccola porta dove sarebbero potute passare grandi sensazioni.

L’attimo dopo seguivo il cammello che si era scrollato tutta la sabbia di dosso e marciava verso il sole bollente, alla velocità della luce. Prima che andasse via, prima che fosse notte.

- Dobbiamo andare…

Passo attraverso nutriti spiragli, faretti rossi e ciottoli pece. Una marcia decisa e sonnolenta che poco dopo tramuta in incedere più comodo, meccanizzato.

Ora lo seguo seduto, ma si va sempre, in tre, ma non solo, anche con il mio lembo di pelle e la febbre che mi fa brillare gli occhi. Il lembo si estende fino a una vita intera, sì che la mia pelle possa assorbire di nuovo tutto, ma in dosi minimali per i miei micro-pori. Nulla di grosso mi può toccare. Sottigliezze mi aiutano a vivere all’alba di un nuovo giorno.

La dispensa del vampiro

 

Suonò il campanello nel tardo pomeriggio di una domenica. Andai ad aprire pensando che fosse mio zio e invece mi trovai davanti lei, così gracile e pallida, ma così adulta nell’espressione. La mia sorpresa dovette essere buffa perché sorrise. Ci fu un attimo di silenzio e mio padre si affacciò per controllare; era venuta per il campo in vendita, aveva letto l’annuncio in paese. Mio padre la invitò a entrare, per sedersi con noi a tavola e parlare con calma, ma lei volle restare fuori. Trattavano sul prezzo stando in piedi sulla porta d’ingresso. La vedevo appena, mio padre la copriva quasi completamente. Quando tirò fuori un rotolo di banconote la trattativa si concluse.

Non aspettò nemmeno di firmare il contratto. Sistemò la roulotte in fondo al campo di granturco, in modo che due alberi la proteggessero almeno in parte. Mia madre si arrabbiò molto con papà. Si lamentava del fatto che avremmo avuto una sconosciuta accanto casa. Lui cercava di spiegarle che era stata una vera fortuna, perché nessuno avrebbe mai comprato quel campo isolato se non il proprietario dei terreni vicini, e quello avrebbe atteso per comprarsi tutto quanto, compresa la casa, mentre quella ragazza strana e la sua roulotte avevano fruttato una buona somma. Ma credo che fosse proprio quello il problema: era una ragazza strana, e sola.

Non ho mai visto nessuno con lei. E da allora io non l’ho persa di vista quasi mai.

Non credo che a lei interessi; voglio dire, sa che io la guardo, ma non le interessa. Devo stare attento invece ai miei.

Quella prima domenica presi il binocolo di mio zio e mi piazzai alla finestra di camera. Non vedevo quasi niente, perché era buio e la roulotte era coperta dai meli, ma alle quattro di notte riconobbi la sua ombra muoversi nel campo. In quel momento non riuscii a capire cosa stesse facendo, ma ripeté quel rituale nelle notti seguenti. Ho imparato a distinguere la sagoma scura del suo corpo e quella degli attrezzi. Usciva nel pieno della notte e si metteva a scavare. Lavorava la terra. Si è fatta un bell’orto con una piccola serra. Di giorno a volte fermava mio padre per chiedere consiglio sull’innesto delle piante, sull’esposizione al sole e sugli attrezzi. Teneva sempre il cappuccio in testa, soprattutto quando c’era il sole. Altre volte saliva in macchina e spariva fino a sera. Anche adesso, le poche volte che esce di giorno è sempre nascosta sotto il cappuccio.

All’alba si chiude in roulotte e resta lì dentro tutto il giorno. Allora io mi avvicino, salgo sul melo e la guardo dall’oblò. Sta sempre a studiare. A volte legge dei libri, altre volte un quaderno.

Una sera si è seduta al tavolo e si è messa a copiare le parole di quel quaderno su un altro quaderno. Poi lo ha chiuso, ha raccolto le ginocchia al petto ed è rimasta ferma per qualche minuto.

Forse due, forse dieci. Si è alzata, ha indossato i pantaloni e gli scarponcini. Il sole era tramontato già da tempo e sapevo che sarebbe uscita. Mi sono infilato sotto la roulotte trattenendo il respiro. La notte era ferma. Non c’erano aliti di vento o scricchiolii animali. Lei ha indossato un guanto, uno solo, e si è incamminata. La luna alta era quasi piena. Vedevo i suoi passi allontanarsi e i contorni ortogonali della terra dissodata. Dieci metri per cinque. La base del suo tempio notturno.

Si è accucciata all’angolo e ha afferrato un ciuffo d’erba che insidiava la coltivazione. Lo ha strappato ed è passata al successivo. Poi si è avvicinata alle insalate. Si è fermata ad accarezzare le foglie della lattuga, grassa e aperta. Era pronta, era la sua prima raccolta; presto lo sarebbero stati anche i ravanelli, le carote e i pomodori, quasi rossi. Ha proseguito su tutti i lati dell’orto estirpando le erbacce, poi ha afferrato il cesto di lattuga più grande e lo ha staccato. Lo ha portato in casa, ha acceso la radio su un programma musicale e si è messa a lavare l’insalata foglia per foglia. È stata la prima volta che l’ho vista preparare qualcosa da mangiare. Con un coltello ha tagliato una decina di foglie in strisce sottili, le ha messe in un piatto e le ha condite con olio, sale e aceto di mele. Si è seduta a tavola con un bicchiere di acqua e le posate. Ha guardato il quaderno appoggiato sul tavolo. Ha infilato la forchetta in un ciuffo di insalata, ha chiuso gli occhi e l’ha messo in bocca. Masticava lentamente e digrignava i denti. Con una mano davanti alle labbra tese ha trattenuto il boccone e ha inghiottito. Tossiva e scuoteva la testa. Poi ha respirato, ha guardato di nuovo il quaderno e ha preso un altro ciuffo di insalata. Lo ha spinto in bocca come se fosse acido, e così ha fatto con il terzo e il quarto. Aveva il naso arrossato e gli occhi lucidi. Inghiottiva e le lacrime le solcavano il viso. Svuotato il piatto è corsa in bagno. L’ho sentita tossire e trattenere i conati, e quando è uscita ha preso il quaderno e si è infilata di nuovo a letto. A quel punto sono andato anche io a dormire qualche ora.

Nei giorni seguenti quella scena si è ripetuta. Sempre peggio. Prende la verdura dall’orto, la lava e la cucina in tanti piatti diversi. Cuoce al vapore, alla brace; prepara stufati e pasticci di ogni tipo. Poi si mette a tavola, sempre da sola. Nelle sere più calde si accomoda nella veranda apparecchiando di tutto punto, con candele e stoviglie. Comincia a mangiare composta, ma mi accorgo che trattiene il dolore. Il cibo la fa contorcere. Mangia e poi continua a star male per ore, e si consuma. Quando era arrivata era già pallida, ma adesso stenta anche ad alzarsi.

Questa sera ha mangiato delle melanzane marinate e ora non fa che tossire. Non riesce a smettere e cade accanto al tavolo stringendosi la pancia. Resta immobile sul pavimento e lentamente la tosse si placa. Si siede di nuovo e finisce tutto. Beve. Poi si appoggia al tavolo e fa per alzarsi, ma le braccia non la sostengono e rotola ancora in terra. Non si muove, non tossisce nemmeno più. Scendo dall’albero, mi avvicino e la chiamo sottovoce. Non risponde. Allungo una mano ma appena la sfioro scatta in piedi e mi afferra la maglia. Ha gli occhi gialli e la bocca secca. Non sembra riconoscermi. Scuote la testa e corre in roulotte. Faccio un passo verso la porta, ma lei ha già chiuso la serratura. Mi guardo intorno, sembra tutto normale.

Prima che cominciasse a mangiare le verdure non stava così, sembra avvelenarsi giorno dopo giorno. Annuso il piatto, ma non trovo niente di strano. Sto per andarmene, quando lo vedo. Ha lasciato il quaderno sul tavolo. Mi guardo di nuovo intorno, non resisto.

Lo porto in camera e mi metto a leggere.

Ho venduto l’appartamento. Ho comprato una roulotte e un pezzo di terra. È una terra fertile e pianeggiante, me l’ha venduta un agricoltore che vive con la famiglia qua vicino. Il figlio mi spia ogni notte, da quando uscivo per dissodare il terreno.

Ho cominciato a lavorare la prima notte, quando ti ho portato qui.

Ho comprato dall’agricoltore una vanga, una zappa e un rastrello. Ho ordinato dei libri sulla cura della terra e la coltivazione. Ne ho comprati anche altri di cucina.

Ho tracciato un rettangolo nel campo e lì ho scavato cinque fila, smuovendo trenta centimetri di terra. L’ho seminata, l’ho concimata e l’ho innaffiata ogni mattina.

Sono passati due mesi. Ci ho messo due mesi a decifrare le tue parole. Adesso ne ricopio alcune qui. Riscriverle è come ricalcare i tuoi pensieri, rivivere il tempo con i tuoi occhi.

Mentre leggo guardo la roulotte in fondo al campo, dalla finestra. Quando si sveglierà cercherà il quaderno e capirà subito, ma non mi fermo. Sfoglio le pagine rapidamente, qui ha trascritto le parole di qualcuno:

“Ho adottato un canarino mannaro. Viene a trovarmi ogni giorno al calar del sole; si toglie il guscio, scioglie i veli e si avventa su di me. Io l’attendo come la terra fa con l’acqua. Ma come la terra, dell’acqua mi spoglio allo splendere del suo sole.

Trascorrerò con te ogni attimo che mi resta da vivere fin quando non mi prenderai.

Quando non staremo insieme io ti farò compagnia con le parole che lascerò in questo quaderno.

Non so che ore sono. Ti ho vista allontanarti dalla finestra e ho chiuso gli occhi.

Perché non mi hai svegliato? Da quanto tempo sei tornata?

Ho mangiato. Ho finito il pane e ho bevuto l’acqua. Ti sei seduta sul letto, mi hai accarezzato i capelli e io ho abbandonato la testa sul cuscino. Hai fatto scorrere la mano attorno all’orecchio e lungo il mio collo teso. I tuoi polpastrelli seguivano i contorni della macchia. Vedevo attraverso la tua pressione i grani viola e le tenui diffusioni che si allungano fino alla clavicola.

-Sei riuscito a scrivere? Mi hai chiesto.

-Poco.

Il quaderno era in terra accanto al letto. Lo hai raccolto e hai sfogliato due pagine.

La grafia ti è ancora incomprensibile. Mi sono sollevato sui gomiti e ti ho baciata al bordo della

bocca.

-Non hai sete? È tutto il giorno che ti aspetto.

La tua testa è scattata indietro come fai quando ne vorresti di più. Mi hai guardato e mi hai risposto che saremmo dovuti uscire, invece, perché mi avrebbe fatto bene.

Mi sono sfilato la maglietta. Altre rose pallide erano fiorite sulla pelle bianca. Una sulla spalla destra, una più ampia sul torace e una spunta dal pube per raggiungere quasi l’ombelico. Ti ho invitata.

-Perché torni qui? Non certo per passeggiare.

Ti sei piegata su di me. Il tuo piccolo naso mi sfiorava. Sentivo il tocco sugli ematomi dove ti fermavi per annusare, e attorno all’areola, dove si addensano i capillari. Poi hai seguito una vena attraverso le scapole e fino al bacino, sopra l’elastico dei pantaloni. Hai baciato il punto in cui la vena sprofonda nella carne, hai appoggiato la lingua grassa e hai percorso quel ruscello a ritroso. Ho disteso le braccia lungo il corpo. Erano fiorite ai polsi e al centro. Sei scivolata su di me. Hai premuto il bacino sulla mia erezione calda. Sentivo il sangue affluire tra le tue gambe strette. Non c’è altro che possiamo fare. Non c’è niente tra la tua bocca e la mia pelle.

Con le ultime forze ti ho afferrata per un polso. Sei scattata avanti. Ho sentito i tuoi denti affondare nella spalla ferita. Una volta non riuscivo a capire. Sentivo soltanto il calore diffondersi. Ma adesso ti sento. Percepisco la resistenza breve della mia pelle l’attimo prima di strapparsi. La stretta ermetica della tua mandibola, il succhio avido delle tue fauci. Bevi. Ho il braccio paralizzato, ma con l’altro ti stringo a me. Spalanco gli occhi e non vedo più niente. Un crampo tende tutti i miei muscoli. La vita defluisce. Il ferro irrora. Colo. Hai aperto gli occhi e ti sei spinta via con un balzo. Il solito balzo da cane ferito. Gridavi. Hai sbattuto la testa contro l’armadio e ti sei gettata in terra colpendo il pavimento coi pugni. Scalciavi. Ti contorcevi. Ho aspettato che l’ossigeno tornasse nel mio sangue e il respiro si quietasse, poi sono rotolato fuori dal letto e mi sono trascinato fino al tuo feto tremante.

-Ancora. Ho detto.

Hai aperto le pupille dilatate su di me. Ti stringevi le mani sulla bocca insanguinata. Dietro di me una striscia rossa segnava il mio tragitto sul materasso e sul pavimento.

-Portami con te. Smetti di smettere.

Ti sei raccolta in un angolo, sbattevi le braccia sulla parete, ringhiavi. Poi ti sei sollevata sulle gambe e ti sei voltata verso il muro.

-Devi riposare. Hai detto. Devi riposare e mangiare.

Hai preso la giacca e sei uscita. Sono rimasto solo sul pavimento. Non mi ero accorto di piangere fin quando non sono stato solo. Ho allungato il braccio e ho afferrato l’erezione intatta”.

La roulotte è ancora buia. Non so se sto leggendo una storia o un diario. Qui ha trascritto

ancora:

“Mi sono svegliato e non ci sei ancora. Che ore sono? Riconosco il tempo dalla luce sull’albero che vedo dalla finestra. Ma oggi non c’è il sole e sembra che il giorno non sia mai arrivato. Come te. Voglio restare sveglio. Forse sei venuta e sei tornata via. Non sento più gli odori. O forse tu non hai un odore. Ma sospetto che tu sia stata qui e te ne sei andata senza svegliarmi. Forse confondo l’oggi con l’ieri. Da quanto sono qui? Sei giorni, o forse nove. Per quanto potremo andare avanti? Quando saprai decifrare la mia scrittura non servirà più. L’ultima volta ho sentito i sensi che svanivano. Ero con te quasi completamente. Perché aspettare ancora? Capiterà una volta soltanto, mi hai detto. E ho pensato a quante volte devi averlo fatto. Hai portato con te qualcuno che ti ha delusa?

Ti ho chiesto cosa succederà e tu non hai risposto. Quando mi hai bevuto dall’inguine ti ho sentita perdere il controllo. Ho avuto una vertigine e poi mi sono abbandonato. Ero sicuro che lo avresti fatto, che saresti arrivata fino in fondo. Era un piacere così perfetto. Sentivo che lo volevi quanto me. Sentivo i tuoi muscoli tesi e mi hai stretto con le mani, come fai quando godi. Cosa ti ha trattenuta? Ne abbiamo parlato tante volte. Non so più quante. Non so quando è stata l’ultima volta. Ho paura che quando accadrà non me ne renderò nemmeno conto. Hai detto che potrei essere con te per sempre, ma potrei anche morire. Mi chiedo se ci sia una differenza. Non c’è altra possibilità per noi, e io voglio sentirti portarmi via.

Ho bisogno di un caffè. Riesco a stare seduto davanti alla cucina. Ho riempito una moka e l’ho messa sul fornello. Passo il panno umido di amuchina sulla ferita più recente. Aspetterò il caffè e poi mi farò un bagno caldo”.

La finestra della roulotte si è illuminata. Forse dovrei fermarmi, invece vado avanti per capire cos’è successo al ragazzo.

Quando sono rientrata ti ho trovato in terra davanti alla cucina. Il gas continuava a uscire dal fornello spento. La tua faccia era una massa informe e scura, bruciata e macellata dall’esplosione. I pezzi della moka erano sparsi per tutta la stanza e uno ti aveva trinciato di netto il collo. Sotto al tuo corpo c’era un lago di sangue appiccicoso.

Io non sapevo cosa sarebbe potuto succedere. Non ho mai portato qualcuno con me, come tu pensavi. Non sapevo nemmeno come avrei potuto farlo. Non c’è un manuale per queste cose. Non ci sono maestri o genitori. Forse ti avrei solo ucciso. Lo sapevi e lo volevi. Ma io non posso morire.

Non hai pensato che io non posso morire.

Ti ho seppellito accanto alla roulotte e ho arato il terreno sopra di te. Ho visto i colori degli ortaggi evolvere alla prima luce del mattino. Ho costruito anche una piccola serra per proteggere i pomodori e allungare la stagione. Come se servissero più stagioni.

Mangerò i prodotti della terra che tu hai fertilizzato. Biologici. Biodinamici. Privi di sapore e di odore.

Inghiottirò quel veleno fin quando non avrò più le forze di muovermi. Potrei magari morire così, giorno dopo giorno, un boccone per volta. Posso sperare di morire così.

Un grido feroce spezza il buio. Cos’è questa follia? Il delirio di una ragazza malata?

La sento avvicinarsi e anche i miei si svegliano, nella camera accanto. Sta venendo da me. Si regge appena in piedi, ma quando mi afferra quasi mi solleva.

L’AMORE È MANNAGGIACRISTO

 

Come ogni giorno ti ritrovi a fare le stesse e identiche cose: alzarti presto, menare due bestemmie, portare il cane a pisciare, buttare l’immondizia. Poi capita un lunedì, che no, non ci vai in ufficio, ma solo perché la spia dell’olio ti supplica di portare l’auto dal meccanico. Allora chiami Matteo, il meccanico di fiducia, si dai portamela che facciamo subito. Esci di casa e anche se sei grigio dentro scopri che fuori è primavera.

Matteo è un tipo che definiresti, come si dice, alternativo. Ha il pizzetto biondo, tatuaggi a vista, piercing dappertutto, capelli rasati a zero sopra la classica tuta da lavoro. Voleva fare il pittore, poi un giorno suo padre, innamoratissimo della famiglia, dice che va a comprare le sigarette e gli lascia una madre con una rotella fuori posto, l’officina piena di debiti e un fratello tossico.

«Tra quando?».

«Ripassa tra un paio d’ore».

Eppure aveva detto che faceva subito.

Gli consegni l’auto con le chiavi all’interno. L’aria è ancora troppo fresca e desideri tanto un buon caffè. Le strade da percorrere sono due. O fai a ritroso quella da cui sei venuto, oppure prosegui dritto. Non l’hai mai fatta quella via. Non hai voglia di rifare la stessa e quindi decidi per la seconda. Te ne vai con le mani in tasca pensando ai fatti tuoi: bollette, altre settanta euro che dovrai sborsare da lì a un paio d’ore, tua moglie che ieri t’ha fatto un cazziatone senza un apparente motivo. Anche quello è amore, dicono. Sarà. Speri che lungo quel percorso possa esserci un bar.

Poca gente in giro, troppo presto, o forse già tutti a guadagnarsi la pagnotta. Belli questi alberi, queste piante, questa pista ciclabile. Esiste una pista ciclabile in paese?

Percorri la pista, stranamente integra e pulita, così pulita che non c’è nemmeno una cicca di sigaretta.

Cammini veloce, sempre con quel bisogno di caffè che non ti abbandona mai, adesso unito a quello di una sigaretta. Senza accorgertene ti ritrovi all’interno di un tunnel, una specie di galleria. Che ci passa sopra? Binari, autostrada, filobus? Ti sembra di essere altrove, entrato in una dimensione parallela. Senti freddo lì dentro. Ti aggiusti il colletto del giubbotto.

L’eco dei tuoi passi rimbomba nelle orecchie e rallenti perché hai paura di fare troppo rumore. A metà del percorso ti viene un po’ d’angoscia: sei da solo in un buco del mondo, se qualcuno volesse farti del male, o rapinarti non potresti far nulla. Per fortuna non hai l’aria di uno che valga la pena derubare; delle cento euro che hai in tasca il settanta percento è già impegnata. È tra questi lugubri e idioti pensieri che ti accorgi che lì dentro non sei solo. Nel silenzio dei tuoi passi fermi, la vita pullula. Non è esistenza fisica, reale. Cioè, non lo è, ma lo è. Pullula di pensieri, idee, emozioni. Si fanno strada con prepotenza, tra graffiti e murales. La luce arranca tra l’entrata e l’uscita della galleria, ma le pareti colorate si riescono a vedere benissimo. Disegni grandiosi, simboli politici, scritte volgari, oscenità, idiozie. Realizzi finalmente di non trovarti in un luogo inventato, quella galleria esiste davvero e forse eri il solo che non la conosceva: centinaia di mani, occhi e menti sono transitate lì dentro; e hanno sofferto, gioito, cazzeggiato, inneggiato al Milan fino a creare un intero unico dipinto. Una scritta che entra dentro un disegno, un paesaggio che si fonde con delle frasi. E allora torni indietro per vedere se quell’immensa opera d’arte comincia dall’inizio della galleria, hai voglia di leggere tutto, di capire cosa ha portato quei ragazzi – chi dice che siano per forza solo ragazzi – a scrivere, a disegnare quello che i tuoi occhi affamati stanno divorando. Juve merda, Marina ha la fica larga, Girasole duemilacinque – duemilacinque? – la Brigata degli invalidi. E continui a camminare, abbagliato da quelle firme, da quegli insulti, da quei messaggi. Ma a un certo punto ti fermi, tiri fuori le mani dalle tasche, lanci un fischio e ammiri degli autentici capolavori. Il volto di Joker, una ragazza assorta nella lettura di un libro, due mani che si incontrano, il viso di John Lennon, il bacio di due uomini. Sei così sconvolto dalla loro esplosiva realtà che l’indice dello Zio Sam sembra che ti stia toccando il petto. Non riesci a staccare gli occhi da quelle immagini, non hai più voglia neanche del caffè. Per un attimo ti viene in mente che, all’interno di una mostra d’arte moderna, per ammirare molto meno avresti dovuto pagare.

Riprendi a muoverti senza guardare dove metti i piedi perché non ti interessa di pestare una merda e perché sei sicuro che merde lì dentro non ce ne sono. Continui a sgranare gli occhi e a leggere i graffiti: l’indifferenza uccide ogni giorno, Never back down, l’amore è mannaggiacristo.

Ti fermi di nuovo. Non riesci a crederci. Cazzo, di tutti quei capolavori, il più orribile, scritto da mano tremula, con un pennarello nero su altri disegni, è quello più grandioso di tutti.  

L’amore è mannaggiacristo.

Ti viene in mente che alle medie, al liceo, all’università, in casa, con gli amici, con le ragazze, con tua moglie, la domanda che più ti ha tormentato, che ti ha colto in fallo, a cui ogni volta hai dato risposte vaghe era sempre la stessa.

Che cos’è per te l’amore?

Pensavi che alla soglia dei quaranta non saresti mai riuscito non solo a rispondere a quella domanda, ma anche a cogliere un significato che si avvicinasse pur vagamente a quello reale, o almeno a quello che tu ritieni essere quel valore, e adesso lì, davanti ai tuoi occhi, in un giorno qualsiasi, uno sconosciuto dalla grafia incerta ti ha regalato la risposta alla domanda eterna.

Ti sembra di aver scoperto il Santo Graal. Quella frase, scritta male, ha colto nel segno anni di delusioni, gioie, tormenti, farfalle, rabbia, sorrisi e lacrime. E serotonina.

L’amore è mannaggiacristo. Spettacolare.

Rimani lì a lungo ricordando tempi passati e recenti che si fondono tra loro, proprio come stanno facendo quei colori davanti ai tuoi occhi, quei segni, quelle immagini. Si scompongono e ricompongono come materia in balia delle emozioni.

Quando ti riprendi dal viaggio nel tempo decidi di proseguire. Continui a vedere altri disegni ma non ti affascinano più come prima. Per te, che hai scoperto la verità, nulla ha più senso. Pensi solo a quella frase. E ti riassale il desiderio di caffè. Mentre punti diretto verso l’uscita colpisci qualcosa con il piede e vedi volar via un oggetto leggero. Si ferma a qualche metro davanti a te. Lo raggiungi, ti chini e lo raccogli. È un pennarello nero. Togli il tappo, annusi un vago odore di solvente e con aria furtiva fai uno sforzo: vuoi scrivere una frase a effetto, una di quelle citazioni che ti lasciano in silenzio a pensare. Alla fine non ti esce niente, un po’ perché non sei il tipo da aforismi, un po’ perché dopo quella frase tutto ti sembra banale.

Allora fai uno scarabocchio con le tue iniziali e passa la paura.

L’inchiostro e il tratto sembrano gli stessi della frase illuminante. Forse lo ha perso il tizio che l’ha scritta da poco. Chiudi il tappo e lo infili in tasca, senza motivo, o forse solo perché ti dispiace ributtarlo a terra. Riprendi il cammino con la testa che ti fa male e il cuore che batte.

All’uscita dal tunnel la luce del sole ti colpisce in pieno. Ti viene in mente quella canzone di Capareza, ti piaceva così tanto. Continui il tuo percorso e scopri che da questa parte del paese ci sono belle villette, un campo da calcio e un fiume.

Cristo, c’è un fiume!

Qualcuno fa jogging, qualcun altro va in bici, una coppia passeggia mano nella mano. Chissà se hanno visto anche loro quello che hai visto tu. Sembra che non finisca mai questa pista ciclabile e già pensi al ritorno, alla tua scoperta e alla voglia di dirlo a qualcuno, magari a tua moglie; dirle che nonostante tutto… Ma forse, chissà perché, sai che non la prenderà bene.

Un vecchio è appoggiato al cornicione, sotto c’è il fiume. Sembra pensieroso e assorto. Ha il busto sporto in avanti, i gomiti che fanno da leva, le mani incrociate come se pregasse. Deve essere stato un bell’uomo: spalle larghe, capelli folti, taglio dell’occhio espressivo e profondo. Gli passi vicino, troppo, al punto da notare le mani grosse, senza unghie e segnate da tracce nere.

Lo superi e ti convinci di aver fantasticato, anche se ne sei fottutamente sicuro. Fai ancora qualche passo, ma è più forte di te. Non riesci più a proseguire, a comandare le tue gambe. Ti fermi, proprio nel bel mezzo della pista e porti una mano sul capo, grattandotelo. Ti volti appena, incerto. Sta guardando altrove, in un punto che sa vedere solo lui. Pensi che ti stai rincoglionendo, che stai diventando paranoico, che in fondo è soltanto una cazzo di frase buttata lì. Riprendi a camminare. Niente, non è così. Lo sai e cominci a scalpitare. Hai davanti l’autore di quella verità assoluta e tu lo stai trascurando senza fargli nemmeno una domanda, senza sapere neanche il perché.

È come se trovassi Leonardo da Vinci e non gli chiedessi del sorriso ambiguo della Gioconda.

Sbuffi, vuoi sapere, ma non sei il tipo che rompe i coglioni alla gente; soprattutto a uno più grande di te. Soprattutto a un genio. Ti fai forza, ti impunti, e pensi che farai uno strappo alla regola. In fondo è un giorno speciale, in barba a quelli tutti uguali, senza sapore né di carne, né di pesce, e alla fine torni indietro.        

«Scusi!».

Lui non si gira. Non ti caga di striscio. Pensi che stai facendo una figura di merda, ma anche che nessuno se ne è accorto e hai tutto il tempo per ritornare sui tuoi passi, ma non lo fai. Ormai ci sei entrato dentro e l’acqua ti sta toccando i polpacci. Un passo in più e sei arrivato quasi alla cintola. Fanculo se l’acqua è fredda.

«Scusi!».

Alzi la voce di un paio di tonalità facendo uscire un suono non tuo, troppo acuto. Ti viene da rabbrividire e pensi che neanche questa volta, nonostante tutto, ti abbia sentito.

Il vecchio rimane così, nella stessa posizione. Sembra una statua. Poi gira il capo lentamente verso sinistra come se avesse sentito un fruscio, troppo lentamente. Ti punta gli occhi addosso con quel colore limpido e cristallino che solo il mare d’estate sa eguagliare. Ti senti come uno che sta sulle rotaie abbagliato dai fari della locomotiva.

«Dice a me?».

Ci siete solo voi due.

«Credo che questo le appartenga».

Lui sposta lo sguardo, dai miei occhi all’oggetto che ho in mano; poi ritorna a guardare quel suo punto disperso altrove.

«Non è mio».

Rimani in silenzio, perplesso, con quello stupido pennarello in mano e con le tue idee idiote. Quando te ne stai andando senti un movimento alle tue spalle, e una voce più morbida e accogliente di quella di prima.

«Le va un caffè?».

Venti minuti dopo ti ritrovi al tavolino di un bar, quel bar che cercavi tanto e che era nascosto in una stradicciola appena visibile, con la tua bevanda fumante e un perfetto sconosciuto. E te ne freghi di tutto il resto: delle tasse da pagare, dell’appuntamento col dentista, della spesa da fare. Te ne freghi anche dei settanta euro che dovrai scucire al meccanico. Sorseggi caffè e fumi tabacco di seconda scelta. E ascolti quel vecchio che ti sta svelando il sorriso di Monnalisa.

     

“Mi piace il Natale, cioè mi piace in linea teorica - le luci, e pure la frenesia - è la pratica che mi disturba; solo all’idea mi manca il respiro. Non è una questione religiosa. E’ tutto il resto: Natale uguale famiglia. Appunto”.

Lei era in piena paranoia. Era una di quelle persone che avevano sempre pregustato il Natale da fine agosto, ma negli ultimi due anni la fregola era stata rimpiazzata dall’ansia. Parlava a se stessa come si parla a un’amica, una che non può fare a meno di ascoltarti e cerca di placare le tue angosce. Quando parlava con le sue amiche in carne e ossa erano tutte ovvietà: “Quest’anno andiamo da mia suocera, così non devo preparare nulla/Tu i regali li hai già fatti tutti? Io ormai compro solo su internet/Noi andiamo tre giorni a Parigi, è il nostro regalo”. E via dicendo. Sorrisi esagerati a bocche spalancate, bacini e bacetti.

Anche quest’anno era andata così. La solita cena annuale “almeno per farsi gli auguri” e per lo scambio obbligato di regali inutili. Sia chiaro, a lei piacevano i regali inutili. “Cose che devono stupirti, nel bene e nel male, o perlomeno non essere prosaiche,” come lei era solita dire. Che so: un bracciale è utile? No, ti piace o non ti piace. E ti dice senza dubbio qualcosa su chi te lo ha regalato. Quelli delle amiche, però, erano sempre forzatamente insensati, diciamo presi a caso. Fatti per portare oggetti. Le mutande rosse, ad esempio. Quante ne aveva ormai? E poi a cosa le servivano? C’è crudeltà nel regalare mutande sexy a una fresca di divorzio. Stronze. Mettetevele voi, tanto i vostri mariti non se ne accorgono e probabilmente vi staranno facendo le corna mentre voi pensate al loro regalo.

Lei era divorziata ormai da due anni e si considerava ancora fresca di divorzio. Sarà che ancora non aveva digerito la cosa.

Il suo ex marito, invece, era felicemente accoppiato (vedi alla voce causa del divorzio); infatti pare avesse acconsentito con entusiasmo alla richiesta della propria madre di passare il Natale tutti insieme: figlio, consuoceri, ex-moglie e nuova compagna.

“E’ per il bambino, almeno vi vede insieme a Natale!”. Aveva detto sua suocera, o ex-suocera, come doveva puntualizzare ogni volta (in effetti non era più sua suocera, se lei non era più sposata). Lei, invece, sapeva che lo faceva solo per metterli tutti di fronte al fatto compiuto: una nuova e bella coppia pronta a ricevere la benedizione corale, compresa la sua, ché doveva fare la persona matura e incassare il colpo con educazione.

Lei aveva un nome, Tea, che era piaciuto molto al suo ex-marito. “E’ il nome di una rosa,” diceva quando la presentava a qualcuno con visibile orgoglio. Ne sottolineava la doppia bellezza: nel suono e nel significato. La sua nuova fidanzata - nuova per modo di dire, erano già passati due anni e qualcosa in più, senza contare i mesi di tresca - si chiamava Patrizia. Che nome rozzo. E a dispetto del suo significato! Sarà che si pronuncia come se ne avesse tre di zeta, ma non ha a che vedere con la soavità di Tea.

Lei l’aveva vista, Patrizia, dentro la macchina del suo ex-marito, sotto casa. Era stata la prima volta.

“Chi era quella?”.

“Quella chi?”.

“Quella che era dentro la tua macchina”.

“Ah. Ah già. Una collega. Non aveva la macchina oggi. Che rottura”.

Non aveva certo pensato al peggio, capita che si diano i passaggi alle colleghe. E poi non era un granché, diciamolo pure. Col caschetto spiaccicato in testa era un tutt’uno nero con cappotto e stivali. Una blatta.

Succedeva che erano in macchina. Lei non sarebbe dovuta tornare in quel momento, ma aveva parcheggiato e li aveva visti. Capita. Lui era salito a prendere qualcosa, era stato veloce. Quando era rientrato in macchina non c’era stata nessuna effusione, neanche un minimo contatto.

“E perché sei salito?”.

(Preoccupazione crescente)

“Mi scappava e le ho chiesto di aspettare cinque minuti”.

(Preoccupazione svanita)

A pensarci, che stronzo. Bravo attore, però. Nessun segno di tensione. Carino come sempre. Come poteva pensare male, Tea? Quando uno tradisce è distante, o ignora, oppure compensa con gesti d’affetto eccessivi. Lui no, carino come sempre. “Ma quanto è buono, lui,” dicevano le sue amiche. Sì, sì, in effetti lo era. Eccome. Intanto era arrivata la blatta.

Frequentavano lo stesso bar alla mattina. Erano finiti seduti allo stesso tavolino, poi avevano cercato di sedersi sempre a quel posto, fino ad aspettarsi. Chiacchiere. L’ufficio, il figlio, lo stress. Caffè, cornetto. “Meglio di no, sto diventando una balena,” “ma no, tu? Sei in gran forma!”. “Sarà ma è meglio che mi tenga, guarda!”. Indicandosi, con il preciso intento di fare vedere bene la sua maglia aderente, o piuttosto cosa c’era sotto. “Avercene come te!”. Insomma, flirtavano.

Basta poco, anche se sei tanto buono come lui, per trovarti dentro a una storia. Proprio poco, pensava Tea. Qualcuno che mostra un po’ d’interesse, che sorride socchiudendo gli occhi alle tue scemenze, che ride alle tue battute. Aggiungi, nel caso della blatta: tacchi vertiginosi, gonne fascianti e aria da donna curata, e il gioco è fatto. E’ matematico.

Poi sì, certo, come da copione è arrivata la parte struggente: la fanciulla smarrita, la donna dal cuore spezzato ma che ti sta dicendo che, in fin dei conti, la puoi considerare libera. “Mio marito non c’è mai, è fortunata tua moglie ad averti”. “No, guarda, è sfinente fare tutto da sola,” fino ad arrivare a: “Io ce l’ho messa tutta, ma alla fine molli la presa”. E con quali occhi glielo avrà detto. Preso all’amo. Che zoccola. Suo marito c’era eccome. Solo che lei non lo vedeva più. Non gliene fai una colpa, succede, ma rappresentarlo come un menefreghista, questo no. Questo fa di te una zoccola.

Tea era compiaciuta di ciò che pensava. Il suo ragionamento non faceva una piega, d’altronde.

Sta di fatto che l’ex marito il giorno della macchina era salito in casa loro a prendere i preservativi, ben nascosti tra le carte, nel cassetto della propria scrivania. Quel tardo pomeriggio però non aveva potuto usarli perché il marito di Patrizia aveva chiamato e lei era scattata sull’attenti, come un soldatino. Si era fatta accompagnare vicino casa per fare la brava moglie e andare chissà dove con suo marito, e lui, il fedifrago, tornava da Tea. Tranquillo, perché tanto sapeva che se non era stato oggi, sarebbe stato domani. Tranquillo, era entrato in casa e come al solito un bacio sulla guancia e un bacio sulle labbra.

Lui e Tea avevano un figlio, Lorenzo, cinque anni.

Lorenzo non capiva bene questa cosa del distacco tra i suoi genitori. Non capiva cosa fosse successo. Non collegava Patrizia, la fidanzata di papà, a tutto il resto. Patrizia era una nuova figura a sé stante che però viveva con papà al posto della mamma. In alcune cose le ricordava la mamma: era affettuosa come lei; in altre no: Patrizia sapeva fare le lasagne buonissime e si metteva lo smalto scuro.

Lorenzo abitava con Tea, ma due fine settimana al mese stava col padre. Ovviamente, una volta tornato da sua madre era un continuo parlare di papà, Patrizia (soprattutto Patrizia) e lasagne. Si può immaginare lo sforzo che faceva Tea ad ascoltarlo. Era felice che suo figlio stesse bene, ma allo stesso tempo ne soffriva. Quante volte si era trovata a chiedersi perché tutti i bambini odino le matrigne e il suo no? Forse quella era migliore di lei? Lo aveva comprato con due lasagne?

Mentre pensava a tutto questo, Tea stava guidando, Lorenzo dormiva beato dietro di lei, e si stavano dirigendo a casa della nonna, o della ex-suocera, dipende da come la vivi.

Tea aveva comprato anche un bel regalo per lei, una teiera vagamente indiana, anche se le era sembrato assurdo occuparsi della madre di colui che l’aveva lasciata così, dopo anni di vita insieme. Era rimasta impassibilmente fatalista, l’ex-suocera, un laconico: “se deve succedere, succede, bisogna andare avanti”. Che sotto sotto fosse contenta dell’accaduto?

Ci sarebbero stati anche i propri genitori, complici per amore del nipote, nonostante li avesse già visti la sera precedente, quella della Vigilia. C’erano stati anche sua sorella e i nipotini, in quell’occasione. I bambini si erano divertiti, un po’ meno Lorenzo, che era il bambino più grande, si annoiava e si aspettava da lei soluzioni immediate. Patrizia di certo le avrebbe avute. Sua sorella, dotata di tre figli piccoli e marito pacioso al limite dell’inconsistenza, le chiedeva di continuo come stava, con il tono di chi parla con una depressa. E Tea dentro di sé aveva sempre la stessa risposta: “Pensi che io sia depressa? I depressi non escono mai di casa, io sì,” mentre all’esterno liquidava rispondendo che stava bene.

Diciamo che, in realtà, era costretta a uscire per via di suo figlio, e del lavoro, e di quell’unica volta, sotto Natale, in cui si ricordava di essere parte di un gruppo di amiche, perlopiù inesistenti.

Le pesava ricordarsi la sua vita di prima. Adesso chi era? E cosa cercava? E dove mai sarebbe dovuta andare? Prima aveva il suo posto, il suo ruolo; adesso veniva percepita come una donna sola, anzi no, come una donna abbandonata e cornuta. Doveva magari iscriversi a un corso di ballo? E per cosa, per farsi alitare addosso da qualche vecchio imbolsito in cerca di emozioni, o subire il sogghigno di giovani uomini? No. E comunque non ci aveva mai pensato prima, quindi perché proprio ora? Lavorava in una redazione e quello le piaceva, le bastava, non aveva bisogno di riempire i suoi giorni di attività per sentire la vita.

”Sempre sul pezzo, lei!”. Le diceva il suo ex-marito prendendola per le spalle. Mah, teneva una rubrica di piante e fiori, mica era una cronista d’assalto. Lui, avvocato, lavorava in uno studio di grido, in giacca cravatta e scarpe lucide. Era uno di quelli di cui si dice: “E’ un bell’uomo”. Bello, forse inconsapevolmente, e quindi mai cascamorto, solo affabilmente cortese, di quelli che sanno stare al mondo in maniera ineccepibile. E a Tea piaceva questo suo modo di essere. A Tea piaceva lui.

I pensieri non le davano tregua: ne usciva uno, ne entrava un altro, ora di soppiatto ora con prepotenza: lui così bello, la blatta, le lasagne, la teiera. Comunque, grazie al cielo, la Vigilia era alle spalle. I sorrisi messi su per dire a tutti “Sto bene! Sto bene!”. Il rossetto rosso, la tristissima tombolata con suo padre mezzo addormentato e suo cognato che non proferiva parola. Non emetteva proprio suoni, a dire il vero, solo sorrisi ebeti. Dio mio.

E adesso stava guidando verso qualcosa di simile. Ma peggiore. Tutti, ma proprio tutti, schierati: i suoi, quelli di lui, l’altra. Una salvezza poteva essere partire per una meta esotica, ma suo figlio era troppo piccolo, e poi forse era meglio partecipare alla recita una volta per tutte.

Quello che l’angosciava maggiormente era la combinazione strampalata di tutte quelle persone. Come avrebbero rotto il ghiaccio? Con sua madre che soleva rimproverarla davanti a tutti, seppure scherzando? Come avrebbe reagito all’impatto?

Si guardò allo specchietto della macchina: troppa cipria, la riga della matita storta su una palpebra, le guance pallide. Accostò per darsi una sistemata. Tirò fuori dalla borsa il pennello quando suonò il cellulare: “Ciao, ma dove sei? Qui ci sono già tutti, almeno oggi per favore, cerchiamo di essere puntuali”. Era sua madre. Ovviamente, il pennello le cadde.

“Porca puttana/Ma cos’hai, calma, ho solo chiesto dove sei/Non ce l’ho con te, mamma, mi è caduta una cosa”.

Ogni volta era così faticoso non litigare, e questa volta certamente di più, ma era anche necessario mantenere la calma visto lo scenario che le si prospettava. E poi, nonostante tutto e tutti, era Natale. Le venne da piangere ma strinse i pugni e rimise in moto l’auto, con le labbra serrate e una rumorosa inspirazione.

Ci volle ancora un quarto d’ora prima che raggiungesse “la magione”, così Tea chiamava la casa degli ex-suoceri. Abitavano in campagna, in una vecchio casolare che lei aveva da subito amato. Ora le faceva male entrarci da estranea, o da cosa non sapeva bene neanche lei. Chi era lei adesso? Solo la madre del loro nipote. Aveva sperato d’invecchiare lì dentro, la cornice ideale per una vecchia scribacchina di piante, e magari, chissà, dove mettersi a scrivere davvero il suo primo romanzo. Si chiedeva se a Patrizia quel posto piacesse, ma era certa che si sarebbe fatta piacere di tutto. Doveva essere una donna accomodante.

Il cancello era aperto, lei entrò e parcheggiò. Il bambino si era svegliato da poco, era imbronciato e non voleva scendere.

“Dai che ci sono i nonni, c’è papà”.

“Lasciami qui, ho detto”.

Tea, a malincuore, si giocò l’ultima carta, non ne poteva più di piedi sbattuti e lacrime copiose: “C’è Patrizia”. Lorenzo si destò come da un brutto incantesimo e sorrise. “Va bene”. Il tempo di scendere dall’auto ed era corso raggiante verso casa.

“Quella zoccola gioca a fare la fatina buona,” rimuginava. “Avrà già fatto innamorare tutti di sé. Si deve prendere tutto” e con i tacchi sulla ghiaia seguì le orme del suo bambino.

“Permesso…”.

La prima apparizione fu un grigio nitore: gonna, maglia, spilla e orecchini fumé. Capelli argento. La conosceva da anni e raramente l’aveva vista con altri colori, o meglio: con colori veri addosso.

“Buon Natale, cara, entra pure” (ex-suocera).

“Buon Natale. Questo è per te. Per voi”.

“Ma non dovevi”.

“Ci mancherebbe”.

Primo scoglio superato.

Restava l’ingresso nella sala da pranzo: trionfale o profilo basso? Non fece in tempo a darsi una risposta.

“Buongiorno!/Auguri!/Alla buon’ora (madre)/Mamma, c’è Patrizia!”.

Tutti si erano salutati in coro. C’era da baciarsi, però. Merda, questi auguri odiosi.

“Poso il cappotto e arrivo”.

“No, no, facciamoci gli auguri per benino” (ex-suocero).

Bene, era partita ufficialmente la girandola dei baci. Erano rimasti per ultimi l’ex-marito, che l’aveva baciata come si fa con un conoscente, e Patrizia. La blatta era in ghingheri: gonna nera parecchio aderente, tacchi alti, camicia bianca, un microbolero nero, e il solito caschetto schiacciato sulla testa. “La cameriera di un ristorante messicano,” pensò Tea. La fatina delle lasagne però aveva la faccia stanca, e nonostante il trucco pesante, e forse una lampada, non aveva l’aria compiacente che Tea le aveva attribuito; neppure quella di una che ha vinto e può godersi un riposante trionfo senza più bisogno di sgomitare.

La tavola era apparecchiata in maniera impeccabile, c’erano anche i segnaposto a forma di angioletti argentati.

“Cinque minuti ed è pronto!”.

In cucina, l’ex-suocera stava occupandosi dei tortellini, mentre l’ex-consuocera di questa chiedeva stupidi ragguagli su ripieni e cotture.

“Vado a fumare una sigaretta, torno subito”.

Tea si mise il cuore in pace: se Patrizia fumava, non poteva essere incinta. Sì, l’aveva nascosto anche a se stessa, ma era la cosa che temeva di più un figlio dei due. Aveva pensato che quel pranzo fosse l’occasione per rivelarlo alla comunità intera, crudelmente e platealmente, altrimenti che senso aveva fare un pranzo tutti insieme? E invece no, l’intenzione era veramente quella di fare stare Lorenzo con la famiglia al completo il giorno di Natale.

“Tea, tu fumi?”.

“No, oddio, può capitare ma direi di no”. Mentre pronunciava queste parole Tea pensò di non essere ancora in grado di parlare con Patrizia. Poteva dire no e basta e invece no, quel “può capitare” detto con un mezzo sorriso. L’aveva fatta sentire stupida.

“Mi accompagni un attimo? Ti va?”.

“Ecco, mi tratta come fossi amica sua. Ma chi ti vuole. Adesso mi dice che è incinta”. Tea non avrebbe voluto starle vicino, ma doveva liberarsi dei pensieri che giravano a vuoto: se ci fosse stato un bambino in arrivo lo avrebbe saputo subito. Via il dente, via il dolore. Prima o poi sarebbe successo.

“Ma sì,” rispose con finta disinvoltura.

Uscirono in giardino. Patrizia accese la sigaretta guardando lontano, con gli occhi stretti. D’improvviso disse: “La conosci Elena Sabelli?”. “Se la conosco! E’ una mia amica,” rispose con fierezza. “E’ una mia amica: non tu, chiaro? Elena è una mia amica”. Questo prosieguo lo tenne per sé.

“Suppongo stiamo parlando della stessa persona: biondina, intellettuale…”. “Perché mi chiede di Elena? Ah, adesso si prende pure le mie amiche! Non ci credo!”. I pensieri correvano veloci. Ma Elena no! Lei era quella, tra le sue amiche posticce, che più somigliasse ad un’amica. Lei c’era quando si è separata. Lei ha tentato di parlare con il suo ex-marito. Lei…

”Ha una storia con Sandro”.

“Con Sandro? Come?”.

“Lo chiamava sempre. Voleva sapere come stava, lo chiamava a casa”.

“Da quanto?”.

“Tre, quattro mesi. Me lo ha detto suo marito”.

“Ma è vero?”.

“Tea, per favore, perché non dovrebbe esserlo? E poi ho le prove”.

“Ma lui come l’ha scoperto?”.

“Lo sospettava e poi hanno fatto un week-end in Spagna due settimane fa, e lui ha monitorato tutto. Li ha visti in aeroporto. Ha scattato le foto. Io sapevo che Sandro doveva essere ad una convention di avvocati, a Roma, mentre lei aveva detto che era impegnata con l’università: ricerche, robe così”.

Se pensi che il mondo ti sia crollato addosso, oh, sappi che la realtà ha in serbo soprese. Come dopo uno schiaffo ben assestato, o un tuffo da un trampolino altissimo, così si sentiva Tea. Non sapeva se stesse provando odio, senso di liberazione, o compassione. O forse tutto quello, insieme. “Ora capisci cosa significhi”. Forse voleva solo farsi una grande risata. Quell’uomo bello e buono, che per un po’ era stato suo, si dimostrava solo un debole alla ricerca di conferme continue.

“Lo so. Non posso chiederti scusa. E’ successo. Ma per me non è mai stata una storia così per dire. Io lo amavo. Adesso non lo so. Mi accorgo di non sapere chi sia Sandro”.

“Sandro non era così”.

“Sandro ti ha tradito anche prima del matrimonio. E’ stata l’unica volta, prima di me, ma è successo. Almeno così mi ha detto lui”.

“Ah sì, e con chi?”.

“Boh, una che aveva conosciuto in facoltà”.

“Gaia”.

“Allora lo sai”.

“Una volta è venuta a cena da noi. Il suo fidanzato era via”.

Silenzio.

“E’ quasi pronto! Entrate?”. L’ex-suocera si sporse fuori, guardò le due donne di suo figlio, forse avevano fatto amicizia. Ebbe anche il tempo di dire: “Ah, Tea, bella la teiera araba!”.

Patrizia guardò Tea. “Mi dispiace per Lorenzo, ma io adesso entro e faccio vedere le foto a Sandro e gli chiedo chi è davanti a tutti, e poi dico che lo so chi è, che conosco suo marito e Buon Natale Sandro”.

Entrarono in casa. I tortellini fumavano nei piatti.

Pietrasanta, 23/12/2017

stazione, ore 12:31

Ti ho notato da dietro il vetro, mentre il treno frenava in arrivo alla stazione di Pietrasanta. L'orologio a lancette, come ce ne sono a decorare ogni stazione, persino la più piccola, del territorio italiano, testimoniava un ritardo di cinque minuti. Come mio solito. Mi sono infilata il cappotto, quello rosso al ginocchio, lo stesso del nostro primo incontro, e un uomo mi ha aiutato con la valigia. Mentre la tirava giù ha sfiorato non troppo distrattamente il mio fondoschiena. Gli ho sorriso, immaginando quali pensieri ti stessero passando per la mente e godendo di ogni più piccola scintilla della tua rabbia. Che sentimento stupido la gelosia, non credi? Illudersi di possedere qualcuno al punto da sentirlo tuo, rivendicare il diritto di proprietà su una persona, su Margherita.

Ho sceso quei tre gradini sempre scortata dallo sconosciuto gentile e desideroso, che mi ha chiesto se avevo bisogno di un passaggio. Gli ho indicato un uomo fermo sulla banchina e ha capito. Eri lì, immobile, con le mani in tasca e lo sguardo di ghiaccio. Rilassati Antropologo, sono qui per te. Stretto nel tuo cappotto mi hai osservato mentre mi avvicinavo. Mi hai fissato negli occhi. Non hai distolto lo sguardo fino a che non sono stata a pochi centimetri da te e la tua bocca si è unita alla mia. Sono passati solo sette giorni? Anche per te sono stati lunghi quanto lo sono stati per me? Oserei dire di sì, seppur per motivi differenti. Mi hai travolto, sconvolgendo le mie abitudini e costringendomi a un'astinenza alla quale non sono abituata. Il mio letto piange, a ogni invito rileggo le tue parole: dovrò essere il solo, e rivedo le tue teche che mi ricordano la fedeltà. Dalla tasca ho sfilato la cintura della vestaglia di seta blu che mi hai regalato e ti ho chiesto di legarmi i capelli. Mi sono voltata e ho chiuso gli occhi. Mentre le tue mani sfioravano il mio collo ho rivissuto quella sera a Firenze, tu che lo scioglievi e io che immaginavo che uomo fossi: i tuoi capelli, se avessi la barba o se ti fossi ripulito a dovere per la tua prima volta, per me. Non desideravo altro che fuggire da quei binari, diretti a casa tua per perderci l'uno nell'altro. Con una mano hai afferrato la mia valigia e con l'altra hai preso la mia, di mano: «Andiamo, Margherita».

Dove, Antropologo? Avrei voluto chiederti. Non l'ho fatto. Ho lasciato che fossi tu a guidare il nostro incontro. Tornerai, mi avevi scritto, non ti farò male. Baciami, Antropologo, baciami ancora. Nel parcheggio siamo rimasti attaccati ignorando le persone che ci passavano accanto. Come la prima volta a Firenze, solo che a Pietrasanta c'era il sole e di nebbia nemmeno la minima traccia. Una giornata tersa, fredda. Hai preso confidenza. I tuoi gesti si sono fatti più sicuri. Le tue mani, così avide adesso da non temere confini. Hai aperto lo sportello e mi hai fatto sedere. Mi hai portato al mare, subito, prima di ogni altra cosa hai esaudito il tuo desiderio. E il mio.

Avevi prenotato in un ristorante sulla spiaggia, hai chiesto persino che mettessero uno dei loro lettini imbottiti al bordo della piscina vuota, con due coperte, così che potessimo sorseggiare il vino abbracciati guardando il mare. Hai bevuto per me, perché ogni promessa è debito. Forse un po' ti sta piacendo quella confortevole sensazione di torpore che nelle giuste dosi l'alcol sa dare, le inibizioni che piano piano spariscono e fanno emergere il lato più istintivo. Il cameriere ci ha scortato fino al tavolo, ha preso i soprabiti; vi siete detti qualcosa. Hai scostato la mia sedia con la tua solita galanteria. Non è stato necessario che mi preoccupassi di nulla, avevi studiato tutto nei minimi dettagli. Hai gusto, Antropologo, o forse abiti qui da sempre e sai cosa questi luoghi possano offrire. Ogni pietanza è stata accompagnata da un vino diverso, proprio come piace a me. Tutto delizioso. Non sono mancate le parole, non è mancato nemmeno Pietro nei nostri discorsi.

Non devi essere geloso di lui, è acqua passata. Non importa quanto lui provi a riavvicinarsi, o quanto sia abile nel comparire a sorpresa quando meno me lo aspetto. Abbiamo un accordo, adesso. Qualcosa di più.

«Cosa vuoi fare ora, Margherita?».

Ho preso la tua mano e ho rivolto il palmo verso l'alto. Ci ho scritto sopra le lettere del mio desiderio. Mi hai sfiorato la guancia, scendendo giù sul collo fino al nastro che pendeva dai miei capelli. Solo a quel punto ho parlato. «È ora che indossi di nuovo il tuo regalo, non credi?».

Hai sorriso. Non sorridi spesso, e hai annuito. Quando il cameriere ci ha servito i dolci hai chiesto il conto. Dopo aver pagato siamo usciti, ero certa che saremmo andati diretti all'auto e invece mi hai sorpreso di nuovo. Abbiamo camminato fino in fondo alla passerella. Premuta contro la ringhiera di quella strana rotonda, a palafitta sul mare, ho potuto godere della tua bocca e del calore del tuo corpo, stretto al mio. Non c'era nessuno questa volta, a parte noi due. Sentivo gli schizzi delle onde arrivarmi sulle gambe e pensavo che non c'era nulla da temere, il male che avresti potuto farmi non sarebbe stato nulla in confronto a quello che potevi offrirmi.

Arrivati a casa mi hai chiesto se volevo fare una doccia per togliere il freddo di dosso. Avevo in mente altro e sono andata in bagno a cambiarmi. Stessa vestaglia della prima volta, di nuovo solo quella. Avrei voluto chiederti subito della cantina e delle teche, ma mi hai sorpreso facendoti trovare lì, seduto su una sedia di fronte alla porta del bagno, quando l'ho aperta.

«Vieni qui, Margherita».

Le luci erano accese, questa volta, lo ricordo bene. C'era una bellissima lampada in salotto, una di quelle con il paralume enorme che scaldava l'ambiente. Hai slacciato la cinta della vestaglia e l'hai fatta scivolare a terra. Sono rimasta immobile di fronte a te. Ho goduto di ogni attimo in cui hai vacillato. Quando hai baciato la mia pancia, che ti piace tanto, quel lieve rigonfiamento proprio sotto l'ombelico, che ai tuoi occhi mi rende così sexy. L'eccitazione che solo il potere sa dare, il tuo desiderio per me.

Non pensavo che potesse essere così divertente avere in pugno un uomo. Di solito sono una brava giocatrice, tiro i dadi e via; pronta a cambiare tavolo. Cos'è che è diverso con te? Forse sei diverso tu, la tua voglia non si ferma alla necessità, no, si espande e mi avvolge fino a farmi godere del piacere di una replica, e di un'altra ancora.

Siamo rimasti a letto fino a ora di cena. Avevamo tutto il tempo per darci da fare, eppure abbiamo replicato subito. Poco dopo essere caduti esausti uno sull'altro nel tuo letto.

È qui che ha vissuto Adamo per quel breve periodo? La tua cavia n° 0. Il bambino che è riuscito a venire fuori dalla teca e a conquistare, giorno dopo giorno, sempre più spazio. L'hai lasciato libero e lui è tornato. È stato merito tuo, contro il tuo e il suo volere. È questo che stai facendo con me? È per questo motivo che sono qui?

Abbiamo fatto la doccia, questa volta te l'ho concessa. Hai accarezzato con la spugna ogni angolo del mio corpo e io ho fatto lo stesso con te. Il vapore era intriso dall'odore speziato del bagnoschiuma, e caldo l'accappatoio nel quale mi hai avvolto prima di lasciare che mi asciugassi nel suo abbraccio, e nel tuo.

Sei andato in cucina a preparare la cena e hai lasciato che finissi di sistemarmi, mi hai concesso la mia intimità. Te ne sono grata. Per te ho indossato di nuovo la vestaglia e mi sono seduta a tavola.

Il buon cibo e un ottimo vino sanno accompagnare alla perfezione le chiacchiere. Abbiamo parlato a lungo del nostro progetto insieme, di come poter continuare i nostri esperimenti. Lo sapevo che la mia avversione verso il genere umano si sarebbe sposata alla perfezione con la tua inclinazione allo studio della sua natura.

È stato allora che mi hai condotto in cantina tra le tue teche.

Dentro quegli enormi cubi di vetro rinchiudevi i tuoi topolini. Li portavi via dalle loro tane e osservavi il loro comportamento per giorni, fino all'esalazione del loro ultimo respiro. Hai un giardino sufficientemente ampio nel quale regalare loro un posto in cui riposare in eterno. Troppo grandi per cibare i tuoi gatti. Fino ad Adamo, il bambino che amava disegnare. Avevi comprato anche degli acquerelli per lui. Perché lui era diverso. Aveva visto in te qualcosa di simile a quello che ho visto io, e aveva imparato ad amarti. Ho potuto vedere quello che agli altri tieni nascosto: il buio nel quale volevi che ci immergessimo per la tua prima volta. Adesso chi di noi due deve avere paura? Non ci sono coltelli qui, sei in salvo.

Mi hai condotto nella teca che è stata di Adamo e su quel pavimento abbiamo fatto quello che piace a me. Scomodi ed eccitati, a luci spente ci siamo spinti in fondo alla tua anima e abbiamo goduto della libertà di non avere segreti. Ti sei sciolto dall'abbraccio per cercare l'interruttore. Al primo clic la luce non si accesa. È successo al secondo tentativo e ti ho visto, al di là del vetro.

Ho spinto, ma non si è mosso. Non ci sono maniglie all'interno della teca. Mi hai sorriso, da fuori, una luce diversa illuminava i tuoi occhi. Non farmi male, Antropologo, me l'avevi promesso. Tu le promesse le mantieni. Non si può cambiare la propria natura, questo lo so. Apri la porta, ti prego, non salire quelle scale da solo. Hai accesso una telecamera, l'ho capito dalla lucina rossa che ha iniziato a lampeggiare. Ti sei dato una sistemata. Hai appoggiato il palmo della mano sul vetro, dove io avevo il mio.

«Buonanotte, Margherita».

Non andartene.

Mi hai lasciato lì, da sola, con addosso soltanto la vestaglia.

Memento I

Il tempo di mettere a posto la cucina e sarai di nuovo da me, Antropologo. Mi farò desiderare un po' quando aprirai questa porta. Giocare è pane per i miei denti. Farò finta di rimettere le mie cose dentro alla valigia, pronta a ripartire, nel bel mezzo della notte. Tu che cerchi di trattenermi, che mi preghi di restare e io che vado verso la porta con già il mio cappotto addosso. La vestaglia abbandonata sopra una sedia. Chiara intenzione di non rimettere più piede in casa tua e di non rivedersi tanto presto. Un po' di sofferenza, non troppa, non sono poi così cattiva. Solo l'intento di farti provare di nuovo quel senso di solitudine che adesso forse per te è lontano. Non siamo a distanza di sicurezza dalle nostre debolezze. Questo dovresti saperlo meglio di chiunque altro.

È come essere dentro a un grande ninnolo natalizio. Queste pareti di vetro sono davvero molto alte, troppo per essere scavalcate. Tutti ambienti vuoti, per terra solo cemento. Le tenevi così le tue cavie, o davi loro qualcosa con cui intrattenersi durante la prigionia? Il pavimento è freddo, impossibile in questa stagione sdraiarsi per dormire. Era questa la loro tortura durante i mesi invernali, cercare di restare svegli il più a lungo possibile per non morire di freddo? Chissà come facevano quando dovevano andare in bagno, forse eri clemente con loro e al momento dei pasti concedevi una breve gita di sopra. No, non hai mai parlato di cibo. Di acqua sì. Ricordo i primi topi, i primi bambini, sette. Insieme e poi separati in gruppi. La prima perdita, e le conseguenti altre. La sepoltura in giardino, i tuoi gatti. Fine dell'esperimento e sei passato a quello dopo.

Memento II

Dovresti aver finito ormai di riordinare. Chissà perché ci stai mettendo così tanto a tornare da me. Vieni a prendermi, Antropologo, prometto che farò la brava. Niente finte questa volta, lo giuro. Salirò quelle scale con te e ci metteremo sul divano a parlare, oppure nel letto, a fare quello che più ci piace. Magari mi stai preparando una sorpresa. Stai cambiando le lenzuola pensando a un bagno caldo, oppure hai scelto una musica di sottofondo e stai versando del brandy nei bicchieri, pronti ad accogliermi, tra pochi minuti. Forse ti sei messo un attimo al pc e stai chattando con qualcuno, o stai pubblicando i risultati dei tuoi ultimi studi.

Inizia a fare freddo qui, e sono stanca di stare in piedi. Non c'è nemmeno nessuno con cui parlare. Ho provato a gridare sperando che là in fondo, in quell'angolo, il buio nascondesse una presenza, qualcuno che mi potesse fare compagnia. Ti sentivi così, vero, prima che arrivassi io? Stai godendo dei miei lamenti, ora? È bello essere potenti, avere la certezza del dominio assoluto sull'altro. Tu lassù che cammini sopra la mia testa; ascolto i tuoi passi cercando di capire i tuoi movimenti. Il gioco è bello finché dura poco. Ho capito la lezione, Antropologo, non c'è bisogno che mi tratti come fossi un topo. Sono Margherita, quella Margherita.    

Memento III

Mi fanno male le mani. A forza di battere sul vetro finirò per lussarmi qualcosa. Cazzo, Antropologo, liberami! Cosa vuoi farmi, eh? Vuoi farmi restare qui tutta la notte, o forse giorni, vuoi studiarmi, è questo che vuoi? Mi stai forse dicendo che sono una delle tue cavie, sì, uno di quei dannatissimi topi che hai lasciato morire di stenti? Se speri che come Adamo, quando potrò di nuovo essere fuori di qui, starò buona nella tua stanza in attesa di un tuo cenno, o a mendicare un tuo regalo, te lo puoi proprio scordare. Me ne andrò, ecco cosa farò, tornerò da dove sono venuta e ci resterò per sempre. Non posso nemmeno denunciarti. Non ho paura di morire, razza di psicopatico, non voglio finire in galera! Io so quello che hai fatto e tu sai quello che ho fatto io. Potremmo accordarci e stringerci la mano da buoni amici. Che ne dici, non ti sembra una buona idea? Ottima, ottima.

Quando mi hai chiesto se volevo vederle da dentro o da fuori, le tue teche, e io ti ho detto che ti avrei lasciato la scelta, che sapevo i rischi che correvo, non credevo che avresti avuto il coraggio di farlo sul serio. È da sempre che mi studi, vero? Sin dal primo istante hai tenuto il tuo sguardo puntato su di me in attesa che arrivasse il momento adatto per colpire. Affondata, Antropologo, hai centrato il bersaglio. Portami almeno una coperta, per favore, affacciati, chiedimi se va tutto bene. Fammi capire che non sono come quei bambini. Concedimi almeno di essere Adamo.

Memento IV

Nessuna premura per la tua povera Margherita. Chissà che ore sono, non mi hai lasciato nemmeno l'orologio. È già mattina? Speriamo che aprendo gli occhi tu ti ricordi di me, di venirmi a liberare. Spero che tu mi dica che è stato uno scherzo, che ti sei addormentato contro la tua volontà ed è per questo che hai aspettato tanto. Ti svegli presto, Antropologo, non manca molto a uscire di qui; mi preparerai la colazione e mi riempirai di baci, io ti perdonerò e faremo l'amore fino a cadere esausti uno nelle braccia dell'altro.

È così che si è sentito Greg negli ultimi istanti della sua vita? Povero Gregorio, chiuso dentro quella cella frigorifera. L'hai fatto per farmi capire, per farmi provare quello che io ho fatto provare a lui. Un regalo. Poter gustare fino in fondo il piacere di infliggere sofferenza a chi si crede invincibile. Basta un attimo, una distrazione. Com'è successo a lui, e da carnefice per magia ti ritrovi vittima. No, riaccendila per favore, lasciami almeno la luce. Ti supplico, non mi serve dormire, voglio vedere, voglio restare vigile. Devo ricordare di essere qui, nella tua cantina. Lascia almeno che i miei occhi possano avere qualcosa su cui distrarsi. Sono prigioniera, sono tua Antropologo, sono tua.

Memento V

Sono lacrime, queste? Ho il viso bagnato, sento ancora più freddo adesso. Non lo so quanto tempo è passato dall'ultima volta che ho pianto. Non me lo ricordo. Forse è stato quando sono morti i miei genitori, ero solo una bambina. Sei un uomo galante, Antropologo, fammi almeno andare in bagno. Ho bisogno di andare in bagno. Ho sete, Antropologo, non ce la faccio più a urlare. Mi fa male la gola, le mie gambe hanno ceduto. Il pavimento è freddo. Mi fa male anche la testa. Il cranio è duro e per quanto abbia sbattuto la fronte contro il vetro non sono svenuta. Accadrà presto se non mi darai qualcosa da mangiare. Ho fame.

Non voglio più tornare a casa. Ti prometto che resterò qui con te, povero, dolce assassino. Uccideremo insieme Pietro, così lui non sarà più un problema. Non mi importa di lui, non mi è mai importato nulla. Può tornare da me tutte le volte che vuole, io non sarò mai sua. Voglio te, Antropologo, ancora non l'hai capito? Cos'altro devo fare? Amami, Antropologo, non chiedo altro. Ma tu non mi farai uscire, vero? Morirò qui, con addosso soltanto la vestaglia che mi hai regalato. Dovrei ridere in vece di piangere. Che ironia, morire nei propri panni. Sei un uomo abile, è per questo che mi piaci. Va bene così, Andrea, hai vinto tu.

Clic. La luce si è accesa. Clic. La telecamera non lampeggia più. Ho sentito le tue braccia, mi hanno cinto da dietro e mi hanno sollevato da terra.

«Che ore sono?».

«È da poco passata la mezzanotte».

«Scorre così lento il tempo senza riferimenti...».

Mi hai preso in braccio. Mi hai portato su e mi hai avvolto in una coperta. Lasciandomi sul divano, sei andato in cucina e mi hai portato una tazza di tè bollente. Ti sei seduto di fianco a me e mi hai abbracciato. Ti ho guardato e tu mi hai sorriso, questa volta con dolcezza. Hai aspettato che smettessi di tremare e mi hai lasciato andare in bagno. Mi sono sciacquata il viso e ho risistemato il trucco. Quando sono tornata avevi gli occhi chiusi, la nuca appoggiata alla spalliera. Sono rimasta immobile, in piedi di fronte a te per qualche secondo. Hai allungato la mano e hai sciolto il nodo della cinta. Ti sei alzato per legarmi i capelli e scoprirmi le spalle, lasciando scivolare la seta sul pavimento. I tuoi gesti erano sicuri, forti della conquista appena ottenuta. Mi hai fatto chiudere gli occhi. Ho sentito qualcosa di freddo appoggiarsi al mio petto. Un ciondolo. Il mio regalo di Natale. Come lo sai che mi piacciono i gioielli? Non ne sbagli una, Antropologo. Un diamante: simbolo di purezza, resistenza, unione, perfezione, amore eterno. Ti ho ringraziato, nel modo in cui può far piacere a un uomo. A te, Andrea. Mi hai aperto gli occhi. Siamo andati a letto e ci siamo addormentati abbracciati.

«Domani riguarderemo il video, insieme,» hai sussurrato.

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