Le scimmiette

La scimmietta non dice.

Il silenzio di un placido pomeriggio d’inizio settembre pervade la villa dei coniugi Taddei. Il pendolo dell’orologio a parete scandisce i secondi e a ogni movimento un fruscio accompagna il tintinnare delle tazze di porcellana finissima, decorate a mano, ricordo di un viaggio all’altro capo del mondo. Dalle grandi porte finestra che danno sul giardino, ben curato, entrano raggi di sole soffici e aranciati, dello stesso colore delle foglie dell’autunno che fra poco verrà. La luce fa brillare i pianali di marmo della cucina, talmente lucidi da far dubitare che siano mai stati usati per cucinare, le bomboniere e i gingilli in bella vista sugli scaffali, i fiori freschi nei vasi di cristallo sparsi per il salone, ma, soprattutto, fa brillare le molte cornici che rinchiudono foto di momenti di svago e di ricorrenze. Con una sola occhiata si può vedere lo scorrere della vita: una giovane donna sorridente in sala parto, un uomo fiero di fronte a un grande capannone, i primi passi di due bambini biondi, i viaggi al mare, i molti sorrisi scintillanti, gli abiti da sera, le recite scolastiche, gli anniversari… In quasi tutte le foto ci sono le figure di una donna bellissima e di un uomo di qualche anno in più, che con occhi orgogliosi sempre la cinge.

«Sara, correggimi se sbaglio, tu prendi il caffè amaro, vero?».

«Sì, grazie Masia».

La voce di Sara arriva ovattata dal salone. Masia alza il vassoio con un leggero slancio, impaziente di andare dalle amiche, ma il movimento le provoca un dolore al fianco. Le mani perdono la presa e solo la presenza del lavabo salva due di tre tazzine. Il trambusto attira in cucina Sara, che si affaccia alla porta.

«Tutto bene?». Un sopracciglio inarcato, e l’aria interrogativa.

Dentro la sua testa Masia sente la voce della suocera: “Ricordati che certe cose non si dicono. Gli altri godrebbero di questa tua sconfitta. Se succede non serve parlarne. I panni sporchi si lavano in famiglia”. Le labbra della donna si incurvano automaticamente in un sorriso.

«Oggi ho proprio le mani di burro! Non preoccuparti… Cos’hai trovato?». Le mani curate e ingioiellate di Masia non sembrano salde mentre raccolgono veloci i cocci della tazzina e li fanno sparire. Sara intanto abbassa lo sguardo sulla foto che ha in mano.

«È la foto del fidanzamento tuo e di Renato». Nel dirlo la appoggia sul tavolo della cucina, Masia distoglie lo sguardo.

«Non mi è mai piaciuta quella foto, si vedono solo lui e la sua famiglia, io sembro minuscola nell’angolino che mi hanno concesso».

«Fagocitata dai tuoi suoceri?». Anche se sta mettendo su una nuova moka di caffè, e le dà le spalle, Masia riesce a vedere il sorriso di Sara.

«Esattamente». Il borbottio della padrona di casa viene quasi coperto dal rumore dell’accendigas.

«Forse non erano granché contenti della situazione, si può comprendere… Ma ora ti vogliono bene, ne sono sicura».

Masia evita lo sguardo di Sara. Difficile dimenticare di essersi sposata appena maggiorenne e di essere diventata mamma un anno dopo. Ancora le brucia lo sguardo dei suoi suoceri: la detestavano. All’epoca non capiva perché tenessero tanto a quel matrimonio se in maniera così evidente non la sopportavano. Non aveva altro che la sua bellezza, da portare in dote. Il campanello la esonera dal dover rispondere all’amica.

Valentina fa il suo ingresso nel salone mentre in cucina la foto del fidanzamento è stata rovesciata.

«Scusate il ritardo, il giudice di oggi era un vecchio razzista e l’ha tirata per le lunghe… Ho anche dovuto saltare la palestra». Sbuffa tirandosi indietro la coda di capelli biondi e sostituendo quella frase agli entusiastici saluti di rito.

Finalmente il caffè arriva e tutte e tre si sistemano sui morbidi divani, chiacchierando del più e del meno. Insieme formano ancora un bel gruppo: Sara, piccola e morbida, con gli occhi grandi da cerbiatto e lunghe striature grigie tra i capelli castani; Masia, alta e formosa, con i capelli ricci color mogano e i lineamenti cesellati prima dalla natura e ora dal chirurgo; e infine Valentina, con i muscoli scattanti sotto la pelle sottile e lo smunto viso cavallino.

«Sembri più pallida Vale, va tutto bene?».

«Oh … Sono solo stanca, gli impegni con i gruppi di Francesco occupano tutto il mio tempo libero».

Prese dalle chiacchiere, né Sara, né Valentina sembrano notare Masia spostarsi scomodamente sul divano e tastarsi con discrezione il fianco dolorante. La porta d’ingresso si apre all’improvviso portando con sé una brezza fresca. Sono i figli di Masia che tornano da scuola, accompagnati dalla tata.

«Non ci credo… Sono i tuoi figli?». Domanda stupita Valentina.

«Crescono di mese in mese… Com’è andata a scuola, tesori?». Interviene dolcemente Sara.

I bambini rispondono da copione, sorridenti. Sembrano due statuine, tanto sono perfetti: biondi, belli, con addosso la scintillante divisa di una altrettanto scintillante scuola privata. Nell’insieme fanno a pugni con il maglioncino infeltrito e i jeans sdruciti della ragazza che li accompagna. Masia rivolge alla giovane tata uno sguardo di rimprovero, che non passa inosservato, e poi li congeda con un gesto frettoloso.

«Forza, andate a fare i compiti. Aurora sta qui solo fino alle sette e se non li avete finiti per quell’ora non ci sarà più nessuno ad aiutarvi».

Non appena i bambini spariscono nelle loro camere, Valentina prende la parola.

«Quella ragazza li aiuta anche con i compiti? Per tutte queste ore avrete un contratto regolare…».

«Come va il locale di Massimo? Spero meglio rispetto al nostro ultimo incontro!». Masia interrompe Valentina e si rivolge a Sara continuando a sorridere e tenendosi dritta sul divano, posizione che le provoca molto dolore al fianco e su tutta la schiena, dove i lividi di due sere prima sono ancora freschi. Sara rimane interdetta dall’essere tirata in ballo in maniera così violenta.

«Insomma… Massimo è molto giù, dopo la fine del turno in fabbrica vado a dargli una mano tutte le sere e…».

«Però, Sara, non offenderti, ma il tuo “amico” Massimo non aiuta,» esordisce Valentina, ancora indispettita per essere stata interrotta, virgolettando con le dita la parola “amico”. «Francesco ha sentito che molta gente è scontenta perché lui tratta male i clienti. E dice che mentre tu giri come una trottola e lavori al posto suo, lui se ne sta in panciolle».

«Oh, per fortuna lo dice anche il tuo compagno, Vale! Pensavo che fossimo solo io e Renato a pensarlo. È stato proprio lui a farmelo notare e da allora non riesco a non pensarci, Sara, ogni volta che vi vedo». Masia rincara la dose, sollevata per essere riuscita a cambiare argomento, e si rende conto di quanto sia stata insensibile solo quando vede l’amica sorseggiare silenziosamente il caffè, il viso da bambina in parte nascosto dalla cortina dei capelli. È difficile non pensare, guardandola, a come la vita si sia accanita su di lei. Quando si sono conosciute era lei la più promettente, la più benestante, tanto che è stata proprio Sara a presentare Renato a Masia, e ora si ritrova a vivere in un piccolo appartamento popolare e a lavorare nella sua fabbrica di scarpe, di Renato.

«Ehi, tesoro, non prendertela… Parliamo per dare aria alla bocca, lo sai. Vuoi dell’altro caffè?».

La scimmietta non vede.

È solo dopo aver guardato Masia per qualche secondo che Sara annuisce.

«Lo prenderei anch’io, se ce n’è ,» le fa seguito Valentina porgendo la tazza vuota. Le tazze vengono rapidamente riempite e Valentina domanda di che tipo di caffè si tratti.

«Dovrebbe essere etiope, Renato lo compra direttamente da un rappresentante locale. Una volta ne ha portato a casa uno prodotto dopo essere stato digerito da una specie di scimmia e me lo ha detto solo dopo che l’ho bevuto…Ero disgustata, ma avevano ragione a proclamarlo il migliore al mondo, è davvero buono». Masia fa una risatina stiracchiata mentre racconta l’episodio, Sara si unisce, imbarazzata, mentre Valentina lancia uno sguardo assassino.

«Come puoi ridacchiare di essere stata complice dello sfruttamento di quei poveri animali?».

«Sfruttamento mica tanto, viene raccolto a mano da animali liberi … Si paga a peso d’oro anche per questo». Risponde Maria cercando di mantenere la stessa leggerezza, ma facendo capire che non accetterà altre critiche alle scelte di suo marito.

«È il concetto stesso a essere sbagliato. Gli animali vengono tramutati in macchine da soldi senza poterlo scegliere, né capire. Gli umani li sfruttano e si fanno ricchi. Situazioni come queste mostrano come il sistema capitalistico sia sbagliato per sua essenza…». Valentina non finisce la frase perché intercetta lo sguardo che si scambiano le sue amiche da sopra la tazzina di caffè, tra il divertito e lo stufo, e si interrompe, imbronciata. La coda di cavallo dondola impazzita dietro la sua testa mentre si appoggia allo schienale del divano, le braccia incrociate e lo sguardo perfido. È da quella posizione che, pochi istanti, dopo sferra il suo secondo attacco.

«Ma certo che Masia non è d’accordo con quello che dico, è sposata con uno dei peggiori capitalisti sulla faccia della terra… Dimmi, quanto frutta di nero la vostra fabbrica di scarpe? Abbastanza, presumo, per riuscire a pagare una tata che si occupi dei figli per conto vostro, e chissà quante altre persone: domestici, giardinieri, dipendenti…».

«Avevo dimenticato che sei così permalosa. Le tue sono solo illazioni». Taglia corto Masia, con un sorriso freddo, spolverandosi la gonna con una mano per togliere della polvere invisibile.

«Al contrario, lo so per certo,» la voce è un ringhio «Francesco me lo dice sempre: quando andavano a scuola insieme tuo marito raccontava di quanto si riuscisse a frodare allo Stato con i contabili giusti».

«Peccato che Renato ricordi altrettanto bene di come Francesco sfruttasse la sua famiglia. Cene, pranzi, passaggi in macchina… E non si lamentava quando Renato gli regalava qualcosa di costoso per il compleanno. Il tuo fidanzato è sempre stato geloso del successo di mio marito e il fatto che racconti queste menzogne dimostra molto del suo carattere. Renato mi racconta della sua doppia faccia ogni volta che vi citiamo!».

«Renato non si è guadagnato niente di quello che ha, l’ha solo ereditato, e per avidità ha scelto di cambiare. Francesco ha rinunciato a possibilità molto grosse per non intaccare la propria onestà. Con il sindacato combatte ogni giorno contro gente come tuo marito!».

«Smettetela adesso!». Sara si è alzata. Ha cercato di ignorare quello squallido scambio di battute, ma quando la discussione è degenerata non ce l’ha più fatta. «Io lavoro nella fabbrica di Renato e, per quanto non sia il mio campo, posso assicurarti di non aver mai visto giri di soldi strani… Probabilmente Francesco ha il dente avvelenato per non essere stato richiesto come commercialista e travisa ricordi di quando Renato faceva il gradasso, come tutti i ragazzini».

Poi torna a sedere e Masia sorride.

«Vi ricordavate com’era quando eravamo a scuola? I compiti, il professor Moratti…».

«Quel rompiballe! Non ho mai recuperato quella versione di latino!». Fa seguito Valentina con una risata sincera.

«Eri la migliore a falsificare le firme dei genitori e passavamo giornate intere al mare, noi tre da sole». Lo sguardo di Sara vaga oltre le finestre, sul giardino assolato.

«Ci dicevamo tutto. Eravamo così amiche». Quella frase formulata al passato lascia tutte senza parole e prive di reazione, come se la presa di coscienza dei rapporti cambiati richiedesse per forza il silenzio.

«Scusatemi ragazze, è un periodo un po’ così…». Cerca di riprendersi Valentina.. Un periodo che dura da mesi ormai. Da quando Francesco le ha detto cosa pensava del matrimonio e della monogamia. “Noi non siamo fatti per stare con una persona sola. Il nostro istinto ci porta ad avere più compagne e più compagni. Noi siamo di tutti e tutti sono nostri”. Quelle parole le rimbombano in testa insieme all’immagine di lui con un’altra donna, nel loro letto. Valentina le comprende anche quelle parole, le motivazioni dietro il suo comportamento, ma ogni volta che lo sa con un’altra lo stomaco le si chiude e può solo andare a correre, o in palestra a distruggersi muscoli e articolazioni.

«Dai, che passerà! I brutti periodi passano sempre. Io e Sara non vediamo l’ora di venire al tuo matrimonio, quando sarà!». Masia, all’oscuro di quanto successo, è sincera nel suo intento consolatorio, ma non ottiene che un maggior pallore della sua amica.

«Non ci sposeremo mai, Francesco non crede nel matrimonio». E con questo Valentina vorrebbe chiudere l’argomento, ma le sue amiche la guardano, con tutte le loro domande scritte negli occhi, e lei si ritrova a mentire, prima ancora di rendersene conto.

«Poi, sapete, sono un avvocato che si occupa di libero patrocinio. I miei clienti non possono pagarmi e dovrebbe farlo lo Stato, ma gli assegni arrivano quando arrivano. Senza una buona stabilità economica non me la sentirei neppure di mettere su famiglia».

Sara annuisce con aria triste, mentre Masia si torce le mani, in silenzio.

La scimmietta non sente.

«Oh mio Dio scusami Sara! Sono un’insensibile… Sto qua a parlare di matrimonio quando Massimo con te…». Sara la interrompe con un gesto, poi le sorride, anche se il sorriso non si allunga fino ai suoi occhi che rimangono malinconici. Si vede riflessa nei vetri di una delle credenze del salone. Il viso tondo, struccato, sfumato. “La malinconia è la felicità di essere triste”. Chi l’aveva scritto? Victor Hugo? Sara non riesce a ricordarlo.

«Nessun problema cara, io sono felice che tua sia felice. Con Massimo ormai ho rinunciato, lo amo, ma se non si è accorto di me fino ad adesso e forse non se ne accorgerà più». Dice senza cambiare espressione, con lo stesso sorriso finto. Le sue amiche non sanno che Sara ha sentito Massimo prenderla in giro al locale. “Cane di corte”, “servetta”, “illusa”, “stupida”, così l’hanno definita, ridendone, mentre a Sara, separata da loro solamente da un muro, si spezzava il cuore. «Poi sono molto preoccupata per il locale, Massimo ci ha messo l’anima e non sta andando bene… Io cerco di aiutarlo più che posso». Il caffè si è ormai raffreddato, ma tutte e tre lo bevono pur di riempire l’ennesimo imbarazzante silenzio.

«Sara ti devo dire una cosa, ma ti prego di non rimanerci male». Mentre parla, Masia si china verso Sara e nel farlo le sfugge una smorfia e si porta una mano sul fianco, cui nessuna presta attenzione. «Sei sempre stata la più buona tra noi e non voglio ferirti, ma credo che tu meriti di meglio. Renato ha sempre creduto che Massimo fosse un buono a nulla e, se glielo chiedessi, potrebbe darmi il permesso di presentarti a qualche suo amico. Sei ancora molto bella, con un abito lungo e del trucco potresti accalappiare qualsiasi uomo». Gli occhi di Sara si stanno già annebbiando per le lacrime.

«Mi dispiace cara, ma concordo con Masia». Interviene Valentina, scandendo lentamente le parole, come se Sara fosse un animale selvatico finito per sbaglio in un giardino. «Francesco ti ha conosciuto insieme a lui e vi ha subito accomunato, e siccome anche lui pensa che Massimo sia uno sbandato, uno che non ha mai fatto qualcosa in vita sua, ci ho messo parecchio a fargli cambiare idea su di te. Potresti scoprire che stare insieme a lui ti danneggia…».

Sara piange silenziosamente, seduta composta, a capo chino. Nella sua mente si affaccia un’idea che in poco tempo prende più spazio. Lascia scivolare lo sguardo sul viso delle amiche, familiari quanto il suo stesso viso. Si conoscono da sempre, e fino a quando le loro vite non si sono intrecciate con altri il loro rapporto è sempre stato solido e speciale. I loro uomini le hanno incitate a costruire muri di abbracci non dati, confidenze non fatte, verità non dette. La mancanza di coraggio delle frasi di cortesia e delle chiacchiere facili ha minato la loro amicizia sostituendola con qualcosa senza valore. Si confondono dietro le parole e le idee dei loro uomini senza rendersene conto. La mano di Valentina le accarezza la spalla, mentre Masia si allunga ancora, vincendo il dolore, per richiudere le proprie mani sulle sue.

«Voi non capite! Non volete capire!». Adesso è Sara a urlare contro le sue amiche. «Massimo avrà pure tanti difetti, ma io so che è un uomo profondamente buono! Con che diritto parlate? Potete dire lo stesso di Renato o di Francesco? Davvero i vostri uomini sono nella posizione di poter dare giudizi? Non fatemi ridere!». La rabbia e lo scherno grondano dalla sua voce mentre si tira indietro i capelli castani e poi si asciuga le guance con i palmi delle mani, furiosa come mai le sue amiche l’avevano vista. Sara la buona, in quel momento, non sembra mai essere esistita.

Né Masia, né Valentina proferiscono parola, così rimangono tutte e tre immobili, ancora una volta assorbite dal silenzio. Masia si tiene il fianco, Valentina guarda le lancette dell’orologio a pendolo; non manca molto allo scadere dell’ora e quando finalmente il pendolo suona Masia si ravviva. «Scusatemi ragazze, ma ormai i miei figli dovrebbero aver finito i compiti e devo controllarli… Ma voi restate quanto volete. Poi trovate da sole l’uscita, vero?». Basta un attimo e sparisce su per le scale, con un sorriso frettoloso e formale.

«Tranquilla, io vado già ora. Domani ho una causa impegnativa, devo prepararmi… Buona serata!». Anche Valentina si congeda, il viso serio mentre lascia sbattere la porta d’ingresso.

Gli ultimi raggi del pomeriggio fanno ancora brillare le chincaglierie della casa. Tutto intorno non sembra essere cambiato nulla da quando si sono incontrate poco più di un’ora prima, forse ora è solo un po’ più scuro. Sara si porta la tazzina alle labbra e beve l’ultimo sorso di caffè, freddo. Un presentimento le cresce nel torace ed è sicura che Masia e Valentina provino la stessa cosa: oggi la loro amicizia è definitivamente cessata. Incontri annullati, inviti cortesemente rimandati, si troveranno per dei frettolosi auguri le prossime feste e poi passeranno direttamente ai messaggini, per poi scomparire. Ne sarà valsa la pena?

Sara lancia un ultimo sguardo alla casa di Masia, poi si alza e raccoglie le sue poche cose. Esce piano, chiudendo delicatamente la porta, e spinta dalla brezza fresca di settembre si dirige verso la macchina. Chiederà a Massimo una spiegazione per il suo comportamento e una decisione sulla loro relazione, è risoluta, ma appena si appresta ad avviare l’auto ricomincia a versare calde lacrime, per sé e per le sue amiche, per il tempo passato, per la solitudine del futuro… Poi la suoneria del cellulare riempie l’abitacolo.

«Buonasera, dolcissima Sara! Sei sopravvissuta all’incontro con quelle arpie che tu chiami amiche?». La voce di Massimo, in quel momento, è come acqua per l’assetato. Sara asciuga le lacrime dal viso, come se Massimo potesse vederla e biasimarla anche attraverso il telefono, e in un istante tutta la sua volontà di affrontarlo è stata spazzata via.

«Sai che hai ragione? Sono delle arpie…». Ridacchia nella maniera isterica delle persone tristi.

«Oh-là-là! Finalmente te ne sei accorta anche tu! Mi raggiungi al locale, dolcezza? Non so come farei senza di te…».

«Arrivo subito, Massi!».

Poi sorride al parabrezza e mette in moto.

La Radio Nudista

Sì, capisco! L'esigenza, assolutamente, il gusto, la passione per la Gastronomia nostrana, orgoglio, mediterraneo, meridionale, la famiglia, l'Amore... A proposito sto seduto al mio posto assegnato sul treno proprio affianco a questa signora alla quale è rivolto un tizio. dirimpetto a noi, che le fa gesti teneri specchiandosi nel vetro blindato della alta velocità e resta lì, dolcissimo, fino a che il treno non parte, con i suoi movimenti muti e il labiale sorridente. Un uomo di mezza età, brillante, che saluta una donna di mezz'età, brillante, solo che lui è dall'altro lato del corridoio, e lei è a fianco a me, lato interno, e quindi tra loro ci sono io e un’altra coppia giovane che siede sulle poltroncine vicino al vetro e al mandrillone impegnato a fare il suo romanticissimo saluto da mimo, tanto che la lei della coppia giovane si rivolge al giovane e grasso lui per chiedergli: - Ma questo che vuole?

E comunque il treno parte, e io sto ancora con l'affanno per questa grossa borsa che ho dovuto trascinare lungo i corridoi lerci della stazione, attraverso questo treno lungo quanto la muraglia cinese, e appena ci muoviamo mi trovo a tirare la testa indietro, e diciamo pure che ho l'affanno perché ho appena sgozzato uno spinello, sì, fuori dalla libreria FeltriCazzi, si uno spino mi serviva, e anche un libro, il più cinico e farabutto scritto che abbia mai acquistato mi occorreva, il prima possibile, per fuggire da questa anomala (e neanche tanto) ondata di mediocre miele qualunquista nel quale ero stato recentemente travolto, e soprattutto per dimenticare quella sciagurata fiaba che mi ha consigliato una specie di secchiona con le lenti a culo di bottiglia, la classica tipa da love story di quarta categoria, da voltastomaco, la tipa ipersensibile, crocerossina, sesto, settimo, e ottavo senso, me lo sento!, l'amore!, il romanticismo!, la famiglia!

Eh sì mi sto pure ammorbidendo, ho pensato, conosciamola, vediamo cosa mi consiglia, diamo una chance nonostante già mi ammorbi con questa storia che lei non è una troia (a me piacciono le troie) e che se lavogliosoloscopareleinonèiltipo, che poi non ci penso neanche dato che quelle lenti a culo di bottiglia a me ammosciano anche il cazzo, e in tutti i modi mi consiglia sto fottuto romanzo di un’altra secchiona come lei (che magari avrà anch'ella le lenti a culo di bottiglia?) professoressa di Filosofia all'Università francese, e come un megacoglione sgancio quattordici euro per questa sfilza di luoghi comuni con una scrittura che compiace se stessa e la sua filosofia del cazzo, che non esime dallo spiattellare a ogni inizio dei piccolissimi capitoli furbi per allungare il brodo, un guazzetto edulcorato che mi ha fatto schizzare il diabete a cinquemila e dire che i presupposti magari c'erano anche, c'era un omaggio al mio essere operaio che si vergogna di farsi vedere con un libro in mano, insomma c'è questa donna portiere di un nobile palazzo parisienne grassa sciatta proletaria ma con una cultura mostruosa(che la scrittrice approfitta per esternare in noiosissimi paragrafi nei quali ostenta la sua filosofia trita da docente di Università), talmente charmant da voler nascondere questo suo acume con l'eleganza di una farfalla (anzi di un riccio) per non inquietare i nobili condomini del nobile e antico fabbricato finge invece di essere una buzzurra e l'aspetto fisico l'aiuta pure parecchio non destando sospetti (anche perché chi cazzo se ne frega!?), fino a quando non arriva un principe azzurro giapponese anziano miliardario con tutti i cliché sulla meravigliosa cultura nipponica che la tirerà fuori dall'isolamento della portineria e s'innamorerà di questo cesso trascurato. Il finale era la parte migliore infatti lei moriva, e mi sono anche un po' commosso pover grassona bella…

Eh, insomma avevo bisogno di tornare nel torbido...

E adesso potevo rilassarmi, con la testa sul poggiatesta anatomico, la borsa infilzata a fatica in un piccolo spazio avanzante nel vano poggia bagagli che era già bello pieno, e uno dei due libri in una presa immotivatamente forte tra le mie calde mani. Ma non era ancora il momento di leggere e non sapevo neanche se fosse mai arrivato. Forse questo è il motivo vero per il quale noi fumatori fumiamo. Insomma, sono seduto nel mio posto esterno di una fila a quattro poltrone e davanti a me è capitata una donna con un bimbo di pochi mesi in grembo; penso la solita fortuna e d'istinto mi volto a destra col nobile intento di scovare qualche figa. Ma niente, solo uomini che sembrano d'affari, coppie, famiglie, bimbi e anziani. Ok, perché alla fine sto bene anche così, a pensare. La coppia chiatta chiaramente non fa altro che spiluccare patatine unte e puzzolenti per ingannare il tempo.

Il treno ad alta velocità fa solo tre fermate. Alla prima, nella capitale del Paese, dopo circa un’ora, arrivo bello fresco e rilassato, per il vero un po' ansioso solo di farmi uno spino. Entra una donna nello stretto corridoio, alta, bionda, notevole, con ogni probabilità dell'est. Ha difficoltà come ogni nuovo passeggero che si appropinqui nello stretto corridoio ma questa è talmente bona che accorrono tre aitanti maschioni ad aiutarla. Dopo nessuno conosce più il proprio posto, ma tutti conoscono benissimo quello di lei e soprattutto quello affianco a lei, che il più audace e furbo dei tre ormonali riesce ad occupare con solerzia.

Mi viene in mente che era meglio se nascevo femmina e poi anche che dovrei controllare la mail, è una cosa che faccio di rado, ma aspetto un conto spesa da Broob e sono curioso su quanto debba sganciare. Ho il cellulare in mano ma già non ricordo cosa dovessi fare. Beh, questa è una cosa abbastanza torbida che mi fa sentire un ribelle un po' punk e posso mettermi l'animo in pace e spadellare qualche bella frase da trascrivere sul taccuino. Dopo circa una decina di minuti buttati al vento mi ricordo di nuovo della mail, e con solerzia, cercando di non perdere troppo tempo come se il treno sarebbe potuto arrivare entro tre minuti, pigio il tasto della mail, e poi quello per caricare le nuove mail, ed escono una sfilza di inutili spot, che riescono a dribblare come Maradona anche i filtri antispam, che mi abbagliano e mi arringano e quasi non mi fanno vedere una mail con la scritta: EDITORE.

Eh, sì! Ci trovo niente poco di meno che una mail della casa editrice che da a tutti gli aspiranti scrittori la chance e senza mai chiedere i soldi, chi merita va, wow sono dei grandi penso subito, gente seria, ah perché mi stavo dimenticando di raccontarvi che dentro la mail c'è scritto: Siamo lieti di comunicarle che lei(io!) è tra i vincitori del contest;!,eh si sono uno tra i vincitori contest ispirato al grande Carver, sono dei grandi, penso subito, poi però mi assalgono i dubbi: ma saranno seri?, forse è solo una pagliacciata, mi vogliono imbrogliare, farmi illudere e poi spillarmi tutti i soldi? Ma no, penso, non ti buttare giù sei un grande, hai finalmente ricevuto l'apprezzamento da parte di gente competente, si perché son gente competente loro, poi non vogliono soldi, è fantastico che esista ancora della gente così, è magnifico che qualcosa che abbia scritto io finalmente piaccia a qualcuno. Il giovanotto robusto che era riuscito a sedersi a fianco alla stangona probabilmente russa sta tentando di attaccar bottone ma lei sembra decisamente infastidita. Penso che ad uno scrittore, voglio dire ammesso che io veramente lo sia e che in qualche modo lei venga a saperlo, non saprebbe resistere, eh, eh, eh sì lo so che sto esagerando...ma cazzo! se non è bello che qualcuno legga un vostro lavoro, seppur striminzito, e poi dica bello! Questo vince!

Cerco di leggere ma sono troppo eccitato e mi installo sul sito di questi grandissimi Editori per vedere in effetti cosa ho vinto, a che posto sono arrivato, e a dare un’occhiata agli altri racconti vincitori. Il bimbo si è addormentato, lo osservo con tenerezza e la madre sembra gradire. Intanto fuori dal finestrino la campagna si srotola come se fossi in un documentario, che poi è anche l'unica poetica oramai rimasta in questi treni ad alta velocità, il resto è un freddo arredamento sintetico disseminato di Brand e partnership varie, ma devo dire che a me fotte poco della poesia in un treno, cioè mi interessa la poesia ma posso anche abbozzare sul treno visto che adesso ci impiega solo tre comode ore rispetto ai viaggi interminabili di una volta, in definitiva se volete un po' di poesia basta leggerla, anche su internet a gratis, si può fare tranquillamente a meno di stare per ore in un carro bestiame! Solitamente gli angeli dell'editoria premiano uno, max due racconti ogni contest ma leggo che per l'occasione, data la grande partecipazione e l'elevata qualità dei manoscritti inviati, straordinariamente ci sono stati otto vincitori. Ciò mi intristisce un po' e penso che dovrei pisciare anche se non ne ho voglia, che è quello che faccio sempre perché ho la vescica che non funziona bene e non mi dà nessun preallarme e cioè quando mi accorgo che devo pisciare e spesso già troppo tardi. Qualcuno dice che è colpa della prostata. Comunque mi alzo e solo in quel momento mi accorgo che dietro a me c'era tutto un mondo inesplorato, cosa che non mi ecciterebbe neanche tanto (anche perché in questo momento poco mi può toccare) se non fosse per una tipa stivaluta occhialuta, visione peraltro sublimata dalla vista di un libro tra le sue mani, e quando passo alza lo sguardo su di me e addirittura accenna un sorrisetto e o forse lo fa solo perché sto fatto e o mi vede fatto, ma io come niente vado a pisciare e anche se il treno non è molto affollato trovo una mini-fila composta da due pisciasotto e io mi accodo in terza posizione. La seconda posizione è occupata da una donna nana che ha l'aria di essere un po' svitata e mi consolo a testa china pensando alla stivaluta occhialuta seduto nel mondo inesplorato alle mie spalle, solo che a un tratto la tizia mi zompetta dinnanzi agli occhi come una svitata e poi si volta di botto e continuando la sua patetica danza mi rivolge la parola.

   - Forte questa Radio!

   - A me non prende.

   - Neanche a me.

   - Allora che senti?

   - Internet.

   - Ah già internet. - Anche se stavo navigando da circa mezz'ora non ci avevo proprio pensato

   - C'è una radio bellissima...

   - Ah, sì, e come si chiama?

   - LRN

   - Comee?

   - La radio nudista

   - Comeee?

   - Non ne hai mai sentito parlare? - E ancora mi zompetta davanti, e ancora il cesso ad alta velocità non si apre, siamo sempre noi tre e il primo sembra una mummia che fissa il cesso senza neanche voltarsi nonostante tutto il baccano che fa la nana

   - La radio nudista! - ripete la nana tra il lieve fruscio del treno ad alta velocità.

   - Cioè trasmette programmi per nudisti? O i deejay sono nudi?

   - No, son loro che son nudi...

   - Ma tu non puoi vederli!

   - Ma vuoi mettere la differenza che c'è tra parlare ad una radio vestiti o completamente nudi!

Ci penso. E la porta si apre come in un film di fantascienza e ne esce un tipo robusto ma non troppo evidentemente imbarazzato evidentemente per il tempo che ci ha impiegato. Penso a questi tipi della radio, chiusi in quello che nel mio immaginario interamente suffragato dalla tv è il classico loculo vetrato dove incastrano tutti i conduttori radiofonici, completamente nudi che si sentono hippie liberi di dire tutte le porcherie che vogliono in quanto svestiti. La trovo una scena ridicola e domando: - Ma ci sono anche donne?

Nel frattempo, il primo è entrato nel cesso e noi facciamo istintivamente un passo in avanti

   - Certo! - Risponde la sciroccata.

   - E stanno insieme agli uomini?

   - Certo! In qualche trasmissione sì! Perché, che c'è di male?

   - Ah, nulla... specialmente se sono belle donne.

Credevo potesse essere una buona battuta, ma lei no perché si volta verso la toilette come se non ci fossimo mai parlati. Cazzo di nana pazza, penso, e allo stesso tempo esce il primo ed entra lei. Adesso sono solo e ho quest'immagine di ‘sti cazzoni nudi chiusi dentro ad uno striminzito stanzino con le pareti vetrate e microfoni e fili ovunque, mi è anche passata di mente la casa editrice Santi Subito. Poi chissà se è vero. Sicuro la nana ha qualche rotella fuori posto, ma lei ballava felice sotto gli input di ‘sti zozzoni radiofonici, e probabilmente lei ha capito tutto ed io niente, come mi accade spesso. Sento dei passi alle mie spalle e non mi faccio pregare prima di voltarmi curioso e vengo premiato e mi sento proprio come ti senti quando dal nulla, o magari dal torbido, nascono così, quando meno te lo aspetti queste giornate speciali, piene di sorprese, premi e soddisfazioni che ti illuminano di una luce nuove che fa sì che tu piaccia a tutti e in special modo alla occhialuta stivaluta che prende la seconda posizione rivolgendomi un altro sorriso che spalanca una bella dentatura bianca tutta allineata, ma richiude la bocca e non parla e qualche secondo dopo mi trovo in quella spiacevole situazione nella quale credi che lei stia pensando ma questo cosa aspetta! e diciamo pure che si è alzata subito dopo me e magari questo è un segno del destino o addirittura l'ha fatto apposta attratta da un oscuro magnetismo che solo gli scrittori possono emanare, allo stesso tempo combatti contro la tua timidezza o magari pensi che è stata tutta un illusione e che ti abbia sorriso solo perché è gentile - alla fine che credi di aver di tanto speciale tu?, questa potrebbe scoparsi chiunque in un attimo con un semplice schiocco di dita, figurati se è interessata a te, però poi penso anche che oramai chissenefrega sento ancora un po' di sballo anche se sta svanendo e prendo coraggio anche perché penso che in effetti non ci voglia neanche coraggio perché non ho nulla da perdere e allora mi faccio questo coraggio che non serve e penso finalmente a qualche modo per attaccare bottone - magari parlandogli proprio della Radio Nudista? - secondo me colpirebbe anche lei come ha colpito me questa storia strana di ‘sta nana pazza che però pazza e buona mi ha cambiato la giornata con questa cazzo di storia paradossale, eh si tanto cosa ho da perdere io povero impiegato anonimo che sogna di fare lo scrittore ma per il momento ha solo vinto un contest inviando un racconto di millecinquecento parole circa, però potrei parlargli proprio di questo! Aveva anche un libro in mano e noto di sottecchi che ha anche un paio di tette non troppo grandi ma sode di quelle classiche che vanno in una coppa di champagne, allora si il gioco vale la candela, mi decido e prendo fiato sto per proferire la prima parola e forse la proferisco pure ma non la sento né io né lei né nessun altro, che forse abbia perso la voce? Lei tra l'altro, qualche secondo dopo essere arrivata a raggiungere la sua seconda posizione, ha calato la testa sul proprio smartphone e questo proprio non è incoraggiante, ma cerco di non pensarci e prendo di nuovo fiato con un forte rinnovato nervosismo derivante dal primo fallimento che mi fa perdere altro tempo prezioso, davvero prezioso perché la porta del bagno si apre ed esce la folle nana sempre zompettando e prima di andarsene via mi saluta

   - Arrivederla Signore!

Resto di sasso al punto che la ragazza occhialuta stivaluta rivolge la parola, lei a me: - Signore potete entrare, il bagno adesso è libero!

Riprendo il mio posto, davanti alla signora con il bimbo che adesso dorme beato, mentre lei mi sorride che non faccio a tempo a sedermi, anche rallentato da un dolore articolare al ginocchio destro che mi è appena soggiunto e finalmente serena, si può rilassare e mi chiede:

   -  Si vede che le piacciono i bambini, magari ha anche qualche nipotino piccolo?

Mi limito a rispondere no, poi scambiamo qualche altra battuta convenzionale ma il discorso non decolla soprattutto per colpa mia. Poi finalmente mi decido a prendere uno dei due libri che ho intensamente preteso qualche ora prima e comincio a sfogliarlo. La mamma ci inserisce su un’altra domanda, magari per non concludere la nostra conoscenza così banalmente:

   - Ah, le piace leggere! Ho appena terminato un bellissimo libro di fantascienza, mi è piaciuto tanto!

Molto meglio del film! Vabbè è quasi sempre così....

   - Eliminerei il quasi… - Dico subito d'istinto, quasi quasi un po' infastidito.

“E così, finalmente ci vediamo!”

La stanza è grande e accogliente con due grandi finestre all’inglese attraversate da pesanti infissi di legno scuro. Ci sono due poltrone di velluto tinta cammello, un lettino o una chaise-longue, forse, due sedie, una bella scrivania in noce lucidato, con quattro barattoli colmi di penne e un quaderno. Le pareti sono color crema. Non c’è lampadario: solo quattro grandi lampade a terra, una per ogni angolo della stanza più una ricurva sulla scrivania.

Heinrich Wanner è un uomo abbastanza alto, dal viso tondo e corporatura forte. Una fisiognomica spicciola potrebbe definirlo un uomo pacioso e autorevole allo stesso tempo: guance paffute, occhietti chiari e sopracciglia e capelli biondo miele, questi ultimi tagliati corti a mò di istrice. Indossa una camicia bianca a maniche corte, una cravatta mozza carta da zucchero con pantaloni blu scuro e porta tondi occhiali con la montatura dorata. Heinrich non ha gusto nel vestire, d’altronde è tedesco, sebbene trapiantato a Boston da anni e poi è un professionista, non bada all’aspetto esteriore.

Heinrich Wanner, il dottor Wanner, è uno psicoterapeuta. Lo si potrebbe dire dai suoi occhiali, vagamente junghiani.

“Sì, finalmente” aveva risposto lei. La sua nuova paziente, Emma. Una donna bionda e minuta, carnagione chiarissima, vestita di grigio antracite. Emma era bella o forse lo era stata nonostante le occhiaie pesanti e un’espressione persa, che non riusciva a camuffare, sebbene volesse darsi un tono, sembrare distinta, come se non fosse lì per un disperato bisogno di curare la sua psiche.

Emma aveva chiamato lo studio una prima volta, aveva preso appuntamento, poi aveva richiamato e disdetto con una scusa, cui ne seguirono altre cinque. Il dottor Wanner lo sapeva che fanno tutti così. In realtà è una pratica messa in atto più dalle donne, che s’inventano impegni con i figli, con la madre malata e così rimangono attaccate alle proprie sofferenze.

La segretaria del dottor Wanner, Erika, lo sapeva bene anche lei. D’altronde, lei stessa si era comportata così tanti anni fa, aveva ventisei anni ma poi finalmente si decise “ad aprire la sua anima” al dottore, come diceva lei; il quale, oltre a curarla la prese anche a lavorare con sé e lei divenne la sua segretaria. Erika lavorava lì da sedici anni.

“Si accomodi, dove vuole. C’è il lettino, quella chaise-longue lì o la poltrona o la sedia. Forse sulla poltrona sta più comoda”.

Emma era sprofondata nella poltrona.

“Mi parli, Emma. Se preferisce che ci diamo del tu, io sono d’accordo ma preferirei tuttavia il Lei per una forma di rispetto nei suoi confronti. Non so se mi ha capito ma ciò che voglio dire è che io sono adesso il suo psicoterapeuta e Lei la mia paziente”.

“Va benissimo il Lei”.

“Mi dica, Emma”. Il Dottor Wanner la guardava ora con aria impegnata, gli occhi strizzati. Lui si era seduto su uno sgabello che aveva piazzato davanti a lei ma in diagonale rispetto alla sua faccia. Aveva chinato il busto. Sembrava pronto a mungere e ad Emma quasi venne da ridere.

“Cosa devo dirle?”. Emma aveva abbozzato un sorriso. Non sapeva minimamente cosa aspettarsi.

“Ah, certo. Lei non ha idea di come si svolga una seduta. Mi diceva Erika, la mia segretaria, che è la prima volta che lei varca la soglia dello studio di uno psicoterapeuta”.

“Sì”.

“Bene. Mi dica perché è qui. Cosa l’ha spinta a cercare il mio aiuto”. Ora sorrise lui.

Sospiro. Emma guarda a sinistra in alto, poi in basso e poi parla: “E’ un periodo un po’ buio e devo rimettere insieme un po’ i pezzi”.

“Continui a parlare” e il dottore accompagnò alle parola il gesto del suo braccio mosso come un’onda, ma a scatti.

“Sono separata da tre mesi. Mio marito, il mio ex-marito, è in carcere. E’ in carcere, perché ha cercato di uccidermi”.

“Vada avanti”.

Emma si aspettava una parola accorata, uno sguardo compassionevole ma niente. Forse è così che funziona la seduta.

“Mi picchiava, era geloso senza motivo”.

“Quanti anni è stata sposata?”

“Dieci. Lo so, è tanto tempo ma all’inizio non era così”.

“Cosa intende per ‘l’inizio’”?

“I primi tre, quattro anni di matrimonio. Noi siamo stati fidanzati un annetto, ci siamo sposati subito.”

“E come mai, secondo Lei, suo marito è cambiato?”

“Da quando ho ricominciato a lavorare, era infastidito da tutti”.

“E che lavoro faceva Lei?”

“Io lavoravo in un canale televisivo. Oh, niente di importante. Una rete locale ma mi piaceva”.

“E come lo ha trovato quel lavoro?”

“Dopo la scuola di giornalismo, aveva fatto uno stage nella rete in cui lavorava il mio direttore e poi lui mi ha contattato qualche anno dopo, quando hanno aperto il nuovo canale”.

“E perché ha chiamato proprio Lei?”

“Suppongo, perché avessi lavorato bene prima. Si era ricordato di me e così ho ricominciato”.

“E lavora ancora lì?”

“No”

“E che cosa faceva, che ruolo aveva?”

“Ero in redazione. Poi mi hanno proposto un programma pomeridiano leggero, di quelli con un divano, cinque-sei ospiti e un tema da dipanare, era divertente”.

“E perché?”

“Lavoravo ma non sentivo pressioni. E poi si parlava di cucina, musica country, elezioni presidenziali ma sempre in modo leggero, al limite dell’inconsistenza, insomma, niente di impegnativo”.

“Ma a Lei piaceva”.

“All’inizio ho cercato di dare un taglio più serio al programma ma non era stato proprio possibile”, Emma aveva sorriso: “Come puoi parlare di politica internazionale, quando gli opinionisti sono un giocatore di baseball, un cantante country, e un grosso allevatore dell’Arkansas”.

“Ha mai pensato di fare un altro lavoro?”

“Sì, certo. Però al Quincy Channel ci stavo bene, eravamo una famiglia”.

“Perché le donne pensano sempre di dovere trovare una famiglia ovunque vadano. E poi pretendono di ricevere indietro quell’affetto che devono riversare comunque e sempre”, pensava Heinrich tra se e sé e intanto la guardava attento.

Aveva bussato Erika.

“Sì?”

“Sono Erika, Dottore”.

“Cosa c’è?”

“C’è sua moglie al telefono”

“E cosa vuole?”

“Non lo so ma è urgente”

“Mi scusi”. Il Dottor Wanner si alzò di scatto e si incamminò verso la porta dicendo con un sorriso garbato “Mai una volta che mi lasci in pace!”

Intanto Erika era entrata nella stanza, ne aveva approfittato per sistemare alcune cartelline sulla scrivania del Dottore. Incrociò lo sguardo di Emma. Le sfuggì un: “Come va?” Emma rispose nell’unico modo in cui si risponde in questi casi: “Bene, grazie”.

Nel frattempo, il Dottor Wanner era rientrato di fretta e con uno scatto si era seduto sullo sgabello ma prima aveva chiamato fuori dallo studio Erika, per dirle che non doveva mai rivolgere parola ai suoi pazienti. Le disse così: “Non mi piace che interloquisci con i miei pazienti, d’accordo, Erika? Chi ti dà il permesso?” Erika rispose: “Le ho chiesto solo come stesse, così per educazione” e lui: “Ecco, lascia perdere la tua educazione. Sei una segretaria? Bene, fai la mia segretaria e basta. E poi ti prego, evita di passarmi quella rompipalle! Ah, un’altra cosa: evita anche questo tremendo smalto rosso, sai che non mi piace”.

Emma, che si era alzata per guardare fuori dalla finestra era rimasta incuriosita per la verità dalla voce bassa e concitata del dottore e aveva voluto avvicinarsi alla porta che dava sul corridoio, dove era piazzata la scrivania di Erika.

Aveva sentito tutto.

Possibile che quel pacioso dottore fosse così volgare? Forse sua moglie era una specie di virago, forse Erika non aveva rispettato una sorta di protocollo che vige negli studi degli strizzacervelli: non interagire con i pazienti. Forse. Eppure quell’atteggiamento non le era piaciuto ma aveva deciso di dare tempo a Wanner e di darsi tempo per capire.

Il Dottore, dunque, si era piazzato sullo sgabello.

“Mi scusi, contrattempi ogni tanto. Dunque…” ma Emma lo interruppe: “la signora Erika è proprio gentile” e lui: “Ma sì, è la mia segretaria, cosa vuole. Ci conosciamo da tanti anni e ancora mi sopporta!” disse ridacchiando. “Comunque, mi diceva del suo lavoro alla tivù dove non lavora più”.

“Esatto. No, non ci lavoro più da un anno”

“E perché?”

“Perché mio marito era convinto che avessi una storia con il mio direttore, è arrivato a minacciarlo”.

“E lei ce l’aveva, la storia?"

“No, certo che no. John era diventato come un padre per me”.

“E allora perché l’ha licenziata?”

“Non poteva più subire le minacce di mio marito. E poi le voci avevano cominciato per davvero a circolare, insomma, tutti pensavano che fossi la sua amante”.

“Se tutti lo pensano, forse qualcosa di vero c’è. Certe donne, forse tutte, non lo so, prima lanciano il sasso e poi nascondono la mano. Suvvia, avrà voluto essere carina con lui, per sdebitarsi dell’assunzione. Guarda Erika, sempre a sorridermi, con quello smalto rosso, ma cosa vuole da me? Lo so io cosa vuole da me” pensava Heinrich. “Era una mezza depressa, l’ho ripulita per benino e le ho dato pure un lavoro, ci credo che voglia essere carina, però poi la colpa sarebbe mia”, pensava convinto, Heinrich.

Silenzio. Il Dottore era assorto nelle sue considerazioni.

Emma non capiva se stesse elaborando una qualche teoria o semplicemente pensasse ai fatti suoi.

All’improvviso, il Dottore riprese con le domande: “Dunque, Emma, al tempo in cui faceva la soubrette” /”Scusi?”/”Dicevo, nel periodo televisivo”/”Guardi che non facevo la soubrette”/”Ah ma non ci sarebbe nulla di male!”/”Certo, solo che non facevo la soubrette”.

“Sì, già immagino: minigonna, trucco eccessivo, tacchi alti, lustrini. A chiedere il parere di un cantante country. L’hanno messa lì perché è avvenente, diciamo trombabile”, pensava Heinrich.

“Va bene, mi scusi, allora. Noi scienziati tendiamo a vedere il mondo della tivù tutto lustrini ma sappiamo che non è così dappertutto. Facciamo una cosa. Io non le faccio più domande, lei mi parli, mi parli liberamente ora non solamente del suo periodo lavorativo, ma di suo marito, di come si è sentita lei. A proposito, avete dei figli?”

“No”

“Sposati da dieci anni, senza un figlio. Quel poveraccio è andato fuori di testa. Forse lei non ne ha voluti, per tentare di essere una giornalista d’assalto oppure non è neanche in grado. Certe donne sono così inutili. Lo sanno anche loro, che diamine, che se non fanno figli sono donne a metà, persone a metà. Non me ne importa un accidente di quello che dice la psicologia moderna, anni e anni di evoluzione e siamo sempre qui: donne che frignano, che cercano disperatamente di essere come noi e  non si arrendono al fatto che non sono come noi”.

Emma lo destò dal suo teorizzare interiore: “Dunque, allora, visto che abbiamo cominciato con il lavoro, io proseguo. Come Le dicevo, a mio marito non andava che comparissi in video, non voleva che parlassi con i miei ospiti, perché erano quasi sempre uomini. Era geloso del mio direttore. Ha cominciato prima ad essere geloso, cioè un po’ lo è sempre stato ma non in maniera, come dire, pesante; ma adesso si mostrava triste, mi diceva che non ce la faceva a pensarmi circondata da ‘tutti quegli uomini’, a me una volta è venuto da ridere. Ma quali uomini? L’allevatore dell’Arkansas? O l’attorucolo da avanspettacolo con il parrucchino biondo platino? Solo che lui si è alzato dal divano e mi ha dato uno schiaffo. Era la prima volta. Io sono rimasta di sasso. Lui mi ha guardato, si è messo a piangere. Mi ha detto che lo avevo fatto sentire stupido, mi ha abbracciato e l’ho abbracciato anche io. La gelosia ti fa stare male, ti fa dire e fare cose tremende, di cui ti penti subito dopo, perciò ho cercato di comprendere. Lui è stato tranquillo per un po’, poi è tornato all’attacco. In una maniera diversa. Ha cominciato a sminuirmi. Mi diceva che il mio lavoro non valeva niente, che anche una senza laurea avrebbe potuto farlo, che tanto vale mostrare le cosce, che si vergognava a dire in giro ciò che facevo. Alle cene con i suoi colleghi, si faceva beffe di me e, intanto, flirtava con tutte quelle che gli capitavano a tiro. Una sera, tornando da una di quelle orribili serate, appena entrati in casa, mi tira per i capelli, da dietro e mi dice ‘ma chi cazzo era quello con cui hai parlato o dovrei dire ti sei comportata come un’oca?’-mi scusi per il linguaggio ma devo raccontare come stavano le cose- Comunque, io sinceramente non sapevo proprio di chi stesse parlando. Era una specie di festa con tante persone. Lui mi ha detto che era stufo delle mie balle e che stava male e poi mi ha detto ‘sei una troia’, così come se niente fosse. A quel punto ho avuto paura e non ho detto niente. Tremavo. Avevo paura di andare a dormire. Volevo andarmene via ma poi come avrei fatto a tornare a casa mia? Mi sono messa a letto, alla fine, ma sempre all’erta. La mattina dopo ero a pezzi. Quando mi sono alzata lui era già uscito, io mi sono preparata per andare a lavoro, nel frattempo mi avevo mandato dieci messaggi al telefono con le sue scuse, che era un periodo nero e mi augurava buona giornata, con tanti cuoricini. Io gli ho risposto “anche a te”. Quando sono tornata,in serata, lui era sul divano. Io ho pensato tutto il giorno a come affrontarlo ma soprattutto durante il tragitto di rientro. La verità è che ero terrorizzata. Alla fine ho pensato che avrei fatto come sempre, lo avrei salutato, forse con un bacio. Ho aperto, ho detto “Eccomi” e lui niente, allora mi sono avvicinata e lui: ‘Oh, è arrivata la diva!’ e…”

E Qualcuno bussò. Era Erika.

“Dottore, mi perdoni“ e lui: ”Ma quante volte devo dire di non interrompermi? Ma Lei mi ascolta o cosa?” e lei, assurdamente composta, davanti alla reazione esagerata di lui: ”Volevo solo dirLe che c’è il Dottor Blooming, è arrivato ora da New York, mi scusi, altrimenti non l’avrei disturbata” e lui: ”Ah, ma se è così! Arrivo subito! Emma mi perdoni!” E se ne uscì.

Il Dottor Blooming era un luminare, uno di quelli che se parlano male di te, tu sei finito. Ma il Dottor Blooming non parlava male di nessuno, era un professionista serio, infatti redarguì subito Wanner, appena saputo che aveva lasciato una paziente in studio per salutarlo. Gli disse che sarebbe andato in albergo, che si sarebbero visti dopo e si congedò. Wanner lo salutò garbatamente e non appena Blooming chiuse il portone dietro di sé, Wanner si scagliò contro Erika: “Belle figure mi fa fare!” e lei: “Ma Dottore, è uscito Lei e…” ma lui la interruppe:” Erika, stia zitta e torni a badare alle sue unghie”.

Emma, che si era messa a girovagare per la stanza, non appena il dottore era uscito, anche questa volta, si era avvicinata alla porta e aveva sentito tutto. Avrebbe voluto abbracciare quella donna e poi scuoterla: ma come poteva farsi trattare così, fosse anche lui il più scienziato degli scienziati della Terra?

Ed ecco ricomparire Wanner. Emma era ancora in piedi.

“Mi scusi, Emma. Mi scusi davvero ma non potevo proprio dire di no al Dottor Blooming”.

“Ah no? E allora perché te la sei preso con la tua segretaria, razza di meschino?” pensava Emma. Era soprattutto la frase sulle unghie che l’aveva mandata in bestia. Ma come si permetteva…

“Dunque, riprendiamo, mi diceva di suo marito, della sua ostinata gelosia, mi dica”.

“Mi chiedevo se conoscere da tanto tempo una persona, dia il diritto di trattarla male”, disse Emma.

Wanner stava zitto e ad Emma venne da dire: “Lei che ne pensa?”

“Ah, non è importante ma se lo vuole sapere, dico no, certo. Suo marito si è approfittato del suo ruolo e della confidenza che si era giustamente creta fra voi”. Disse Wanner, in modo accademico.

“Quindi, anche lei con la signora Erika”.

“Prego?”

“Vi conoscete da sedici anni, ha detto, giusto?”

“Sì, giusto e allora?” rispose Wanner con un finto stupito sorriso.

“Lei la tratta malissimo, la offende. Perché non dovrebbe mettersi lo smalto? Perché a Lei, dottore, non piace?”
Wanner era imbarazzato e pensava che sicuramente il marito di Emma era stato portato all’esasperazione. Chi mai era questa soubrette, sì soubrette, che osava mettere il becco nelle sue faccende? E poi cosa mai aveva fatto di male?

“Emma, questi sono fatti miei.” Disse Wanner, con il solito sorriso di cortesia, “Non siamo qui per parlare della mia segretaria”

“E invece sì. Piuttosto, stavo parlando di Lei. Come posso fidarmi di Lei ed essere sicura che anche Lei non sia uno di quelli che odiano le donne? Non c’è bisogno di arrivare ad uccidere, sa. Basta trattare una donna come un essere senza cervello, dicendole se deve o no mettere lo smalto o pensare che una faccia la soubrette, solo perché lavora in tv. Dottor Wanner, la mia seduta finisce qui. Ho lasciato un maschio meschino e ora non posso ritrovarlo camuffato nel mio terapeuta” e se ne uscì, con l’intenzione di scuotere Erika e di pregarla di andare a lavorare altrove. Si sentiva come liberata. Forse meglio di una terapia.

Lei non avrebbe potuto più permettere a nessun uomo di comportarsi da maschio arrogante ma soprattutto non lo avrebbe più permesso a quelli “perbene”, quelli istruiti, lupi travestiti da agnelli, in realtà, più bigotti e più medievali di tutti.

Wanner rimase fermo, nel mezzo della stanza, incredulo, con lo sguardo fisso alla porta e disse sottovoce: “Troia”.

Fece tre grossi respiri e uscì dal bagno. Finse di non aver trovato nulla, che fosse tutto normale. Lo baciò sulle labbra, come ogni mattina, un bacio rapido, di cortesia. "Buon lavoro". Lo guardò allontanarsi col passo lento, quasi trascinato, e sparire dietro al portone nero. Attese, senza respirare, il motore dell’auto che si allontanava lasciandola sola e al sicuro. Fino a una settimana prima la presenza di suo marito la faceva sentire protetta, adesso la spaventava. Matteo andava a caccia, amava il senso di potere che trovava nell’imbracciare e usare un fucile, scovare una preda e decidere della sua vita. Diceva che lo avvicinava a Dio. Gliela aveva trasmessa il padre di Alice quella passione, prima che legasse con lui ne era addirittura disgustato. Ma quello che Alice aveva trovato tra i suoi trofei era uno scalpo, non erano peli di animali. Ciò nonostante, dopo la sorpresa e prima della paura, quello che aveva sentito più di tutto era delusione. Credeva che tra loro non ci fossero segreti.

Si erano conosciuti alle elementari, durante la ricreazione. Frequentavano due classi differenti perché lui era più grande di due anni. La loro scuola era molto piccola, aveva in tutto cinque classi e una sola sezione, quindi i bambini si conoscevano tutti. Fu lei a presentarsi. Lo vedeva ogni giorno starsene seduto in un angolo del giardino a guardare gli altri che giocavano. Lo chiamavano il pappagallo. Gli si avvicinò presentandosi.

"Ciao, io sono Alice".

Lui continuava a guardarsi i piedi.

"Io sono Alice, tu come ti chiami?".

"Mm-m-matteo".

"Vieni a giocare con me?". Lo prese per mano e se lo trascinò dietro, e se gli altri ridevano di lei perché giocava col balbuziente a lei non interessava.

Iniziò così la loro amicizia, e cominciarono a frequentarsi anche fuori dalla scuola. Matteo fu il primo e l'unico che Alice invitò a casa, perché si vergognava di quella piccola costruzione di mattoni con l'intonaco scrostato che cadeva a pezzi, e l'esterno era nulla in confronto alla desolazione che trovavi dentro. C'era la poltrona sformata dal culo di suo padre, con a fianco il posacenere rosa a forma di reggiseno pieno di tabacco masticato. C’era la vecchia televisione tutta scocciata e di fianco il tiro a segno, alcune freccette attaccate, altre a terra. C’era il fucile da caccia sempre poggiato sul tavolo di legno, distante qualche passo dalla poltrona. Era l’unico tavolo della casa, sul quale mangiavano a pranzo e cena, ma non importava, suo padre doveva avere sempre vicino il proprio fucile. E poi c’erano i suoi vestiti sporchi, ovunque, buttati a terra come capitava. La cameretta di Alice era uno sgabuzzino con incastrati solo il letto e un armadio a due ante. Nel piccolo spazio che rimaneva a terra lei e Matteo passavano i pomeriggi a fantasticare.

Seduto alla cattedra Matteo si godeva quegli attimi di silenzio. I suoi alunni stavano svolgendo un compito in classe. Odiava il proprio lavoro. Ripensò a come fosse finito lì. Lui e Alice stavano insieme da quindici anni e convivevano da cinque. Quella sera tornò a casa e si accorse che lei era diversa. Una vita trascorsa a osservare gli altri, in disparte, gli aveva permesso di sviluppare un'eccezionale capacità visiva: solo guardando una persona, anche pochi secondi, percepiva le sue emozioni, ne scorgeva i tratti del volto mutati; e quella sera Alice era spaventata. Aveva le sopracciglia lievemente alzate e le labbra in fuori. Proprio come stamani, rifletté. Che fosse di nuovo incinta? Ci avevano dato dentro quel mese, era possibile, ma strano che non gli avesse detto niente. Forse voleva aspettare. Aveva sofferto molto l’altra volta, quando poi aveva perso il bambino. Raccontare a tutti di un aborto spontaneo l'aveva straziata. E anche a lui era dispiaciuto, ma non poteva condividerla con nessuno. Finse gioia alla notizia di quella nascita. Su richiesta di Alice lasciò il suo lavoro precario come redattore e accettò l'incarico di docente nell’Istituto privato. Avrebbe guadagnato di più, era per il bambino, lei ripeteva. E lui l'aveva accontentata. Ma accettare quell’incarico era stato solo un diversivo, un gioco di prestigio: mentre lei gioiva per la sua accondiscendenza, lui scioglieva del veleno nella tisana, e senza macchiarsi di nulla si era disfatto del feto. Lei non lo aveva mai scoperto. Tornare a scuola, poi, dopo quel lutto così atroce, era stata una prova di coraggio e di profondo amore, ma il gioco di prestigio non si era concluso e quello che Matteo aveva creduto, che sedere su una cattedra gli avrebbe dato potere, che avrebbe stretto fra le mani le testoline di quei ragazzetti come faceva con i suoi trofei di caccia, non si era mai avverato. Entrare ogni mattina in quell'Istituto era come tornare indietro nel tempo e ridiventare il pappagallo, perché tra i colleghi professori c'era Alessandro, l'aguzzino della sua giovinezza. Era arrivato lì perché ce lo aveva piazzato il padre, ed era rimasto il solito sbruffone. Lo aveva incontrato il primo giorno del suo nuovo lavoro. Si erano incrociati nel corridoio. Matteo, il cuore che spaccava il petto, aveva finto di non riconoscerlo. Alessandro, invece, si era girato verso di lui e a voce alta aveva gridato:

"Non ci posso credere...sei davvero tu? Pappagallo? Dai, e che ci fai qui? Non mi dirai mica che sei un insegnante adesso??? T-ti cc-ci vorrà tutto il g-gg-giorno a ff-f-finire una l-lezione!". E gli diede una pacca sulla spalla. Poi ebbe la premura di presentarlo a tutti i colleghi raccontando come si erano conosciuti, lui e pappagallo.

Alice aveva veramente compreso il suo amico Matteo solo quando era entrata in quell'abitazione di via Pontichelli. Di per sé era una normale casa popolare, molti suoi compagni vivevano in luoghi simili, ciò che la turbò furono i suoi inquilini. Matteo viveva con la madre, Barbara, e una sua amica, Elena. Le stanze delle due donne erano grandi e luminose, con alte finestre. Erano arredate in maniera simile: avevano entrambe un letto matrimoniale, un grande armadio a sei ante con specchio centrale, due comodini con abat iour e uno specchio sul soffitto. La cameretta di Matteo, invece, era piccola e sembrava ricavata in quello che in origine aveva dovuto essere un ripostiglio. Aveva un letto, un armadio a tre ante e una scrivania, ma nessuna finestra. Le prime volte che vi entrò ad Alice sembrò di essere un criceto in una scatola di cartone, uno di quei contenitori angusti nei quali vengono messi quando li compri alle fiere di paese. Poi si abituò. Con il passare del tempo non fece neppure più caso ai molti uomini che si aggiravano per l'appartamento. Arrivavano, si sedevano sul divano e poi si intrufolavano nella camera di una delle due amiche. Dalla stanza di Matteo si sentiva tutto: rumori, colpi ritmici che crescevano di intensità e poi le urla, sempre uguali. A volte era la voce di Barbara a emettere un gemito, a volte quella di Elena, seguivano sempre i grugniti maschili.

Il giorno in cui Matteo conobbe la morte aveva quattordici anni. Era il compleanno di Elena, la bella amica di sua madre. Aveva passato le due settimane precedenti a intagliare nel legno il manico di un coltello, assemblandovi poi una lama. Lo aveva incartato in un foglio di quaderno e si era seduto ad aspettare che l'ultimo cliente del giorno uscisse da camera della donna. Poi si era fatto avanti.

"T-tieni questo è per te...".

"Grazie...Cos'è? Un regalo...che carino che sei...". Lo scartò.

Lui si avvicinò e le dette un bacio sulle labbra. Elena ricambiò quel bacio e infilò la sua lingua morbida nella bocca del ragazzo. Poi lo avvolse con le sue prosperose forme iniziandolo a un mondo di piacere. Lui, una volta distesi nudi nel letto, le confessò il suo amore.

"Era solo sesso...piccolo...ti ho fatto un favore, nessuna sarebbe mai venuta con uno come te...che dolce!". E iniziò a ridere fragorosamente. Quella risata acuta penetrò nelle orecchie di Matteo e arrivò fino al cervello innescando una reazione, un istinto primordiale. Afferrò il coltello e trafisse il corpo di lei più volte fino a che l'adrenalina non si affievolì e lui ritornò ad essere il quieto Matteo, il pappagallo. Elena non venne più nominata. E qualche tempo dopo una certa Gina prese il suo posto.

Alice si mise a cercare indizi nella camera da letto. Il pulsare del sangue era così forte che le rimbombava nel cervello, ma doveva concentrarsi e rimettere tutto nell'esatto modo in cui lui l'aveva trovato. Col cellulare fotografava ogni cosa prima di spostarla e poi ricomponeva il puzzle con attenzione. Le mani le tremavano, ma doveva sapere. Stava frugando nel cassetto dei calzini quando trovò una foto, ma era solo il ritratto di sua suocera: Barbara che sorrideva abbracciata a Matteo. L’aveva già vista mille volte e si domandava sempre in quale occasione avesse dato prova di tanta maternità, lei che lo aveva sempre considerato un ritardato. Quando ancora erano ragazzini l’aveva vista sputargli in faccia e urlargli che era un buono a nulla, come suo padre. “Almeno lui ha avuto il buon gusto di andarsene, tu invece stai qui con quell'aria da fesso a farti mantenere!". Solo perché aveva sbagliato a prepararle il caffè. Veniva picchiato o insultato almeno una volta al giorno, quando sua madre era di buon umore. Alice ripensò a quante volte Matteo avesse provato a fare colpo su quella donna, ad avere un legame con lei, senza mai riuscirci, tranne, evidentemente, in occasione di quella foto.

Si sedette sul letto e scrutò l’immagine da vicino cercando di carpire dove fosse stata scattata e quando. Riconobbe la casetta in legno alle loro spalle, gliela aveva lasciata sua madre. Si alzò di scatto e con ancora le mani tremanti rimise la foto quasi al proprio posto.

Alice era sempre stata una ragazzina socievole che coltivava molte amicizie, ma quando aveva incontrato Matteo, che si era insinuato nella sua vita come un piccolo corso d'acqua, e giorno dopo aveva scavato il proprio percorso spazzando via tutto ciò che lo intralciava, aveva lasciato che lui la allontanasse dai propri amici. Lo aveva fatto con apparente dolcezza, brandendo come lama il suo apparente amore. Anche più tardi, quando c'erano stati i primi episodi di violenza, aveva sempre usato quella scusa: non riusciva a controllarsi da quanto la amava. E lei ci aveva creduto, lo aveva giustificato, all'uomo poteva scappare qualche ceffone, lo aveva già vissuto in casa da bambina, ciò che contava era il resto del tempo, quando lui era calmo e la trattava come una signora.

Era una rosa sotto un vetro, non poteva lavorare né uscire da sola, ma era il prezzo dell'amore.

Alice, quella sera, lo aveva pregato di fare una gita nel bosco, l'indomani. Voleva andare alla piccola dimora di montagna, quella che gli aveva lasciato sua madre. Era una donna determinata la sua Alice, aveva già preparato tutto, e lui non aveva potuto negarle quella piccola fuga. Prima di coricarsi, però, aveva notato dentro il cassetto la foto fuori posto. Niente di strano se lei avesse aggiunto dei calzini, ma erano gli stessi dodici che c'erano la mattina quando si era vestito. Quell'istantanea gli ricordava un evento speciale. Lui e sua madre, di notte, avevano camminato per ore nel bosco, sulle spalle un lungo e pesante sacco, sui sessanta chili, nella sua mano una torcia, in quella della donna una pala. Avevano poi scavato, arrivati al posto giusto, e sotterrato quel segreto di nome Elena. Si erano poi coricati nella baracca di montagna, di loro proprietà da varie generazioni, e l'indomani Barbara aveva voluto scattare una foto, orgogliosa. Matteo controllò sua moglie, era ancora sul divano a guardare un programma in televisione, e andò ad aprire il suo nascondiglio. C'era qualcosa di strano in lei, che avesse scoperto tutto? Ne ebbe la conferma nell'istante in cui guardò i suoi trofei di caccia: i capelli erano stati spostati.

Alice seguiva Matteo lungo il sentiero cercando di memorizzare il percorso, ma non era facile: non aveva mai avuto un buon orientamento. La paura del giorno precedente aveva lasciato il posto alla curiosità, molte domande le risuonavano nella testa. Era tutto frutto della sua fantasia? No, i capelli erano veri, li aveva toccati con le sue stesse mani. Vagarono per quasi venti minuti nel bosco, in un tratto non segnalato, per raggiungere la casa. Non sapeva neanche lei cosa si aspettava di trovarvi, ma sentiva che quel posto nascondeva qualche segreto. Quando varcarono la soglia un forte odore di chiuso e muffa le penetrò nelle narici. Salì al piano superiore, quello della camera, e aprì le finestre, qualche minuto, giusto per far circolare l'aria. Matteo la aiutò a scoprire il letto dal telo di plastica e a prendere le lenzuola pulite. Poi uscirono fuori a godersi il panorama. Matteo si mise al suo fianco e le cinse la vita, si baciarono. Alice poi, con la scusa di dover cucinare, rientrò in casa. Aprì il frigo e vi trovò della carne. La prese, ma suo marito la fermò subito: era il cibo per i cani. Strano, a casa non mangiavano mai carne, lui non voleva, gli rifilava sempre quelle crocchette del supermercato dicendo che era quello il loro cibo. Forse era carne scaduta. Più tardi, mentre Matteo dormiva, si alzò dal letto, tornò in cucina, si avvicinò al frigo e aprì il contenitore. Notò, tra quei pezzi di carne, quello che era di sicuro un dito umano. Si precipitò fuori, al freddo, e iniziò a vomitare, prima di svenire. Quando riprese conoscenza era di nuovo in casa e Matteo la stava legando alle sponde del letto. Per un istante i suoi occhi si spalancarono in un'espressione di sorpresa, poi ricordò tutto.

"Volevi sapere...ecco ti mostro cosa facevo a quelle donne...avrai lo stesso trattamento...".

"Ma...perché? Chi erano? Quando è iniziata questa storia? È colpa mia?".

E mentre le tagliava via i vestiti di dosso, iniziò a raccontare: "Non è colpa tua, non lo è mai stato. Tu mi hai salvato, però non dovevi intrometterti, non dovevi curiosare...vuoi sapere come è iniziato tutto questo? La prima è stata Elena. Te la ricordi? Mi aveva preso per il culo con i suoi modi affettuosi, ma l'ha pagata. Poi, circa un anno fa, giravo di sera per il centro e mi vidi passare accanto una donna molto simile a lei. Sul momento pensai di avere di fronte proprio Elena. Incuriosito la seguii fino al locale ed entrai. Dopo poco mi accorsi che era un'altra persona, ma qualcosa dentro di me si era riacceso, avevo provato nuovamente il senso di potere che si sperimenta rubando una vita, e mi piaceva. A lavoro ero divenuto lo zimbello di tutti, i miei alunni non mi ascoltavano, lanciavano le sedie in aula durante le mie lezioni, mi deridevano. Avevo bisogno di amplificare il potere che mi dava la caccia. Alla fine anche noi siamo animali, giusto?". La violentò selvaggiamente, proprio come aveva fatto con le altre, niente sconti. E di nuovo svenne.

Al secondo risveglio era libera, ma nuda e in mezzo al bosco. Avrebbe voluto piangere e chiamare aiuto, ma non c'era nessuno. Prese a correre cercando di non sentire i tagli che le si stavano formando sotto i piedi, di non tremare per il freddo, cercò di sopravvivere. Aveva paura, ma combatté fino alla fine.

La promessa

Era stata una giornata lunga, difficile, faticosa. Alice era esausta e sapeva già che a casa non avrebbe potuto riposarsi. L’aspettavano due bambini che non le davano respiro. Inoltre, suo marito non era certo una persona comprensiva o accogliente. Doveva subire pure i suoi rimbrotti sul perché si ostinasse a lavorare.

Era talmente stanca, dopo una giornata in piedi, che rischiava di addormentarsi al volante.

E invece non toccò a lei, ma al guidatore di un’auto che procedeva a velocità sostenuta.

Sbandò, e invece di decelerare, sembrò acquistare terreno. Un albero lo fermò, sul ciglio della strada.

Alice arrestò subito la macchina, scese e, di corsa, si avvicinò.

Il cofano era accartocciato e l’uomo, riverso sul volante, perdeva sangue dalla fronte.

Lei non capiva se respirasse o no, ma non se la sentiva di muoverlo per controllare. Da quel poco che sapeva di pronto soccorso, le pareva fosse sconsigliabile.

Altri automobilisti intanto stavano accostando. Qualcuno prese il cellulare per sollecitare gli aiuti.

Alice comprese che non poteva star lì a guardare senza far nulla. E se l’uomo stava morendo? Sarebbe morto da solo, su un’auto, in mezzo a una via qualsiasi, senza il più piccolo conforto.

Aprì la portiera, che fortunatamente era ancora in buone condizioni, e lo chiamò.

- Signore.

L’altro non la udì, ma accostando il viso al suo, Alice sentì un lamento.

Almeno è ancora vivo, si disse.

Lui sollevò appena le palpebre. La guardò, o così sembrò ad Alice.

- Signore, mi sente? – chiese.

L’uomo continuò a fissarla.

- Stia tranquillo, hanno telefonato per un’ambulanza. Non ci vorrà molto.

Istintivamente, allungò una mano e gliela posò sulla spalla.

- Chi è lei? – esalò il ferito.

Lei gli sorrise.

- Mi chiamo Alice.

Si sentì spingere via.

- Mi scusi – le disse un uomo. Era un paramedico. I suoi colleghi inziarono ad armeggiare nell’auto.

Alice venne gentilmente allontanata.

Rimase a osservare per un po’, poi notò che era tardissimo, suo marito l’avrebbe rimproverata per tutta la sera, e decise di andarsene.

L’accoglienza fu come se l’aspettava: fredda e carica di malumore. Se non altro i bambini avevano già cenato ed erano a letto. La donna aveva spesso l’impressione che preferissero evitare il padre, e non poteva dar loro torto, a volte avrebbe voluto evitarlo anche lei.

Si mise subito ai fornelli, giusto il tempo di raccogliere i capelli in una coda e lavarsi le mani.

- Sono stanco questa sera e tu non c’eri, come al solito – grugnì Fabio.

- Non è colpa mia – si giustificò Alice, pronta. – Un incidente ha bloccato la circolazione.

- E scommetto ti sei messa in mezzo.

- Volevo dare una mano.

- Mai che ti facessi i fatti tuoi.

- Un uomo era in macchina, ferito, poteva essere grave, morire anche. Mi è sembrato naturale confortarlo.

- Poteva voler morire in pace – sbraitò Fabio.

Alice si limitò ad arrossire e a chinare il capo.

Avrebbe dovuto reagire, ma non l’aveva mai fatto, non era capace di ribellarsi. Sempre stata così fin da piccola. E molti ne avevano approfittato e continuavano a farlo, in primis suo marito.

Lui cominciò a mangiare, senza aspettarla. Un altro sgarbo, l’ennesimo.

Alice si asciugò furtiva una lacrima, prima di sedersi a tavola.

La settimana trascorse in fretta, tra casa e impegni lavorativi. A lei piaceva il suo lavoro, quindi non le pesavano i sacrifici che doveva affrontare; suo marito non era dello stesso parere.

Il sabato di solito lo dedicava a rimettersi in pari con le faccende domestiche, e non aveva mai neppure il tempo di rilassarsi un po’ o di godersi i figli; suo marito li portava sempre dalla madre, dicendo che voleva stare in pace, peccato che poi uscisse anche lui e non si rifacesse vivo fino a sera. Alice taceva, sentendosi in colpa. Per fortuna, i suoi genitori abitavano in un’altra città, così non doveva litigare con loro che, ovviamente, avrebbero desiderato incontrare i nipoti.

La sua routine venne interrotta nella mattinata da una visita inattesa. Non aveva l’abitudine di aprire la porta agli sconosciuti, ma le bastò un’occhiata attraverso lo spioncino, per non esitare.

- Mio Dio, è lei! – esclamò trovandosi l’uomo davanti.

- Sì, proprio io – le sorrise. – Mi scusi se piombo qui in questo modo, ma ero troppo impaziente. Volevo salutarla, ringraziarla e appena uscito dall’ospedale, per rimettermi in sesto ci è voluto un po’, mi sono dato da fare per rintracciarla. Spero mi perdonerà l’intrusione.

Alice sorrise e lo invitò ad accomodarsi.

Per fortuna, il soggiorno era già riuscita a riordinarlo.

L’uomo le porse un grande mazzo di gladioli.

- Sono bellissimi – disse Alice, chiedendosi subito come li avrebbe potuti giustificare con il marito. – Vado a metterli in un vaso. Le offro qualcosa? Se può bere, dico, cioè se i dottori le hanno dato il permesso – si impappinò Alice.

- Sì, posso. Non che sia il tipo da dar retta agli altri, medici compresi, decido sempre io.

Beato lui, pensò la donna. Infilò i fiori nel primo vaso a portata di mano, si recò in cucina per riempirlo di acqua, mentre pensava come liberarsene. Li avrebbe regalati alla sua vicina, decise, anche se le piangeva il cuore a darli via.

Tornò dal suo ospite.

- Non volevo imporle la mia presenza, come le dicevo, ma non potevo esimermi dal venire. Non scorderò mai quello che ha fatto per me – disse l’uomo.

- Lei esagera – si schermì Alice. – Chiunque si sarebbe comportato allo stesso modo.

- Non credo proprio. Alcuni infatti si sono limitati a osservare, lei invece ha dimostrato di interessarsi, di voler essere utile. Non si sottovaluti, non è da tutti.

- Mi imbarazza.

- Mi sa che non è difficile – constatò lo sconosciuto. – Mi scusi, ma pare un pulcino bagnato.

Notando l’espressione di Alice, si affrettò ad aggiungere:

- Non voglio offenderla. E che è talmente timida, non credevo fosse possibile al giorno d’oggi. Ascolti, le spiegherò la ragione della mia visita e me ne andrò subito. Va meglio così?

- C’è una ragione?

- Sì, ho una proposta, che mi auguro troverà interessante. Io non amo avere debiti, e quindi voglio togliermi quello con lei.

Alice azzardò un’interruzione, ma l’altro la fermò con un gesto della mano.

- Mi faccia finire, poi potrà chiedermi tutto ciò che desidera. Vede, io faccio un mestiere insolito, direi rischioso, non per me, quanto per chi mi incontra. Non ci sono molte definizioni per questo lavoro, anche se ci si potrebbe sbizzarrire su. Ma sono una persona pratica, diretta, mi limito a un solo nome: killer. O se preferisce, sicario. È lo stesso. Uccido su commissione, chiunque mi chiama, e mi paga bene, molto bene, può usufruire dei miei servizi. Basta essere chiari, precisi: nome, indirizzo e foto, a volte niente recapito, li ho dovuti rintracciare, ma non voglio annoiarla con divagazioni; sono molto efficiente, abbordo il mio uomo, o donna, lo pedino, e colpisco.

Non ho mai fallito, nessuno si è mai lamentato di me. E per lei i miei servigi sono gratuiti.

L’uomo tacque e la fissò. Alice era pietrificata. Non respirava, non si muoveva, era come intrappolata in un brutto sogno.

- Non si spaventi – la rassicurò – non sono un pazzo, non vado in giro ad ammazzare persone a casaccio, non mi converebbe. Lo faccio solo per denaro.

Alice, con un immenso sforzo fisico e di volontà, si alzò.

Lui la imitò.

- Non sono un pericolo, glielo assicuro, non le farei mai del male.

La donna tremava. Il killer se ne rese conto e tentò di avvicinarsi. Alice si rannicchiò su stessa, pronta a subire l’aggressione.

Ma l’uomo le parlò gentilmente.

- Signora, non volevo davvero impaurirla. Le sto solo offrendo assistenza. Tutti abbiamo qualcuno che non sopportiamo, che detestiamo, che addirittura odiamo. Immagino anche lei, è una persona molto gentile, posso testimoniarlo, ma persino lei può avere chi le crea talmente tanti problemi da volersene liberare. Ed eccomi qui.

Alice ritrovò la voce.

- No, no, se ne vada, la prego.

- Alice, mi ascolti solo un altro momento; le ripeto che non mi piace avere debiti, con nessuno, e ne ho uno grosso con chi mi ha salvato la vita. Non intendo andarmene senza che mi abbia risposto.

- Io non odio nessuno – bisbigliò la donna.

- Ha ragione, sono troppo insistente. Sediamoci e discutiamone con calma.

La prese gentilmente da un braccio e la sospinse verso il divano.

Alice ubbidì, come era solita fare.

- Le espongo ogni cosa dal principio: in ospedale mi hanno dovuto rimettere insieme; ero ridotto molto, molto male, ho rischiato di morire in un paio di occasioni, per fortuna ho il cuore forte.

Mi hanno dimesso, anzi mi sono dimesso, non ne potevo più; stare chiuso ventiquattrore su ventiquattro in un posto mi rende nervoso, al limite dell’isterico. Sa, vecchi traumi legati a esperienze passate.

Ho cominciato subito a pensarla, a come trovarla. Sapevo soltanto il suo nome, ma scovare persone è il mio lavoro. Ho indagato, chiesto in giro, l’ho descritta, in fondo la vostra è una piccola città, e comunque ho i miei metodi, che preferisco non svelarle.

È libera di cacciarmi, capisco di averla sconvolta, ma vorrei che riflettesse su ciò che le ho detto. Le lascio il mio biglietto da visita, ci sono tutti i miei domicili, mi può telefonare quando vuole, in qualsiasi momento, anche di notte. Non si faccia scrupoli, ci sono abituato.

Si avviò verso l’uscita.

- Ne approfitti ora che sono libero, sono, per così dire, in convalescenza, perciò posso essere a sua completa disposizione. Altrimenti potrei essere chiamato per qualche servizio, e dovremmo rimandare, non si sa per quanto.

Uscì, e Alice rimase a fissare la porta domandandosi se fosse pazzo lui, o fosse impazzita lei.

Le settimane non passarono invano. Alice aveva un tarlo che non la faceva più vivere, né dormire, né lavorare.

L’unica cosa che la scuoteva erano gli abituali rimproveri del marito, a cui però rispondeva a monosillabi, riuscendo soltanto a farlo infuriare di più.

Non poteva confidarsi con nessuno, non aveva amiche, Fabio le aveva fatto il vuoto intorno, e neppure colleghe con cui fosse in confidenza. E poi non è facile raccontare che una persona vuole uccidere qualcuno per te, è troppo da digerire, per chiunque.

Non che Alice avesse intenzione di approfittare della sua protezione, non detestava nessuno, non augurava la morte a nessuno. Eppure, a volte, si diceva: la maestra di suo figlio che non gli dava remore, una vicina di casa prepotente, il collega astioso, qualcuno ci sarebbe stato.

Ma poi si rimproverava: non avrebbe potuto, non se lo sarebbe mai perdonato, era orribile soltanto fantasticarlo.

Meglio dimenticare. Non aveva scelta.

Anche lui, il killer, la pensava e si chiedeva se avesse un senso ormai aspettare. Aveva compreso che Alice non era una donna decisa, tutt’altro, era una persona debole, impaurita, una che ha sempre bisogno che le dicano cosa fare, quando farla, e come. Probabilmente non l’avrebbe più sentita. Inoltre, nel frattempo, aveva ricevuto un incarico interessante che lo avrebbe condotto dall’altra parte del mondo, in un paese mai visitato prima. Era molto tentato, e nel suo ambiente era meglio non rifiutare un lavoro, potevi essere sostituito, in alcuni casi eliminato, se si cominciava a ritenere che non servissi più.

E poi odiava avere debiti, dover essere riconoscente a qualcuno lo faceva stare letteralmente sulle spine. Non aveva idiosincrasie, con la sua attività non poteva permetterselo, ma essere in svantaggio verso il prossimo lo innervosiva.

Sapeva cosa fare per star meglio: non indugiare oltre, prendere l’iniziativa.

Si vestì in fretta e uscì.

Seguire Alice non era molto piacevole, non che avesse scrupoli di coscienza, per quelli ormai…, solo che aveva una vita tanto monotona che più di una volta aveva rischiato di addormentarsi al volante.

Ufficio, casa, scuola, supermercato, ecco il suo tragitto settimanale. E il sabato e la domenica, quando avrebbe potuto dedicarsi un po’ allo svago, non metteva il naso fuori. Probabilmente si dedicava alle pulizie, neppure al marito o ai figli, dato che li aveva visti uscire la mattina presto, recarsi sempre allo stesso indirizzo, e tornare la sera tardi.

Possibile, si chiedeva, non avesse amici con cui fare almeno una passeggiata? O prendere un caffè? Era una vita così incolore.

Lui era un assassino, un killer, però viaggiava, conosceva sempre persone nuove, anche se molte non potevano raccontarlo, e si divertiva, in ogni posto che visitava scopriva sempre qualcosa che l’affascinava.

Alice invece… cominciava a dispiacersi per lei.

Quindi, pure se la donna non era d’accordo, avrebbe portato a termine il suo compito, l’avrebbe affrancata da un incomodo; non poteva mutarle l’esistenza, tuttavia poteva migliorargliela togliendo di mezzo un essere molesto, qualsiasi esso fosse. Già un’idea su chi puntare se l’era fatta in quei giorni.

E cominciò, perciò, a pedinare qualcun altro.

Alice era appena rientrata dalla scuola dove aveva parlato con le maestre dei suoi figli. Una di loro era stata particolarmente aggressiva; aveva sottolineato che il bambino era una vera peste, sempre in movimento, sempre a disturbare.

Ne era rimasta mortificata. Aveva chinato il capo e mormorato qualche parola. Non poteva confessare all’insegnante che il figlio verosimilmente sfogava in classe tutto quello che si teneva dentro a casa. Il padre lo fulminava con gli occhi appena provava solo a muoversi, quindi dove e quando avrebbe dovuto comportarsi come uno della sua età?

Si asciugò una lacrima. Era una pessima madre, pessima.

Piantala di lagnarti, si disse, pensa a quante cose devi ancora fare prima che torni tuo marito.

Andò in cucina e cominciò a sbucciare le cipolle: un’ottima scusa per piangere.

La telefonata giunse la mattina presto; i bambini stavano vestendosi e Fabio era in cucina davanti a una tazzina di caffè.

Toccò ad Alice rispondere e se ne pentì all'istante.

Era una brutta notizia, tanto brutta da non sapere come riferirla al marito.

Gli si sedette davanti e lo guardò.

- Che succede? – le chiese lui incuriosito.

- Io, Fabio, io… – cominciò Alice per zittirsi subito.

- Dannazione – sbottò Fabio, con l’abituale garbo – che ti piglia? Possibile che tu non possa sostenere una conversazione senza farfugliare?

- Fabio, tua madre, tua madre non c’è più – compitò la donna.

- Ma sei più pazza ogni giorno che passa! Mia madre sta benissimo.

- No, mi dispiace, no. Hanno chiamato per avvertire che ha avuto un incidente domestico e non hanno potuto salvarla. Mi dispiace tanto, Fabio.

Suo marito la fissò per un minuto che parve durare all’infinito, poi si alzò adagio.

Ora mi picchia, si disse Alice, deve sfogarsi con qualcuno, su qualcuno.

L’uomo, al contrario, la ignorò e si diresse verso la loro camera da letto.

Alice udì sbattere forte la porta, dopo silenzio, infine urla belluine, urla di disperazione.

Non si mosse, rimase ferma lì a contemplare le piastrelle azzurre della cucina.

Il killer decise che era ora di chiamare Alice. Voleva salutarla e augurarle ogni bene. Forse sarebbe stata più serena, dopo il suo intervento.

Gli rispose la donna. Se avesse invece risposto il marito, avrebbe inventato un pretesto qualsiasi, ma ebbe fortuna.

- Alice – esordì – come sta?

- Chi è? – la donna esitò, poi comprese. – Ah, è lei.

- Non sembra felice di sentirmi.

- Mi scusi, sono stravolta, sa, mia suocera…

- Sì, lo so, condoglianze.

- Grazie.

- Volevo dirle addio; devo andarmene dall’Italia, per un po’.

- Bene, allora addio – tagliò Alice.

- Aspetti, volevo anche avvisarla che non mi considero più in debito con lei. Ormai siamo pari, dopo la morte di sua suocera.

Alice non replicò.

- È ancora lì? – domandò l’uomo.

- Come ha detto? – sussurrò.

- Sì, non è stato complicato. Un banale incidente nel suo appartamento. A proposito: confortevole, spero lo ereditiate. Era una donna anziana, sopraffarla è stato un gioco da ragazzi.

Alice taceva.
- Alice?

- No, non può essere stato lei.

- Certo, è stata opera mia. Pensava fosse caduta da sola? No, non proprio. Ho capito quanti problemi le causava e ho deciso di agire, dato che non avrebbe mai preso una decisione. Mi scusi, ma iniziavo ad avere una certa fretta.

- Mia suocera.

- Sì, sì, un’intrigante. Ho assistito a qualche scena tra voi tre: lei, suo marito e la madre. Troppo opprimente quella donna.

- No, no.

- Suo marito è quello che è a causa di una cattiva educazione. Non è stato mai svezzato; è il classico tipo che suppone tutto gli sia dovuto, tutto debba andare come vuole lui. Non so se cambierà dopo questa perdita, le confesso che ci credo poco, però potrebbe pure accadere. Se vuole proprio continuare a essere sposata con un simile individuo.

- Non la volevo morta.

- No, immagino di no. Lei è troppo buona, troppo amabile, non mi avrebbe mai incaricato di ucciderla, però le dovevo un favore, e ho ritenuto che fosse la persona più molesta della sua vita.

- No, lei non capisce – urlò Alice. – Mia suocera non era cattiva, era una debole, subiva mio marito come lo subisco io. Non era invadente; mio marito voleva che i bambini stessero sempre da lei, perché così non li aveva tutto il giorno tra i piedi. E non si intrometteva: era una brava persona, una brava persona.

- Io… ho visto un litigio tra voi tre in strada, la signora sembrava aggressiva.

- Si era solo ribellata all’ennesima prepotenza di Fabio.

- Mi dispiace molto, molto. A volte la fretta è cattiva consigliera. È stato un errore, una svista.

- Una vista? Una persona è morta! – strillò Alice, ormai senza controllo.

- Sono mortificato. Proverò a rimediare.

- No, no, la prego, non faccio altro. Mi dimentichi, le domando solo questo: dimentichi che ci siamo incontrati, che l’ho soccorsa.

- Non volevo finisse così. Ma l’ascolterò, non ho alternative a questo punto.

Alice riattaccò. Le lacrime stavolta sgorgarono copiose.

Povera povera donna, non avrebbe meritato una tale fine. Sapeva lei chi l’avrebbe meritata; aveva sprecato l’occasione di diventare vedova.

Si asciugò il viso, e comprese che quelle lacrime non le stava versando solo per la suocera.

Fabio tornava a casa sempre più tardi, quando rientrava; Alice non se ne preoccupava, al contrario era contenta di potersi godere figli e casa senza le sue contumelie e le sue prepotenze.

Non si allarmò quindi neppure all’ennesima sparizione, anzi, messi i bimbi a letto, si concesse un prolungato bagno caldo.

Il campanello della porta la disturbò. Imprecò e fu tentata di ignorarlo. Poi il suo senso innato di responsabilità prevalse e si costrinse a muoversi. Si infilò l’accappatoio, stringendoselo bene addosso e si recò nell’anticamera. Guardò dallo spioncino e restò interdetta: due uomini in divisa erano sul suo pianerottolo. Che potevano volere? Forse era per lui, il killer, sicuramente era un ricercato, un latitante; magari qualche vicino lo aveva notato entrare nel suo appartamento, gli abitanti del palazzo erano persone discrete, tuttavia non si può mai stare tranquilli, un impiccione può sempre farsi vivo.

Da fuori insistevano; si fece coraggio e aprì, infischiandosene di essere poco vestita. Suo marito l’avrebbe insultata, o peggio, se l’avesse vista, ma non era lì, e poteva approfittarne.

- Buonasera, signora – esordì il più anziano dei due, probabilmente il più alto in grado – possiamo entrare? Dovremmo parlarle.

Alice si limitò ad annuire.

Rimasero in piedi nel vestibolo a fissarsi, finché il poliziotto non seguitò.

- È sola? Non c’è nessun altro con lei?

- Ci sono i miei figli, dormono – rispose Alice, capendo subito che non si riferiva ai bambini. Si sentì una stupida, ma era talmente confusa.

- Signora, dobbiamo comunicarle una brutta notizia. Abbiamo rinvenuto un uomo, un corpo. Mi dispiace, dai documenti risulta essere suo marito.

- Fabio… è morto?

- Sì, signora. Lo ha trovato un ragazzo che consegna pizze, sul ciglio di una strada, una strada di periferia.

- Cosa gli è successo? Un incidente?

- No, mi addolora dirglielo, però siamo sicuri si tratti di un omicidio. Gli hanno sparato.

- Sparato? Chi? Come?

- Chi non lo sappiamo. Come… non vorrei darle i dettagli. Un unico colpo, non ha sofferto, se la può consolare.

Alice cominciò a tremare. I due la guidarono in salotto e la fecero accomodare sull’ampio divano.

- Per questo le ho domandato se fosse sola, sarebbe il caso di chiamare un parente, un amico. I suoi genitori?

- No, no – replicò Alice, in un bisbiglio – i miei abitano lontano, in un’altra città.

- Parenti? O un’amica.

- Sto bene, sto bene – disse la donna, senza nessuna convinzione.

- Avviseremo noi i congiunti di suo marito, se preferisce.

- Mio marito non ha… non aveva più né padre, né madre. Mia suocera è morta da poche settimane.

- Le mie condoglianze, signora. Le faccio portare un bicchiere d’acqua?

- No, no, grazie.

L’agente giovane, che finora aveva fatto solo presenza, si avvicinò al collega e gli sussurrò brevemente all’orecchio.

- Sì, giusto – commentò il più anziano e tornò a rivolgersi ad Alice. - Un’ultima cosa e poi la lasceremo in pace, signora. Sul corpo, a parte i documenti che ci hanno permesso di scoprire l’identità di suo marito, abbiamo trovato un foglietto, in una tasca della giacca. È scritto a mano, in stampatello. L’ho qui con me, posso mostrarglielo? Dovrebbe confermarci sia la scrittura di suo marito.

Alice tese la mano e il poliziotto prese un foglio bianco, ripiegato in quattro e glielo porse.

Lei lo aprì e indugiò, come se avesse scordato come si legge. Poi le lettere le si materializzarono davanti agli occhi, divennero sempre più chiare, come fossero in rilievo. Erano due parole, nerissime sullo sfondo candido: Ho rimediato.

Alice si bloccò. Mille pensieri le arrivarono addosso, come un fiume in piena: lui, lui, era stato lui. Aveva sbagliato e voleva farsi perdonare, ed era stato di parola. L’aveva ucciso lui suo marito, l’aveva freddato per strada e gliel’aveva fatto sapere. L’aveva liberata.

- Signora? Comprendo la sua pena, tuttavia devo avere una risposta – insistette il poliziotto.

Alice sollevò il viso e lo guardò.

- Non è la scrittura di Fabio – disse.

L’agente conservò il foglio.

- Dobbiamo andare, signora.

- Sì, sì.

- Davvero non possiamo avvertire nessuno che venga a tenerle compagnia?

- No, no, grazie. Ho la mia dirimpettaia, se avessi bisogno, posso rivolgermi a lei – non specificò che la donna aveva più di ottant’anni, era sorda, e si reggeva in piedi a malapena.

- Allora torniamo in commissariato. Potrà avere ulteriori ragguagli domani - si congedarono.

Alice non li accompagnò. Rimase seduta a riflettere.

Non c’era più Fabio nella sua vita. Niente più ingiurie e vessazioni. Aspettò lo strazio, il rimpianto, ma non arrivò nulla, nessun sentimento a travolgerla.

Si alzò e si guardò allo specchio. Si accorse che le lacrime luccicavano nei suoi occhi.

Le lasciò scorrere, senza asciugarle.

Dopo tanto, tanto tempo, erano le sue prime lacrime di gioia.

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