(Armonia in rosso)

     Di fronte a lui era seduta una donna di mezz’età dall’aria affranta, forse per la giornata che si lasciava dietro le spalle, o forse per la serata che l’aspettava. Magari per entrambe. Il vagone della metro era quasi pieno. Sergio aveva trovato posto, non gli capitava spesso, e poteva osservare chi gli stava attorno senza preoccuparsi di restare in equilibrio o di impedire agli altri passeggeri di salirgli sui piedi. I suoi orari erano sempre gli stessi, e coincidevano con quelli di tanta altra gente che lavora dalle otto e mezza della mattina alle sei e mezza della sera. Solo quando andava in trasferta in qualche paese della provincia prendeva la macchina, che per tutta la settimana restava chiusa in garage. La tirava fuori il sabato per andare a fare la spesa in un supermercato distante da casa sua, che aveva prezzi più bassi rispetto agli altri. Con un solo stipendio e con la famiglia che s’allargava non poteva permettersi neanche la più piccola spesa superflua. Sua moglie era bloccata in casa nell’ultima fase della gravidanza per ordine del medico. Avevano sperato che potesse lavorare fino a due mesi prima del parto, ma le minacce di distacco della placenta, che si erano presentate alla tredicesima settimana, avevano interferito con i loro piani. Naisha, prima della pausa forzata, lavorava qualche ora la mattina, come segretaria, presso una cooperativa sociale. Era stato così che si erano conosciuti: lui era andato a ritirare un computer guasto e aveva trovato lei, che gli aveva spiegato con una dolcezza a cui non era abituato quali problemi avesse il proprio computer. Quando, dopo la riparazione, era arrivato il momento di riconsegnarlo, Pietro aveva insistito per andare di persona e ne aveva approfittato per offrirle un caffè al bar vicino alla cooperativa. Poi c’era stato un invito al cinema, e da lì era proseguito in modo del tutto naturale. Sua madre aveva fatto qualche obiezione all’inizio, troppe differenze culturali, ma alla fine anche lei aveva ceduto alla magia di quegli occhi neri, dentro i quali s’intuivano tutti i misteri della terra da cui proveniva la ragazza. Tutta un’altra cosa da quelle che le erano state presentate, in modo più o meno ufficiale, fino a quel momento.

     Sergio era in ritardo di almeno due ore. Aveva telefonato a casa per avvertire, ma non sapeva di quanto tempo avrebbe avuto bisogno per portare a termine quello che stava facendo. Dipendeva da tutta una serie di fattori. Doveva aspettare e vedere come evolveva la situazione. Quando aveva staccato, alla solita ora, era sceso nel garage che si trovava sotto il palazzo, un complesso di uffici dove aveva sede anche la sua ditta, e dove erano parcheggiate tutte le auto degli impiegati e dei dirigenti. La sua intenzione era quella di affrontare il dottor Emili, il suo capo, in un faccia a faccia appartato, senza timore che qualcuno potesse sentirli. In ufficio aveva provato a spiegargli la propria situazione, ma era troppo sconvolto, le parole gli morivano in gola, tutto quello che era riuscito ad articolare erano concetti scollegati, il cui nesso era chiaro solo a lui: nessuno sarebbe riuscito a capirne il senso, figurarsi quell’uomo tutto compreso nel suo ruolo di selezionatore di scarti: questo sì, questo no, questo forse, vediamo. Il responsabile delle risorse umane. Forse il concetto che sua moglie fosse incinta l’aveva afferrato, quello Sergio era sicuro di averlo esposto in modo chiaro, ma, anche se l’aveva capito, aveva fatto finta di niente continuando a recitare la sequela inarrestabile di spiegazioni e di giustificazioni come una litania imparata a memoria: cifre, statistiche, bilancio, microeconomia, profitto. Il suo fiume di parole aveva tracimato, riversandosi con violenza brutale nella sua vita. E sbaragliandola. Ma adesso avrebbe potuto recuperare. Sapeva che Emili si sarebbe trattenuto qualche minuto di più in ufficio, usciva sempre dopo che tutti se ne erano andati. Si preparò ad aspettarlo, sperando nel frattempo di calmarsi e di riacquistare la lucidità necessaria per dire tutto quello che aveva in mente. Nel garage individuò subito la macchina dell’uomo, una Lexus nera, sempre tirata a lucido, arrogante come possono esserlo le auto che servono a far dimenticare la mediocrità di chi le guida. E che doveva essere costata quasi quanto la casa di cui lui e Naisha stavano pagando il mutuo. Si mise non lontano dall’auto, dietro un muretto, per non essere visto da nessuno: il garage s’era quasi svuotato, ma, oltre a quella di Emili, c’erano ancora diverse vetture parcheggiate in ordine sparso, in attesa di essere ritirate. Mentre aspettava, iniziarono a scorrergli nella testa le immagini al rallenty della scena di cui era stato, suo malgrado, protagonista un paio d’ore prima, e riprovò le stesse sensazioni, amplificate dalla consapevolezza, che si era rafforzata con lo scorrere dei minuti, che ci fosse ben poco da fare per uscire da quel dedalo inestricabile tracciato sulle sue paure.         

     Prima di allora non aveva mai notato quanto fosse sgradevole quella faccia. Lui lavorava a testa bassa, non aveva tempo per occuparsi d’altro. Ma quel giorno, durante il colloquio, quell’uomo era lì, a qualche centimetro da lui, a separarli la scrivania col piano di cristallo. Non erano mai stato così vicini. Emili era uno che si rintanava nel proprio ufficio e ne usciva solo per andare a pranzo e per tornare a casa. I contatti con i dipendenti erano tenuti dai responsabili di settore. Senza rendersene conto, Sergio si ritrovò a prendere consapevolezza dei tratti disarmonici, sproporzionati, del viso che gli stava di fronte. Non era solo l’aspetto esteriore: quello ormai cominciava ad apparigli come un guscio deforme e sgraziato dentro cui si adattava, seguendone in modo preciso i contorni, una massa duttile e malsana. Gli capitava di rado di considerare le caratteristiche fisiche delle persone, non gli interessavano, ma in quella situazione non riusciva a evitarlo. All’immagine di quell’uomo si sovrapponeva, in un gioco di trasparenze, quella di un suino, un maiale, come quelli che i suoi nonni in paese allevavano per tutto l’anno per poi far loro la festa a gennaio. Il testone dalla fronte stretta si allargava sulle guance fino alle mandibole, che erano la parte più larga del viso, quasi attaccate al collo largo e tozzo, corto, quasi inesistente. Gli occhi piccoli, con dentro due puntini neri che in quel momento erano fissi su di lui, ma che a tratti vagavano per la stanza alla ricerca di un oggetto qualsiasi su cui soffermarsi, da mettere a fuoco, come per permettere al portatore di quello sguardo sfuggente di riprendere lena, per finire un discorso che diventava sempre più penoso. Le parole filtravano tra le labbra sottili, la bocca larga sembrava un taglio, una ferita tra il naso e il mento. Nell’ascoltare quello che diceva, Sergio si sentiva montare dentro un’ondata di rabbia che cominciava a diventare difficile arginare. Lui non era un violento, non lo era mai stato. Ma di fronte a quella faccia imperturbabile nella sua sfrontatezza cominciava ad avvertire il desiderio di scuotere quell’uomo fino a fargli perdere quella sua aria da padreterno in overdose di onnipotenza. Avrebbe dato qualsiasi cosa per cancellare quel sorriso stereotipato, buono per tutte le stagioni e per ogni circostanza. Ma oltre a ribollire dentro non poteva permettersi altro: qualsiasi cosa avesse fatto avrebbe finito per ricadere anche sulla sua famiglia appena abbozzata. La concentrazione al minimo, sentiva solo a tratti quello che l’altro gli stava dicendo. Coglieva parole qua e là, ma il concetto era stato già espresso all’inizio, anche se lui ci aveva messo un po’ a rendersene conto. «… esubero… sei giovane … la crisi… referenze…». Se ne sbatteva grandemente delle sue referenze, dove diavolo lo trovava un altro lavoro, così su due piedi, e con la moglie incinta di sei mesi? Puntaccapo, si chiamava così il centro di vendita e riparazione dei computer dove prestava la sua opera, forse più qualificata di quanto non fosse richiesto. Aveva frequentato due anni di ingegneria informatica all’università e a lui quel lavoro piaceva: gli permetteva di mettere in pratica l’esperienza e le conoscenze acquisite. Non aveva mai finito gli studi perché, dopo la morte del padre, non se l’era sentita di gravare sulle spalle della madre, che ormai doveva vivere con la pensione di reversibilità e pensare anche a sua sorella minore. E quando aveva provato a cercarsi un lavoro part-time, aveva dovuto ammettere che i pochi soldi guadagnati non gli sarebbero bastati per tutte le spese e, se avesse lavorato di più, non avrebbe potuto dedicare allo studio il tempo necessario. Allora si era detto che avrebbe lavorato per un po’, messo da parte un po’ di soldi, per poi riprendere quando gli fosse stato possibile. Ma più il tempo passava, più quel proposito si allontanava. Ormai se ne rendeva conto anche lui, la laurea era destinata a rimanere uno dei tanti progetti naufragati strada facendo. Per la verità nella sua vita non ce ne erano stati molti, ma rinunciare a quello gli era bruciato più degli altri perché aveva tradito le aspettative di suo padre, che sognava di vedere in lui il primo dottore in famiglia. Puntaccapo, in quel momento quel nome manifestava un’ironia spietata. Lui non poteva mettere un punto, e non poteva andare a capo, perché non era più solo, sebbene non lo fosse mai stato, solo, come in quel momento. Era stato cacciato in quel labirinto e doveva percorrerlo senza appoggiarsi a nessuno.

     Fu strappato a questi pensieri dal rumore metallico della pesante porta di ferro dell’interrato, che sbatteva richiudendosi. Doveva essere quella che portava agli ascensori e, nel deserto silenzioso del grande parcheggio sotterraneo, il rimbombo rimandò un’eco quasi sinistra.  Qualcuno era entrato, se ne sentivano i passi veloci sopra il cemento. Sergio sbirciò dal suo angolo per vedere se si trattava di Emili, ma riconobbe nell’uomo che si avviava verso un’utilitaria uno degli impiegati della ditta, stacanovista o forse solo ritardatario. Si rimise in attesa, ormai non doveva mancare molto. Fece respiri profondi per allentare la tensione, doveva mantenersi calmo. Sentì il motore avviarsi e la macchina partire. Poi di nuovo silenzio, e allora ebbe l’impressione di sentire un rumore non lontano. Mise di nuovo la testa fuori dal proprio nascondiglio: Emili era vicino alla sua auto, a qualche passo da lui. Aveva appena aperto la portiera e si stava togliendo l’impermeabile prima di salire. Non poteva farselo sfuggire. Uscì di corsa da dietro il muro: «Dottor Emili, aspetti un secondo, la prego!», gridò. L’altro si voltò sorpreso e, nel riconoscerlo, assunse la stessa aria di sufficienza di due ore prima. «Ferranti, cosa c’è adesso? Ci siamo già detti tutto, non c’è nulla da aggiungere, mi dispiace.» «Ma mi lasci spiegare», quasi implorò Sergio. «Prima sono stato colto di sorpresa, non me l’aspettavo…» continuò. «Mi creda, la situazione è chiarissima, ma le ho anche spiegato le esigenze della ditta. Mi scusi, vado di fretta, ho gente a cena. Buonasera», e fece per salire. Sergio lo afferrò per un braccio: «Mi ascolti, me lo deve! Almeno questo, me lo deve!» «Ma che ca…! Ma è impazzito! Mi tolga subito le mani di dosso.» Sergio si controllava a fatica: le sistoli e le diastoli s’erano scatenate in una danza frenetica dentro il suo petto, il cuore si era come dilatato a occupare tutto lo spazio, le tempie pulsavano, le mani tremavano. Lui non mollava la presa, mentre Emili cercava di liberarsi: «Farabutto esaltato, lasciami in pace!», urlò il selettore di scarti. «Lasciami in pace? Brutto figlio di puttana! », sibilò Sergio, ormai fuori controllo, «a me la stai togliendo la pace! Mi stai togliendo tutto, grandissimo pezzo di merda! Lo capisci questo? Mi stai togliendo tutto!». Aveva iniziato a strattonarlo. Emili cercava di liberarsi per salire in macchina. Nei suoi occhi, che non avevano comunque perso l’arroganza ormai consolidata, era affiorata anche la paura. Si guardava attorno nella speranza di vedere arrivare qualcuno, ma c’erano solo loro due. «Ma va a farti fottere, buffone imbranato!», e fece un ultimo tentativo per liberare il braccio stretto nella morsa delle mani di Sergio, che a quel punto perse quel briciolo di autocontrollo che gli era rimasto e, afferrata la portiera, iniziò a sbatterla con forza contro l’uomo. Nel tentativo di entrare in macchina, Emili era rimasto con una gamba dentro e l’altra fuori, incastrato e destinato a subire i colpi senza possibilità di scampo. La pesante portiera si abbatteva su di lui con la violenza della rabbia repressa. Sergio non riusciva a fermarsi: «Infame barile di lardo, vuoi essere lasciato in pace, eh?», e continuava a colpire. «Hai gente a cena, vero? Adesso ti concio per le feste, e poi ti ci mando io dai tuoi preziosi ospiti!» I colpi diventavano sempre più violenti. A un certo punto Emili scivolò verso terra e, nella caduta, la sua testa si trovò nella traiettoria della portiera che si abbatteva su di lui per l’ennesima volta. Dalla tempia dell’uomo uscì un fiotto di sangue che in un attimo si diffuse su tutto il viso. Fu a quel punto che Sergio si fermò e, come paralizzato, fissò sconvolto l’altro, riverso sul pavimento di cemento del garage. Gli ci volle del tempo, lui non saprebbe dire quanto, per rendersi conto di quello che era successo: il suo incubo era diventato un incubo peggiore. Quando sentì sbattere la porta di ferro dalla parte degli ascensori, riuscì a scuotersi e, riacquistato un barlume di lucidità, si rese conto che doveva allontanarsi, e alla svelta. Cercando di restare nell’ombra si avviò verso una porta che stava dalla parte in cui si trovava lui e, attento a non fare rumore, l’accompagnò nel chiudersi e salì di corsa le scale che l’avrebbero portato fuori di lì. A casa.

Si era fatto due chilometri a piedi per arrivare alla stazione della metro: avrebbe potuto prendere il bus, come sempre, ma sentiva il bisogno di camminare, di scaricare il miscuglio di tensione, rabbia e paura. Ridiventare padrone di sé, almeno per quella sera. Doveva riuscire a dominare il terrore che gli era rimasto dentro per quanto era successo nel garage, non poteva portarlo a casa. Doveva anche tenersi dentro tutti gli interrogativi sulla sorte di Emili che gli si affollavano in testa: i giorni successivi sarebbero stati decisivi per il corso della sua vita futura. Poteva succedere tutto. O niente.

     Quando era sceso dalla metro aveva percorso le poche centinaia di metri che lo separavano da casa sua quasi di corsa. Era già buio, in genere arrivava prima. Non vedeva l’ora di rientrare nella villetta a schiera nella prima periferia della città, dove aveva sognato di passare il resto della vita con Aisha e con i figli che sarebbero venuti. Quella sera più che mai aveva bisogno di un rifugio certo. Della presenza di sua moglie. Una donna coraggiosa: era partita dall’India settentrionale da sola per frequentare l’università in Italia. Quando si erano conosciuti era al terzo anno, e lavorava anche qualche ora nell’ufficio in cui si erano conosciuti. Col matrimonio e la gravidanza aveva rallentato, ma non rinunciato del tutto: aveva intenzione di riprendere appena possibile. Da dov’era Sergio cominciava a intravedere la luce del loro piccolo giardino: Aisha l’accendeva sempre, diceva che portava bene. E che nel suo paese c’era la festa della luce, e la divinità della ricchezza, in quel giorno, faceva visita nelle case dove ce n’era.

     Era a due passi dal piccolo cancello della sua casa: si fermò un attimo per essere sicuro di riuscire a mantenere l’atteggiamento pacato che si era imposto. La finestra del salotto era aperta e ne usciva tanta luce: Aisha doveva aver acceso il lampadario centrale. Di solito accendeva solo le due lampade sulla credenza, mentre guardava la televisione dopo cena. Nell’avvicinarsi alla casa, giunse davanti alla finestra e vide che dentro c’era il tavolo apparecchiato. Sua moglie stava sistemando dolci e frutta sulla tovaglia rossa, come il suo sari. Era quello che aveva indossato quando si erano sposati: rosso, con ricami in varie tonalità di blu. Il rosso era il colore dell’abito da sposa nella parte del paese da cui lei veniva, era considerato il colore della purezza. Lo aveva cercato tanto in Italia, senza successo, e poi aveva chiesto alla sua famiglia di spedirgliene uno dall’India. Lui ne ricordava ancora la meraviglia quando aveva aperto il pacco. Lo aveva indossato solo un’altra volta dopo il matrimonio: in occasione del loro primo anniversario. E di colpo, con uno spasimo di consapevolezza, Sergio si rese conto che quel giorno era proprio il loro anniversario, il secondo, e lui, trascinato e stritolato nel tritasassi di quella giornata, lo aveva completamente dimenticato. Non riusciva a staccare gli occhi da quella scena, e l’armonia che sprigionava dai gesti distesi di sua moglie gli restituiva un po’ della fiducia che si era dissolta nella confusione, nella paura, nella rabbia, e nel senso di colpa, delle ore precedenti. Cercò le chiavi nella tasca dei pantaloni e si preparò a entrare in casa: aveva già fatto fin troppo tardi.   

IL ROMANZO DIETRO AL QUADRO

di

Aneres T. Lone Wolfe

Depose con grazia la frutta e i dolci sull’alzata di vetro e ottone, quella che teneva con cura quasi volesse confortarla. La base era stata forgiata in metallo, mentre il piatto che la sovrastava, piccolo, sottile e privo di decorazioni, si ergeva dal tavolo su tre protuberanze. Davano l’impressione di non avere neanche la forza di reggere tutto quel peso. Si tenne improvvisamente a questa base cercando la stabilità necessaria alle sue gambe, ormai prive di vigore, poiché indebolite dal peso dei pensieri. Le mani erano tremanti, perché lavorare in quella casa era diventato difficile, ma soprattutto doloroso. “Molto doloroso”. Negli ultimi mesi tutta quella tensione e l’atmosfera che saturava come una cappa i suoi abitanti, l’avevano appesantita. “O forse la forza l’aveva abbandonata per altri motivi? Si trattava veramente di un evento esterno? Se non avesse fatto quella domanda, se non avesse chiesto dove si trovava la signora, sarebbe stato tutto diverso ora? Cosa era successo veramente? Che cosa aveva visto il Padrone? Nessuno gliene aveva mai parlato, e perché mai avrebbero dovuto farlo del resto?”. La testa della serva e il suo corpo erano rivolti ancora verso l’alzata, con una parvenza di serenità, ma l’espressione sul suo volto svelava la sofferenza che portava dentro, una sofferenza che non provava solo lei in quella casa. Marta fece roteare i biscotti che ormai non profumavano più come quando li aveva sfornati, o così le sembrava. Appena fatti erano dolci, fragranti e gustosi, croccanti fuori e morbidi dentro. “Quando si dice trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Se avesse potuto cambiare quell’evento, se solo avesse taciuto o semplicemente non si fosse interessata, ora probabilmente le cose sarebbero state come allora: “il dessert perfetto”. Il cuore dei biscotti era fatto di cioccolato, una crema gustosa che usciva riversandosi nel piatto, un accessorio che ormai non faceva più parte di quel tavolo, diventato inutile e superfluo dal momento che il padrone tollerava ben poco di restare in quella stanza, e lo scarso appetito che aveva lo sedava in pochi minuti. In quello stesso tempo, trangugiava del vino rosso direttamente dalla bottiglia, tanto più che, ormai, anche i bicchieri erano diventati superflui. “Troppe cose erano diventate superflue”. Si chiese se lo fosse diventata anche la sua presenza in quella casa. Ora i suoi Padroni avevano perso ogni senso del gusto, del piacere, della realtà. Amava preparare quei dolcetti, la mattina presto, adorava levarsi alle prime ore dell’alba e lasciare quella scia profumata in tutta la casa, che guidava i Padroni appena svegli verso la cucina per assaggiarne qualcuno appena sfornato. Un rito ormai perso.. Ora vivevano in due stanze separate in cui passavano la maggior parte della loro giornata. Osservò il cibo disperso all’altro capo del tavolo, di questo se ne sarebbe occupata solo più tardi, aveva ancora tempo. Sarebbe stato un altro atto, un’altra scena che si ripeteva come in un flashback, sempre la solita. La Padrona sarebbe arrivata per prima, il Padrone sarebbe tornato solo più tardi, quando lei fosse uscita. Entrambi avevano ancora una volta bevuto la stessa quantità di vino, lei quello bianco dolce che le dava tanto conforto, lui quello rosso vivo. Rosso come le pareti che aveva voluto dipingere e come la tovaglia che aveva voluto far colorare. Rosso cupo, come il suo umore, come i suoi pensieri, rosso come la pazzia che lo ottenebrava, rosso. Un rosso vivo su cui sua moglie aveva voluto dipingere dei fiori blu a ricordargli quegli elementi della natura che tanto amava lavorare, mentre prendeva la misura del terreno che aveva voluto comprare e sistemare per lei. Non voleva che dimenticasse quanto fosse bravo nel curare il giardino, nel curare il terreno, nel curare la loro vita. “Il loro amore”. Invece ora era tutto abbandonato. “Fuori da quella finestra si vedeva la devastazione in quel cupo giorno di marzo”. Solo degli scarni rametti di mimosa, disposti con cura nella seconda alzata, ricordavano l’arrivo della primavera. Invece in casa c’era l’inverno, così come nei loro pensieri. L’erba era alta, incolta, a coprire oltre la metà dell’altezza di quegli arbusti, o forse erano alberi, ormai non lo ricordava più. Erano piegati dal vento, da molto tempo non venivano più curati. “Troppo tempo”. In mezzo ad essi, dei fiori di campo selvatici facevano capolino, azzurri e gialli. Quelli azzurri erano i preferiti della padrona e suo marito lo sapeva, per questo lei aveva dipinto quei vasi di fiori ovunque sulle pareti, nella tovaglia, se avesse potuto li avrebbe dipinti anche dentro al suo cuore. Lui, forse per qualche forma di autocontrollo che possedeva ancora, o di legame con il passato, aveva dipinto delle erbacce tra i suoi fiori preferiti, alte e grandi a sovrastarle, ma senza coprirle, né cancellarle, anche se le aveva dipinte di nero. Ma la Padrona le aveva colorate di blu, con cura. A volte il Padrone l’aveva notata mentre lo faceva, entrando in quella stanza, ma era uscito in fretta sbattendo la porta, pur sempre senza stringere i pugni. Fuori il cielo era triste e non dava speranze, gonfio e scuro prometteva pioggia. La sedia della padrona era come sempre appoggiata al muro, lì doveva restare, fuori dalla vista di suo marito. Il padrone invece aveva la sedia appoggiata al tavolo, di lato, tre passi più avanti alla sua, controllati ogni giorno, ogni ora con le sue stesse gambe. Entrambe le sedie erano dirette verso un’unica direzione, mai si doveva incrociare lo sguardo fra loro: due binari paralleli, due strade distinte che non si incontrano mai, a guardare verso una direzione dove non c’era nient’altro se non il vuoto. Ma non il vuoto dei pensieri, e questo si capiva dal cibo disperso sul tavolo con rabbia, in ogni direzione. Sempre la stessa scena, sempre lo stesso flashback. Il Padrone era uscito in fretta, di corsa, con un turbine di pensieri e la tempesta in atto all’interno della mente. Con i capelli arruffati e i pugni stretti come se dovesse stringere tutto e al tempo stesso volesse liberarsi di qualcosa, o come se, improvvisamente, aprendoli, avesse potuto fare sparire tutto nel vuoto di quell’odioso passato. La Signora lo aveva seguito cauta, in silenzio, a testa bassa, lo stesso sguardo rivolto verso il tavolo che teneva lei ora in questo momento, una testa che non poteva mai più alzare, nessuno poteva più incrociare il suo sguardo. Lei lo alzò, solo per un attimo, rivolgendolo fuori per osservare quella costruzione lontana, ma non poi così lontana. Una costruzione che il Padrone voleva fare demolire, crollare, anzi che avrebbe voluto distruggere con le proprie mani, pezzo dopo pezzo, mattone dopo mattone. Una costruzione dove aveva visto quello che non avrebbe dovuto vedere. Stranamente questa volta rientrò per primo e si avvicinò alla finestra, poi strinse nuovamente i pugni. Guardò il tavolo arrabbiato poi uscì di nuovo. Il rosso era anche nei suoi occhi ormai iniettati di sangue, un rosso che non sarebbe più scomparso, il rosso di un uomo che non avrebbe mai dimenticato. Un rosso misto di rabbia odio e dolore, un rosso che aveva dipinto lui stesso ma di cui non era l’autore né l’artefice. La Signora rientrò e si sedette in quella sedia appoggiata al muro, osservando la serva che continuava a sistemare i pasticcini su quello stesso piatto, con la testa ancora china, in silenzio. Doveva essere un dessert perfetto e invece continuò a fissare il vuoto astratto in cui non c’era niente, o meglio nel quale c’era qualcosa, una tensione nell’aria che non poteva dimenticare. Gli eventi non potevano più cambiare le cose, anche se avevano comunque e inevitabilmente cambiato il presente e il futuro; ormai ogni giorno sarebbe rimasto per sempre così: “il dessert imperfetto”.

Il Gran Premio

Buona sera a tutti, sono Erin Minà, e sono in collegamento dalla bolla gravitazionale sopra al nuovo circuito continentale dove tra poco avrà inizio la gara conclusiva del Gran Premio di Formula Mix.

Lo chiamano “il Cavo”: dieci virgola sette chilometri di condotto laser, che si snodano attraverso tre diversi livelli della città, in pieno centro, collegando insieme i centodiciotto anelli di proiezione per un diametro di sei metri. Il Governatore, che è venuto questa sera a inaugurare il circuito, è adesso in collegamento dalla tribuna mobile. Buonasera Governatore!

«Guarda papà, ci siamo anche noi!»

«Dove?»

«Lì, sul proiettore.»

«Non vedo niente, e a te scappa la pipì.»

«Non è vero.»

«Allora perché continui a muovere le gambe?»

«Sono emozionato.»

Lui sorride, e a me scappa la pipì. Mi scappa da morire, ma non voglio perdermi la partenza. Papà ha trovato questi posti nella tribuna mobile da dove si vede l’imbocco del Cavo. Ci sono un sacco di poliziotti, perché in tribuna ci sono anche il Governatore e Lady-Va, che ha cantato prima della gara. Adesso i piloti stanno salendo sui gusci. Da qui vedo Bonam che si collega alla capsula. L’argento della carrozzeria è bellissimo.

«Ma come si mettono questi cosi?»

Mio padre non ha mai usato un proiettore oculare.

«Le placche vanno appoggiate sulle tempie, non sulle orecchie! Vedi? Basta appoggiarle e si configurano da sole. Così mentre vedi la gara puoi seguire anche le telecamere e la cronaca negli occhiali. Funziona?»

Papà sorride. Le novità lo spaventano, ma poi si diverte.

«Si, funziona benissimo, lo vedi anche tu il tubo?»

«Si chiama “cavo” papà, è la l’involucro energetico che delimita la pista.»

Ecco che il primo anello si è acceso. Vedete il cavo che si snoda come un drago luminoso verso la costa e di nuovo in alto, fino all’Eliopoli. I piloti sono pronti. Il campione mondiale Richard Bonam partirà in posizione centrale, fiancheggiato dal compagno di scuderia e da Keita Meini, il nuovo prodigio delle scuderie Ferrari, che in sole otto gare è riuscita a insidiare la vetta della classifica. Governatore, com’è la vista dalla tribuna?

É bellissima Erin, la tribuna scorre dai box fino alla prima torsione, potremo seguire i piloti per cinquecento metri ad ogni giro. Sono davvero orgoglioso!

«Hai sentito il Governatore Papà?»

«Non molto, la gente è impazzita, non si sente niente!»

Ecco che i gusci si sollevano, è sempre una grande emozione vedere l’impronta luminosa sul piazzale, prima che entrino nel cavo. Poi l’ultimo tratto della barriera laser chiuderà il circuito.

Semaforo rosso. Sono pronti, i gusci sono tutti in assetto da carica, con il muso leggermente rivolto verso il basso. Verde, sono partiti! Trentotto gusci che dal piazzale devono imbucarsi nei sei metri di diametro del cavo. Ecco i primi contatti, Ave Loi sembra aver perso il controllo, con la vettura di traverso impedisce agli altri di passare. Che sia una strategia?

Lo è di sicuro, Bonam e Keita sono già schizzati avanti, mentre tutti gli altri si ammassano nell’ingorgo. La Ferrari è più veloce, Keita lo sta raggiungendo. Ormai è sopra al guscio di Bonam, se entrerà per prima nel cavo sarà difficile per lui recuperare.

É incredibile, Keita ha preso quota per superare Bonam dall’alto, ma la sua scheggia d’argento si impenna e con lo scudo posteriore tocca il guscio di Keita. Si è schiantata sull’imbocco del circuito. L’impatto ha tranciato la cabina e il corpo della pilota è sbalzato in mezzo al piazzale. Ma un attimo, dov’è la testa?

I droni inquadrano il piazzale, poi catturano il primo piano della testa che rotola verso la tribuna, proprio davanti a noi. Il casco è integro e il processo si è attivato automaticamente. Bonam è in testa.

Tutti gli altri lo seguono a distanza e la tribuna slitta lungo il cavo. Guardo il campione saettare fino al primo tornante. Quando la tribuna torna al punto di partenza Keita esce dall’incubatore. La vedo nel proiettore oculare, indica Bonam in uno schermo, si infila il casco e sale sul secondo guscio. In tribuna fischiano, ma lungo le strade tutti fanno il tifo per lei. Esce dai box proprio sotto alla tribuna e si getta all’inseguimento.

In un bunker ricavato dalla sala macchine in disuso quattro uomini seguono la gara attraverso un vecchio monitor olografico.

Due sono di fronte al monitor, gli altri sono appoggiati alla porta blindata.

L’ologramma mostra Bonam in difficoltà, chiuso nella morsa di tre veicoli avversari.

Il tizio con la cicatrice in faccia si volta verso il più grosso di quelli alla porta.

«Ravi, hai mai avuto un ricaricabile in famiglia?»

«Certo che no.»

«E quanta voglia hai di fotterne un po’?»

«Che domande fai Dooger? Quella che hai tu.»

«Allora sarà tutto più semplice. Sembra che Bonam non ne abbia più per molto e Settimo è pronto.»

L’uomo accanto a Dooger è concentrato. Non commenta, bisbiglia qualcosa che i due alla porta non possono sentire, poi si volta e si sposta in un antro della sala attrezzato come una camera operatoria. Ci sono due letti metallici con anelli di sicurezza per polsi e caviglie, uno grosso macchinario a forma di sigaro e un quadro comandi da cui pendono una serie di cavi che terminano in un casco integrale. Un tubo lucente che scende dal soffitto punta la sua bocca nera su uno dei letti.

Ravi resta immobile alla porta.

«Che succede Ravi? Hai la faccia di uno che sta cacando un riccio.»

«Nulla… Solo che non sono preparato per questo, hai seguito tu l'addestramento...»

«Settimo ha il diritto di scegliere il suo esecutore, e ha scelto te. Dovresti essere contento. Tutto il Blocco Insorgente saprà del vostro contributo. Oggi comincia la nuova era, quindi togliti le spine e cominciamo.»

In pochi giri Keita ha raggiunto Bonam, grazie al supporto di tutte le scuderie. Sono tutti contro il campione. Adesso sono testa testa e su ogni rettilineo il guscio Ferrari mostra la sua potenza recuperando frazioni di secondo.

Settimo si stende sul letto. Gli occhi aperti, fissi sulla bocca del cannone che lo sovrasta. Muove le labbra in una muta preghiera, o forse una è filastrocca per bambini.

Amal attiva il quadro comandi.

Settimo si mette seduto. Dalle feritoie aperte alla base del cranio ben rasato escono due rivoli di siero che colano lungo il collo fin dentro la muta.

Attenzione, c’è un mezzo fermo sulla dorsale nord, il sistema di trascinamento non è riuscito a rimuoverlo e Bonam sta puntando dritto verso la carcassa. Attira Keita in trappola. Eccolo che vira a pochi metri dall’impatto mentre l’inseguitrice finisce dritta contro le lamiere. L’esplosione raggiunge il guscio di Bonam.

Le traiettorie impazzite del veicolo in fiamme illuminano il bunker a intermittenza. Bonam è riverso a terra. Il sistema di trascinamento si attiva per espellere dal cavo tutto il materiale distrutto, piloti compresi. Dai box partono le vetture di recupero dei corpi.

«Abbiamo due minuti e trentasette secondi prima che Bonam sia ricaricato nel nuovo corpo. Ho già sincronizzato il nostro loader con quello ai box, sono pronto a dirottarlo. Forza Ravi, tocca a te.»

Ravi continua a fissare il monitor olografico. Sulla console c’è un modulo per la comunicazione bidirezionale.

«Cosa aspetti?»

Dooger lo sorprende alle spalle, lo fissa per qualche secondo, poi lo strattona fino al lettino e gli punta una criolama sotto la scapola sinistra.

«Mettiti al lavoro senza fare scherzi»

«Vacci piano Dooger! Sto solo cercando il coraggio necessario per ridurre un amico in poltiglia.»

«Più soffre e più siamo sicuri che funzioni. È addestrato per questo.»

Settimo rivolge lo sguardo a Ravi. «Fallo, abbiamo poco tempo.»

Poi riprende il suo mantra silenzioso. Ravi gli infila le sonde di ritenzione neurale nel cranio. Uno schizzo di siero lo centra in un occhio. Si pulisce con la mano mentre il flusso cremisi anima i cavi. Settimo indossa il casco e si adagia sul letto. Amal controlla il quadro comandi e dà il via libera. Ravi guarda Dooger, accenna un sorriso e abbassa la leva del loader.

Il ronzio iniziale diventa un boato sordo. La bocca del cannone preme sul torace di Settimo. Il suo strazio sta producendo buoni risultati, a giudicare dall’espressione soddisfatta di Dooger. Ravi deve usare entrambe le mani per impedire che il casco si sfili a causa delle convulsioni. La luce cremisi diventa rosso intenso.

«Dirottato!» esclama Amal.

Un fascio di luce rossa fluisce dai macchinari verso il monitor. Ha raggiunto la copia del ritentore nei box di Bonam. Dooger è soddisfatto.

«Qualcosa non va ai box, perché Bonam non si è ancora riattivato?»

Mio papà ha ragione. Keita è già tornata in pista mentre Bonam non si vede… ma ora finalmente le telecamere inquadrano l’incubatore.

C’è stato un problema tecnico ma adesso tutto sembra risolto. Vedete che il nuovo corpo del campione viene riscaldato. Apre gli occhi e si guarda intorno. Il ritardo deve averlo disorientato. Niente saluti questa volta, evidentemente Bonam è concentrato e non concede un secondo alle telecamere. Deve recuperare terreno. Collega il casco e parte.

Questo nuovo tracciato ha macinato un bel numero di vittime Governatore, ne abbiamo già viste dodici e la gara non è ancora finita.

Si Erin, è un successo senza precedenti.

Con buona pace per i costi delle scuderie.

Sono certo che le scuderie saranno ben ripagate. Non sente la folla in delirio? Questo è esattamente quello che i nostri cittadini vogliono.

Avete sentito il Governatore dalla tribuna, torniamo in pista!

«Eccolo papà, può ancora farcela.»

«Certo che può farcela, è il campione.»

Papà mi abbraccia, mi scoppia la vescica e sono preoccupato. Keita è in vantaggio e Bonam non sembra per niente in forma. Qualcosa nel reload non ha funzionato, questo giro è almeno due secondi più lento del precedente. La tribuna si blocca e torna verso il punto di partenza. Perdo di vista Bonam per qualche secondo e quando ricompare nel proiettore non capisco cosa stia facendo. Sembra che si sia fermato.

Il guscio è in panne ma dai box non è arrivato alcun messaggio. Il team non riesce a comunicare con il pilota. Forse la connessione di Bonam è difettosa. Ma cosa fa? Si è lanciato in senso contrario, finirà per schiantarsi sugli altri piloti.

Nel bunker Dooger ha ricominciato a seguire la gara dal monitor. Ravi aiuta Amal a portare il grosso sigaro in assetto operativo. L’apparecchio ha un rilevatore di frequenze con il quale Amal imposta la direzione e l’angolo di gittata dell’impulso. Indossa un paio di cuffie e controlla di nuovo la mira poi mette un piede sulla pedana alla base della macchina.

«Ce l’ho! Ho ingaggiato il generatore davanti alla tribuna. Che faccio Dooger?»

Dooger osserva sul monitor la traiettoria dell’attentatore.

«Ancora un attimo. L’impulso del jammer durerà per pochi secondi, dobbiamo aspettare che Settimo si avvicini al bersaglio.»

Solleva un dito, poi lo abbassa. «Spara!»

Amal sposta tutto il suo peso sulla pedana. La raffica dei colpi che partono dal jammer si abbassa progressivamente fino a sparire all’udito, restano le vibrazioni delle pareti che entrano in risonanza. L’onda si propaga fuori dal bunker e intercetta il primo anello della pista, quello che genera il tratto iniziale del Cavo. La barriera laser si spegne nel tratto di fronte alla tribuna.

«Cos’è questo tremore papà?»

Non è il rumore a spaventarmi, ma l’espressione di papà. Lui era nelle truppe coloniali e ora sta zitto e fa la faccia di quando racconta della guerra. Sento ancora qualcosa dal proiettore.

Sembra che il tratto iniziale del cavo sia stato disattivato, se Bonam lo raggiungesse a questa velocità…

Papà mi stacca le placche, mi afferra una mano e mi trascina tra le sedie. Cerca di passare tra gli spettatori ma tutte le file sono bloccate. Le grida sovrastano il rombo di Bonam, che schiva due gusci e corre verso di noi. Quelli della sicurezza ci spintonano cercando di creare una via d’uscita per il Governatore. Mio padre mi stringe con un braccio e mi spinge in basso, dietro alle sedie della fila davanti a noi. Vedo Bonam dalla fessura tra una sedia e l’altra. Il suo guscio è appena partito con il massimo dell’energia. Perché lo fa?

Chiudo gli occhi.

Amal abbraccia il sigaro per mantenere premuto il piede sulla pedana, Dooger è davanti al monitor che pregusta la carneficina. Nessuno presta attenzione a Ravi che scivola alle spalle di Dooger, gli sfila la criolama e lo sorprende. Il taglio netto della carotide non genera schizzi. Il sangue rimane fermo, come intrappolato, e quando il cuore smette di pompare sgorga come una colata di lava appiccicosa. Amal è concentrato sul jammer e non si accorge di niente. Ravi gli afferra la testa e gli spezza il collo, poi lo solleva dalla pedana e il jammer si spegne. Le pareti smettono di vibrare, il rumore di fondo cessa con un ultimo sussulto. Si volta verso il monitor per controllare se ha fatto in tempo a onorare il suo compito di agente governativo. Pochi secondi di tregua e dei colpi alla porta blindata lo avvertono che non è ancora finita.

Sento il soffio di una lama e poi il boato del pubblico. Non riesco a vedere niente. Trovo in terra un proiettore oculare e me lo metto.

... Salvi! Il cavo è stato riattivato appena in tempo.

Sul proiettore scorre a ripetizione la ripresa del guscio argento di Bonam che viene segato in due dalla parete laser che si riattiva appena in tempo. Quando gli spettatori si disperdono vedo il corpo del mio idolo tagliato a metà.

Ancora non sappiamo bene cosa sia successo ma sembra che il corpo di Bonam sia stato occupato da un terrorista. I tecnici dicono che non è possibile, ma staremo a vedere. Se Bonam si riattiverà in modo corretto nel prossimo reload magari potrà raccontarci cosa è successo. Mi chiedo, è possibile che la sua coscienza sia sopravvissuta a una latenza così lunga?

Un commando ha raggiunto il bunker con il corpo di Bonam, quello vero, devastato dall’incidente.

«Aprite, la traccia vitale di questo stronzo non è ancora svanita!»

Ravi si ferma con la mano sulla porta blindata. Se Bonam fosse ancora collegato al casco e crepasse adesso potrebbe riattivare il processo di reload. Apre la porta blindata per lasciar entrare la lettiga. L’uomo che la spinge fa appena in tempo ad accorgersi dei corpi dei compagni a terra, sente il tonfo della porta blindata che si richiude alle sua spalle, e la criolama di Ravi lo trafigge.

Due minuti dopo Richard Bonam apre gli occhi e mette a fuoco i tubi che dal soffitto scendono nel suo naso, nella bocca e in qualche altra parte del corpo. Non riesce a muovere la testa, solo gli occhi ruotano per vedere la stanza. Nonostante le droghe il dolore è insopportabile.

Un uomo che sta armeggiando con l’apparecchiatura attorno al lettino si muove scavalcando i corpi abbandonati sul pavimento.

«Ma guarda chi si è svegliato, il nostro Campione del Mondo!»

L’uomo si avvicina al letto di Bonam e gli sorride.

«Molto piacere, mi chiamo Ravi Madal, e sono un agente governativo infiltrato in questa cellula di cialtroni.»

Bonam socchiude gli occhi poi li riapre, per un attimo crede di essere salvo.

«Non puoi parlare, ma non ce n’è bisogno, io so tutto di te Richard, ti seguo da quando avevi il corpo originale. Mi spiace di non potermi fermare a farti compagnia ma vedi, restano pochi secondi per attivare il processo con il quale prenderò il controllo del tuo corpo.»

Ravi si allontana per sedersi sul letto e con un colpo secco si pianta le sonde di ritenzione neurale nel collo.

«Non so se dopo molti reload la percezione del dolore sia attenuata come dicono, ma ti assicuro che non sei messo molto bene. Ho dovuto tenerti in vita, capisci? Ma non ti preoccupare, appena mi sarà possibile tornerò qui per darti sollievo.»

Con una mano stringe il bordo del letto e con l’altra abbassa la leva del loader. Il processo si attiva e la bocca del cannone scende a schiacciargli il torace.

Ai box è sceso il silenzio. Tutti i droni si sono spostati verso la tribuna dove il Governatore rilascia dichiarazioni sull’efficienza dei sistemi di sicurezza. Un tecnico è rimasto a sorvegliare l’apparecchiatura dell’incubatore. Milioni di investimenti andati in fumo in pochi secondi.

Si accende una spia, poi una seconda. Il primo abbattitore si scalda e il nuovo corpo di Bonam, già vestito di tuta, apre gli occhi. Il tecnico cerca di contattare la squadra ma la porta si è già aperta.

Il nuovo corpo di Richard Bonam si guarda le mani. Le apre e le chiude due volte, poi si rivolge al tecnico, sorride e allunga la mano. Il tecnico la stringe.

«Richard, sei tu?»

«È stato terribile, ma adesso è tutto finito.»

Il campione del mondo esce dall’incubatore e si ferma davanti ai box, aspetta che i droni si accorgano di lui. Sente le grida della folla. Sorride alla telecamera più vicina e solleva la mano per salutare il pubblico più lontano.

«Visto papà? Ė tornato!»

«Si, è andato tutto bene per fortuna.»

Bonam si sta avvicinando, devo stringergli la mano!

«Remì?»

«Sì papà?»

«Hai i pantaloni bagnati.»

Se c’è una cosa che non sopporto al mondo - una su tutte - è la doccia fredda alla fine di un allenamento. Con quello che paghiamo di quota mensile vuoi che non si possano permettere un convertitore molecolare decente? Anche se fosse, se adesso non funziona, che attivino l’impianto geotermico, mioddio. Saranno antiquati, ma il loro lavoro l’hanno sempre fatto. Invece niente, docce fredde e tanti saluti. È che sono dei pezzi di merda, nient’altro, dei pigri e menefreghisti di merda, perché tanto la gente viene qui anche se in giro è pieno di CPV migliori. Da quando il Responsabile di Area ha messo il Sigillo, questo Centro Polisportivo Virtuale sembra diventato la Mecca: vengono tutti qui, anche se le docce sono fredde e i ledwall hanno una risoluzione da Terza Guerra Mondiale. A un certo punto, oggi, sembrava di giocare con una palla da pallavolo. Ha voglia poi a urlare, l’allenatore, e a dire che siamo delle fighette e che non dobbiamo trovare scuse perché una volta si giocava su campi da basket veri, con palloni veri, e quando si prendeva una pallonata su un dito bene che andava il dito si gonfiava per una settimana. Anche il nonno di mio nonno, quando era ragazzo, giocava a calcio con palloni veri - erano nostalgici - e quando andava male, e il dito o la caviglia, anziché gonfiarsi e basta si rompevano, glieli bloccavano per un mese con una miscela di garza e gesso, ma parliamo di preistoria, che discorsi sono? E suo nipote, mio nonno, andava a caccia in 3D con la mascherina per la realtà virtuale, e allora? Oggi, per fortuna, ci sono skinpad e ledwall sferici che hanno mandato in pensione sia il 3D, sia le mascherine, ma se non vanno bene, se non sono di qualità, non è questione di fighette o di uomini duri, ma è questione di simulare una partita di basket con un pallone che ogni tanto si trasforma in una palla da pallavolo, ed è uno schifo. Punto. È questione di imprenditori che lucrano sull’attività sportiva dei ragazzini. Non certo sulla nostra, perché noi abbiamo la forza e il coraggio di lamentarci, ma i più piccoli si abituano a tutto e fra qualche anno sarà normale allenarsi con palloni che all’improvviso cambiano forma, colore, e destinazione, con docce fredde alla fine dell’allenamento, con vaporizzatori che anziché aromatizzare cuoio e parquet aromatizzano un campo d’erba medica in alta quota. Lo dico piano, perché non ho voglia di beccarmi un’altra denuncia da sovversivo dopo la faccenda del tridimessaggio che ho condiviso insieme a Drip, ma questa cosa del green è sfuggita di mano a tanti. Vorrei vedere, poi, se questo CPV se lo merita davvero il Sigillo. Dicono che le certificazioni siano accessibili a chiunque ne faccia richiesta, ma per registrarsi al Portale Governativo occorre una laurea in lettere e un corso di orientering digitale ché ci sono talmente tante parole da leggere (ho contato più di sette righe, fitte come le pagine di un vecchio libro di carta) e istruzioni e rimandi a link lenti e obsoleti, da farti passare la voglia, altro che disponibili a tutti.

Secondo Drip qualcuno ci mangia sopra, qualche pezzo grosso, proprio come succedeva prima della Guerra Indolore. Drip è un anarchico totale. Non crede affatto al nuovo Governo ed è convinto che la Guerra Indolore sia stata una farsa e che la decimazione della popolazione mondiale sia stata pilotata. “Dobbiamo ribellarci a questo Sistema, non lo capisci? Sarà mica un caso che adesso si vada tutti d’accordo? Possibile che nessun delinquente abbia votato per i vincitori?”

Non ha tutti i torti, ma se mettessimo in dubbio la legittimità delle elezioni come si spiegherebbe che tutta la popolazione mondiale, o quanto meno i nove decimi che la mattina dopo non si sono svegliati, abbiano preso la pillola collegata al proprio candidato? Nella preistoria, quando Trump e il koreano giocavano ai pistoleri sulla pelle della gente, era impensabile che un giorno i governi di tutti i Paesi del Mondo si mettessero d’accordo per un’elezione globale, anche se quella elezione, con lo sterminio dei perdenti, avesse risolto il problema del sovrappopolamento e allo stesso tempo avesse garantito nuova e prosperosa vita ai sopravvissuti; eppure la Guerra Indolore si è tenuta e la gente la pillola l’ha ingoiata. “Il tuo scetticismo è già una prova che nessuno ha manipolato le cose - gli dico - perché altrimenti uno come te sarebbe finito tra quelli che il giorno dopo non si sono risvegliati!”. Ma non mi sta a sentire e continua a inneggiare alla rivoluzione, come se i quaranta giorni di esclusione dalla rete per avere condiviso quel tridimessaggio, che sbugiardava un Sigillo apposto a un ricovero per anziani, non gli fossero bastati. A me sono bastati, eccome, ma tornando al Sigillo apposto a questo CPV devo ammettere che la penso come Drip, anche se nessuno lo dovrà mai sapere.

Prima di uscire dal Centro passo a dare un’occhiata alla sezione delle virtual-bike. Qui i monitor sembrano migliori - almeno questi che danno sul corridoio, in favore dei guardoni - e lo skin scanner funziona a meraviglia. Ogni volta che ci penso sono tentato di pagare l’upgrade dell’abbonamento e sbloccare il filtro dell’intimo, ma duecento crediti per vedere tette a penzoloni e chiappe sotto sforzo, per quanto questi corsi siano pieni di fighe, mi sembrano ancora una follia. E poi ci sono sempre quelle che se ne fregano delle regole e l’intimo schermato non lo indossano, e così mi godo lo spettacolo completo senza pagare. Brave ragazze, siete la salvezza della mia masturbazione, anche se venire a fare bicicletta virtuale in pausa pranzo e vestirsi tirate apposta per farsi spogliare dagli skin scanner, e addirittura non indossare intimo schermato, è davvero da depravati, ma siate benedette, amiche mie, e se un giorno non sapeste dove passare la notte sappiate che ho un mio modulo personale e lì dentro sarete sempre le benvenute. Potrei farvi vedere la Ghirlesca, per esempio, uno dei pochi esemplari di bicicletta ancora esistente sulla faccia della terra. Se vi dicessi quanto l’ho pagata all’asta online mi dareste del matto, ma sono un nostalgico: mio nonno - sì, sempre quello che andava ancora a caccia con la mascherina per la realtà virtuale - da bambino ne aveva avuta una e i suoi racconti sulle sensazioni che provava, il vento vero sulla faccia, le asperità del terreno, la catena che scricchiolava, le ruote che alla lunga perdevano la centratura e iniziavano a ondeggiare, mi hanno fatto innamorare di questo reperto. Una bella parte del modulo è occupato da quella bicicletta, ma un po’ di spazio per noi lo rimedio, non vi preoccupate.

Fuori dal CPV c’è il solito clima perfetto. Il telefono lenticolare mi fa intravedere i livelli di qualità dell’aria e segnala semaforo verde su tutti i fronti: Ozono a 14, Biossido di Azoto a 1,7, Biossido di Zolfo a 1, Monossido di Carbonio a 47, PM10 a 1,1, PM2,5 a 0,9. Le aiuole sono ben rasate, il cielo è azzurro, il sole splende, il fruscio degli “alberi del vento” - retaggio vintage di cui il Responsabile di Area va molto fiero - è l’unica distorsione in questo paesaggio apparentemente perfetto. La mia floatingboard è sospesa a pochi centimetri da terra, dove l’avevo lasciata. È l’unica, tutti gli altri avventori del CPV non si fidano e le portano dentro, negli armadietti, ma mai uno che si sia preso una denuncia. Se lo facessi io, o se lo facesse Drip, sono sicuro che ci prenderemmo subito un’ammenda di sette crediti per diffusione di sfiducia e malcontento. Va be’, poco cambia, finché ho questo modello antiquato a fluttuazione a trenta centimetri da terra non credo che venga in mente a qualcuno di portarlo via. Non che io pensi che ci siano malviventi in circolazione, sia chiaro, che magari qui fuori hanno piazzato dei recettori del pensiero; dico solo per dire.

Drip ha l’ultima versione, la W12, una figata pazzesca: fluttua a due metri da terra e non è più grande di un’impronta di scarpe misura 47. Costa milleottocento crediti, una follia. Io non potrei permettermela neanche se per tre mesi lavorassi un’ora tutte le sere e tutte le quattro ore nei fine settimana, ma suo padre ha chiuso un appalto con la Macro Area 25 per lo spurgo dei convertitori molecolari e non ho idea di quanto incassi ogni anno. Immagino che sia una cifra spropositata. Drip non è un frequentatore di questo CPV, che io sappia non lo è di nessun Centro Polisportivo Virtuale in genere, ma se mai venisse qua non lascerebbe di certo la sua floatingboard W12 incustodita nel parcheggio esterno, con la differenza che, rispetto a tutti gli altri che portano abusivamente le floating negli armadietti, anche lui, come me, sarebbe subito beccato dai droni governativi.

Arrivato a casa vedo lampeggiare il nome del mio amico tra me e il portone, do’ un colpo di testa verso sinistra e rispondo al lenticolare. “Ciao vecchio – esordisce, prima che io possa sentire il rumore di due gocce di Ipradim vaporizzate – hai idea di cosa ci sia da fare per domani a scuola?”

Gli chiedo se nell’Ipradim ci abbia messo anche qualche goccia di Nivomax200 perché mi sembra che sia giocato il cervello: “Drip, credi davvero che io possa averne idea? Ho loggato il registro e ho lasciato che sia la rete ad assolvere ai miei doveri scolastici, come sempre”.

“Cos’è che hai sciolto in rete, vecchio?”

“Assolto, Drip, non sciolto. Lascia stare, ho copiato, ok? Cosa mi dovevi chiedere? Non ci credo che mi hai chiamato per i compiti”.

“Si, vabbè, non solo per quello…”.

“Sei solo a casa anche oggi?”

“Sì vecchio, e non c’è niente da mangiare, lo sai com’è fatta mia madre”.

“Vieni da me, non c’è problema. Questa mattina, prima di uscire, ho visto che la soia è arrivata a maturazione e ci devono essere anche delle fave di tonca e del seitan olandese”.

“Come cazzo fate a coltivare quella roba, vecchio? Sarà che mia madre non ci ha neanche mai provato e continua a spendere barche di crediti per comprare due filetti di pesce, che neanche mi piace”.

“Non siete una famiglia normale Drip, con quello che spendete a ogni pasto noi ci mangiamo per un anno intero”.

“In effetti sono dei ladri, vecchio, non si possono pagare tutti quei crediti per un etto di carne o due filetti di pesce, cazzo”.

“Ma tu hai idea di quanto costi allevare dei pesci in condizioni del tutto naturali, e aspettare che terminino il loro ciclo vitale, prima di poterli uccidere per farne cibo? E allevare un bue? Hai mai visto quanto è grosso un bue?”

“Perché non mettiamo su un allevamento, vecchio? Faremmo una montagna di crediti”.

“Perché ci vogliono generazioni prima di poter monetizzare anche uno solo di quegli animali, e nel frattempo cosa facciamo? Ci sarà un motivo per cui i maiali girano solo tra ricchi sfondati, no? La frase “Un maiale è per sempre” non è solo una pubblicità che riflette l’amore di chi lo regala, ma anche la vita di quel fottuto suino, Drip, ché muori prima tu davanti alle tue console, tempestato di skinpad sessuali, che quelli, all’aria aperta, serviti e riveriti. E non credo che a te ti potrei macellare”.

“Ho capito, va, continuiamo a restare schiavi del Sistema. Di’ a tua madre di preparare qualcosa anche per me, che arrivo”.

Drip è un caro amico, ma a forza di svapare sostanze strane credo davvero che si sia giocato il cervello. Mettere su un allevamento di animali. Come gli può saltare in mente?

Finiamo di cenare e Drip si mette a fare un pippone a mia madre. “Signora Caselli lei è davvero il prototipo della donna ideale, credo che nessuna sia in grado di gestire la casa e il giardino alimentare pensile come lei. Se mio padre avesse avuto la fortuna di incontrarla prima che lei avesse preso marito, anziché incontrare quella negata di madre!”. Pippone che la signora Caselli, mia madre, assorbe come una spugna di mare. Facciamo ancora due chiacchiere, ma prima che mia madre si monti la testa e si metta a raccontare tutti i segreti della casalinga perfetta ce ne andiamo in stanza, ognuno a casa propria, davanti alle console, per finire di discutere tra noi mentre scongiuriamo l’ennesima invasione di alieni.

La mattina dopo, la sveglia mi richiama a quella che ci è dato considerare realtà. Col dubbio in testa che alzarsi tutti i giorni alle otto e trenta, per farsi tre ore di scuola, non sia umano, butto giù il mio bicchiere di balanced breakfast e riprendo il mio ruolo in quello che certamente è il gioco virtuale di una qualche forma di vita superiore. Per strada è tutto perfetto. Per ogni macchina che fluttua in una direzione ce n’è una che fluttua nella direzione opposta. Il sole del mattino le avrà già ricaricate per l’intera giornata, qualsiasi sia il loro tragitto, e guardarle scorrere ha lo stesso effetto di arare un piccolo giardino zen da scrivania, quelli con la sabbia dentro e il rastrellino di legno, talmente sono armoniche e silenziose. Tallone e Ragno, i nostri vicini di casa omosessuali, passeggiano con le loro carrozzine uguali. Da quando hanno ottenuto le gemelline, la loro prima missione si è completata e i ventimila crediti che si sono ritrovati in conto li hanno resi ancora più felici. Ma un conto sono i vicini, un altro sono le piccole, che prima o poi cresceranno. Voglio vedere se saranno grate ai padri quando dovranno iniziare a fare a metà di ogni pagnotta. Per fortuna il mio, di padre, se n’è andato di casa poco dopo che sono nato, così mia madre non ha dovuto pensare a sfornarmi una sorella per ristabilire l’equilibrio familiare. Ventimila crediti fanno comodo a chiunque, la politica di bilanciamento della popolazione del Nuovo Governo è generosa ed efficace, ma ringrazio la sorte che sia riconosciuta come perfetta anche la famiglia di due persone, perché condividere la mia vita con una sorella non rientra davvero nelle mie aspettative.

Fuori dalla scuola trovo Drip e Medusa, come ogni mattina. Lui è avvolto nella solita nuvola di vapore, lei è bella da fare paura. Drip il problema della sorella non l’ha avuto, suo padre tira su talmente tanti crediti col lavoro, da non avere bisogno dei ventimila del programma. Medusa, invece, è figlia singola per contestazione: ai suoi genitori ventimila crediti servirebbero come l’aria che si respira, intonsa e pulita, ma si sono rifiutati di piegarsi alla logica del Governo, il figlio maschio non l’hanno concepito, e dopo di lei hanno chiuso bottega. Non dico che non facciano sesso, non sono i tipi, ma hanno deciso di non sbattere al mondo un’altra creatura, e per questo li stimo tantissimo, oltre che per avere generato Medusa.

“Arrivare due minuti prima, per una volta, no eh?” mi rimprovera Medusa con quelle labbra morbide e sensuali. Potrebbe anche darmi del tecnologicamente disadattato, che provocherebbe comunque la mia eccitazione.

“Ragazzi, la vita è talmente perfetta che due minuti di ritardo sono l’errore necessario a renderla reale. Vogliamo combatterlo questo Sistema, o ci dobbiamo sempre conformare come il resto dei sopravvissuti?”

“Lucio, tu sei la personificazione del ragazzo modello, l’anticristo della ribellione, sei il ragazzo del futuro, l’unica volta che hai alzato la testa ti sei beccato una denuncina da sette crediti ed è bastata a rimetterti in riga. Lo sai bene che la tolleranza dei ritardi è di due minuti e mezzo e che i tuoi due minuti non fanno impressione a nessuno, non fare il fico”.

“Drip, ma vaffanculo”

Esaurito il ciclo dei saluti entriamo in classe e ci apprestiamo ad affrontare la nostra lunga mattinata di studio.

Un pomeriggio in cui non ho allenamento, Medusa mi manda un messaggio per chiedermi se ho voglia di andare con lei a fare un giro fino al lago. Dice che ha trovato in rete qualcosa di speciale e che lo vuole condividere con me, perché saprei apprezzare. È un po’ lontano, il lago, ma l’idea mi alletta. Prima di risponderle controllo se lo scooter è carico, ché non possiamo andare fino laggiù con le floatingboard. Segna 90%, anche se gli accumulatori stanno battendo gli ultimi colpi dovremmo riuscire ad andare e tornare senza problemi, per cui le rispondo dicendo che per me si può fare. Non presto attenzione alla storia della sorpresa perché, a differenza mia, Medusa in rete non acquista mai nulla per cui al massimo avrà trovato un articolo curioso, o una foto particolare, forse che riguarda Drip, o forse qualche altro amico comune, ma dubito, in ogni caso, che possa riguardare me e che mi debba preoccupare.

Quando la passo a prendere la trovo già pronta sotto casa, con una borsa termica a tracolla. Evito di chiederle anticipazioni e rimando l’effetto wow a quando saremo arrivati al lago.

Lungo il tragitto vedo sfilare alberi su entrambi i lati del percorso, in numero e specie uguale, tanti e tali da una parte, altrettanti e tali dall’altro. Lo scooter fluttua mantenendo un ottimo equilibrio nonostante gli anni e gli acciacchi, e nonostante la borsa frigo di Medusa che pesa solo da una parte. Fino adesso ho glissato sia sul contenuto di quella borsa, sia sulla sorpresa, che inizio a pensare coincidano, ma spero che Medusa, appena arriveremo, sciolga ogni riserva. Invece così non è.

“Devi avere ancora un attimo di pazienza”, dice quando le chiedo spiegazioni “prendiamo una barca, ti va di remare?”

C’è un noleggio di piccole imbarcazioni a remi: un credito all’ora, quattro crediti per tutta la giornata. “Chi prenderebbe mai una barca a remi per tutta la giornata?” chiedo a voce alta. L’ho fatto sovrappensiero, senza rivolgermi a nessuno, ma Medusa mi risponde: “Il lago è talmente vasto, che se qualcuno volesse anche solo attraversalo, da una sponda all’altra, non credo che basterebbe una giornata”.

“Accidenti, ci si può anche perdere allora”

“Perdere non credo”

“Già, i droni governativi vedrebbero tutto e arriverebbero in soccorso”

Medusa non replica, e si avvia verso il noleggio di imbarcazioni. Sono tutte in fila a pelo d’acqua, lungo cinque moli che si estendono per venti metri da riva verso il centro del lago. Neanche a dirlo, da una parte e dall’altra di ogni molo c’è lo stesso esatto numero di imbarcazioni. Mi chiedo cosa accadrà quando noi ne prenderemo una, come verrà ristabilito l’equilibrio perfetto? Striscio la tessera nel lettore e sblocco la prescelta. Non c’è bisogno di stabilire adesso quanto tempo terremo lo scafo, l’addebito verrà calcolato in automatico quando lo riporteremo indietro.

Salgo per primo, mi faccio passare la borsa frigo e poi aiuto Medusa a salire.

Mentre remo in maniera goffa e sgraziata, accorgendomi da subito che è tutta un’altra cosa rispetto ai vogatori virtuali, Medusa, seduta da vanti a me sulla base dello scafo, schiena inarcata e mani appoggiate all’indietro, mi guarda con i suoi occhi neri, ma soprattutto con le sue tette strepitose, che non riesce a nascondere sotto gli ampi maglioni. Parliamo di Drip, della scuola, parliamo anche della notizia che in questi giorni sta circolando in rete: in alcune Aree del Mondo è permesso controllare geneticamente, oltre al sesso dei nascituri, anche altri fattori come gusti, tendenze sessuali, predisposizione verso materie umanitarie o scientifiche, e ci confrontiamo sull’opportunità di portare questa innovazione anche all’interno della nostra Area. Ok, è Medusa a parlare e ad esprimere la propria opinione su questa cosa, definendola l’ennesima follia del Nuovo Mondo, perché a me in realtà non frega niente. Io remo e annuisco, e continuo a perdermi nell’ondeggiare delle sue tette. Quando perdiamo di vista la riva dalla quale siamo partiti, Medusa smette di parlare e fissa il vuoto per qualche secondo. Intuisco che stia controllando qualcosa sul telefono lenticolare. Vedo le sue pupille muoversi nel vuoto. Non posso immaginare cosa stia imputando, o cercando, attraverso le proprie sinapsi, ma dopo pochi secondi torna a guardare me e finalmente mi dice che ci possiamo fermare.

“Qui? Nel mezzo del nulla? A me va bene, ma perché non potevamo fermarci prima?”

“Perché abbiamo raggiunto la zona cieca. In questo punto i droni governativi non arrivano, sono a corto raggio e tutte le basi di decollo più vicine lasciano scoperta la stessa piccola zona, questa zona, per un raggio di una ventina di metri e basta, quindi butta giù l’ancora e stai bene attento a che non ci spostiamo da questo punto”.

“E tu come fai a saperlo?”

“Lucio, sui blog sovversivi si trova di tutto. Nella nostra Area ci sono tre zone cieche e questa è una, la più vicina”.

“Mah, sarà vero? E perché siamo venuti qui?”

“Per la sorpresa. Tu sei un nostalgico, non è vero? Con la bicicletta che tieni appesa nel tuo modulo e tutte le storie che racconti sui tuoi antenati, ti piace il vintage. In rete, oltre alla mappa delle zone cieche, ho trovato queste due chicche…” e apre la borsa termica per tirare fuori una bottiglia di Pampero, un liquore, esattamente un rhum, che si trovava in libera circolazione prima della Guerra Indolore, e una bottiglietta di Coca Cola da mezzo litro, di plastica.

“Ma tu sei fuori!” grido soffocando la mia voce per paura che i droni ci possano sentire. “Liquore e plastica, se ci vedono ci tolgono trentamila crediti a testa. Mettili subito via!”

“Tranquillo, dove siamo adesso non ci può vedere nessuno. Hai mai sentito parlare di Coca e Rhum? Dicono che sia una combo perfetta. Non è forse il Governo a dire che si deve puntare sempre alla perfezione?”

“Santoddio Medusa, sì, ma il liquore è bandito, e la plastica… la plastica è un derivato del petrolio, ti rendi conto? La cosa più lontana dalla biodegradabilità che ci fosse nel Vecchio Mondo. L’abbiamo anche studiato a scuola, no? Il petrolio, l’oro nero, le guerre. Medusa, a due come noi non basta una vita per accumulare trentamila crediti, questa sarebbe una sorpresa?”

“Stai tranquillo, ti ho detto che siamo in una zona cieca. E poi la sorpresa non era solo questa”

“Oh cielo, altro ancora?”

“Che fifone che sei Lucio, mi stai facendo pentire della mia idea”

“Quale sarebbe questa idea?”

“Brindare a Rhum e Cola, come facevano una volta, prima che il Mondo fosse inquadrato e reso equilibrato e perfetto, e fare sesso con te, ma se credi che i droni ci possano vedere…”

Quindici minuti dopo, io e Medusa siamo sdraiati sul fondo della barca a remi, pelle contro pelle, parte di me dentro parte di lei, mentre la bottiglia di plastica, vuota, galleggia a filo d’acqua e va a disperdersi su qualche sponda del lago, dove impiegherà tra i cento e mille anni prima di degradare ed essere completamente smaltita.

Polvere. La vedo tra i fascicoli che giacciono sulla scrivania. La vedo danzare nella luce mentre ne sfilo uno dalla pila. Era rimasto lì sepolto, tra un rinvio a giudizio e l’altro. Non conviene intentare una causa, specie in Italia, in cui i tempi della giustizia sono tanto lunghi, se non vi si ha un reale interesse economico. Le questioni di principio vanno affrontate altrove, affidate al confessionale di una chiesa, rimesse all’ascolto creativo di uno psicanalista, risolte, nella migliore delle ipotesi, con una lunga discussione e un invito a cena. In ogni caso la violenza non serve, può solo peggiorare le cose. E’ per questo che da anni mi occupo solo di diritto penale commerciale, casi di spionaggio industriale e affini, lasciando ad altri la consulenza nel diritto civile. Nello studio in cui lavoro - un grosso studio legale di Milano - entrano solo uomini d’affari. Chiedono a me e ai miei soci di stendere i contratti in grado di garantire alle loro aziende i migliori profitti, tutelarsi contro i reclami, rimettere sul consumatore, quanto più possibile, la responsabilità di un guasto o del malfunzionamento del prodotto o di un servizio.

Oppure tutelare i propri dipendenti dal logorio psicofisico cui può esporli un lavoro di routine. Le cause di diritto del lavoro possono essere molto gravose per un’azienda: meglio evitare, meglio prevenire. Ci sono anche clienti che ci credono, intendo al benessere dei loro dipendenti, perché migliorare le condizioni di vita delle persone li fa sentire migliori, un po’ come fare beneficienza. E’ quanto ho imparato negli Stati Uniti, dove per beneficenza si organizzano eventi di ogni genere, a volte vere e proprie gare, per finanziare ricerche e gallerie d’arte, dare aiuto ai senzatetto, purificare l’acqua in regioni del mondo in cui non è utilizzabile, in sostanza per mettere a tacere il senso di colpa di persone benestanti verso chi ha meno di loro o esprimere, anche in quell’ambito, la competizione.

Quando ero bambina non avevo mai pensato che un giorno sarei potuta andare a vivere negli Stati Uniti. Per la verità ne ho dubitato o non ci ho pensato fino al mese precedente alla partenza. Sono cresciuta, figlia unica, affidata alle sole cure di mia madre. Mio padre l’ho visto poco, era sempre al bar a bere e le sue condizioni di salute, per via dell’alcool, sono via via andate peggiorando fino alla cirrosi epatica, che se l’è portato via in breve tempo quando io avevo otto anni. Era violento con mia madre, e lei non ha mai battuto ciglio, troppo occupata a mandare avanti la nostra specie di famiglia, e a sfruttare ogni centesimo che guadagnava per farmi studiare e per coprire le interminabili cure mediche di mio padre.

Mia madre faceva le pulizie. Vivevamo in piccolo appartamento alle porte di Milano. Ci siamo salvate grazie alla polvere, manciate, strati di cui si patinavano le scrivanie. Si metteva in bici la mattina presto, prima che io mi alzassi per andare a scuola, mentre mio padre giaceva addormentato sul divano. Lasciava il tavolo della colazione apparecchiato, legava dietro la nuca un fazzoletto che la proteggeva dal freddo, e si incamminava. Fu molti anni dopo la morte di mio padre, che prese a fare le pulizie presso uno degli studi legali del paese. Io all’epoca studiavo alle superiori, frequentavo ragioneria per poter avere subito un impiego al termine dei miei studi.

Conosco perfettamente le mansioni della segreteria cui ho appena dettato una lettera di lavoro, perché è da lì che ho cominciato. E’ come segretaria che, dopo il diploma, ho iniziato a lavorare in questo studio legale, lo stesso in cui mia madre aveva lavorato come donna delle pulizie. Fu proprio l’avvocato a proporglielo.

Disse:

-Me la faccia conoscere, ho bisogno di un po’ d’aiuto, poi magari chissà.

Ricordo ancora quando mia madre me lo propose, un sabato mattina, io al tavolo della cucina davanti al caffelatte e lei in piedi sulla soglia, il fazzoletto in testa e le mani unite, all’altezza del ventre. Ricordo ancora la luce di speranza nei suoi occhi.

-Sarebbe un lavoro sicuro e ben pagato. Poi magari chissà.

Facevo un po’ di tutto e mi recavo spesso in tribunale per notifiche di atti e altre mansioni da galoppino. L’avvocato credeva in me, diceva che ero sveglia, e mi incoraggiò a iscrivermi all’Università l’anno dopo: si sarebbe occupato lui della retta. E così fu, il primo anno, dopo molte riluttanze. Volevo essere autonoma, farmi da me, e gli anni successivi sono sempre andata avanti con borsa di studio. Fu sempre sua, quando stavo per laurearmi, l’idea di fare dell’esperienza all’estero presso un’ Università straniera, Inghilterra o Stati Uniti. Erano gli anni ottanta, grandissima crescita economica e sociale, e l’avvocato aveva iniziato a espandere il suo giro di conoscenze tra gli industriali.

Le aziende si aprivano al mercato estero, in cui il Made in Italy era diventato il nuovo status symbol, e c’era bisogno che qualcuno conoscesse l’inglese e si occupasse dei contratti internazionali. Sarebbe stata la sua nuova forma di business, e insieme saremmo stati pionieri di quell’avventura. L’avvocato mi parlava del King’s college di Londra e dell’ateneo di Harvard, di cui non sapevo quasi nulla se non per averne sentito parlare in qualche film. Erano anni in cui i giovani iniziavano a girare per l’Europa, spesso, durante l’estate. Si mettevano in treno con un biglietto Interrail e visitavano le principali capitali: Londra, Dublino, Vienna, Monaco. Visitavano i musei, le piazze con i monumenti, per poi lasciarsi trasportare dalle abitudini e tradizioni del luogo, la cucina, i concerti e ripartire alla volta di un’altra città.

I miei amici, quelli appartenenti a famiglie un po’ più abbienti, raccontavano delle loro esperienze e sembrava meraviglioso, ma io volevo laurearmi e diventare indipendente il prima possibile. Vivevo ancora con mia madre, che nel frattempo aveva smesso di fare pulizie presso lo studio, ed era andata a fare assistenza quasi fissa a una famiglia, in cui la nonna aveva bisogno di una badante, oltre che di una dama di compagnia. Spesso trascorreva da loro anche la notte e io, sempre più assorbita da lavoro e studio, la vedevo sempre meno. Ogni tanto tornava a casa, i polsi segnati di viola; le chiedevo cosa fosse e lei rispondeva che si era bruciata col forno, o ustionata con l’acido muriatico.

Per la verità non ci facevo molto caso, ché quando c’era mi accontentavo di stare un po’ con lei, per poi dedicarmi agli altri collaboratori dello studio - procuratori o avvocati – con i quali avevo iniziato a fare amicizia. Confrontarmi con loro era prezioso anche per capire cosa avrei voluto fare davvero “da grande”, o come funzionava quel mondo in cui muovevo i primi passi. Mi bastava sapere di essere sempre più padrona della mia vita e sapere che sia io che mia madre in qualche modo ci stavamo facendo la nostra vita come meglio potevamo, andando avanti in maniera dignitosa.

Mi feci convincere dall’avvocato a dare la tesi all’estero, presso la prestigiosa Università di Harvard. Furono mesi intensi in cui misi in gioco tutta me stessa. L’inizio non fu facile, soprattutto per via della lingua che non conoscevo così bene, poi tutto migliorò: studiare, ma anche confrontarmi con persone di ogni parte del mondo, alcune delle quali sento ancora a distanza di anni. Fu meraviglioso entrare a contatto con una cultura in cui i professori davano del tu agli studenti, e li spronavano a dare il proprio contributo.

Era diverso rispetto al panorama accademico italiano in cui vi era un certo distacco tra studenti e docenti, il cui sapere non veniva mai messo in discussione. In più, ero entrata a contatto con una cultura che favoriva l’accesso della donna a ogni settore della società, dalla ricerca, alle cariche politiche e manageriali. Ne veniva promosso lo sviluppo, l’inserimento, il rispetto. Vi erano delle contraddizioni nella cultura americana ma da quel punto di vista la consideravo un’ideale cui l’Italia avrebbe dovuto aspirare. Sul finire di quell’esperienza mia madre mi avvertì di essersi ammalata di epatite b, molto probabilmente a causa del contatto con l’anziana signora, che a sua volta l’aveva contratta in ospedale per via di una trasfusione. Non esitai e rientrai in Italia, com’era necessario. Mia madre guarì, anche se il suo fegato, oramai minato, la rese dipendente da alcuni farmaci.

A parte ciò, i segni sul suo corpo restavano e iniziai a insospettirmi. Insistetti a chiederle se andava tutto bene, come se li era procurati e profilai l’ipotesi di un maltrattamento. È lì che avrei dovuto approfondire, invece che lasciar perdere e restare concentrata sulle mie cose, ma il senno di poi non ha mai fatto la fortuna di nessuno. In paese girava voce che il genero della signora avesse le mani pesanti, sia con la moglie che con la suocera, ma le avevo ritenute dicerie e mia madre faceva la vaga. Mi ripeteva che era stanca, ma che le era necessario continuare a lavorare perché la retribuzione era buona. Trascorsero altri due anni, oramai mi muovevo con sicurezza in ambito giuridico, supportando l’avvocato e facendo fruttare i contatti che avevo preso negli stati uniti per sviluppare forme di commercio internazionale di cui curavo la contrattualistica, e potei andare a vivere da sola, in affitto.

Venne anche il giorno, indimenticabile, in cui superai brillantemente l’esame di abilitazione alla professione di avvocato. Festeggiai con un po’ di amici e il mio fidanzato, un giovane magistrato conosciuto a una cena sociale. Pochi giorni dopo, mia madre non si sentì bene e solo a quel punto mi confessò di ricevere percosse dal genero della signora anziana. Non c’era un motivo, lo faceva nei giorni in cui aveva avuto una giornata difficile o era particolarmente nervoso, lo faceva per spazzare via la rabbia o la frustrazione, ciascuno di noi a suo modo può avere uno strato di polvere nella sua vita. Nonostante la riluttanza di mia madre le imposi di interrompere subito quel lavoro e feci in modo di far disporre delle intercettazioni, eravamo ormai ai primi anni novanta, ma non servirono a molto per certi aspetti.

Mia madre fu trovata morta ai piedi della sua bicicletta una sera d’inverno. Il fegato, fiaccato dall’epatite, aveva ceduto a seguito di un calcio che era stato fatale, e aveva mandato tutto il corpo in arresto. Un corpo senza vita, per strada, tra foglie e polvere. L’uomo, adirato per come si erano messe le cose, fu individuato grazie alle telecamere di sorveglianza di una banca lì vicino. Ho vinto il processo per omicidio colposo contro quel mostro. La sentenza non me l’ha restituita, ma mi piace pensare possa essere un disincentivo a delinquere, e un incoraggiamento a tutte le donne perché denuncino chi getta polvere sulla loro serenità. Il tassello minuscolo di un mosaico. Dal 2013 i casi di femminicidio sono aumentati del cinquanta all’anno, dicono che alla base vi sia una concezione della donna come oggetto, fonte di possesso, priva di emozioni.

Gli studi dicono vi sia paura di abbandono o istinto di vendetta verso le vittime. Così cerco di insegnare a mia figlia a difendersi in caso di pericolo, e a mio figlio a rispettare le donne, chiunque esse siano, anche ora che riapro questo fascicolo, da cui esce un filo di polvere.

Pagina 1 di 6