Siamo arrivati all'ultima intervista doppia: Chiara Trombetta e il suo personaggio Nicola Ventimiglia.

 

-          Nome?

Nicola Ventimiglia.

-          Età?

Venticinque anni.

-          Dove vivi?

In provincia. Che è anche il nome di una malattia.

-          Il tuo maggior pregio?

La capacità di comprendere anche ciò che mi è estraneo.

-          Il tuo peggior difetto?

L'incapacità di limitarmi a vivere.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

Un niente la tocca e spunta subito un livido.

-    Qualcosa al tuo alter ego che non gli hai mai detto?

Sii meno spigolosa, che tanto muori lo stesso.

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

Un amore folle per il Detestiario di Margherita e il desiderio di narrarmi.

Chiara

-          Nome?

Chiara Trombetta.

- Età?

Ventidue anni.

-          Dove vivi?

Fino al mese scorso a Siena. Per ora di nuovo a Sora (FR), la mia città natale. Tra pochissimo in Germania. Diciamo pure che non ho radici.

-          Il tuo maggior pregio?

La trasparenza.

-          Il tuo peggior difetto?

Troppe cose mi scivolano addosso.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

Si incarta in se stesso dieci volte al minuto.

-          Di qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto.

Al bando il senso di colpa, per favore.

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

Soprattutto la bella sensazione di veder nascere, crescere, respirare e mutare qualcosa di vivo.

Altra intervista doppia, questa volta conosciamo meglio Nicola Rovetta e il suo personaggio: Eddy Jonston.

- Nome?

Eddy Jonston.

- Età?

Trentuno anni.

- Dove vivi?

In provincia di Brescia.

- Il tuo maggior pregio?

L'eccentricità, la mia miglior amica è purtroppo stata anche la peggiore.

- Il tuo peggior difetto?

La tendenza ad avere raptus di furia, quando esplodo tocca anche ad un oggetto vicino.

- Il peggior difetto del tuo alter ego?

Non ascolto mai i consigli, penso sempre che farcela da solo sia il miglior consiglio. Non è cosi!

- Di qualcosa al tuo alter ego che non gli hai mai detto

Vatti a fare una bella camminata. Resti troppo in casa, rischi di impazzire come me, un giorno di questi ti porto a camminare su un laghetto ghiacciato.

- Cosa ti resterà di questa esperienza?

Degli ottimi compagni di gioco, maggior felicità e una bella storia da raccontare.


- Nome?

Nicola Rovetta.

- Età?

Ventiquattro anni.

- Dove vivi?

In provincia di Brescia.

- Il tuo maggior pregio?

Una fantasia con le sfumature dell'arcobaleno.

- Il tuo peggior difetto?

La tendenza all'eccessiva bontà, quando sono sgarbati o peggio con me me ne sto zitto e buono. Eddy si arrabbia parecchio, dovrei fare più come lui, con lui sono successe anche cose eccessive però. Una via di mezzo sarebbe forse la cosa migliore.

- Il peggior difetto del tuo alter ego?

Non ha abbastanza fiducia in se stesso, spesso soffre proprio per questo.

- Di qualcosa al tuo alter ego che non gli hai mai detto.

Dovresti iniziare a studiare qualcosa, sei più intelligente di quel che pensi.

- Cosa ti resterà di questa esperienza?

Una bella esperienza letteraria, l'aver conosciuto Eddy e tutti voi che avete lasciato un grosso segno. Sarà mica poco!

- Nome?

Prisca Aramini.

- Età ?

Quarantuno.

- Dove vivi?

In Fiammingozia.

- Il tuo maggior pregio?

Sono amichevole e ho sempre una buona parola per tutti.

- Il tuo peggior difetto?

Il mio gemello cattivo non ha peli sulla lingua.

- Il peggior difetto del tuo alter ego?

Quel babbeo del gemello buono ha seminato nuovi peli sulla sua stupida lingua.

- Di qualcosa al tuo alter ego che non gli hai mai detto

Se non ci fossi tu, io sarei in carcere.

- Cosa ti resterà di questa esperienza?

Uno sdoppiamento della personalità ancora più grave di quello che già avevo.

 

- Nome?

Debora Gatelli.

- Età

Quarantuno.

- Dove vivi?

Ad Anversa (Fiammingozia).

- Il tuo maggior pregio?

Ho molta fantasia nel creare i miei personaggi! ;-)

- Il tuo peggior difetto?

Ascolto la gente fino allo sfinimento (mio).

- Il peggior difetto del tuo alter ego?

E’ petulante e polemico fino allo sfinimento (altrui).

- Di qualcosa al tuo alter ego che non gli hai mai detto.

Comincio a sentirmi un po’ sfinita.

- Cosa ti resterà di questa esperienza?

Nuovi amici da ascoltare e con i quali polemizzare in allegra "petulanza"

Conosciamo meglio Giuseppe Patti e il suo personaggio: Giuseppe Calamitaro.


 

- Nome?

Giuseppe Calamitaro.

- Età?

Venticinque.

- Dove vivi?

Palermo.

- Il tuo maggior pregio?

Non credo di averne, pregi.

- Il tuo peggior difetto?

Forse sono un insicuro senza speranza, ed esisto.

- Il peggior difetto del tuo alter ego?

Si crede migliore di me.

- Di' qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto.

Pensa, vivi.

- Cosa ti resterà di questa esperienza?

Forse qualche ricordo, più o meno sfumato.

 

- Nome?

Giuseppe Patti.

- Età?

Ventidue.

- Dove vivi?

Palermo, ma sogno di girare il mondo, essere sempre in viaggio.

- Il tuo maggior pregio?

Non devo essere io a dirlo, non sarei oggettivo.

- Il tuo peggior difetto?

Tendo a sognare avvenimenti, irrealizzabili, più grandi di me.

- Il peggior difetto del tuo alter ego?

Difficilmente sorride.

- Di' qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto.

Sorridi.

- Cosa ti resterà di questa esperienza?

Tanto sonno arretrato.

-          Givevra Mantovani e Nicoletta Fanuele si raccontano per noi.

 

           Nome?

-          Ginevra Mantovani.

-           Età?

-          Trent’anni.

-           Dove vivi?

-          Salerno.

-          Il tuo maggior pregio?

-          Il coraggio.

-          Il tuo peggior difetto?

-          Sono una gran sbadata!

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

-          La testardaggine.

-          Di’ qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto:

-          Elimina dalla tua vita persone che non ti fanno star bene!

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

-          La capacità di aver saputo affrontare storie “difficili” ed esserne “quasi” venuta a capo.

 

 

-          Nome?

-          Nicoletta Fanuele.

-          Età?

-          Venticinque anni.

-          Dove vivi?

-          Basilicata, provincia di Potenza.

-          Il tuo maggior pregio?

-          La capacità di credere sempre in quello che faccio e tirare dritto verso un obiettivo.

-          Il tuo peggior difetto?

-          Il mio orgoglio, ma non sempre si rivela essere un difetto.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

-          Il suo voler concedere quasi sempre una seconda opportunità a chi le ha fatto del male.

-          Di’ qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto?

-          Smettila di rovesciare tutti quei caffè, finirà per diventare un vizio!

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?
La bellezza di aver conosciuto persone nuove, che nutrono la mia stessa passione per la scrittura, e con cui ho condiviso un’esperienza fantastica!

La prima volta che Lucio Morelli ha incontrato Flaminio Vitali aveva appena irrimediabilmente macchiato di terra la sua salopette rosa. Aveva un sacco di vestiti rosa, perché sua zia aveva capito male, quando era nato, al telefono, e aveva mandato a Teresa tutto il guardaroba di sua cugina.

Si potrebbe dire che era un quieto pomeriggio soleggiato e quasi caldo di un estate degli anni '90, ma in realtà aveva appena finito di piovere, di nuovo, e la foschia era così densa da attorcigliare nodi di nebbia fra le corde dell'altalena.

L'odore di ruggine ed erba bagnata rimaneva sospeso fra il tronco, la piramide a gradoni e la casetta di plastica scolorita dove il figlio della signor Dionigi si nascondeva di sera con la sua ragazza, a fare cose che Teresa non voleva mai dire davanti a lui.

Flaminio Vitali era piccolo, più piccolo dei bambini a cui Lucio era abituato, i figli antipatici dei vicini di casa, e quelli che sua mamma voleva obbligare a diventare suoi amici invitandoli a casa la domenica pomeriggio.

Lucio odiava quei bambini, gli chiedevano sempre perché Marco non era suo papà. Che cosa aveva fatto di male per far scappare così suo papà?

Lucio non lo sapeva, ma aveva cominciato a mordere tutti, e la maestra aveva chiamato a casa.

La prima volta che Lucio Morelli ha visto Flaminio Vitali, era dietro una finestra chiusa nell'appartamento di fronte. Lo ha salutato con in mano il pupazzo di un orso vecchio e rovinato e la bocca sporca di budino.

Si potrebbe raccontare al mondo che tutto è nato in quel momento, con Lucio e la sua salopette rosa che tirava calci alla sabbia del recinto, e Flaminio con il suo orsacchiotto rattoppato che ha attraversato il parco recintato e si è seduto a fatica su un'altalena cigolante.

Non toccava nemmeno a terra, e il suo orsetto si è sporcato ancora contro le catene oliate di fresco dall'amministratore di condominio con il gatto soriano cieco da un occhio.

Lucio Morelli è rimasto seduto a gambe incrociate nel recinto di sabbia per sette minuti e quattordici secondi, prima di alzarsi senza curarsi di raschiare via un grammo di terriccio dai vestiti, e si è seduto con un salto – che negli anni sarebbe diventato, nei suoi racconti, sempre più elegante ed agile – sull'altalena vicina.

Zitto, il mento sollevato, perché così vuole il galateo dei bambini. Il più piccolo, quello che arriva dopo, deve attaccare bottone.

Non l'ha deciso nessuno, è vero, ma fidatevi se dico che è così. Lucio la racconta sempre così, come se fosse ovvio.

Flaminio non sapeva spingersi da solo, così è rimasto a far ciondolare le gambe dal sedile mentre l'altro arrivava talmente in alto da toccare quasi i rami del castagno lì vicino. A lui sembrava così, e i bambini sanno quando gli altri bambini arrivano a toccare il cielo. Anche questo è noto.

“Ciao, sei il figlio della Giovanna?” Flaminio Vitali era, per sua natura, un bambino socievole. In quei dodici secondi di altalena condivisa, nonostante Lucio cercasse in ogni modo di farlo sentire piccolo e insignificante flagellando l'aria con le sue piroette da pavone, aveva già deciso che non voleva rimanere solo quel pomeriggio. Bù, il suo orsetto, era il suo migliore amico da tre anni, otto mesi e cinque giorni, e gli sembrava un tempo considerevolmente lungo per avere un amico che non rispondeva mai alle sue domande. Un'aura di mistero, fra amici, andava anche bene, ma Flaminio stava cominciando a trovare difficile fare conversazione.

“Conosci mia mamma?” e così Flaminio ha trovato l'appiglio dove appendersi per imparare a dondolare nelle strane smorfie orgogliose dell'altro. Un po' a sinistra rispetto alle sue manie di protagonismo, e leggermente a destra della sua cocciutaggine.

Ha annuito, con il suo caschetto tremendamente anni '90.

“Mia mamma è amica della tua. Si salutano sempre quando sono in fila alle casse della Conad”

“Io non mi ricordo di te...” è una bugia ma, garantisco, a fin di bene. Tutte le volte che Flaminio racconta la storia, Lucio sembra sempre meno convincente mentre dice questa frase.

“Che hai fatto? Per stare qui e non al cinema con gli altri...”

“Sono in castigo tutta la settimana. Ho detto a mia mamma che è una rompipalle. Non è vero che è una rompipalle, ma voleva farmi andare a dormire presto invece di guardare Balto ” si è stretto nelle piccole spalle, e ha stretto di più anche l'Orsetto Bù, perché lo faceva sempre stare un po' meglio sentire il pelo ispido sotto le dita. “Abbiamo fatto pace, ma sono in castigo lo stesso, per un po'” ha dondolato i piedi, osservandoli con l'attenzione maniacale che maschera sempre l'imbarazzo “Tu perché sei qui e non al cinema? Z la Formica è un film bellissimo!”

Lucio aveva quasi otto anni, ma avrebbe voluto averne già dieci, o undici, essere grande e alto, e guardare Flaminio Vitali dall'alto in basso mentre sfregava i calzoni macchiati di fango sotto il sedile dell'altalena.

“Faccio schifo. Sono vestito di rosa!” una risposta che, necessariamente, per lui, significava discorso chiuso. Ma l'altro aveva l'espressione di uno che non considerava minimamente il colore rosa una buona ragione per saltare un pomeriggio al cinema con i bambini del condominio. Non quando Z la Formica, il film più bello del mondo, era in programmazione.

“E' mia mamma che mi veste sempre di rosa. Perché le hanno regalato un sacco di cose, ma sono tutte da bambine, ma mia sorella è troppo piccola, e le devo mettere io”

Flaminio ha scrollato le spalle, e per poco non è caduto faccia a terra sull'erba

“Mi piace il rosa, anche se tutti mi prendono in giro perché dicono che è un colore da femmine”

Se qualcuno si fosse affacciato, in quel momento, da una delle duecentododici finestre che si affacciavano sul cortile interno, avrebbero visto il testardo e viziato Lucio Morelli sorridere un poco, e annuire, e smettere di atteggiarsi a gran sportivo perché sapeva andare sull'altalena. Non lo avrebbero visto piangere, né tirare la manica della madre in mezzo al viale, per attirare la sua attenzione. E nemmeno tenersi alla larga dalla carrozzina di sua sorella appena nata, con parenti e amici a far da capannello, mentre lui si tirava dietro i suoi vestiti da femmina.

“Ecco, anche a me. Proprio per quello. E io non voglio andare al cinema con quelli che mi prendono in giro. E Tommaso Orsini è uno-” si è guardato intorno, attento che sua madre non lo stesse ascoltando, o fosse affacciata alla finestra, o quella vecchia che puzzava di cavolo bollito della signora Filini passasse di lì con la sua larga bocca sdentata e l'apparecchio acustico acceso “stronzo”

Flaminio era un bambino socievole, ma non abbastanza da avere amici che dicevano le parolacce.

“Che vuol dire?”

“Non lo so bene. Ma il fidanzato di mia mamma lo dice sempre quando guarda il telegiornale. E lei lo fa stare zitto. E' una cosa brutta però...” Lucio sembrava uno spiritello sorridente, e il suono esile di una risata un po' sciocca allargava pian piano il foro che Flaminio stava usando come appiglio

“Se non lo sai te...hai detto rompipalle a tua mamma!”

“Ma le ho chiesto scusa però! Mica volevo dirglielo davvero!” tremava un po', perché si sentiva ancora in colpa, e il biscotto della pace che Anna gli aveva portato in camera la sera prima era ancora appeso nello stomaco, e proprio non voleva decidersi a scivolare via.

“Però in castigo ci sei lo stesso”

“Perché lei ci è rimasta male. E siamo solo noi quindi...”

“E tuo papà?” forse Lucio non era come i suoi compagni di classe, con le loro famiglie di genitori ancora sposati, le cene di Natale con i nonni, e i cugini invitati ai compleanni, ma era curioso, curioso come è curioso il primo bambino sulla Terra che è stato convinto per anni di essere solo, e scopre improvvisamente che non è così.

“Boh, non l'ho mai visto...” e ha sentito, allora – o almeno così dice, quando arriva a raccontare di quel momento, cercando la mano, il ginocchio, la clavicola o gli occhi di Flaminio attraverso stanza – di non voler vedere le fossette sparire dalle sue guance. Le stesse fossette che prima lo irritavano erano quasi diventate una confortante compagnia.

Ha scrollato le spalle come per scacciare l'ombra della tristezza dalle catene dell'altalena.

Si è alzato con un salto non troppo atletico, anche se non ne farà parola con nessuno, ovviamente, nei suoi racconti successivi, ed ha cominciato ad arrampicarsi sulla piramide di tronchi.

“Io nemmeno il mio. Mia mamma dice “stronzo” anche quando parla di lui. Ma Marco è forte, forse mamma starà bene. Non lo so. Mica me le dice queste cose.” sbuffando, è arrivato in cima. Osservare Flaminio da quella posizione, incredibilmente, non lo ha fatto sentire più forte. “E' sempre lì che parla piano, e dice a tutti di stare zitti perché Silvia dorme, e deve mangiare, e deve giocare, è una noia!”

“Non ti piace tua sorella?” sarà stato anche un bambino di sei anni, ma non era stupido. Anzi, e questo è uno zoom nell'animo umano che solo un narratore onnisciente può permettersi, c'era in lui quell'insolita empatia verso il mondo che a volte è così amara da scavare fosse asimmetriche fra una costola e l'altra. Sei anni di bambino magrolino e un orso di peluche sbrindellato rivelavano gli orli di una passione intensa per le cose usate, rotte, scucite, squarciate. Difettose.

“E' piccola. Mangia e piange. E basta. Io volevo un fratello per giocare a calcio” è saltato giù anche dalla piramide, Lucio, sempre in movimento, a scalciare contro il tempo che passa e che mente.

Automat

- Permette signorina? - .                                         

All’interno della tavola calda il silenzio è assordante. La luce al neon del locale permea ogni cosa e lo starter difettoso emette un ronzio basso e costante che tende ad ovattare l’ambiente.

L’effetto acustico è lievemente lisergico, l’aria viziata e stagnante del luogo fa capire che durante la serata c’è stata ressa ma che ora, con il protrarsi delle ore, la folla si sia dileguata altrove.

Fazzoletti sporchi, briciole e aloni di boccali che non hanno centrato i sottobicchieri, testimoniano che su quei tavoli si sono consumati pasti, chiacchiere, vite.

Vicino alla porta d’ingresso un ombrello è abbandonato a terra, nero con il manico rosso, qualche stecca ha una brutta piega, probabilmente avrà lottato con qualche acquazzone in passato. Ora sono mesi che non piove. Qualcuno l’avrà certo dimenticato.

I caloriferi, le maniglie, una striscia che corre lungo tutto il battiscopa e un'altra nella parte alta vicino al soffitto, sono di uno strano colore giallo. Voluto a quanto sembra.

Sopra un mobile, vicino la vetrata, una ciotola ospita delle ridicole riproduzioni di frutta in plastica. Potremmo stare qui delle ore a disquisire sulle problematiche psichiche di chi ha avuto quella pensata.

Il caldo è soffocante, i vetri si appannano lasciando risaltare le impronte di chi ci ha appoggiato le mani sporche.

Qualcuno sembra anche averci disegnato qualcosa ma non si capisce bene dalla forma.

Guardo l’ingresso nella speranza che qualcuno entri a cambiare aria in questo posto, ma vista l’ora non credo che venga più nessuno.

Notte fonda, non c’è appeso nemmeno un orologio, potrebbe essere qualsiasi ora.

Le pareti sono spoglie, qualche quadro appeso ogni tanto senza troppa fantasia, qualche pubblicità e qualche specchio che non fa altro che rimandare quello che vede. Probabilmente l’avventore tipico di questo posto è abituato a guardare nel piatto, nel fondoschiena della cameriera dopo che glielo ha portato e nel portafoglio per pagare prima di andare via. Nessuna pretesa.

La sala si è quasi completamente svuotata, fatta eccezione per un barbone che con la complicità del buon cuore della cassiera, sta scaldando le sue quattro ossa dal freddo e l’umidità della notte.

Il vecchio è seduto sul bordo della sedia, ginocchia piegate e divaricate che puntano sulle gambe del tavolo che gli sta di fronte, proteso in avanti, poggiando la fronte sullo spigolo. Una posizione innaturale, in precaria stabilità, il respiro è pesante e l’aria arranca a fatica in quella laringe strozzata, sbava, forse sta dormendo.

Davanti a lui un bicchiere di qualcosa di scuro, forse ha scroccato un drink a qualche cliente, forse ha riversato in quel lurido bicchiere tutti i fondi che era riuscito a trovare sugli altri tavoli e avanzi, avanzi di altri avventori, tutto quello che la donna al bancone aveva avuto premura di non gettare nella spazzatura.

Il cappello liso come i suoi indumenti rimane ancorato inspiegabilmente al cranio, sembra che glielo abbiamo appuntato con una sparachiodi e non ne vuole sapere di scivolare via, la giacca a quadri che indossa è di qualche taglia più grande e probabilmente ha visto tempi migliori e sicuramente anche proprietari migliori.

L’odore di alcool e sudore quando gli si passa accanto è importante, tanto che la puzza di aceto utilizzato per lavare le posate e i piani di preparazione è una liberazione.

Se non fosse stato per quel rantolo strozzato che emette quando espira, se fosse dipeso solamente dal fetore, si sarebbe potuto chiamare direttamente un becchino.

Qualcuno di la in cucina sta pulendo, probabilmente è a fine servizio perché è in quel momento che si passano le posate.

Hanno appena iniziato e si sentono, forchette, cucchiai e coltelli, una volta passati con uno strofinaccio che finiscono in una cassetta.

Dalla frequenza delle posate che vengono lanciate saranno probabilmente più sguatteri o uno solo con una tremenda fretta di ritornare a casa.

Forse entrambe le cose, certo è che quelle posate saranno venute uno schifo.

La luce della cucina filtra attraverso una porta a spinta e un piano passavivande, ma non si vede nessuno. Non si sente nessuno a parte questo tintinnare metallico continuo. A quest’ora di notte la cucina di qualunque locale è chiusa e si possono consumare solamente caffè e avanzi. Quindi al barbone non è andata poi così male.

La cassiera è arrampicata su di uno sgabello davanti la cassa, gonna corta, gambe accavallate, tacchi alti che a malapena riesce a mettere sul poggiapiedi.

Poche semplici regole. Il primo fa una domanda. La persona che risponde ne fa un'altra a chi vuole. E così via.
In questo modo i nostri autori si fanno conoscere meglio al pubblico (e si divertono tra di loro).

 

Jona Editore: Serena Barsottelli, (quasi) quattro mesi di "amore" con Margherita Solani. Cosa sono stati? Se il personaggio nasce da te, i sentimenti sono reali? Come li hai vissuti/vivi?

Serena Barsottelli: Margherita è senza dubbio una donna attraente. Mi sono chiesta, a volte, se ci fosse un uomo dietro, ma l'ho sempre escluso. Non sono stati quattro mesi, perché il rapporto tra Antropologo e Margherita è stato un po' tormentato, come ogni storia d'amore che si rispetti! Senza dubbio sono stata attratta da una personalità così forte e così libera, forse perché spesso anche io avrei voluto essere un po' come lei (non zoccola, si dice libera!). Sicuramente l'affetto nato nei suoi confronti o in quelli di Vanessa prenderà una forma diversa da quella descritta nel gioco, ma un feeling lo sento con entrambe!

Serena Barsottelli: Vorrei chiedere ad Angela Colapinto come si è sentita nello scoprire che dietro Antropologo ci fosse una ragazza (non riesco a chiamarmi donna, abbiate pietà, ho la sindrome di Campanellino!)

Angela Colapinto: Ho sempre messo in conto che dietro ad Antropologo (come anche agli altri personaggi) ci potesse essere chiunque. Sono rimasta colpita, parecchio. È stata brava e sarebbe inutile negare che ha costruito un personaggio in grado di attrarmi e uomo in tutto. All'inizio mi sono sentita disorientata, a volte il confine tra quello che si scrive e quello che si è diventa molto sottile.

Angela Colapinto: Chiara Trombetta, nella tua vita esiste o è esistita quella che era Angelica per Nicola?

Chiara Trombetta: Sì, in un certo senso. Ma non si tratta di una persona sola. Diciamo che Angelica è la sintesi di tutte le persone che ho incontrato e che non ho potuto "toccare", con cui non ho potuto esprimermi, con cui è rimasto del "non detto" in sospeso.

Chiara Trombetta: A Serena Barsottelli. Da dove hai preso spunto per inventare il contenuto degli esperimenti a cui Nicola, Bianca e forse anche Eddy (se non erro) sono stati sottoposti dall'Antropologo?

Serena Barsottelli: Gli esperimenti erano stati studiati in base alle risposte dei vostri personaggi nel questionario, dagli status e dai post che avevate fatto. Erano nati da un confronto tra i due personaggi, Antropologo e Margherita. Sono venuti da soli, diciamo, guidati dai vostri personaggi. Altra cosa, invece, per gli esperimenti precedenti, che si basavano tutti sulle grandi domande a cui io, Serena, non so trovare risposta.

Serena Barsottelli: Domanda per Margherita Salterini: da dove è nata l'idea dell'insolita professione di Bianca? Sei in qualche modo attratta dal confine vita/morte?

Margherita Salterini: No, a dire la verità! Non nasce da nessuna indole o attrazione particolare. Semplicemente mi è capitato in passato di sentir parlare di qualcuno che si occupava di questo. Avevo indagato e lo avevo trovato interessante, per nulla fuori luogo o strambo.

Margherita Salterini: la mia domanda è per Nicoletta Fanuele: l'altro giorno ci hai detto che l'antipatia verso Bianca faceva parte del personaggio. Cosa intendevi? A quale caratteristica dovevi rimanere fedele?

Nicoletta Fanuele: Doveva esserci un antagonista, non poteva filare tutto liscio. Da qui nasce il pretesto della poca simpatia verso Bianca.

Nicoletta Fanuele: La mia domanda è per Peppe Patti: quanto senti di esserti realmente integrato nel gruppo?

Peppe Patti: Tanto quanto basta per non essere né dentro né fuori dal gruppo.

Peppe Patti: La mia domanda è per Nicoletta Fanuele: hai mai sentito di stare uscendo fuori dal personaggio e "rovinare" tutto?

Nicoletta Fanuele: No, mai. Ginevra aveva molti miei atteggiamenti, ma una storia decisamente più brutta.

Nicoletta Fanuele: Domanda per Debora Gatelli: Sin dall'inizio ho avuto la sensazione che il tuo fosse in realtà un personaggio molto reale. Tornando indietro, costruiresti lo stesso personaggio o viaggeresti di più con la fantasia, osando un po' di più?

Debora Gatelli: Si, è vero, Prisca è molto (forse troppo) reale. Probabilmente tornando indietro costruirei un personaggio diverso, non perché Prisca non vada bene in sé come personaggio, ma per mettermi maggiormente alla prova come autrice.

Debora Gatelli: Domanda per Nicola Rovetta: quale tra i personaggi avresti voluto avere come amico/a nella tua vita reale?

Nicola Rovetta: L'Antropologo nel presente. Nicola nel passato, avremmo fatto qualche bevuta speciale probabilmente insieme.

Nicola Rovetta: Domanda per Margherita Salterini: se facessi tu il lavoro del tuo personaggio pensi che il tuo rapporto con l'altro mondo resterebbe lo stesso???

Margherita Salterini: Se con "altro mondo" intendi il famigerato post mortem... Sì, credo rimarrebbe lo stesso. Poi oh, iniziassi a vedere i morti o cose del genere, potrei eventualmente ritrattare

Margherita Salterini: Angela Colapinto cosa hai pensato quando hai letto il mio nome?

Angela Colapinto: NON CI CREDO. ASPETTA, HO LETTO MALE. Poi sei stata aggiunta al gruppo come Margherita. Abbiamo passato intere serate (e non poche) una di fianco all'altra ignare di tutto. Questo è stato uno shock, altro che AntropologA.

Angela Colapinto: Mariarosa Quadrio. La Vallini, Margherita, proprio non la sopporta. Mariarosa, invece, cosa pensa di Margherita? Avrebbe qualcosa da dire a Vanessa a riguardo?

Mariarosa Quadrio: Io adoro Margherita Solani, mi è stata simpatica subito. Ho fatto fatica a mantenere alta la tensione tra le due, perché la maggior parte delle volte ti avrei dato un cinque alto, ma ero costretta a detestarti. Ho provato a dirle che eri una a posto, ma la sua gelosia era troppa. Ci sto lavorando, però.

Mariarosa Quadrio: Serena Barsottelli, hai mai pensato che Vanessa o Margherita avrebbero potuto essere dei camionisti? Hai mai temuto di scoprire chi fossero veramente?

Serena Barsottelli: No, anzi, ero molto curiosa di scoprire quanto il vostro personaggio fosse somigliante o diverso da voi!

Serena Barsottelli: Chiara Trombetta ti è mai capitato di sentirti un po' come il tuo Nicola, inetta? Se sì, puoi dirci quando?

Chiara Trombetta: Spesso, a dire il vero. Nella città in cui sono nata non mi sono mai sentita al mio posto. Quindi mi capita/capitava spesso.

Chiara Trombetta: Faccio l'ultima domanda prima di andare, a Mariarosa Quadrio. I bei disegni che ogni tanto Vanessa condivideva sono opera tua?

Mariarosa Quadrio: Purtroppo sì. Mi piace disegnare, purtroppo faccio mille cose e tutto in maniera mediocre. Mi sarebbe piaciuto imparare però.

 

Tutte le immagini de il gioco sono sempre di Alberto Baroni.
Collage di Mariarosa Quadrio.

Balassi/Salterini: offerta 2x1

 

 

-          Nome?

Bianca Balassi.

-          Età?

Trentacinque.

-          Dove vivi?

A' Capitale!

-          Il tuo maggior pregio?

So stare al (Il) Gioco.

-          Il tuo peggior difetto?

Mento quando si parla di cibo.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

Mangia TUTTO.

-          Di' qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto:

Prima o poi vedrai che il metabolismo ti cambia e...BAM!

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

Io! E una manciata di altra gente inventata carina.

 

 

-          Nome?

Margherita Salterini.

-          Età?

Ventisette.

-          Dove vivi?

Bologna.

-          Il tuo maggior pregio?

Dico sempre quello che penso.

-          Il tuo peggior difetto?

Dico sempre quello che penso.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

È brava a fingere.

-          Di' qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto:

Basta con 'sto Nicola! NON NE VUOLE!

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

Mi sa una marea di lavoro da fare :D

Vallini/Quadrio, chi è personaggio e chi persona?

VANESSA VALLINI

-          Nome?

-          Vanessa Vallini.

-          Età?

-          Trentacinque anni.

-          Dove vivi?

-          Milano.

-          Il tuo maggior pregio?

-          Credo la bontà e la sensibilità.

-          Il tuo peggior difetto?

-          Sono troppo ansiosa.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

-          È un po’ stronza.

-          Di’ qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto:

-          Tiratela meno e leva quella foto che fa veramente schifo.

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

-          Resteranno i quattro mesi più intensi della mia vita.

MARIAROSA QUADRIO

-          Nome?

-          Mariarosa Quadrio (Mari)

-          Età?

-          Quarantotto anni.

-          Dove vivi?

-          In provincia di Pisa.

-          Il tuo maggior pregio?

-          Sono una che vive e lascia vivere.

-          Il tuo peggior difetto?

-          Perdo presto la pazienza.

-          Il peggior difetto del tuo alter ego?

-          È logorroica.

-          Di’ qualcosa al tuo alter ego, che non gli hai mai detto

-          Cerca di essere meno patetica.

-          Cosa ti resterà di questa esperienza?

-          Nuovi amici e la grande opportunità di scrivere qualcosa che mi piace e di vederlo pubblicato; per me è un sogno che si avvera.

Pagina 5 di 16