EGEA

Immaginavo già il ben arrivato di Loris, sapevo mi avrebbe accolto con un rimprovero gioioso; o meglio: diciamo che mentre percorrevo la mafiosa tangenziale immaginavo un po’ tutta la situazione, ma non avrei mai immaginato di incontrare lei. I capelli sfibrati, impresentabili e biondicci, e il viso così innaturale e pallido; come il mio. E mentre salutavo Loris, e mentre all’incirca, ancora, lui mi stringeva la spalla, grato, per poi sputare qualunquista sugli squallidi locali perbenino della zona, di fronte a noi, di fronte al mare, caleidoscopi di hit a buon mercato che si servono del mare con lo stesso stile di una macchia di nafta cacata da una petroliera, lei mi fissava. Era tutto così scontato, chiaro, che quasi me lo aspettavo. Lei così simile a me, che quasi mi ci specchiavo.

Erano in cinque, seduti su una sbarra a limitare l’accesso del molo. Io arrivai con passo felpato e salutai a testa bassa. Con Loris c’erano: Fifla, altri due tizi con facce buone - che forse avevo già visto qualche altra volta - e infine lei, timida e consapevole, che si presentò come tale Egea. Gli occhi penetranti, addolorati ma affettuosi. Non pensai subito alla Madonna, non subito, avevo altro in mente; senza rimorsi, quindi senza dipendenza, né consapevolezza.

Sbrigàti i convenevoli girammo le tomaie di gomma delle banali scarpe da tennis e risalimmo verso l’interno. Voltammo le spalle all’acqua violacea, compattati in una sorta di piramide, con Loris in testa che s’era addossato la briga della rollatura da me tanto agognata. Un ragazzotto grosso e simpatico allungò il passo e mi affiancò: mi ricordavo di lui? Sto spesso con Loris, sosteneva. Non avevo voglia di ascoltarlo e non desistetti un attimo dall’assentire, ma anziché silenzio ricevetti in cambio una parlantina entusiasta, uno scoppiettio fitto ma fluido, grosse parole che rimbalzavano in un'alternanza di cartelli a scritte cubitali: principi, diseguaglianze, ideali, tolleranza, ma anche qualche spicciolo non guastava.

L’anticonformismo dell’ora che accentuava la brezza marina, il fetore degli umori salmastri, la luce fioca dei lampioni e il grezzo ciottolato arso di salsedine ci accompagnarono in una piazza. C’erano ancora squadrette di cavallette rumorose che gremivano piccole strisce tra un bar e l’altro: i bambolotti avanzavano qualcosa da smaltire. Come noi, c’era qualcuno, non ben identificato, che sosteneva fosse una magnifica nottata, ma già era una menzogna bella e buona, ché eravamo alieni intimiditi dal domani, mentre io, avviluppato in quel discorso insostenibile, cercavo solo di fuggire dalla mia colpa, dai miei peccati non veniali, dalla mia immaturità.

La mia paranoica asocialità, degna delle persone traumatizzate, mi faceva arroccare in difesa.

Avevamo fame, fame chimica, ma nessuno aveva la forza di raggiungere una bottega alimentare, nessuno volevo spezzare il climax. Mi crogiolavo nel mio incantesimo, sì; forse non era vita, sì, ma sarei tornato; morivo felice perché consapevole di una non remota rinascita dove sarei stato ancora uomo. Anche uomo nel senso arcaico della parola, come i nostri nonni: con le loro responsabilità, con i loro coglioni da esporre in bella mostra e con la battuta sempre pronta.

Sì, ero ancora nella residenza estiva del mio cervello, ma sarei tornato.

Tutto era come una doccia calda invernale: che non s’interrompesse il flusso dell’acqua! Sotto gli effluvi di quella doccia io chiusi gli occhi. Quando li riaprii ritrovai il suo sguardo.

Era bollente, e gelato. Erano gli occhi di una bimba vecchia, rimprovero caro, gas esilarante. Era, in quel preciso attimo, un mantello cremoso che leniva tutti i dolori, causati dall’eccesso che non volevo abbandonare. Mi faceva promesse chiare e fumose. Custodiva un nuovo pensiero consolatorio: sei diverso, ma unico, nebulosamente unico.

Non sapevo niente di lei e tutto sommato non me ne fotteva, l'acqua calda scorreva. Il benessere mi coerse le mandibole e salì graduale fino a sfociare in una risata bastarda.

- Che fai ridi!?

Si materializzò di fronte a me una bella donna, Fifla.

Era la cattiva del romanzo: provinciale, stupida, furba, isterica, egocentrica. Non aveva amiche, solo uomini che se la volevano fare e in quel momento aveva me, e a me non dispiaceva. Si elevava comunque sopra il borioso pattume. Mi strappò dalle grinfie del chiacchierone, strinse la sua mano sotto al mio braccio e posò la testa sulla mia spalla. Confidenzialmente mi guidò verso il pretesto, il solito inflessibile preoccuparsi: dei vaneggi, del sesso con amore, delle astrazioni, della normalità, del senso della vita, del futuro, della famiglia, dei sentimenti, delle porcate, dello stare fermo senza scoppiare per almeno cinque minuti. Giusto il tempo per arrivare a palesare gli argomenti più sentiti, regina del male, oscura figocrate egocentrica, e raccontarmi - quello più contava: esibirsi, scoperchiare cloache, malizie malevole del male - gossip velenosi, faccende sentimentalmente banali, cazzate varie.

Cercai di nuovo sollievo, la doccia calda, gli occhi di Egea, e trovai la sua pelle lunare. Si avvicinò silenziosa, ma decisa, nel suo abito largo e asessuato, niente cosmetici, dipinta solo dei propri occhi tristi e socchiusi.

Mi sentivo come al centro tra il bene e il male, nel fulcro di tutto, e forse quel posto oscuro era il posto più bello del mondo. Non per Fifla, che all’arrivo di Egea si squagliò, forte della sua bella figa, con un tipo magnificamente adornato e si trascinò dietro gli altri due buontemponi. Ne approfittai per voltarmi verso di lei, ma Loris ebbe un sussulto dal suo stato catatonico e con una magnificenza inopportuna spezzò un silenzio per poi crearne un altro più attivo, meno imbarazzato. - Entriamo lì. Disse. - Beviamo qualcosa.

Eravamo rimasti solo noi tre.

Ci infilammo in un vicolo stretto, piuttosto cieco, tra palazzine colorate estivamente, diretti verso un atrio pieno di voci ebbre. Martiri volontari illuminavano il nostro ingresso con le loro cicche incandescenti e con i carnevaleschi colori delle loro pacchiane diavolerie tecnologiche. Io ed Egea ci guardavamo in silenzio, finanche negli occhi. Non riuscivo a decifrare la sua estetica, aveva un modo di muoversi inedito

- Chi sei? Il mio angelo redentore?

Sorrise, come la classica bimba con le narici arrossate.

- …a volte penso proprio che vorrei morire. Mi sussurrò l’angelo all’orecchio, per poi volare in alto e staccarsi da tutto e ulteriormente da me

- Se vuoi ti uccido io. Risposi, e il suo profilo ellittico si contrasse in un sorriso da labbro distorto, che sapeva tanto di smorfia preconfezionata. Ritornò così di colpo sulla terra da schiantarsi al suolo, e subitanea mi venne voglia di scoparla.

- Quanti anni hai? Le chiesi.

- Gli angeli non hanno età.

- Quanti anni hai?

- Ventitré.

È vero, pensai, gli angeli non hanno età.

Una fosca prevalenza di faretti rossi rifletteva in maniera sinistra su tavoli scarni, abbinati a seggiole spartane, perlopiù abbandonate da gente sudata che preferiva dimenarsi al centro della sala. Dalla luce dei neon azzurrognoli, che impastavano l'aria tra il bancone bar e il cesso, ci apparì la testa calva di Loris, turbolento, lesto a piantarmi un bicchiere in mano e fuggire via verso una nuova ennesima paranoia.

- Non bevi?

- No. Rispose l’angelo, secco.

Peccato, perché la serata andava spedita come culo sul ghiaccio, la musica, che strisciava da qualsiasi fessura come un serpente ovattato, rimbombava nello spazio acustico ristretto, e io cominciavo a percepire lei, Egea, come cominciavo a percepire tutto: un rebus che non riuscivo, o non avevo voglia, di decifrare.

Nel palazzo bianco tutto era bianco e accecante, e quando l'aria fu satura una puttana con l'abito bianco, bianco, bianco mi prese per mano conducendomi all'interno di una enorme e claustrofobica campana infernale, dove la vastità era la mia prigione. Egea mi prese la mano carica d’apprensione, sembrava avere il peso del mondo sulla testa, che si inclinava sempre più a ogni singola parola

- Chi sei?

- Il tuo angelo custode.

- Ne avevo proprio bisogno.

- I tuoi occhi mi incuriosiscono…

- Vuoi scopare?

- Forse… anzi no, credo… credo proprio di no, la devo dare a un altro domani, credo che la occupi tutta…

- Sono incorreggibile eh?

- Ci sono io, ti salverò!

Già. Eravamo vicinissimi ai ragazzi danzanti, ignari su chi avesse fatto il primo passo, e ci trovavamo immobili tra corpi in trambusto. Ogni tanto ci colpiva una spalla sudata. Loris era tornato alla sua malinconia, seduto ortopedicamente e nervosamente vigile su una poltrona. Egea s’allontanò in direzione opposta alla mia. Avrei voluto seguirla, ma nel contempo ero invaso, pervaso dal sangue rosso delle pareti. D'un tratto non trovai sbocchi. Le linee di passaggio erano tutte occupate. Suadenti invasati m’invadevano, resi mutilati dall’intaso sociale, resi invisibili dalla friabilità strutturale. Siringhe di cemento nelle vene. Mazze di scopa nel culo. Melanina alterata, pelle edulcorata. I cervelli erano il deserto del Sahara e Loris era il cammello divertito con la sabbia sulle sopracciglia e tra i denti, serrati in uno dei suoi ghigni. Terribili mosche mi si posavano addosso spingendomi nel baratro più profondo, succhiandomi linfa vitale al mero scopo di disperderla in maniera impune.

Ero esausto e dissanguato - Loris era ricolmo di sabbia, e le mosche non lo divoravano più - ma non volevo crollare sino a che non fosse rimasto un unico lembo di pelle non putrefatta, una piccola porta dove sarebbero potute passare grandi sensazioni.

L’attimo dopo seguivo il cammello che si era scrollato tutta la sabbia di dosso e marciava verso il sole bollente, alla velocità della luce. Prima che andasse via, prima che fosse notte.

- Dobbiamo andare…

Passo attraverso nutriti spiragli, faretti rossi e ciottoli pece. Una marcia decisa e sonnolenta che poco dopo tramuta in incedere più comodo, meccanizzato.

Ora lo seguo seduto, ma si va sempre, in tre, ma non solo, anche con il mio lembo di pelle e la febbre che mi fa brillare gli occhi. Il lembo si estende fino a una vita intera, sì che la mia pelle possa assorbire di nuovo tutto, ma in dosi minimali per i miei micro-pori. Nulla di grosso mi può toccare. Sottigliezze mi aiutano a vivere all’alba di un nuovo giorno.

Conosciamo meglio Margherita Salterini, protagonista ne Il Gioco con il suo personaggio: Bianca Balassi.

- Ciao, ti puoi presentare per noi?
Ciao, sono Margherita(quella vera!), ho 27 anni e vivo a Bologna. Sono docente di lingue straniere e, ufficiosamente, scrivo. Ho sempre avuto un bel rapporto con le parole, fin da quando ero bambina.

- Come sei venuta a conoscenza de Il gioco?
Seguo JE da mesi ormai, ho partecipato a qualche contest.

- Come mai hai deciso di partecipare?
Perché ho avuto la netta sensazione che fosse una figata! Si può dire?

- Spiegaci cosa vuol dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.
Eh, bella domanda. Stare in un gruppo di estranei per quattro mesi senza essere completamente se stessi è un gioco che ti fa stare continuamente sul filo del rasoio: dire quello che hai sempre desiderato dire, ma anche dire quello che non diresti mai

- Ci parli del tuo personaggio e del perché lo hai scelto?
Bianca è una ragazza sveglia, dall'humor un po' nero e piccante. Organizza cerimonie funebri non convenzionali e soffre di lievi disturbi alimentari. Mostra di amarsi più di quanto non faccia in realtà, ma tutto sommato è una tipa ok. A volte un po' sola, ma questo solo perché tiene vicine solo le persone importanti. Non so spiegare come sia nata o perché, non l'avevo mai pensata prima.

- Ciao, ti puoi presentare per noi?
Ciao a tutti, mi chiamo Nicoletta, ho 25 anni e vivo in Basilicata. Sono una giornalista pubblicista per professione e una scrittrice per passione. In realtà il giornalismo, a causa della condizione precaria in cui versa, non mi soddisfa né gratifica, è per questo che sto cercando di realizzarmi in altri ambiti della comunicazione.

- Come sei venuta a conoscenza de Il gioco?
Annuncio su Facebook, in uno di quei gruppi dedicati ai concorsi letterari.

- Come mai hai deciso di partecipare?
Per mettermi in gioco, per far uscire fuori una me diversa, ma non per questo meno affascinante.

- Spiegaci cosa vuol dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.
Significa, prima di tutto, domandarsi tante cose, provare a indovinare chi si nasconde al di là della tastiera. Significa mettersi a nudo, fidarsi e lasciarsi andare come, forse, nel rapporto interpersonale non accadrebbe, o almeno non subito.

- Ci parli del tuo personaggio e del perché lo hai scelto?
Sono Ginevra Mantovani e ho trent’anni. Mi divido tra la Basilicata, la mia terra, e Salerno. Sono un’impiegata per un’agenzia di comunicazione ed ho un rapporto a dir poco controverso con gli uomini. In realtà la mia vita nasconde numerosi nodi irrisolti. E pensare che il giorno più bello della mia vita è stato lo stesso che era cominciato con un barattolo di Nutella rotto.

 

Continuano le nostre interviste ai protagonisti de Il Gioco. Oggi e la volta di Giuseppe Patti e del suo Giuseppe Calamitaro.

 

- Ciao, ti puoi presentare per noi?

Ciao, sono un ragazzo di appena ventidue anni, mi sono avvicinato alla scrittura qualche anno fa, per sbaglio, sono ancora un novizio di questo nuovo mondo. Cos'altro dire di me? Sono un po' riservato alla fin fine, e suppongo sia inutile dire che mi piace leggere, così come dire che detesto scrivere, a volte mi fa stare davvero male, ma non ho scelta. È un qualcosa più grande di me, che ancora non ho ben capito.

- Come sei venuto a consocenza de Il gioco?

Tramite un gruppo facebook, non ricordo chi aveva pubblicato il bando del progetto, non conoscevo Jona Editore prima de Il gioco, purtroppo.

- Come mai hai deciso di partecipare?

Mi era sembrato interessante, e non mi sono sbagliato, e comunque era un'occasione da cogliere al volo, diciamo che l'ho visto come quel treno che passa una sola volta, e sono riuscito a salirci.

- Spiegaci cosa vuol dire stare per quattro mesi in un gruppo di estranei.

Significa che hai davanti a te la possibilità di conoscere persone nuove, caratteri del tutto nuovi e inediti, in questo caso anche quello del personaggio che si era scelto di essere. Nulla di terrificante, anzi! Una possibilità di crescita personale che non si presenta tutti i giorni, inutile negarlo, tutti i personaggi, compreso il mio, mi hanno lasciato qualcosa.

- Ci parli del tuo personaggio e del perché lo hai scelto?

Il mio personaggio, un uomo, o ragazzo poco importa, lunatico ma triste più che altro, e solo, molto solo, senza sogni particolari e con un passato un po' frastornato, mezzo calvo e magrissimo, su questo aspetto fisico mi assomiglia, e anche se sembrerebbe essere un personaggio vuoto a primo impatto, quando dovevo scrivere il personaggio per farlo candidare, lui è stato l'unico, tra i tre che si erano presentati alla mia mente (una casalinga divorziata con una figlia a carico, e un lavandaio di mezz'età rimasto intrappolato in quel mondo) a dirmi di avere qualcosa da raccontare. Ha avuto la sua possibilità per farlo, tralasciando qualche dettaglio che si è poi perfezionato in seguito.

La dispensa del vampiro

 

Suonò il campanello nel tardo pomeriggio di una domenica. Andai ad aprire pensando che fosse mio zio e invece mi trovai davanti lei, così gracile e pallida, ma così adulta nell’espressione. La mia sorpresa dovette essere buffa perché sorrise. Ci fu un attimo di silenzio e mio padre si affacciò per controllare; era venuta per il campo in vendita, aveva letto l’annuncio in paese. Mio padre la invitò a entrare, per sedersi con noi a tavola e parlare con calma, ma lei volle restare fuori. Trattavano sul prezzo stando in piedi sulla porta d’ingresso. La vedevo appena, mio padre la copriva quasi completamente. Quando tirò fuori un rotolo di banconote la trattativa si concluse.

Non aspettò nemmeno di firmare il contratto. Sistemò la roulotte in fondo al campo di granturco, in modo che due alberi la proteggessero almeno in parte. Mia madre si arrabbiò molto con papà. Si lamentava del fatto che avremmo avuto una sconosciuta accanto casa. Lui cercava di spiegarle che era stata una vera fortuna, perché nessuno avrebbe mai comprato quel campo isolato se non il proprietario dei terreni vicini, e quello avrebbe atteso per comprarsi tutto quanto, compresa la casa, mentre quella ragazza strana e la sua roulotte avevano fruttato una buona somma. Ma credo che fosse proprio quello il problema: era una ragazza strana, e sola.

Non ho mai visto nessuno con lei. E da allora io non l’ho persa di vista quasi mai.

Non credo che a lei interessi; voglio dire, sa che io la guardo, ma non le interessa. Devo stare attento invece ai miei.

Quella prima domenica presi il binocolo di mio zio e mi piazzai alla finestra di camera. Non vedevo quasi niente, perché era buio e la roulotte era coperta dai meli, ma alle quattro di notte riconobbi la sua ombra muoversi nel campo. In quel momento non riuscii a capire cosa stesse facendo, ma ripeté quel rituale nelle notti seguenti. Ho imparato a distinguere la sagoma scura del suo corpo e quella degli attrezzi. Usciva nel pieno della notte e si metteva a scavare. Lavorava la terra. Si è fatta un bell’orto con una piccola serra. Di giorno a volte fermava mio padre per chiedere consiglio sull’innesto delle piante, sull’esposizione al sole e sugli attrezzi. Teneva sempre il cappuccio in testa, soprattutto quando c’era il sole. Altre volte saliva in macchina e spariva fino a sera. Anche adesso, le poche volte che esce di giorno è sempre nascosta sotto il cappuccio.

All’alba si chiude in roulotte e resta lì dentro tutto il giorno. Allora io mi avvicino, salgo sul melo e la guardo dall’oblò. Sta sempre a studiare. A volte legge dei libri, altre volte un quaderno.

Una sera si è seduta al tavolo e si è messa a copiare le parole di quel quaderno su un altro quaderno. Poi lo ha chiuso, ha raccolto le ginocchia al petto ed è rimasta ferma per qualche minuto.

Forse due, forse dieci. Si è alzata, ha indossato i pantaloni e gli scarponcini. Il sole era tramontato già da tempo e sapevo che sarebbe uscita. Mi sono infilato sotto la roulotte trattenendo il respiro. La notte era ferma. Non c’erano aliti di vento o scricchiolii animali. Lei ha indossato un guanto, uno solo, e si è incamminata. La luna alta era quasi piena. Vedevo i suoi passi allontanarsi e i contorni ortogonali della terra dissodata. Dieci metri per cinque. La base del suo tempio notturno.

Si è accucciata all’angolo e ha afferrato un ciuffo d’erba che insidiava la coltivazione. Lo ha strappato ed è passata al successivo. Poi si è avvicinata alle insalate. Si è fermata ad accarezzare le foglie della lattuga, grassa e aperta. Era pronta, era la sua prima raccolta; presto lo sarebbero stati anche i ravanelli, le carote e i pomodori, quasi rossi. Ha proseguito su tutti i lati dell’orto estirpando le erbacce, poi ha afferrato il cesto di lattuga più grande e lo ha staccato. Lo ha portato in casa, ha acceso la radio su un programma musicale e si è messa a lavare l’insalata foglia per foglia. È stata la prima volta che l’ho vista preparare qualcosa da mangiare. Con un coltello ha tagliato una decina di foglie in strisce sottili, le ha messe in un piatto e le ha condite con olio, sale e aceto di mele. Si è seduta a tavola con un bicchiere di acqua e le posate. Ha guardato il quaderno appoggiato sul tavolo. Ha infilato la forchetta in un ciuffo di insalata, ha chiuso gli occhi e l’ha messo in bocca. Masticava lentamente e digrignava i denti. Con una mano davanti alle labbra tese ha trattenuto il boccone e ha inghiottito. Tossiva e scuoteva la testa. Poi ha respirato, ha guardato di nuovo il quaderno e ha preso un altro ciuffo di insalata. Lo ha spinto in bocca come se fosse acido, e così ha fatto con il terzo e il quarto. Aveva il naso arrossato e gli occhi lucidi. Inghiottiva e le lacrime le solcavano il viso. Svuotato il piatto è corsa in bagno. L’ho sentita tossire e trattenere i conati, e quando è uscita ha preso il quaderno e si è infilata di nuovo a letto. A quel punto sono andato anche io a dormire qualche ora.

Nei giorni seguenti quella scena si è ripetuta. Sempre peggio. Prende la verdura dall’orto, la lava e la cucina in tanti piatti diversi. Cuoce al vapore, alla brace; prepara stufati e pasticci di ogni tipo. Poi si mette a tavola, sempre da sola. Nelle sere più calde si accomoda nella veranda apparecchiando di tutto punto, con candele e stoviglie. Comincia a mangiare composta, ma mi accorgo che trattiene il dolore. Il cibo la fa contorcere. Mangia e poi continua a star male per ore, e si consuma. Quando era arrivata era già pallida, ma adesso stenta anche ad alzarsi.

Questa sera ha mangiato delle melanzane marinate e ora non fa che tossire. Non riesce a smettere e cade accanto al tavolo stringendosi la pancia. Resta immobile sul pavimento e lentamente la tosse si placa. Si siede di nuovo e finisce tutto. Beve. Poi si appoggia al tavolo e fa per alzarsi, ma le braccia non la sostengono e rotola ancora in terra. Non si muove, non tossisce nemmeno più. Scendo dall’albero, mi avvicino e la chiamo sottovoce. Non risponde. Allungo una mano ma appena la sfioro scatta in piedi e mi afferra la maglia. Ha gli occhi gialli e la bocca secca. Non sembra riconoscermi. Scuote la testa e corre in roulotte. Faccio un passo verso la porta, ma lei ha già chiuso la serratura. Mi guardo intorno, sembra tutto normale.

Prima che cominciasse a mangiare le verdure non stava così, sembra avvelenarsi giorno dopo giorno. Annuso il piatto, ma non trovo niente di strano. Sto per andarmene, quando lo vedo. Ha lasciato il quaderno sul tavolo. Mi guardo di nuovo intorno, non resisto.

Lo porto in camera e mi metto a leggere.

Ho venduto l’appartamento. Ho comprato una roulotte e un pezzo di terra. È una terra fertile e pianeggiante, me l’ha venduta un agricoltore che vive con la famiglia qua vicino. Il figlio mi spia ogni notte, da quando uscivo per dissodare il terreno.

Ho cominciato a lavorare la prima notte, quando ti ho portato qui.

Ho comprato dall’agricoltore una vanga, una zappa e un rastrello. Ho ordinato dei libri sulla cura della terra e la coltivazione. Ne ho comprati anche altri di cucina.

Ho tracciato un rettangolo nel campo e lì ho scavato cinque fila, smuovendo trenta centimetri di terra. L’ho seminata, l’ho concimata e l’ho innaffiata ogni mattina.

Sono passati due mesi. Ci ho messo due mesi a decifrare le tue parole. Adesso ne ricopio alcune qui. Riscriverle è come ricalcare i tuoi pensieri, rivivere il tempo con i tuoi occhi.

Mentre leggo guardo la roulotte in fondo al campo, dalla finestra. Quando si sveglierà cercherà il quaderno e capirà subito, ma non mi fermo. Sfoglio le pagine rapidamente, qui ha trascritto le parole di qualcuno:

“Ho adottato un canarino mannaro. Viene a trovarmi ogni giorno al calar del sole; si toglie il guscio, scioglie i veli e si avventa su di me. Io l’attendo come la terra fa con l’acqua. Ma come la terra, dell’acqua mi spoglio allo splendere del suo sole.

Trascorrerò con te ogni attimo che mi resta da vivere fin quando non mi prenderai.

Quando non staremo insieme io ti farò compagnia con le parole che lascerò in questo quaderno.

Non so che ore sono. Ti ho vista allontanarti dalla finestra e ho chiuso gli occhi.

Perché non mi hai svegliato? Da quanto tempo sei tornata?

Ho mangiato. Ho finito il pane e ho bevuto l’acqua. Ti sei seduta sul letto, mi hai accarezzato i capelli e io ho abbandonato la testa sul cuscino. Hai fatto scorrere la mano attorno all’orecchio e lungo il mio collo teso. I tuoi polpastrelli seguivano i contorni della macchia. Vedevo attraverso la tua pressione i grani viola e le tenui diffusioni che si allungano fino alla clavicola.

-Sei riuscito a scrivere? Mi hai chiesto.

-Poco.

Il quaderno era in terra accanto al letto. Lo hai raccolto e hai sfogliato due pagine.

La grafia ti è ancora incomprensibile. Mi sono sollevato sui gomiti e ti ho baciata al bordo della

bocca.

-Non hai sete? È tutto il giorno che ti aspetto.

La tua testa è scattata indietro come fai quando ne vorresti di più. Mi hai guardato e mi hai risposto che saremmo dovuti uscire, invece, perché mi avrebbe fatto bene.

Mi sono sfilato la maglietta. Altre rose pallide erano fiorite sulla pelle bianca. Una sulla spalla destra, una più ampia sul torace e una spunta dal pube per raggiungere quasi l’ombelico. Ti ho invitata.

-Perché torni qui? Non certo per passeggiare.

Ti sei piegata su di me. Il tuo piccolo naso mi sfiorava. Sentivo il tocco sugli ematomi dove ti fermavi per annusare, e attorno all’areola, dove si addensano i capillari. Poi hai seguito una vena attraverso le scapole e fino al bacino, sopra l’elastico dei pantaloni. Hai baciato il punto in cui la vena sprofonda nella carne, hai appoggiato la lingua grassa e hai percorso quel ruscello a ritroso. Ho disteso le braccia lungo il corpo. Erano fiorite ai polsi e al centro. Sei scivolata su di me. Hai premuto il bacino sulla mia erezione calda. Sentivo il sangue affluire tra le tue gambe strette. Non c’è altro che possiamo fare. Non c’è niente tra la tua bocca e la mia pelle.

Con le ultime forze ti ho afferrata per un polso. Sei scattata avanti. Ho sentito i tuoi denti affondare nella spalla ferita. Una volta non riuscivo a capire. Sentivo soltanto il calore diffondersi. Ma adesso ti sento. Percepisco la resistenza breve della mia pelle l’attimo prima di strapparsi. La stretta ermetica della tua mandibola, il succhio avido delle tue fauci. Bevi. Ho il braccio paralizzato, ma con l’altro ti stringo a me. Spalanco gli occhi e non vedo più niente. Un crampo tende tutti i miei muscoli. La vita defluisce. Il ferro irrora. Colo. Hai aperto gli occhi e ti sei spinta via con un balzo. Il solito balzo da cane ferito. Gridavi. Hai sbattuto la testa contro l’armadio e ti sei gettata in terra colpendo il pavimento coi pugni. Scalciavi. Ti contorcevi. Ho aspettato che l’ossigeno tornasse nel mio sangue e il respiro si quietasse, poi sono rotolato fuori dal letto e mi sono trascinato fino al tuo feto tremante.

-Ancora. Ho detto.

Hai aperto le pupille dilatate su di me. Ti stringevi le mani sulla bocca insanguinata. Dietro di me una striscia rossa segnava il mio tragitto sul materasso e sul pavimento.

-Portami con te. Smetti di smettere.

Ti sei raccolta in un angolo, sbattevi le braccia sulla parete, ringhiavi. Poi ti sei sollevata sulle gambe e ti sei voltata verso il muro.

-Devi riposare. Hai detto. Devi riposare e mangiare.

Hai preso la giacca e sei uscita. Sono rimasto solo sul pavimento. Non mi ero accorto di piangere fin quando non sono stato solo. Ho allungato il braccio e ho afferrato l’erezione intatta”.

La roulotte è ancora buia. Non so se sto leggendo una storia o un diario. Qui ha trascritto

ancora:

“Mi sono svegliato e non ci sei ancora. Che ore sono? Riconosco il tempo dalla luce sull’albero che vedo dalla finestra. Ma oggi non c’è il sole e sembra che il giorno non sia mai arrivato. Come te. Voglio restare sveglio. Forse sei venuta e sei tornata via. Non sento più gli odori. O forse tu non hai un odore. Ma sospetto che tu sia stata qui e te ne sei andata senza svegliarmi. Forse confondo l’oggi con l’ieri. Da quanto sono qui? Sei giorni, o forse nove. Per quanto potremo andare avanti? Quando saprai decifrare la mia scrittura non servirà più. L’ultima volta ho sentito i sensi che svanivano. Ero con te quasi completamente. Perché aspettare ancora? Capiterà una volta soltanto, mi hai detto. E ho pensato a quante volte devi averlo fatto. Hai portato con te qualcuno che ti ha delusa?

Ti ho chiesto cosa succederà e tu non hai risposto. Quando mi hai bevuto dall’inguine ti ho sentita perdere il controllo. Ho avuto una vertigine e poi mi sono abbandonato. Ero sicuro che lo avresti fatto, che saresti arrivata fino in fondo. Era un piacere così perfetto. Sentivo che lo volevi quanto me. Sentivo i tuoi muscoli tesi e mi hai stretto con le mani, come fai quando godi. Cosa ti ha trattenuta? Ne abbiamo parlato tante volte. Non so più quante. Non so quando è stata l’ultima volta. Ho paura che quando accadrà non me ne renderò nemmeno conto. Hai detto che potrei essere con te per sempre, ma potrei anche morire. Mi chiedo se ci sia una differenza. Non c’è altra possibilità per noi, e io voglio sentirti portarmi via.

Ho bisogno di un caffè. Riesco a stare seduto davanti alla cucina. Ho riempito una moka e l’ho messa sul fornello. Passo il panno umido di amuchina sulla ferita più recente. Aspetterò il caffè e poi mi farò un bagno caldo”.

La finestra della roulotte si è illuminata. Forse dovrei fermarmi, invece vado avanti per capire cos’è successo al ragazzo.

Quando sono rientrata ti ho trovato in terra davanti alla cucina. Il gas continuava a uscire dal fornello spento. La tua faccia era una massa informe e scura, bruciata e macellata dall’esplosione. I pezzi della moka erano sparsi per tutta la stanza e uno ti aveva trinciato di netto il collo. Sotto al tuo corpo c’era un lago di sangue appiccicoso.

Io non sapevo cosa sarebbe potuto succedere. Non ho mai portato qualcuno con me, come tu pensavi. Non sapevo nemmeno come avrei potuto farlo. Non c’è un manuale per queste cose. Non ci sono maestri o genitori. Forse ti avrei solo ucciso. Lo sapevi e lo volevi. Ma io non posso morire.

Non hai pensato che io non posso morire.

Ti ho seppellito accanto alla roulotte e ho arato il terreno sopra di te. Ho visto i colori degli ortaggi evolvere alla prima luce del mattino. Ho costruito anche una piccola serra per proteggere i pomodori e allungare la stagione. Come se servissero più stagioni.

Mangerò i prodotti della terra che tu hai fertilizzato. Biologici. Biodinamici. Privi di sapore e di odore.

Inghiottirò quel veleno fin quando non avrò più le forze di muovermi. Potrei magari morire così, giorno dopo giorno, un boccone per volta. Posso sperare di morire così.

Un grido feroce spezza il buio. Cos’è questa follia? Il delirio di una ragazza malata?

La sento avvicinarsi e anche i miei si svegliano, nella camera accanto. Sta venendo da me. Si regge appena in piedi, ma quando mi afferra quasi mi solleva.

L’AMORE È MANNAGGIACRISTO

 

Come ogni giorno ti ritrovi a fare le stesse e identiche cose: alzarti presto, menare due bestemmie, portare il cane a pisciare, buttare l’immondizia. Poi capita un lunedì, che no, non ci vai in ufficio, ma solo perché la spia dell’olio ti supplica di portare l’auto dal meccanico. Allora chiami Matteo, il meccanico di fiducia, si dai portamela che facciamo subito. Esci di casa e anche se sei grigio dentro scopri che fuori è primavera.

Matteo è un tipo che definiresti, come si dice, alternativo. Ha il pizzetto biondo, tatuaggi a vista, piercing dappertutto, capelli rasati a zero sopra la classica tuta da lavoro. Voleva fare il pittore, poi un giorno suo padre, innamoratissimo della famiglia, dice che va a comprare le sigarette e gli lascia una madre con una rotella fuori posto, l’officina piena di debiti e un fratello tossico.

«Tra quando?».

«Ripassa tra un paio d’ore».

Eppure aveva detto che faceva subito.

Gli consegni l’auto con le chiavi all’interno. L’aria è ancora troppo fresca e desideri tanto un buon caffè. Le strade da percorrere sono due. O fai a ritroso quella da cui sei venuto, oppure prosegui dritto. Non l’hai mai fatta quella via. Non hai voglia di rifare la stessa e quindi decidi per la seconda. Te ne vai con le mani in tasca pensando ai fatti tuoi: bollette, altre settanta euro che dovrai sborsare da lì a un paio d’ore, tua moglie che ieri t’ha fatto un cazziatone senza un apparente motivo. Anche quello è amore, dicono. Sarà. Speri che lungo quel percorso possa esserci un bar.

Poca gente in giro, troppo presto, o forse già tutti a guadagnarsi la pagnotta. Belli questi alberi, queste piante, questa pista ciclabile. Esiste una pista ciclabile in paese?

Percorri la pista, stranamente integra e pulita, così pulita che non c’è nemmeno una cicca di sigaretta.

Cammini veloce, sempre con quel bisogno di caffè che non ti abbandona mai, adesso unito a quello di una sigaretta. Senza accorgertene ti ritrovi all’interno di un tunnel, una specie di galleria. Che ci passa sopra? Binari, autostrada, filobus? Ti sembra di essere altrove, entrato in una dimensione parallela. Senti freddo lì dentro. Ti aggiusti il colletto del giubbotto.

L’eco dei tuoi passi rimbomba nelle orecchie e rallenti perché hai paura di fare troppo rumore. A metà del percorso ti viene un po’ d’angoscia: sei da solo in un buco del mondo, se qualcuno volesse farti del male, o rapinarti non potresti far nulla. Per fortuna non hai l’aria di uno che valga la pena derubare; delle cento euro che hai in tasca il settanta percento è già impegnata. È tra questi lugubri e idioti pensieri che ti accorgi che lì dentro non sei solo. Nel silenzio dei tuoi passi fermi, la vita pullula. Non è esistenza fisica, reale. Cioè, non lo è, ma lo è. Pullula di pensieri, idee, emozioni. Si fanno strada con prepotenza, tra graffiti e murales. La luce arranca tra l’entrata e l’uscita della galleria, ma le pareti colorate si riescono a vedere benissimo. Disegni grandiosi, simboli politici, scritte volgari, oscenità, idiozie. Realizzi finalmente di non trovarti in un luogo inventato, quella galleria esiste davvero e forse eri il solo che non la conosceva: centinaia di mani, occhi e menti sono transitate lì dentro; e hanno sofferto, gioito, cazzeggiato, inneggiato al Milan fino a creare un intero unico dipinto. Una scritta che entra dentro un disegno, un paesaggio che si fonde con delle frasi. E allora torni indietro per vedere se quell’immensa opera d’arte comincia dall’inizio della galleria, hai voglia di leggere tutto, di capire cosa ha portato quei ragazzi – chi dice che siano per forza solo ragazzi – a scrivere, a disegnare quello che i tuoi occhi affamati stanno divorando. Juve merda, Marina ha la fica larga, Girasole duemilacinque – duemilacinque? – la Brigata degli invalidi. E continui a camminare, abbagliato da quelle firme, da quegli insulti, da quei messaggi. Ma a un certo punto ti fermi, tiri fuori le mani dalle tasche, lanci un fischio e ammiri degli autentici capolavori. Il volto di Joker, una ragazza assorta nella lettura di un libro, due mani che si incontrano, il viso di John Lennon, il bacio di due uomini. Sei così sconvolto dalla loro esplosiva realtà che l’indice dello Zio Sam sembra che ti stia toccando il petto. Non riesci a staccare gli occhi da quelle immagini, non hai più voglia neanche del caffè. Per un attimo ti viene in mente che, all’interno di una mostra d’arte moderna, per ammirare molto meno avresti dovuto pagare.

Riprendi a muoverti senza guardare dove metti i piedi perché non ti interessa di pestare una merda e perché sei sicuro che merde lì dentro non ce ne sono. Continui a sgranare gli occhi e a leggere i graffiti: l’indifferenza uccide ogni giorno, Never back down, l’amore è mannaggiacristo.

Ti fermi di nuovo. Non riesci a crederci. Cazzo, di tutti quei capolavori, il più orribile, scritto da mano tremula, con un pennarello nero su altri disegni, è quello più grandioso di tutti.  

L’amore è mannaggiacristo.

Ti viene in mente che alle medie, al liceo, all’università, in casa, con gli amici, con le ragazze, con tua moglie, la domanda che più ti ha tormentato, che ti ha colto in fallo, a cui ogni volta hai dato risposte vaghe era sempre la stessa.

Che cos’è per te l’amore?

Pensavi che alla soglia dei quaranta non saresti mai riuscito non solo a rispondere a quella domanda, ma anche a cogliere un significato che si avvicinasse pur vagamente a quello reale, o almeno a quello che tu ritieni essere quel valore, e adesso lì, davanti ai tuoi occhi, in un giorno qualsiasi, uno sconosciuto dalla grafia incerta ti ha regalato la risposta alla domanda eterna.

Ti sembra di aver scoperto il Santo Graal. Quella frase, scritta male, ha colto nel segno anni di delusioni, gioie, tormenti, farfalle, rabbia, sorrisi e lacrime. E serotonina.

L’amore è mannaggiacristo. Spettacolare.

Rimani lì a lungo ricordando tempi passati e recenti che si fondono tra loro, proprio come stanno facendo quei colori davanti ai tuoi occhi, quei segni, quelle immagini. Si scompongono e ricompongono come materia in balia delle emozioni.

Quando ti riprendi dal viaggio nel tempo decidi di proseguire. Continui a vedere altri disegni ma non ti affascinano più come prima. Per te, che hai scoperto la verità, nulla ha più senso. Pensi solo a quella frase. E ti riassale il desiderio di caffè. Mentre punti diretto verso l’uscita colpisci qualcosa con il piede e vedi volar via un oggetto leggero. Si ferma a qualche metro davanti a te. Lo raggiungi, ti chini e lo raccogli. È un pennarello nero. Togli il tappo, annusi un vago odore di solvente e con aria furtiva fai uno sforzo: vuoi scrivere una frase a effetto, una di quelle citazioni che ti lasciano in silenzio a pensare. Alla fine non ti esce niente, un po’ perché non sei il tipo da aforismi, un po’ perché dopo quella frase tutto ti sembra banale.

Allora fai uno scarabocchio con le tue iniziali e passa la paura.

L’inchiostro e il tratto sembrano gli stessi della frase illuminante. Forse lo ha perso il tizio che l’ha scritta da poco. Chiudi il tappo e lo infili in tasca, senza motivo, o forse solo perché ti dispiace ributtarlo a terra. Riprendi il cammino con la testa che ti fa male e il cuore che batte.

All’uscita dal tunnel la luce del sole ti colpisce in pieno. Ti viene in mente quella canzone di Capareza, ti piaceva così tanto. Continui il tuo percorso e scopri che da questa parte del paese ci sono belle villette, un campo da calcio e un fiume.

Cristo, c’è un fiume!

Qualcuno fa jogging, qualcun altro va in bici, una coppia passeggia mano nella mano. Chissà se hanno visto anche loro quello che hai visto tu. Sembra che non finisca mai questa pista ciclabile e già pensi al ritorno, alla tua scoperta e alla voglia di dirlo a qualcuno, magari a tua moglie; dirle che nonostante tutto… Ma forse, chissà perché, sai che non la prenderà bene.

Un vecchio è appoggiato al cornicione, sotto c’è il fiume. Sembra pensieroso e assorto. Ha il busto sporto in avanti, i gomiti che fanno da leva, le mani incrociate come se pregasse. Deve essere stato un bell’uomo: spalle larghe, capelli folti, taglio dell’occhio espressivo e profondo. Gli passi vicino, troppo, al punto da notare le mani grosse, senza unghie e segnate da tracce nere.

Lo superi e ti convinci di aver fantasticato, anche se ne sei fottutamente sicuro. Fai ancora qualche passo, ma è più forte di te. Non riesci più a proseguire, a comandare le tue gambe. Ti fermi, proprio nel bel mezzo della pista e porti una mano sul capo, grattandotelo. Ti volti appena, incerto. Sta guardando altrove, in un punto che sa vedere solo lui. Pensi che ti stai rincoglionendo, che stai diventando paranoico, che in fondo è soltanto una cazzo di frase buttata lì. Riprendi a camminare. Niente, non è così. Lo sai e cominci a scalpitare. Hai davanti l’autore di quella verità assoluta e tu lo stai trascurando senza fargli nemmeno una domanda, senza sapere neanche il perché.

È come se trovassi Leonardo da Vinci e non gli chiedessi del sorriso ambiguo della Gioconda.

Sbuffi, vuoi sapere, ma non sei il tipo che rompe i coglioni alla gente; soprattutto a uno più grande di te. Soprattutto a un genio. Ti fai forza, ti impunti, e pensi che farai uno strappo alla regola. In fondo è un giorno speciale, in barba a quelli tutti uguali, senza sapore né di carne, né di pesce, e alla fine torni indietro.        

«Scusi!».

Lui non si gira. Non ti caga di striscio. Pensi che stai facendo una figura di merda, ma anche che nessuno se ne è accorto e hai tutto il tempo per ritornare sui tuoi passi, ma non lo fai. Ormai ci sei entrato dentro e l’acqua ti sta toccando i polpacci. Un passo in più e sei arrivato quasi alla cintola. Fanculo se l’acqua è fredda.

«Scusi!».

Alzi la voce di un paio di tonalità facendo uscire un suono non tuo, troppo acuto. Ti viene da rabbrividire e pensi che neanche questa volta, nonostante tutto, ti abbia sentito.

Il vecchio rimane così, nella stessa posizione. Sembra una statua. Poi gira il capo lentamente verso sinistra come se avesse sentito un fruscio, troppo lentamente. Ti punta gli occhi addosso con quel colore limpido e cristallino che solo il mare d’estate sa eguagliare. Ti senti come uno che sta sulle rotaie abbagliato dai fari della locomotiva.

«Dice a me?».

Ci siete solo voi due.

«Credo che questo le appartenga».

Lui sposta lo sguardo, dai miei occhi all’oggetto che ho in mano; poi ritorna a guardare quel suo punto disperso altrove.

«Non è mio».

Rimani in silenzio, perplesso, con quello stupido pennarello in mano e con le tue idee idiote. Quando te ne stai andando senti un movimento alle tue spalle, e una voce più morbida e accogliente di quella di prima.

«Le va un caffè?».

Venti minuti dopo ti ritrovi al tavolino di un bar, quel bar che cercavi tanto e che era nascosto in una stradicciola appena visibile, con la tua bevanda fumante e un perfetto sconosciuto. E te ne freghi di tutto il resto: delle tasse da pagare, dell’appuntamento col dentista, della spesa da fare. Te ne freghi anche dei settanta euro che dovrai scucire al meccanico. Sorseggi caffè e fumi tabacco di seconda scelta. E ascolti quel vecchio che ti sta svelando il sorriso di Monnalisa.

     

“Mi piace il Natale, cioè mi piace in linea teorica - le luci, e pure la frenesia - è la pratica che mi disturba; solo all’idea mi manca il respiro. Non è una questione religiosa. E’ tutto il resto: Natale uguale famiglia. Appunto”.

Lei era in piena paranoia. Era una di quelle persone che avevano sempre pregustato il Natale da fine agosto, ma negli ultimi due anni la fregola era stata rimpiazzata dall’ansia. Parlava a se stessa come si parla a un’amica, una che non può fare a meno di ascoltarti e cerca di placare le tue angosce. Quando parlava con le sue amiche in carne e ossa erano tutte ovvietà: “Quest’anno andiamo da mia suocera, così non devo preparare nulla/Tu i regali li hai già fatti tutti? Io ormai compro solo su internet/Noi andiamo tre giorni a Parigi, è il nostro regalo”. E via dicendo. Sorrisi esagerati a bocche spalancate, bacini e bacetti.

Anche quest’anno era andata così. La solita cena annuale “almeno per farsi gli auguri” e per lo scambio obbligato di regali inutili. Sia chiaro, a lei piacevano i regali inutili. “Cose che devono stupirti, nel bene e nel male, o perlomeno non essere prosaiche,” come lei era solita dire. Che so: un bracciale è utile? No, ti piace o non ti piace. E ti dice senza dubbio qualcosa su chi te lo ha regalato. Quelli delle amiche, però, erano sempre forzatamente insensati, diciamo presi a caso. Fatti per portare oggetti. Le mutande rosse, ad esempio. Quante ne aveva ormai? E poi a cosa le servivano? C’è crudeltà nel regalare mutande sexy a una fresca di divorzio. Stronze. Mettetevele voi, tanto i vostri mariti non se ne accorgono e probabilmente vi staranno facendo le corna mentre voi pensate al loro regalo.

Lei era divorziata ormai da due anni e si considerava ancora fresca di divorzio. Sarà che ancora non aveva digerito la cosa.

Il suo ex marito, invece, era felicemente accoppiato (vedi alla voce causa del divorzio); infatti pare avesse acconsentito con entusiasmo alla richiesta della propria madre di passare il Natale tutti insieme: figlio, consuoceri, ex-moglie e nuova compagna.

“E’ per il bambino, almeno vi vede insieme a Natale!”. Aveva detto sua suocera, o ex-suocera, come doveva puntualizzare ogni volta (in effetti non era più sua suocera, se lei non era più sposata). Lei, invece, sapeva che lo faceva solo per metterli tutti di fronte al fatto compiuto: una nuova e bella coppia pronta a ricevere la benedizione corale, compresa la sua, ché doveva fare la persona matura e incassare il colpo con educazione.

Lei aveva un nome, Tea, che era piaciuto molto al suo ex-marito. “E’ il nome di una rosa,” diceva quando la presentava a qualcuno con visibile orgoglio. Ne sottolineava la doppia bellezza: nel suono e nel significato. La sua nuova fidanzata - nuova per modo di dire, erano già passati due anni e qualcosa in più, senza contare i mesi di tresca - si chiamava Patrizia. Che nome rozzo. E a dispetto del suo significato! Sarà che si pronuncia come se ne avesse tre di zeta, ma non ha a che vedere con la soavità di Tea.

Lei l’aveva vista, Patrizia, dentro la macchina del suo ex-marito, sotto casa. Era stata la prima volta.

“Chi era quella?”.

“Quella chi?”.

“Quella che era dentro la tua macchina”.

“Ah. Ah già. Una collega. Non aveva la macchina oggi. Che rottura”.

Non aveva certo pensato al peggio, capita che si diano i passaggi alle colleghe. E poi non era un granché, diciamolo pure. Col caschetto spiaccicato in testa era un tutt’uno nero con cappotto e stivali. Una blatta.

Succedeva che erano in macchina. Lei non sarebbe dovuta tornare in quel momento, ma aveva parcheggiato e li aveva visti. Capita. Lui era salito a prendere qualcosa, era stato veloce. Quando era rientrato in macchina non c’era stata nessuna effusione, neanche un minimo contatto.

“E perché sei salito?”.

(Preoccupazione crescente)

“Mi scappava e le ho chiesto di aspettare cinque minuti”.

(Preoccupazione svanita)

A pensarci, che stronzo. Bravo attore, però. Nessun segno di tensione. Carino come sempre. Come poteva pensare male, Tea? Quando uno tradisce è distante, o ignora, oppure compensa con gesti d’affetto eccessivi. Lui no, carino come sempre. “Ma quanto è buono, lui,” dicevano le sue amiche. Sì, sì, in effetti lo era. Eccome. Intanto era arrivata la blatta.

Frequentavano lo stesso bar alla mattina. Erano finiti seduti allo stesso tavolino, poi avevano cercato di sedersi sempre a quel posto, fino ad aspettarsi. Chiacchiere. L’ufficio, il figlio, lo stress. Caffè, cornetto. “Meglio di no, sto diventando una balena,” “ma no, tu? Sei in gran forma!”. “Sarà ma è meglio che mi tenga, guarda!”. Indicandosi, con il preciso intento di fare vedere bene la sua maglia aderente, o piuttosto cosa c’era sotto. “Avercene come te!”. Insomma, flirtavano.

Basta poco, anche se sei tanto buono come lui, per trovarti dentro a una storia. Proprio poco, pensava Tea. Qualcuno che mostra un po’ d’interesse, che sorride socchiudendo gli occhi alle tue scemenze, che ride alle tue battute. Aggiungi, nel caso della blatta: tacchi vertiginosi, gonne fascianti e aria da donna curata, e il gioco è fatto. E’ matematico.

Poi sì, certo, come da copione è arrivata la parte struggente: la fanciulla smarrita, la donna dal cuore spezzato ma che ti sta dicendo che, in fin dei conti, la puoi considerare libera. “Mio marito non c’è mai, è fortunata tua moglie ad averti”. “No, guarda, è sfinente fare tutto da sola,” fino ad arrivare a: “Io ce l’ho messa tutta, ma alla fine molli la presa”. E con quali occhi glielo avrà detto. Preso all’amo. Che zoccola. Suo marito c’era eccome. Solo che lei non lo vedeva più. Non gliene fai una colpa, succede, ma rappresentarlo come un menefreghista, questo no. Questo fa di te una zoccola.

Tea era compiaciuta di ciò che pensava. Il suo ragionamento non faceva una piega, d’altronde.

Sta di fatto che l’ex marito il giorno della macchina era salito in casa loro a prendere i preservativi, ben nascosti tra le carte, nel cassetto della propria scrivania. Quel tardo pomeriggio però non aveva potuto usarli perché il marito di Patrizia aveva chiamato e lei era scattata sull’attenti, come un soldatino. Si era fatta accompagnare vicino casa per fare la brava moglie e andare chissà dove con suo marito, e lui, il fedifrago, tornava da Tea. Tranquillo, perché tanto sapeva che se non era stato oggi, sarebbe stato domani. Tranquillo, era entrato in casa e come al solito un bacio sulla guancia e un bacio sulle labbra.

Lui e Tea avevano un figlio, Lorenzo, cinque anni.

Lorenzo non capiva bene questa cosa del distacco tra i suoi genitori. Non capiva cosa fosse successo. Non collegava Patrizia, la fidanzata di papà, a tutto il resto. Patrizia era una nuova figura a sé stante che però viveva con papà al posto della mamma. In alcune cose le ricordava la mamma: era affettuosa come lei; in altre no: Patrizia sapeva fare le lasagne buonissime e si metteva lo smalto scuro.

Lorenzo abitava con Tea, ma due fine settimana al mese stava col padre. Ovviamente, una volta tornato da sua madre era un continuo parlare di papà, Patrizia (soprattutto Patrizia) e lasagne. Si può immaginare lo sforzo che faceva Tea ad ascoltarlo. Era felice che suo figlio stesse bene, ma allo stesso tempo ne soffriva. Quante volte si era trovata a chiedersi perché tutti i bambini odino le matrigne e il suo no? Forse quella era migliore di lei? Lo aveva comprato con due lasagne?

Mentre pensava a tutto questo, Tea stava guidando, Lorenzo dormiva beato dietro di lei, e si stavano dirigendo a casa della nonna, o della ex-suocera, dipende da come la vivi.

Tea aveva comprato anche un bel regalo per lei, una teiera vagamente indiana, anche se le era sembrato assurdo occuparsi della madre di colui che l’aveva lasciata così, dopo anni di vita insieme. Era rimasta impassibilmente fatalista, l’ex-suocera, un laconico: “se deve succedere, succede, bisogna andare avanti”. Che sotto sotto fosse contenta dell’accaduto?

Ci sarebbero stati anche i propri genitori, complici per amore del nipote, nonostante li avesse già visti la sera precedente, quella della Vigilia. C’erano stati anche sua sorella e i nipotini, in quell’occasione. I bambini si erano divertiti, un po’ meno Lorenzo, che era il bambino più grande, si annoiava e si aspettava da lei soluzioni immediate. Patrizia di certo le avrebbe avute. Sua sorella, dotata di tre figli piccoli e marito pacioso al limite dell’inconsistenza, le chiedeva di continuo come stava, con il tono di chi parla con una depressa. E Tea dentro di sé aveva sempre la stessa risposta: “Pensi che io sia depressa? I depressi non escono mai di casa, io sì,” mentre all’esterno liquidava rispondendo che stava bene.

Diciamo che, in realtà, era costretta a uscire per via di suo figlio, e del lavoro, e di quell’unica volta, sotto Natale, in cui si ricordava di essere parte di un gruppo di amiche, perlopiù inesistenti.

Le pesava ricordarsi la sua vita di prima. Adesso chi era? E cosa cercava? E dove mai sarebbe dovuta andare? Prima aveva il suo posto, il suo ruolo; adesso veniva percepita come una donna sola, anzi no, come una donna abbandonata e cornuta. Doveva magari iscriversi a un corso di ballo? E per cosa, per farsi alitare addosso da qualche vecchio imbolsito in cerca di emozioni, o subire il sogghigno di giovani uomini? No. E comunque non ci aveva mai pensato prima, quindi perché proprio ora? Lavorava in una redazione e quello le piaceva, le bastava, non aveva bisogno di riempire i suoi giorni di attività per sentire la vita.

”Sempre sul pezzo, lei!”. Le diceva il suo ex-marito prendendola per le spalle. Mah, teneva una rubrica di piante e fiori, mica era una cronista d’assalto. Lui, avvocato, lavorava in uno studio di grido, in giacca cravatta e scarpe lucide. Era uno di quelli di cui si dice: “E’ un bell’uomo”. Bello, forse inconsapevolmente, e quindi mai cascamorto, solo affabilmente cortese, di quelli che sanno stare al mondo in maniera ineccepibile. E a Tea piaceva questo suo modo di essere. A Tea piaceva lui.

I pensieri non le davano tregua: ne usciva uno, ne entrava un altro, ora di soppiatto ora con prepotenza: lui così bello, la blatta, le lasagne, la teiera. Comunque, grazie al cielo, la Vigilia era alle spalle. I sorrisi messi su per dire a tutti “Sto bene! Sto bene!”. Il rossetto rosso, la tristissima tombolata con suo padre mezzo addormentato e suo cognato che non proferiva parola. Non emetteva proprio suoni, a dire il vero, solo sorrisi ebeti. Dio mio.

E adesso stava guidando verso qualcosa di simile. Ma peggiore. Tutti, ma proprio tutti, schierati: i suoi, quelli di lui, l’altra. Una salvezza poteva essere partire per una meta esotica, ma suo figlio era troppo piccolo, e poi forse era meglio partecipare alla recita una volta per tutte.

Quello che l’angosciava maggiormente era la combinazione strampalata di tutte quelle persone. Come avrebbero rotto il ghiaccio? Con sua madre che soleva rimproverarla davanti a tutti, seppure scherzando? Come avrebbe reagito all’impatto?

Si guardò allo specchietto della macchina: troppa cipria, la riga della matita storta su una palpebra, le guance pallide. Accostò per darsi una sistemata. Tirò fuori dalla borsa il pennello quando suonò il cellulare: “Ciao, ma dove sei? Qui ci sono già tutti, almeno oggi per favore, cerchiamo di essere puntuali”. Era sua madre. Ovviamente, il pennello le cadde.

“Porca puttana/Ma cos’hai, calma, ho solo chiesto dove sei/Non ce l’ho con te, mamma, mi è caduta una cosa”.

Ogni volta era così faticoso non litigare, e questa volta certamente di più, ma era anche necessario mantenere la calma visto lo scenario che le si prospettava. E poi, nonostante tutto e tutti, era Natale. Le venne da piangere ma strinse i pugni e rimise in moto l’auto, con le labbra serrate e una rumorosa inspirazione.

Ci volle ancora un quarto d’ora prima che raggiungesse “la magione”, così Tea chiamava la casa degli ex-suoceri. Abitavano in campagna, in una vecchio casolare che lei aveva da subito amato. Ora le faceva male entrarci da estranea, o da cosa non sapeva bene neanche lei. Chi era lei adesso? Solo la madre del loro nipote. Aveva sperato d’invecchiare lì dentro, la cornice ideale per una vecchia scribacchina di piante, e magari, chissà, dove mettersi a scrivere davvero il suo primo romanzo. Si chiedeva se a Patrizia quel posto piacesse, ma era certa che si sarebbe fatta piacere di tutto. Doveva essere una donna accomodante.

Il cancello era aperto, lei entrò e parcheggiò. Il bambino si era svegliato da poco, era imbronciato e non voleva scendere.

“Dai che ci sono i nonni, c’è papà”.

“Lasciami qui, ho detto”.

Tea, a malincuore, si giocò l’ultima carta, non ne poteva più di piedi sbattuti e lacrime copiose: “C’è Patrizia”. Lorenzo si destò come da un brutto incantesimo e sorrise. “Va bene”. Il tempo di scendere dall’auto ed era corso raggiante verso casa.

“Quella zoccola gioca a fare la fatina buona,” rimuginava. “Avrà già fatto innamorare tutti di sé. Si deve prendere tutto” e con i tacchi sulla ghiaia seguì le orme del suo bambino.

“Permesso…”.

La prima apparizione fu un grigio nitore: gonna, maglia, spilla e orecchini fumé. Capelli argento. La conosceva da anni e raramente l’aveva vista con altri colori, o meglio: con colori veri addosso.

“Buon Natale, cara, entra pure” (ex-suocera).

“Buon Natale. Questo è per te. Per voi”.

“Ma non dovevi”.

“Ci mancherebbe”.

Primo scoglio superato.

Restava l’ingresso nella sala da pranzo: trionfale o profilo basso? Non fece in tempo a darsi una risposta.

“Buongiorno!/Auguri!/Alla buon’ora (madre)/Mamma, c’è Patrizia!”.

Tutti si erano salutati in coro. C’era da baciarsi, però. Merda, questi auguri odiosi.

“Poso il cappotto e arrivo”.

“No, no, facciamoci gli auguri per benino” (ex-suocero).

Bene, era partita ufficialmente la girandola dei baci. Erano rimasti per ultimi l’ex-marito, che l’aveva baciata come si fa con un conoscente, e Patrizia. La blatta era in ghingheri: gonna nera parecchio aderente, tacchi alti, camicia bianca, un microbolero nero, e il solito caschetto schiacciato sulla testa. “La cameriera di un ristorante messicano,” pensò Tea. La fatina delle lasagne però aveva la faccia stanca, e nonostante il trucco pesante, e forse una lampada, non aveva l’aria compiacente che Tea le aveva attribuito; neppure quella di una che ha vinto e può godersi un riposante trionfo senza più bisogno di sgomitare.

La tavola era apparecchiata in maniera impeccabile, c’erano anche i segnaposto a forma di angioletti argentati.

“Cinque minuti ed è pronto!”.

In cucina, l’ex-suocera stava occupandosi dei tortellini, mentre l’ex-consuocera di questa chiedeva stupidi ragguagli su ripieni e cotture.

“Vado a fumare una sigaretta, torno subito”.

Tea si mise il cuore in pace: se Patrizia fumava, non poteva essere incinta. Sì, l’aveva nascosto anche a se stessa, ma era la cosa che temeva di più un figlio dei due. Aveva pensato che quel pranzo fosse l’occasione per rivelarlo alla comunità intera, crudelmente e platealmente, altrimenti che senso aveva fare un pranzo tutti insieme? E invece no, l’intenzione era veramente quella di fare stare Lorenzo con la famiglia al completo il giorno di Natale.

“Tea, tu fumi?”.

“No, oddio, può capitare ma direi di no”. Mentre pronunciava queste parole Tea pensò di non essere ancora in grado di parlare con Patrizia. Poteva dire no e basta e invece no, quel “può capitare” detto con un mezzo sorriso. L’aveva fatta sentire stupida.

“Mi accompagni un attimo? Ti va?”.

“Ecco, mi tratta come fossi amica sua. Ma chi ti vuole. Adesso mi dice che è incinta”. Tea non avrebbe voluto starle vicino, ma doveva liberarsi dei pensieri che giravano a vuoto: se ci fosse stato un bambino in arrivo lo avrebbe saputo subito. Via il dente, via il dolore. Prima o poi sarebbe successo.

“Ma sì,” rispose con finta disinvoltura.

Uscirono in giardino. Patrizia accese la sigaretta guardando lontano, con gli occhi stretti. D’improvviso disse: “La conosci Elena Sabelli?”. “Se la conosco! E’ una mia amica,” rispose con fierezza. “E’ una mia amica: non tu, chiaro? Elena è una mia amica”. Questo prosieguo lo tenne per sé.

“Suppongo stiamo parlando della stessa persona: biondina, intellettuale…”. “Perché mi chiede di Elena? Ah, adesso si prende pure le mie amiche! Non ci credo!”. I pensieri correvano veloci. Ma Elena no! Lei era quella, tra le sue amiche posticce, che più somigliasse ad un’amica. Lei c’era quando si è separata. Lei ha tentato di parlare con il suo ex-marito. Lei…

”Ha una storia con Sandro”.

“Con Sandro? Come?”.

“Lo chiamava sempre. Voleva sapere come stava, lo chiamava a casa”.

“Da quanto?”.

“Tre, quattro mesi. Me lo ha detto suo marito”.

“Ma è vero?”.

“Tea, per favore, perché non dovrebbe esserlo? E poi ho le prove”.

“Ma lui come l’ha scoperto?”.

“Lo sospettava e poi hanno fatto un week-end in Spagna due settimane fa, e lui ha monitorato tutto. Li ha visti in aeroporto. Ha scattato le foto. Io sapevo che Sandro doveva essere ad una convention di avvocati, a Roma, mentre lei aveva detto che era impegnata con l’università: ricerche, robe così”.

Se pensi che il mondo ti sia crollato addosso, oh, sappi che la realtà ha in serbo soprese. Come dopo uno schiaffo ben assestato, o un tuffo da un trampolino altissimo, così si sentiva Tea. Non sapeva se stesse provando odio, senso di liberazione, o compassione. O forse tutto quello, insieme. “Ora capisci cosa significhi”. Forse voleva solo farsi una grande risata. Quell’uomo bello e buono, che per un po’ era stato suo, si dimostrava solo un debole alla ricerca di conferme continue.

“Lo so. Non posso chiederti scusa. E’ successo. Ma per me non è mai stata una storia così per dire. Io lo amavo. Adesso non lo so. Mi accorgo di non sapere chi sia Sandro”.

“Sandro non era così”.

“Sandro ti ha tradito anche prima del matrimonio. E’ stata l’unica volta, prima di me, ma è successo. Almeno così mi ha detto lui”.

“Ah sì, e con chi?”.

“Boh, una che aveva conosciuto in facoltà”.

“Gaia”.

“Allora lo sai”.

“Una volta è venuta a cena da noi. Il suo fidanzato era via”.

Silenzio.

“E’ quasi pronto! Entrate?”. L’ex-suocera si sporse fuori, guardò le due donne di suo figlio, forse avevano fatto amicizia. Ebbe anche il tempo di dire: “Ah, Tea, bella la teiera araba!”.

Patrizia guardò Tea. “Mi dispiace per Lorenzo, ma io adesso entro e faccio vedere le foto a Sandro e gli chiedo chi è davanti a tutti, e poi dico che lo so chi è, che conosco suo marito e Buon Natale Sandro”.

Entrarono in casa. I tortellini fumavano nei piatti.

Pietrasanta, 23/12/2017

stazione, ore 12:31

Ti ho notato da dietro il vetro, mentre il treno frenava in arrivo alla stazione di Pietrasanta. L'orologio a lancette, come ce ne sono a decorare ogni stazione, persino la più piccola, del territorio italiano, testimoniava un ritardo di cinque minuti. Come mio solito. Mi sono infilata il cappotto, quello rosso al ginocchio, lo stesso del nostro primo incontro, e un uomo mi ha aiutato con la valigia. Mentre la tirava giù ha sfiorato non troppo distrattamente il mio fondoschiena. Gli ho sorriso, immaginando quali pensieri ti stessero passando per la mente e godendo di ogni più piccola scintilla della tua rabbia. Che sentimento stupido la gelosia, non credi? Illudersi di possedere qualcuno al punto da sentirlo tuo, rivendicare il diritto di proprietà su una persona, su Margherita.

Ho sceso quei tre gradini sempre scortata dallo sconosciuto gentile e desideroso, che mi ha chiesto se avevo bisogno di un passaggio. Gli ho indicato un uomo fermo sulla banchina e ha capito. Eri lì, immobile, con le mani in tasca e lo sguardo di ghiaccio. Rilassati Antropologo, sono qui per te. Stretto nel tuo cappotto mi hai osservato mentre mi avvicinavo. Mi hai fissato negli occhi. Non hai distolto lo sguardo fino a che non sono stata a pochi centimetri da te e la tua bocca si è unita alla mia. Sono passati solo sette giorni? Anche per te sono stati lunghi quanto lo sono stati per me? Oserei dire di sì, seppur per motivi differenti. Mi hai travolto, sconvolgendo le mie abitudini e costringendomi a un'astinenza alla quale non sono abituata. Il mio letto piange, a ogni invito rileggo le tue parole: dovrò essere il solo, e rivedo le tue teche che mi ricordano la fedeltà. Dalla tasca ho sfilato la cintura della vestaglia di seta blu che mi hai regalato e ti ho chiesto di legarmi i capelli. Mi sono voltata e ho chiuso gli occhi. Mentre le tue mani sfioravano il mio collo ho rivissuto quella sera a Firenze, tu che lo scioglievi e io che immaginavo che uomo fossi: i tuoi capelli, se avessi la barba o se ti fossi ripulito a dovere per la tua prima volta, per me. Non desideravo altro che fuggire da quei binari, diretti a casa tua per perderci l'uno nell'altro. Con una mano hai afferrato la mia valigia e con l'altra hai preso la mia, di mano: «Andiamo, Margherita».

Dove, Antropologo? Avrei voluto chiederti. Non l'ho fatto. Ho lasciato che fossi tu a guidare il nostro incontro. Tornerai, mi avevi scritto, non ti farò male. Baciami, Antropologo, baciami ancora. Nel parcheggio siamo rimasti attaccati ignorando le persone che ci passavano accanto. Come la prima volta a Firenze, solo che a Pietrasanta c'era il sole e di nebbia nemmeno la minima traccia. Una giornata tersa, fredda. Hai preso confidenza. I tuoi gesti si sono fatti più sicuri. Le tue mani, così avide adesso da non temere confini. Hai aperto lo sportello e mi hai fatto sedere. Mi hai portato al mare, subito, prima di ogni altra cosa hai esaudito il tuo desiderio. E il mio.

Avevi prenotato in un ristorante sulla spiaggia, hai chiesto persino che mettessero uno dei loro lettini imbottiti al bordo della piscina vuota, con due coperte, così che potessimo sorseggiare il vino abbracciati guardando il mare. Hai bevuto per me, perché ogni promessa è debito. Forse un po' ti sta piacendo quella confortevole sensazione di torpore che nelle giuste dosi l'alcol sa dare, le inibizioni che piano piano spariscono e fanno emergere il lato più istintivo. Il cameriere ci ha scortato fino al tavolo, ha preso i soprabiti; vi siete detti qualcosa. Hai scostato la mia sedia con la tua solita galanteria. Non è stato necessario che mi preoccupassi di nulla, avevi studiato tutto nei minimi dettagli. Hai gusto, Antropologo, o forse abiti qui da sempre e sai cosa questi luoghi possano offrire. Ogni pietanza è stata accompagnata da un vino diverso, proprio come piace a me. Tutto delizioso. Non sono mancate le parole, non è mancato nemmeno Pietro nei nostri discorsi.

Non devi essere geloso di lui, è acqua passata. Non importa quanto lui provi a riavvicinarsi, o quanto sia abile nel comparire a sorpresa quando meno me lo aspetto. Abbiamo un accordo, adesso. Qualcosa di più.

«Cosa vuoi fare ora, Margherita?».

Ho preso la tua mano e ho rivolto il palmo verso l'alto. Ci ho scritto sopra le lettere del mio desiderio. Mi hai sfiorato la guancia, scendendo giù sul collo fino al nastro che pendeva dai miei capelli. Solo a quel punto ho parlato. «È ora che indossi di nuovo il tuo regalo, non credi?».

Hai sorriso. Non sorridi spesso, e hai annuito. Quando il cameriere ci ha servito i dolci hai chiesto il conto. Dopo aver pagato siamo usciti, ero certa che saremmo andati diretti all'auto e invece mi hai sorpreso di nuovo. Abbiamo camminato fino in fondo alla passerella. Premuta contro la ringhiera di quella strana rotonda, a palafitta sul mare, ho potuto godere della tua bocca e del calore del tuo corpo, stretto al mio. Non c'era nessuno questa volta, a parte noi due. Sentivo gli schizzi delle onde arrivarmi sulle gambe e pensavo che non c'era nulla da temere, il male che avresti potuto farmi non sarebbe stato nulla in confronto a quello che potevi offrirmi.

Arrivati a casa mi hai chiesto se volevo fare una doccia per togliere il freddo di dosso. Avevo in mente altro e sono andata in bagno a cambiarmi. Stessa vestaglia della prima volta, di nuovo solo quella. Avrei voluto chiederti subito della cantina e delle teche, ma mi hai sorpreso facendoti trovare lì, seduto su una sedia di fronte alla porta del bagno, quando l'ho aperta.

«Vieni qui, Margherita».

Le luci erano accese, questa volta, lo ricordo bene. C'era una bellissima lampada in salotto, una di quelle con il paralume enorme che scaldava l'ambiente. Hai slacciato la cinta della vestaglia e l'hai fatta scivolare a terra. Sono rimasta immobile di fronte a te. Ho goduto di ogni attimo in cui hai vacillato. Quando hai baciato la mia pancia, che ti piace tanto, quel lieve rigonfiamento proprio sotto l'ombelico, che ai tuoi occhi mi rende così sexy. L'eccitazione che solo il potere sa dare, il tuo desiderio per me.

Non pensavo che potesse essere così divertente avere in pugno un uomo. Di solito sono una brava giocatrice, tiro i dadi e via; pronta a cambiare tavolo. Cos'è che è diverso con te? Forse sei diverso tu, la tua voglia non si ferma alla necessità, no, si espande e mi avvolge fino a farmi godere del piacere di una replica, e di un'altra ancora.

Siamo rimasti a letto fino a ora di cena. Avevamo tutto il tempo per darci da fare, eppure abbiamo replicato subito. Poco dopo essere caduti esausti uno sull'altro nel tuo letto.

È qui che ha vissuto Adamo per quel breve periodo? La tua cavia n° 0. Il bambino che è riuscito a venire fuori dalla teca e a conquistare, giorno dopo giorno, sempre più spazio. L'hai lasciato libero e lui è tornato. È stato merito tuo, contro il tuo e il suo volere. È questo che stai facendo con me? È per questo motivo che sono qui?

Abbiamo fatto la doccia, questa volta te l'ho concessa. Hai accarezzato con la spugna ogni angolo del mio corpo e io ho fatto lo stesso con te. Il vapore era intriso dall'odore speziato del bagnoschiuma, e caldo l'accappatoio nel quale mi hai avvolto prima di lasciare che mi asciugassi nel suo abbraccio, e nel tuo.

Sei andato in cucina a preparare la cena e hai lasciato che finissi di sistemarmi, mi hai concesso la mia intimità. Te ne sono grata. Per te ho indossato di nuovo la vestaglia e mi sono seduta a tavola.

Il buon cibo e un ottimo vino sanno accompagnare alla perfezione le chiacchiere. Abbiamo parlato a lungo del nostro progetto insieme, di come poter continuare i nostri esperimenti. Lo sapevo che la mia avversione verso il genere umano si sarebbe sposata alla perfezione con la tua inclinazione allo studio della sua natura.

È stato allora che mi hai condotto in cantina tra le tue teche.

Dentro quegli enormi cubi di vetro rinchiudevi i tuoi topolini. Li portavi via dalle loro tane e osservavi il loro comportamento per giorni, fino all'esalazione del loro ultimo respiro. Hai un giardino sufficientemente ampio nel quale regalare loro un posto in cui riposare in eterno. Troppo grandi per cibare i tuoi gatti. Fino ad Adamo, il bambino che amava disegnare. Avevi comprato anche degli acquerelli per lui. Perché lui era diverso. Aveva visto in te qualcosa di simile a quello che ho visto io, e aveva imparato ad amarti. Ho potuto vedere quello che agli altri tieni nascosto: il buio nel quale volevi che ci immergessimo per la tua prima volta. Adesso chi di noi due deve avere paura? Non ci sono coltelli qui, sei in salvo.

Mi hai condotto nella teca che è stata di Adamo e su quel pavimento abbiamo fatto quello che piace a me. Scomodi ed eccitati, a luci spente ci siamo spinti in fondo alla tua anima e abbiamo goduto della libertà di non avere segreti. Ti sei sciolto dall'abbraccio per cercare l'interruttore. Al primo clic la luce non si accesa. È successo al secondo tentativo e ti ho visto, al di là del vetro.

Ho spinto, ma non si è mosso. Non ci sono maniglie all'interno della teca. Mi hai sorriso, da fuori, una luce diversa illuminava i tuoi occhi. Non farmi male, Antropologo, me l'avevi promesso. Tu le promesse le mantieni. Non si può cambiare la propria natura, questo lo so. Apri la porta, ti prego, non salire quelle scale da solo. Hai accesso una telecamera, l'ho capito dalla lucina rossa che ha iniziato a lampeggiare. Ti sei dato una sistemata. Hai appoggiato il palmo della mano sul vetro, dove io avevo il mio.

«Buonanotte, Margherita».

Non andartene.

Mi hai lasciato lì, da sola, con addosso soltanto la vestaglia.

Memento I

Il tempo di mettere a posto la cucina e sarai di nuovo da me, Antropologo. Mi farò desiderare un po' quando aprirai questa porta. Giocare è pane per i miei denti. Farò finta di rimettere le mie cose dentro alla valigia, pronta a ripartire, nel bel mezzo della notte. Tu che cerchi di trattenermi, che mi preghi di restare e io che vado verso la porta con già il mio cappotto addosso. La vestaglia abbandonata sopra una sedia. Chiara intenzione di non rimettere più piede in casa tua e di non rivedersi tanto presto. Un po' di sofferenza, non troppa, non sono poi così cattiva. Solo l'intento di farti provare di nuovo quel senso di solitudine che adesso forse per te è lontano. Non siamo a distanza di sicurezza dalle nostre debolezze. Questo dovresti saperlo meglio di chiunque altro.

È come essere dentro a un grande ninnolo natalizio. Queste pareti di vetro sono davvero molto alte, troppo per essere scavalcate. Tutti ambienti vuoti, per terra solo cemento. Le tenevi così le tue cavie, o davi loro qualcosa con cui intrattenersi durante la prigionia? Il pavimento è freddo, impossibile in questa stagione sdraiarsi per dormire. Era questa la loro tortura durante i mesi invernali, cercare di restare svegli il più a lungo possibile per non morire di freddo? Chissà come facevano quando dovevano andare in bagno, forse eri clemente con loro e al momento dei pasti concedevi una breve gita di sopra. No, non hai mai parlato di cibo. Di acqua sì. Ricordo i primi topi, i primi bambini, sette. Insieme e poi separati in gruppi. La prima perdita, e le conseguenti altre. La sepoltura in giardino, i tuoi gatti. Fine dell'esperimento e sei passato a quello dopo.

Memento II

Dovresti aver finito ormai di riordinare. Chissà perché ci stai mettendo così tanto a tornare da me. Vieni a prendermi, Antropologo, prometto che farò la brava. Niente finte questa volta, lo giuro. Salirò quelle scale con te e ci metteremo sul divano a parlare, oppure nel letto, a fare quello che più ci piace. Magari mi stai preparando una sorpresa. Stai cambiando le lenzuola pensando a un bagno caldo, oppure hai scelto una musica di sottofondo e stai versando del brandy nei bicchieri, pronti ad accogliermi, tra pochi minuti. Forse ti sei messo un attimo al pc e stai chattando con qualcuno, o stai pubblicando i risultati dei tuoi ultimi studi.

Inizia a fare freddo qui, e sono stanca di stare in piedi. Non c'è nemmeno nessuno con cui parlare. Ho provato a gridare sperando che là in fondo, in quell'angolo, il buio nascondesse una presenza, qualcuno che mi potesse fare compagnia. Ti sentivi così, vero, prima che arrivassi io? Stai godendo dei miei lamenti, ora? È bello essere potenti, avere la certezza del dominio assoluto sull'altro. Tu lassù che cammini sopra la mia testa; ascolto i tuoi passi cercando di capire i tuoi movimenti. Il gioco è bello finché dura poco. Ho capito la lezione, Antropologo, non c'è bisogno che mi tratti come fossi un topo. Sono Margherita, quella Margherita.    

Memento III

Mi fanno male le mani. A forza di battere sul vetro finirò per lussarmi qualcosa. Cazzo, Antropologo, liberami! Cosa vuoi farmi, eh? Vuoi farmi restare qui tutta la notte, o forse giorni, vuoi studiarmi, è questo che vuoi? Mi stai forse dicendo che sono una delle tue cavie, sì, uno di quei dannatissimi topi che hai lasciato morire di stenti? Se speri che come Adamo, quando potrò di nuovo essere fuori di qui, starò buona nella tua stanza in attesa di un tuo cenno, o a mendicare un tuo regalo, te lo puoi proprio scordare. Me ne andrò, ecco cosa farò, tornerò da dove sono venuta e ci resterò per sempre. Non posso nemmeno denunciarti. Non ho paura di morire, razza di psicopatico, non voglio finire in galera! Io so quello che hai fatto e tu sai quello che ho fatto io. Potremmo accordarci e stringerci la mano da buoni amici. Che ne dici, non ti sembra una buona idea? Ottima, ottima.

Quando mi hai chiesto se volevo vederle da dentro o da fuori, le tue teche, e io ti ho detto che ti avrei lasciato la scelta, che sapevo i rischi che correvo, non credevo che avresti avuto il coraggio di farlo sul serio. È da sempre che mi studi, vero? Sin dal primo istante hai tenuto il tuo sguardo puntato su di me in attesa che arrivasse il momento adatto per colpire. Affondata, Antropologo, hai centrato il bersaglio. Portami almeno una coperta, per favore, affacciati, chiedimi se va tutto bene. Fammi capire che non sono come quei bambini. Concedimi almeno di essere Adamo.

Memento IV

Nessuna premura per la tua povera Margherita. Chissà che ore sono, non mi hai lasciato nemmeno l'orologio. È già mattina? Speriamo che aprendo gli occhi tu ti ricordi di me, di venirmi a liberare. Spero che tu mi dica che è stato uno scherzo, che ti sei addormentato contro la tua volontà ed è per questo che hai aspettato tanto. Ti svegli presto, Antropologo, non manca molto a uscire di qui; mi preparerai la colazione e mi riempirai di baci, io ti perdonerò e faremo l'amore fino a cadere esausti uno nelle braccia dell'altro.

È così che si è sentito Greg negli ultimi istanti della sua vita? Povero Gregorio, chiuso dentro quella cella frigorifera. L'hai fatto per farmi capire, per farmi provare quello che io ho fatto provare a lui. Un regalo. Poter gustare fino in fondo il piacere di infliggere sofferenza a chi si crede invincibile. Basta un attimo, una distrazione. Com'è successo a lui, e da carnefice per magia ti ritrovi vittima. No, riaccendila per favore, lasciami almeno la luce. Ti supplico, non mi serve dormire, voglio vedere, voglio restare vigile. Devo ricordare di essere qui, nella tua cantina. Lascia almeno che i miei occhi possano avere qualcosa su cui distrarsi. Sono prigioniera, sono tua Antropologo, sono tua.

Memento V

Sono lacrime, queste? Ho il viso bagnato, sento ancora più freddo adesso. Non lo so quanto tempo è passato dall'ultima volta che ho pianto. Non me lo ricordo. Forse è stato quando sono morti i miei genitori, ero solo una bambina. Sei un uomo galante, Antropologo, fammi almeno andare in bagno. Ho bisogno di andare in bagno. Ho sete, Antropologo, non ce la faccio più a urlare. Mi fa male la gola, le mie gambe hanno ceduto. Il pavimento è freddo. Mi fa male anche la testa. Il cranio è duro e per quanto abbia sbattuto la fronte contro il vetro non sono svenuta. Accadrà presto se non mi darai qualcosa da mangiare. Ho fame.

Non voglio più tornare a casa. Ti prometto che resterò qui con te, povero, dolce assassino. Uccideremo insieme Pietro, così lui non sarà più un problema. Non mi importa di lui, non mi è mai importato nulla. Può tornare da me tutte le volte che vuole, io non sarò mai sua. Voglio te, Antropologo, ancora non l'hai capito? Cos'altro devo fare? Amami, Antropologo, non chiedo altro. Ma tu non mi farai uscire, vero? Morirò qui, con addosso soltanto la vestaglia che mi hai regalato. Dovrei ridere in vece di piangere. Che ironia, morire nei propri panni. Sei un uomo abile, è per questo che mi piaci. Va bene così, Andrea, hai vinto tu.

Clic. La luce si è accesa. Clic. La telecamera non lampeggia più. Ho sentito le tue braccia, mi hanno cinto da dietro e mi hanno sollevato da terra.

«Che ore sono?».

«È da poco passata la mezzanotte».

«Scorre così lento il tempo senza riferimenti...».

Mi hai preso in braccio. Mi hai portato su e mi hai avvolto in una coperta. Lasciandomi sul divano, sei andato in cucina e mi hai portato una tazza di tè bollente. Ti sei seduto di fianco a me e mi hai abbracciato. Ti ho guardato e tu mi hai sorriso, questa volta con dolcezza. Hai aspettato che smettessi di tremare e mi hai lasciato andare in bagno. Mi sono sciacquata il viso e ho risistemato il trucco. Quando sono tornata avevi gli occhi chiusi, la nuca appoggiata alla spalliera. Sono rimasta immobile, in piedi di fronte a te per qualche secondo. Hai allungato la mano e hai sciolto il nodo della cinta. Ti sei alzato per legarmi i capelli e scoprirmi le spalle, lasciando scivolare la seta sul pavimento. I tuoi gesti erano sicuri, forti della conquista appena ottenuta. Mi hai fatto chiudere gli occhi. Ho sentito qualcosa di freddo appoggiarsi al mio petto. Un ciondolo. Il mio regalo di Natale. Come lo sai che mi piacciono i gioielli? Non ne sbagli una, Antropologo. Un diamante: simbolo di purezza, resistenza, unione, perfezione, amore eterno. Ti ho ringraziato, nel modo in cui può far piacere a un uomo. A te, Andrea. Mi hai aperto gli occhi. Siamo andati a letto e ci siamo addormentati abbracciati.

«Domani riguarderemo il video, insieme,» hai sussurrato.

Devo chiuderla in un cassetto quella dannata cornice.

Quella serpe di mia moglie continua a fissarmi attraverso il vetro polveroso.

Ah! Mia moglie!

Me la ricordo bellissima davanti all’altare, fasciata in un abito bianco pieno di pizzo e con un diadema tra i capelli. Aveva un sorriso radioso e le brillavano gli occhi mentre quasi urlava "lo voglio!".

Due anni dopo mi lanciava i piatti, quella pazza.

Io che le servivo la colazione a letto, la portavo fuori tutte le sere, le lasciavo dei fiori sul tavolo prima di andare al lavoro.

Io che la riempivo di attenzioni e complimenti.

Mi domando ancora perché l'abbia sposata, avrei potuto avere qualsiasi donna, perché sì, modestamente ero proprio un gran bel ragazzo, diciamocelo.

Eppure ho scelto lei, una ragazzetta bassa, magra magra, che sembrava quasi una bambina.

Quando la vidi la prima volta ballava in mezzo alla pista, da sola, e aveva una tale energia che contagiava anche il più pigro dei ballerini. Indossava un vestitino azzurro con la gonna un po' svasata, che quando ballava si gonfiava e svolazzava di qua e di là. La guardavi dimenarsi e le gambe ti partivano da sole. Che grinta che aveva!

Chissà che fine ha fatto quella ragazzetta svitata; quando, di preciso, si è trasformata in una moglie acida e prepotente. Non le stava mai bene nulla, ogni scusa era buona per aggredirmi.

Come quel giorno, lo ricordo bene.

Tornai a casa con le buste della spesa convinto di averle evitato l'incombenza per quella settimana, e lei iniziò a gridarmi contro, a darmi dell'irresponsabile, del buono a nulla.

Ma dico io, si tratta così un marito premuroso?

E pensare che volevo portarla fuori a cena, quella sera.

Invece finimmo per litigare come al solito e mi ritrovai di nuovo a dormire sul divano.

“Oh, ma che hai da guardare ancora?

Sto parlando con te, sì, mia cara Giuliana.

Puoi anche smetterla di fissarmi a quel modo, prima o poi ti ci butterò davvero in quel cassetto a marcire, tu e la tua bella cornice d'argento. Ce l'hanno regalata per le nozze, te lo ricordi?”.

Mi rendo conto che sto parlando a una fotografia, forse è il caso che me ne vada a letto.

"Buonanotte Giuliana, dormi bene".

 

"Buonanotte Pietro, abbi cura di te".

Chissà perché ancora do la buonanotte a quel disgraziato, mi ha fatto passare due anni d'inferno.

Eppure la sua foto è lì, vicino al portagioie.

Non so nemmeno dove vive, adesso.

Avrà preso in affitto un buco di appartamento; immagino sia spoglio e triste, perché lui figuriamoci se l'ha arredato. Montare delle tende, prendere dei soprammobili, o anche solo dei mobili che non siano necessari. E le sue necessità sono davvero poche.

Perché lui ormai è fatto così, non si cura più di niente, sopravvive.

Eppure me lo ricordo il giorno in cui l'ho conosciuto, così stravagante e con il ciuffo ribelle.

Era un biondino niente male che si credeva un gran playboy.

Ma in verità le ragazze lo sfruttavano perché era il più grande del gruppo, l'unico con la macchina, e faceva sempre regali a quelle che gli piacevano. Così loro si facevano corteggiare per un po', sbattevano le ciglia e ottenevano quello che volevano, si facevano portare in giro per negozi...

Era proprio un gran fesso, il mio Pietro.

In fondo me ne sono innamorata proprio per la sua ingenuità, per la sua purezza di sentimenti.

L'ho sposato convinta che sarebbe stato per sempre.

Eravamo così felici, ridevamo un sacco, di ogni cosa.

Poi ha iniziato a bere, e non ho mai capito perché.

Rientrava la sera sempre ubriaco, non si reggeva in piedi. A volte tornava direttamente al mattino, entrava in camera con un vassoio e un bicchiere di vino, biascicava un "buongiorno tesoro" e si aspettava che gradissi il suo gesto.

E vogliamo parlare dei gambi di sedano che mi lasciava sul tavolo da pranzo? Secondo lui erano fiori bellissimi! Certo, dopo il primo fiasco gli saranno sembrate rose rosse.

E con quei gesti pretendeva di portarmi fuori tutte le sere.

Peccato che andare fuori fosse andare al bar a giocare a carte con gli amici, tutte le sere.

Tutti ubriachi.

Quando rientrava e, ubriaco, mi lusingava diceva che ero bella come una nuvola dopo il sole, che profumavo come un fiore di plastica, che gli ricordavo sempre quante donne aveva perso per scegliere me.

Ah! ma erano gran complimenti, secondo lui!

Nei pochi momenti in cui era sobrio mica se le ricordava le cose che mi diceva. Sarà ancora convinto di essere stato un marito perfetto e un galantuomo! Un giorno era tornato a casa con le buste della spesa, non si reggeva nemmeno in piedi tanto era ubriaco. Le aveva appoggiate sul tavolo, tutto fiero come se avesse compiuto chissà quale impresa. Peccato che avesse comprato solo vino. E secondo lui era la spesa per la settimana.

Chissà perché mi ostino a tenere la sua foto in bella mostra, perché lo saluto e gli auguro la buonanotte tutte le sere. Per quello che me ne frega potrebbe pure affogarci, nel vino!

Quel disgraziato!

“Hai bevuto anche stasera, Pietro? Eh?”.

 

Ho bevuto troppo, anche stasera.

L’emicrania non mi abbandona da mesi eppure continuo a bere.

Non ricordo nemmeno più quando ho iniziato, se è stato ieri o un anno fa.

Le chiesi quando avremmo pensato seriamente a dei bambini, quando avremmo sentito anche noi il rumore di piedini che correvano per casa.

Non mi rispose, o forse sì.

Comunque fu chiaro che non lo avrei mai sentito quel rumore.

È lì che ho iniziato a bere? È in quel momento che è andato tutto a rotoli?

Non lo so.

Io li avrei tanto voluti dei bambini, mi manca ancora oggi non avere qualcuno a cui togliere le ruotine alla bici perché si senta grande, a cui correggere i compiti la sera. Qualcuno che allieti i Natali recitando una piccola poesia, in piedi su una sedia e col vestito nuovo. Qualcuno a cui provare aspiegare i perché della vita, qualcuno che me ne insegni il valore con la sua sola presenza.

Non lo so che è successo, davvero.

Mi sembra di essermi addormentato una sera, felice e con una moglie magnifica accanto, e di essermi svegliato il giorno dopo in un mondo parallelo fatto di oblio e tristezza.

“Ma che ne sai tu, Giuliana! Che ne sai, eh? A te non importava niente di queste cose, tu stavi bene così e mocciosi tra i piedi non ne volevi, ecco cosa”.

Sento salire la solita rabbia, incontenibile, la mia unica compagna da mesi. E sto già riempiendo il bicchiere, ho bisogno di dimenticare tutto questo dolore.

Dov'è finita la mia ragazzina scatenata?

Dov'è la donna che la domenica mi preparava l'arrosto e mi prendeva in giro perché se provavo a cucinarlo io lo bruciavo sempre?

“Avevi ragione sai, Giuliana? Sono negato in cucina, lo sono sempre stato.

Pensa che ieri ho voluto preparare una frittata, una semplice frittata Giuliana, mica un piatto da chef! Quando ho provato a girarla è successo un macello”. Oggi pulendo il pavimento ne ho trovato un pezzo sotto il lavabo. È finita ovunque, probabilmente in qualche angolo della cucina alcuni pezzi faranno la muffa e li ritroverò chissà quando.

“E ti ricordi quanto facevo schifo a sistemare la biancheria? Ero davvero pessimo, e lo sono ancora.

Non ti sorprenderebbe affatto saperlo”.

Nel mio armadio c'è una collezione di camice bruciate, pantaloni macchiati e calzini spaiati.

Butto giù un altro sorso e sento la testa che inizia a girare.

“La sai una cosa, Giuliana? Come casalingo faccio proprio schifo, però come marito non ero affatto male e tu di lasciarmi così non dovevi farlo.

Non me lo meritavo”.

 

“Chissà se i tuoi sbagli li hai mai capiti, Pietro.

Se ti sei mai reso conto di quanto mi ferivano le tue parole, le tue nottate fuori casa, il tuo silenzio invalicabile come un muro, da quando mi ero ammalata.

Avevi preferito il vino a me, e quando ti comunicai che le cure sarebbero state molto pesanti scrollasti le spalle.

In quel momento ti odiai, riuscisti a farmi sentire sola come non mi ero mai sentita in vita mia.

L'uomo che amavo mi aveva abbandonata pur essendo fisicamente accanto a me.

Lo hai fatto di proposito? Ero diventata un peso per te, Pietro?”.

Non lo saprò mai, probabilmente.

“Ho dovuto affrontare da sola esami invasivi e terapie che mi hanno quasi distrutta, mentre tu uscivi a bere e te ne fregavi. Come se non fosse tua moglie quella malata, quella che rischiava di morire.

Ti ho urlato in faccia il mio dolore, molte volte, liti furibonde, ma il giorno dopo non ricordavi niente.

Ti comportavi come se nulla fosse successo. Ho avuto per molto tempo la sensazione di vivere in una farsa, come se fossimo gli attori della vita di altre persone.

Per questo bevevi, forse, per dimenticare una vita che non ti piaceva.

Eppure eravamo stati felici, ci eravamo amati tantissimo ed eri stato per me l'amico più prezioso, il compagno ideale, l'amante appassionato.

Ci capivamo con uno sguardo, te lo ricordi?

A volte notavamo qualcosa di buffo e ci scambiavamo un'occhiata complice, prima di scoppiare a ridere come ragazzini. Quante volte ti ho rimproverato bonariamente per il tuo modo confusionario di sistemare i vestiti nell'armadio! Ed eri così distratto mentre stiravi, ma ci ridevamo sopra.

Abbiamo riso tanto io e te, anche guardandoci attraverso i bordi bruciacchiati dei buchi che provocavi nelle camice.

Poi hai deciso di dimenticarmi, non lo so perché.

Spero tu ci sia riuscito, alla fine”.

 

“Non credo riuscirò mai a farmene una ragione, sai Giuliana?

Continuo a passare le notti fissando il soffitto chiedendomi cosa sia successo.

Quando abbiamo smesso di essere complici?”.

Non me lo ricordo.

Mi sembra tutto così assurdo, a volte.

“A un certo punto sei diventata fredda, distante. Hai iniziato a odiarmi da un giorno all'altro.

Cos'è successo in quei giorni, Giuliana?

Perché qualcosa dev'essere pur successo!”.

Ultimamente mi sono reso conto di avere dei vuoti di memoria, è come se avessi completamente rimosso parti della mia vita.

Alcune giornate le ricordo a metà, poi c'è il buio.

Mi succede ancora, anche adesso, per esempio. Per quanto mi sforzi non riesco a ricordare cosa ho fatto ieri sera dopo il lavoro. So di essere arrivato a casa, di essermi buttato sul divano con un bicchiere di buon vino e poi c'è il buio. Forse mi sono addormentato. Dev'essere andata così.

“Però di quel periodo ricordo la tua assenza. Non eri quasi mai in casa e quando tornavi eri sempre molto nervosa e con l'aria stanca. Non avevi l'aspetto che hanno le donne quando sono innamorate, e non dico per forza di me. Ci avevo pensato tu potessi avere un amante, sai? Ma eri troppo trascurata, arrabbiata, spenta. Non eri felice come chi ha trovato un nuovo amore.

E allora cos'era? Cosa ti ha portata via da me?”.

Oggi sono andato a fare la spesa e la cassiera ha imbustato le mie cose guardandomi in modo strano, sembrava triste. Credo di farle pena.

È quasi Natale, da quello che compro avrà capito che sono completamente solo, anche in questi giorni di festa. “E tu che farai a Natale? Andrai da tua madre, forse. O da tua sorella, così potrai giocare con i tuoi nipotini”.

Io non ho nemmeno i figli degli altri da coccolare, nessun bambino a cui portare regali.

 

Impacchetto i giocattoli per i miei nipotini pensando a quanto sarà doloroso questo Natale. Ho rifiutato l'invito di mia sorella per il pranzo, me ne starò a casa da sola.

In questo periodo sono così fragile che potrei mettermi a piangere davanti a tutti e non voglio rovinare le feste ai miei cari.

Ho fatto gli esami di controllo, quelli di routine per vedere se procede tutto bene.

Pare di sì.

Il problema è che non sono felice come dovrei di questa speranza di vita che pare concretizzarsi.

Mi sento svuotata, come se mi avessero strappato il cuore dal petto a mani nude.

Ho un enorme vuoto dentro e molti rimpianti.

“Chissà cosa starai facendo tu, Pietro. Spero tu non stia dormendo ubriaco sul divano, come sempre.

Io rischio di morire e tu vivi come se già lo fossi, morto”.

Vorrei tanto avere vicino l'uomo che ho sposato, in questo momento sarebbe fondamentale.

Mi sento così sola, invece.

“Avrei tanto voluto dei bambini, sai Pietro? Li desideravo così tanto...

Invece dentro me stava crescendo questo male e tu dopo averlo saputo sei scomparso.

Finché una sera, ubriaco, mentre io a malapena riuscivo a reggermi in piedi hai avuto il coraggio di chiedermi quando mi sarei decisa a darti dei figli. Io stavo morendo nella tua completa indifferenza! Perché? Perché tanta crudeltà, Pietro?

Certi giorni mi trascinavo fuori dal letto e credevo di impazzire per il dolore, eppure tu mi hai lasciata sola. Perché sei stato tanto cattivo con me? Perché mi hai odiato così tanto da abbandonarmi a me stessa mentre stavo morendo? Lo avevi capito, vero, che stavo morendo? Ancora oggi, nonostante le terapie sembrino funzionare, io potrei morire da un momento all'altro.

Quale uomo si comporta così con la donna che dice di amare? Perché lo hai fatto, Pietro?

Ieri la cassiera del mini-market mi ha detto che sei passato, come ogni giorno, a comprare pasta, un sugo pronto e due bottiglie di vino. Compri solo queste cose, tutti i giorni.

Me l'ha detto con l'aria mortificata, poverina, come fosse colpa sua se ti sei ridotto così.

Avremmo potuto essere felici, invecchiare insieme, invece ti sei perso chissà dove. Chissà quando. Non lo ricordo neanche il momento preciso, quand'è che mi hai sostituita col vino.

Pensare che quando ti ho conosciuto, in quel locale, stavi reggendo un bicchiere con del succo di frutta alla pera. Ricordo di averti preso in giro per questo”.

Vado a letto, non so nemmeno perché continuo a farmi queste domande che rinnovano tutto il mio dolore.

“Buonanotte Pietro, dormi bene”.

 

Mi sono svegliato sul divano, con un braccio che penzolava e la schiena a pezzi. Il bicchiere di vetro, vuoto, è rotolato a terra con una scia di goccioline rosse sul pavimento color crema.

Sento la testa pesante, pulsa e ho la nausea.

Mi trascino in bagno barcollando e appoggiandomi ora al muro, ora a uno dei pochi mobili che ho messo in casa.

Mi sciacquo la faccia e l'immagine che mi rimanda lo specchio quasi mi spaventa.

Ma quanti anni ho?

Gli occhi sono segnati da rughe e da profonde occhiaie bluastre, la pelle ha un colorito giallognolo, sembro malato. I capelli sono troppo lunghi e crespi.

Non faccio la barba da giorni, non ricordo quanti.

Sono davvero io l'uomo nello specchio? Quando sono diventato così?

“Tu lo sai, Giuliana? Tu mi avrai visto cambiare, devi esserti accorta di quando è successo. Voi donne vi accorgete sempre di tutto. Io non ricordo più nemmeno che taglio di capelli avevi quando mi hai sbattuto la porta di casa, la nostra casa, in faccia.

Ricordo che mi hai gridato di sparire, di non farmi più vedere. Hai gridato cose cattive, cose che non mi merito. Hai detto che sono un maledetto egoista, una persona arida e senza cuore.

Come hai potuto dire quelle cose? Ti ho sempre amata così tanto, cercavo di farti felice.

Sei stata tu ad allontanarti, ad alzare un muro tra noi”.

Esco dal bagno e mi guardo intorno.

Com'è vuota questa casa, com'è spoglia, triste.

Vado in camera e mi siedo sul letto, niente di più che un materasso scomodo buttato su una rete a doghe un po' traballante. Lo stretto necessario. “La tua fotografia, quella cornice d'argento, è l'unico oggetto carino della casa, sembra quasi fuori luogo.

Dove sei, Giuliana?”.

Questa casa mi opprime, devo uscire. Prima però torno allo specchio, l'immagine che mi rimanda è davvero terribile. Faccio la barba e pettino i capelli. Ritrovo quasi il mio ciuffo sbarazzino di qualche anno fa. Ho il volto stanco, ma faccio un po' di prove e alla fine trovo un sorriso da indossare. Mi metto degli abiti puliti ed esco. Non lo so dove voglio andare, ma non posso rimanere chiuso in questa casa un minuto in più.

Dove sarei andato di lunedì pomeriggio se avessi vissuto ancora con mia moglie?

Mi incammino.

 

È iniziata un'altra settimana e non ho proprio voglia di affrontarla. Mi sento sola, stanca, depressa. A volte avrei voglia di perderla questa battaglia con la malattia.

Cosa mi rimane, in fondo? Ho perso già tutto.

Non sorrido da mesi. L'uomo che amavo è diventato una larva, è più morto di me e Dio solo sa che fine abbia fatto. Quando l'ho cacciato di casa, mesi fa, gli ho urlato in faccia tutta la mia rabbia e gli ho detto di sparire per sempre dalla mia vita. Non mi ha neanche chiesto perché.

È sparito, semplicemente.

Afferro la borsetta ed esco, oggi è il giorno dedicato alla spesa e come sempre parlerò un po' con la cassiera del mini-market mentre imbusto le mie cose. È un'abitudine che ho preso da sposata quella della spesa di lunedì, ci andavamo insieme io e Pietro, ogni lunedì pomeriggio dopo il lavoro, puntuali.

È una bella giornata e il negozio è qui vicino, quindi decido di fare una passeggiata e raggiungerlo a piedi, in fondo mi mancano poche cose e un paio di buste non sono un gran peso da trasportare.

Cammino pensando a quello che mi serve, non molto in effetti, ormai cucino pochissimo. A che serve cucinare per ore se non c'è nessuno ad apprezzare il mio impegno? La cucina è amore, è condivisione di un piacere.

Io sono sola.

Arrivo nel piazzale del market e prendo un carrello, con la coda dell'occhio vedo un tipo con un ciuffo biondo fermo vicino alla porta del negozio.

Per un attimo il mio cuore si ferma.

Che stupida che sono!

Dopo tutto quello che mi ha fatto passare mio marito ancora ho il batticuore se vedo uno sconosciuto che me lo ricorda… Non gli do nemmeno una seconda occhiata, mi sento una ragazzina stupida.

Mi avvio all'ingresso scuotendo la testa.

 

Sto per entrare nel mini-market quando la vedo scuotere la testa, con lo sguardo fisso sull'asfalto del piazzale. I suoi capelli ondeggiano e anche se le nascondono il viso so che è lei, ed è bellissima.

È un po' magra, forse. Ha l'aria stanca.

Rimango immobile mentre si avvicina, mi sento come un bambino che arriva impreparato al suo primo esame. Mi ricordo dei sorrisi che ho provato allo specchio e simulo velocemente quello che mi era venuto meglio. Lei però mi passa accanto senza guardarmi, senza alzare la testa, oltrepassa la porta e si perde tra i banchi del reparto frutta e verdura.

Il mio cuore sembra impazzito, batte velocissimo e sento un calore allo stomaco.

Mi si rimescola qualcosa, dentro.

Credevo di non averlo nemmeno più un cuore, o almeno credevo che fosse lì proprio come i miei mobili, solamente per necessità.

Devo entrare?

Oh Giuliana, quanto sei bella. Da quanto tempo non ti vedevo? Troppo.

Dovrei farmi coraggio ed avvicinarti, cercare un contatto visivo e vedere come reagisci, ma ho paura. Ci siamo lasciati male, malissimo per la verità.

Inizio a credere che sia stata colpa mia… Ormai è evidente perfino a me che ho un problema con l'alcool, che mi ubriaco troppo spesso e al risveglio non ricordo le cose. Magari mi hai detto cose importanti, cose di noi, e io le ho dimenticate. È andata così, Giuliana? Per questo sei diventata così fredda con me, all’improvviso? Vorrei entrare, ma temo di peggiorare la situazione.

Ma in fondo cos'è che può peggiorare?

Entro e inizio a camminare tra i reparti, sbircio tra gli scaffali, ti cerco tra la gente. Il negozio è piuttosto piccolo eppure sfuggi alla mia vista.

Forse te ne sei già andata, mi sono deciso troppo tardi e tu starai già uscendo.

 

Stavo controllando gli ingredienti dei carciofi marinati quando ti ho visto.

Controllavo che non ci fosse il peperoncino, perché a te non piace proprio il piccante, eh Pietro? Ci stavo sempre attenta e continuo a farlo in automatico, come una stupida.

Oggi però sei qui davvero, anche se ci ho messo qualche secondo a capire che quel tizio col ciuffo biondo non è solamente un tizio col ciuffo che ti somiglia, sei tu.

Oh Pietro, che aspetto brutto che hai!

Sei dimagrito e sembri invecchiato, nonostante la pettinatura da ragazzino.

Stai cercando qualcuno, si capisce da come ti guardi intorno che non sei lì per fare la spesa. Non hai preso nemmeno il carrello. Chi stai cercando? Sei qui con qualcuno e non riesci a trovarlo? Forse vi siete separati per cercare più velocemente quello che vi serve e adesso non riuscite a riunirvi. È una donna, Pietro?

Mi hai già dimenticata?

Questo pensiero mi fa malissimo e me ne vergogno, non dovrebbe proprio importarmi. Sono io che ti ho cacciato di casa, io che non tolleravo più il tuo atteggiamento, la tua cattiveria.

Mi hai fatta sentire abbandonata pur vivendo con me, sotto lo stesso tetto. Mi hai detto cose cattive, mi hai fatto sentire brutta e non amata. Indesiderata, come un ospite fastidioso. Hai affondato un coltello nel mio cuore quando mi hai parlato di figli in quel modo crudele.

No Pietro, non posso perdonarti, non voglio.

Spingo veloce il carrello e mi dirigo verso le casse. Infilo nelle buste le poche cose che ho preso e scappo via, senza fermarmi a chiacchierare con la cassiera. Lei rimane stupita e mi guarda con aria un po' preoccupata.

Ormai mi conosce, e di me sa tutto, dalla sua postazione di lavoro ha visto la mia vita andare in frantumi. Voglio andare a casa, ora, voglio preparare per me qualcosa di buono. Accendere un paio di candele profumate e mettere della musica, che suoni giusta per le mie corde in questo momento. C'è sempre una canzone che sembra scritta proprio per noi, una canzone che sembra capirci e che grida per noi il nostro dolore. Stasera la ascolterò. E la canterò, magari.

Questo Natale voglio regalarmi un po' di serenità, me lo devo, me lo merito.

“Buone feste, Pietro. Abbi cura di te”.

 

ovvero: Il colore della cenere

«La neve, mamma!».

Era agosto, un caldo agosto. Uno dei più caldi che riuscissi a ricordare.

Non avevo mai visto la neve. Neanche lei, perché nella nostra città non era mai caduta, e lei, mi aveva detto, non si era mai allontanata da lì. Forse non lo avrebbe mai fatto se non fosse stata costretta.

La sua manina indicava il vortice che dall’alto si posava con leggerezza sulla terra. Si distendeva in un tappeto d’argento dalla consistenza fugace. Se si fosse chinata a raccoglierla le fessure tra le sue dita avrebbero fatto cadere tutto. Non avrebbero lasciato che una tenue sfumatura: la sua pelle, allora, sarebbe sembrata grigia, di un grigio chiaro. Lo stesso colore della cenere. Del riflesso della luna sulla cenere.

La sua mano era davvero piccola. E anche lei era piccola. Così piccola per affrontare quel viaggio.

«È solo polvere, tesoro», le risposi con un filo di voce, alzando gli occhi al cielo.

La cenere scendeva fitta accompagnata dal vento. Un vento sordo, silenzioso. Innaturale. Come la città dopo le bombe. Le belle strade, ora coperte di macerie, erano diventate vuote. Tristi.

«Sono le stelle, vero? È la polvere delle stelle?».

Mentre tutto si copriva di grigio e di bianco, risplendendo per contrasto nella notte sempre scura, la città sembrava ancora più morta. Era la cenere ad accendere le tenebre. E i sogni della bambina che camminava vicino a me.

Osservando i detriti che brillavano come statue immortali sorrisi, perché in mezzo alla morte, alla morte delle persone e delle cose, quella bambina alta poco più di un metro era ancora in grado di sognare. E sognava forte, con orgoglio.

«Esprimi un desiderio», le dissi.

Mi prese la mano e se la portò sul cuore. La punta del naso iniziò a disegnare cerchi leggeri nell’aria, verso l’alto. Scorsi i suoi occhi chiusi e la parte centrale della bocca scossa da leggere vibrazioni. Piccoli movimenti. Inconfondibili. Era una preghiera, una preghiera silenziosa. Le parole si erano fermate sulle sue labbra ed erano morte prima di toccare l’aria. Nessuno le avrebbe ascoltate. Nessuno avrebbe potuto. La bambina, però, non lo sapeva. Per lei un desiderio era solo un desiderio: avrebbe tanto voluto che diventasse realtà.

Così a lei restava la speranza, mentre io vedevo soltanto le briciole dei palazzi, dei rifugi e dei sogni. Erano ridotti in polvere. E nonostante la loro lucentezza restavano cenere. Cenere e macerie. Spettri di cadaveri in decomposizione.

Non c’era più niente. Niente che mi tenesse davvero lì, in quella che per dieci anni era stata la mia casa.

«Ti mancherà questo posto?».

Lo chiese senza lasciare la mia mano, continuando a stringermi. E pensai che stesse sorreggendo tutto il mio dolore, il peso che mio malgrado portavo sulle spalle.

Mi voltai a guardarla e incrociai i suoi occhi. Mi parvero meno brillanti, più velati. Forse erano stanchi. O forse tristi.

Così piccola. Così infelice.

«Ho con me tutto quello che mi serve...».

Provai a sorridere per rassicurarla, ma ne uscì fuori una smorfia, perché mi sentivo anche io piccola e infelice. Perché anche io avevo paura: di non essere in grado di badare a lei, quella bambina che la madre mi aveva affidato prima di morire. Ci separavano solo quattro anni, e i ruoli che la guerra ci aveva affidato senza chiederci il permesso, ma l’avrei cresciuta. Le avrei fatto da madre. E lei mi avrebbe fatto sentire un po’ meno malferma, un po’ meno mortale. Un po’ meno sola.

Finii per non chiederle che desiderio avesse espresso, anche se i suoi occhi sembravano aspettare quella domanda. Non avevo voglia di parlare. Ero anche io stanca. Avevamo camminato tutta la notte e dovevamo trovare un nascondiglio per il giorno. Contrariamente a quanto si potesse pensare, non era la notte il momento più pericoloso: chi guardava dall’alto, di notte trovava il mondo celato dal buio.

La bambina infilò le mani nelle tasche, ma avevo notato che erano sempre più grigie: la cenere si era infilata sotto le unghie e nelle venature del palmo. Anche il piccolo anello che portava all’indice aveva mutato colore. Era stato il regalo di sua madre. Se l’era sfilato appena in tempo. Aveva trovato la forza di sorridere mentre lo faceva. Sorridere per l’ultima volta.

Ogni giorno mi sembrava più spenta e iniziai a capire che dentro stava bruciando. Che stava morendo. Di una di quelle morti atroci, che sembrano lontane quando non si è provato sulla pelle che cosa sia la guerra.

Neanche noi la conoscevamo prima di allora. Non così bene, almeno. A scuola i libri ne parlavano, ma pensavamo fosse una cosa stupida, una cosa superata. Chi avrebbe voluto la guerra? E perché?

No, non avrei creduto che potesse esistere ancora. Che al mondo ci fosse qualcuno così incosciente da riportare la morte in vita.

Era l’ultimo giorno di scuola il giorno in cui il mondo è finito, per i morti, ma anche per i sopravvissuti. C’era una festa, una grande festa, ed erano presenti molti genitori. Eravamo appena entrati in classe e avevamo appoggiato i nostri libri sopra il banco. Leggere, per noi, era un lusso.

Un libro, un libro di carta e cartone, con la fodera a colori, era un dono che ricevevamo una volta all’anno dai nostri insegnanti e dalle nostre famiglie. Dovevamo resistere alla tentazione di leggerlo tutto d’un fiato. Era necessario diluire l’attesa per mesi, e quando purtroppo le pagine erano esaurite, o le ultime erano strappate, cosa assai frequente nella nostra zona, ricominciavamo da principio la lettura, sottolineando appena con il lapis le parole che alla prima lettura avevamo pronunciato senza comprenderle fino in fondo. Un libro doveva durare un anno intero. Poi sarebbe stato requisito, ripulito e ridistribuito. E non c’era modo di sottrarsi alla confisca della carta: la carta avrebbe composto lettere, biglietti in codice. Sarebbe stata lo sfondo di mappe e di conti complicati. O sarebbe rimasta ancora la base di un libro, la sua casa, il suo letto, pur cambiando forma. Il suo contenuto sarebbe mutato, come gli occhi di chi lo avrebbe scorto.

Il libro che mi era stato consegnato, e che avevo appena appoggiato sul banco, aveva la copertina azzurra. Era il mio colore preferito e speravo fosse di buon auspicio. Avrei tanto desiderato leggere di terre lontane, diverse dalla mia. Vivevo in una città senza cuore, priva d’anima.

Per fortuna c’erano molte pagine di carta: annusai il loro odore, in cerca di quel ricordo che io non custodivo, ma che la maestra ci aveva tramandato.

Trovate il profumo della carta.

E io lo cercavo ogni giorno, nella speranza che prima o poi uscisse fuori dal libro usurato e non ancora restituito, senza sapere come fosse quell’odore, il profumo di un libro fresco di stampa, forse asettico, forse impersonale. Così quella mattina lo annusai.

Il libro dalla copertina azzurra non emanava che un vago profumo acido che mi ricordava quello di una cantina. Le sue pagine erano leggermente taglienti e disegnavano un merletto imperfetto. Anche le cuciture erano grossolane: sapevo di dover prestare attenzione a non perdere la carta, l’oro bianco e ruvido che custodiva un bene ancora più prezioso, stampato appena in nero.

Sentii un aereo passare vicino al nostro tetto. Tremarono i vetri, e le gambe della maestra. I suoi occhi preoccupati ci osservarono con fare interrogativo e tutto vibrò ancora più forte, mentre un tuono accompagnava le scosse. La nostra insegnante urlò di nasconderci sotto i banchi. Di non pensare ad altro che a nasconderci. E io, prima di farmi ancora più piccola e chinarmi sul pavimento, ricordo di aver stretto più forte il libro azzurro per salvarlo da tutta quella distruzione. Invece sarebbe stato lui a salvarmi, ma io non potevo saperlo. Sarebbe stata la sua mano a posarsi sul mio cuore.

Quando le finestre schizzarono via in mille frantumi pensai che fossero simili a coriandoli. Coriandoli dalle magiche sfumature. E quei pezzi, pezzi appuntiti, si scagliarono contro i nostri corpi e i nostri sogni, tagliando e trafiggendo la carne e le cose.

Avevo paura a uscire fuori: non ero pronta a vedere la morte intorno a me. C’era qualcuno ancora vivo: si lamentava, farfugliava parole che per me non avevano senso. Sì, là, tra i vetri e il sangue, stavano pregando, chiedendo perdono. Chiedevano perdono prima di morire, come se una morte così violenta non fosse sufficiente a cancellare ogni colpa. E io, anziché aiutarli nella loro inutile preghiera, strinsi più forte il libro azzurro e mi accorsi che si era rotto: la copertina era squarciata dal vetro, proprio all’altezza del mio petto. Se non l’avessi avuto con me, probabilmente sarei morta.

Nell’aria si sparse un odore diverso. Non aveva una fragranza precisa, ma quando entrava nelle narici, quando si depositava sulla pelle, sentivo bruciare. Non vedevo niente di strano, oltre i frantumi di vetro e i corpi a terra che perdevano la vita.

Anche i vestiti bruciavano, tutto era fuoco, anche senza fiamme, anche senza vento ad alimentarlo. E anche io ero come fuoco: bloccata a terra, con le braccia impotenti rivolte al cielo. Avrei voluto gridare, ma nella gola tutto si fermava e si strozzava, incapace di uscire. Così mi trascinai fuori dalla classe, verso il bagno. Mi spogliai, mi spogliai di tutto. Lasciai cadere vestiti e libro a terra, e iniziai a lavare via quel bruciore, mentre i lamenti, nel corridoio, nelle altre aule, si facevano più deboli e più disperati.

Non sapevo dove andare, né che cosa fare.

Era la guerra quella?

Perché noi, noi bambini?

Sarei dovuta tornare a casa? O l’avrei trovata distrutta, come le finestre della scuola, come il libro dalla copertina azzurra?

Sarei riuscita a sopravvivere a tutto quel dolore?

Fu allora che la sentii. Era la voce di una bambina che continuava a chiamare la madre. Seguii la voce fino all’atrio: la piccola era nascosta sotto il corpo della mamma. Tossivano entrambe, ma la donna era stremata, stanca di disperarsi.

Poi la donna mi vide. E qualcosa nei suoi occhi cambiò.

«Vieni», mi disse. La sua voce era ridotta a un filo.

Obbedii, come un automa.

Si alzò sulle braccia, liberando la bambina dalla morsa sicura che l’aveva salvata. Si tolse l’anello e lo mise al dito della figlia.

«È mia figlia...».

Un colpo di tosse le impedì di finire la frase.

«…te la affido».

E sorrise, mentre la bambina mi prendeva la mano. E capendo che la sostanza invisibile aveva colpito anche la piccola, corsi a lavarla come meglio potei.

Quando ripassammo attraverso l’atrio, nude, impaurite, ma vicine, la donna non si muoveva più. Non avevo fatto in tempo a chiederle come si chiamasse la bambina.

La luce, fuori, era diversa dal solito. Poggiavamo i nostri piedi su un tappeto di macerie, vetro e carne.

«Stai attenta a non tagliarti», le dissi.

Non sapevo dove andare, né se fossimo al sicuro. Il sole era ovattato da nuvole sottili. I frantumi di vetro, a terra, riflettevano la sua luminosità. E poi c’era quello strato grigio, che prima non avevo mai notato. Non avevo mai notato perché non c’era. Non c’era la cenere. Non quella cenere d’argento. Risplendeva più del sole e del vetro. Per capire da che parte andare mi tappai gli occhi con una mano. Ma tutte le vie erano cancellate. C’erano nuove strade, strade di detriti, che i nostri piedi non erano pronti a calpestare.

«Cos’è successo alla mia mamma?», mi chiese quando eravamo arrivate in cima a un cumulo di ferro, cemento e polvere d’argento.

Io non sapevo che risponderle. Perché eravamo sole, adesso. Sole in quel mondo. Avrei voluto la mia di madre. O anche la sua. Qualcuno che mi proteggesse e che badasse a me. Avevo voglia di piangere e di gridare, ma rimasi in silenzio.

«Sei la mia nuova mamma, ora? Dove andiamo, mamma?»

La sua mano strinse più forte la mia.

Un palazzo era sopravvissuto. Dopo settimane di cammino, quella mattina avevamo trovato quello scheletro ancora eretto. Era il primo che trovavamo quasi intatto.

«Aspettami qui, Amal».

Avevo scelto questo nome. A lei era piaciuto. E le calzava a pennello. Amal: speranza. Perché era lei la mia speranza.

La bambina si rannicchiò nella buca nascondendosi sotto la coperta grigia. Per la prima volta saremo state lontane alcune ore. E i rischi non erano pochi. Più di tutti mi preoccupava la possibilità di non ritrovare il suo nascondiglio: dovevo memorizzare bene i numeri dei passi, ma non avrei potuto prendere punti di riferimento precisi. Il sole non era affidabile. E poi c’era il vento. Il vento avrebbe potuto coprire l’entrata. Avrebbe, certo. Mi restava da sperare che non si alzasse. Disegnare una mappa sarebbe stato ancor più pericoloso: se ci fosse stato qualcuno, là, dentro o intorno al palazzo, e avesse avuto cattive intenzioni… Se mi avesse catturato e avesse trovato quel foglio… No, non potevo correre quel rischio. Per il bene della bambina.

Gli occhi di Amal erano spalancati e fissi su di me. Riuscivo a vederli, perché brillavano come la polvere. Come la cenere. Erano dello stesso colore, ormai. Di un grigio intenso.

Era entrato dentro di lei quel grigio. L’avrebbe uccisa? Non volevo pensarci.

«Non avere paura...», le dissi spingendole via una ciocca di capelli. Grigia. Anche la ciocca. E adesso, anche la mia mano.

Ero io ad avere paura. Amal riusciva a sentirlo.

«Canta, canta nella testa, Amal. Canta tutte le canzoni che ti ho insegnato. Se alla fine non sarò tornata, aspetta la notte e scappa».

Non volevo andarmene. Non avrei dovuto lasciarla lì. Lo sentivo.

«Mamma...».

«Sì?».

«Tornerai, vero?».

Avrei voluto dirle di sì, rassicurarla. Ma non potevo mentirle. Non più. Anche se era una bambina, anche se io ero una bambina. Ero stanca delle bugie, delle bugie che i grandi dicono ai bambini, o che i più piccoli si raccontano tra loro.

Le detti un bacio sulla testa e le scompigliai i capelli: adesso anche la mia bocca era appena coperta di grigio. Ormai la cenere era entrata ovunque. Difficilmente saremmo sopravvissute a lungo.

«Stai attenta, per favore, mamma».

Le strizzai un occhio e mi allontanai prima che facesse giorno. Non avrei potuto aspettare la sicurezza della notte, perché avevo bisogno di luce, di più luce. Di vedere. Di vedere, da lassù, se in quel deserto di cenere qualcun altro come noi era vivo e in cerca di aiuto. Qualcuno buono, non uno dei soldati. Vedere se c’era qualcosa, oltre la cenere: una città sopravvissuta, una città ricostruita.

Non c’era niente. Avrei dovuto immaginarlo. Solo polvere: immense distese di polvere grigia. Era tutto uguale. La terra era tutta morta. Almeno da lì. Qualche duna, qualche buca. Eravamo le uniche formiche del formicaio. Neanche i militari si facevano vedere. Non ce ne era traccia, neppure nel palazzo.

Non c’era traccia di vita, là dentro. Di carne, invece, ce ne era fin troppa.

L’appartamento in cui entrai era sulla via del ritorno, all’ultimo piano. Avevo trovato la porta accostata. Ero in cerca di cibo, di provviste.

Il primo corpo era nella sala, a terra, sul tappeto. Non c’erano tracce di sangue. Solo la posizione era innaturale. L’uomo era steso su un fianco. Le braccia sigillate sul petto e le gambe adagiate una sopra l’altra. Il suo viso era rivolto verso una porta bianca.

Il tempo, là dentro, sembrava aver smesso di correre. C’erano ancora le patatine su un tavolo basso, tra il divano e la televisione. Ne presi una: da quanto non ne mangiavo?

Sputai a terra il boccone: sapeva di cenere. Ormai la polvere aveva contaminato anche il cibo. Non mi avevano ucciso le bombe e, iniziai a temere, mi avrebbe fatto morire quella polvere. Se fosse stato così avrei prima dovuto mettere in salvo Amal.

Il resto delle patatine cadde di fianco all’uomo. Feci attenzione a non calpestare la carne e aprii la porta che conduceva in un’altra zona della casa.

Il corridoio interno era buio. Ero costretta a procedere a tastoni. Sulla destra trovai una maniglia fredda. La tirai giù e un po’ di sole filtrò da una persiana di legno leggermente aperta. La prima cosa che vidi fu un carillon: non girava, non suonava più. Poi vidi il cadavere sul letto. La ballerina era rimasta immobile, forse già da tempo, o forse nel momento esatto della prima esplosione. Il suo tulle era ancora bianco: era il primo oggetto ad aver conservato il suo candore su cui si fossero posati i miei occhi negli ultimi mesi.

La avvicinai al raggio di luce e sfiorai il suo vestito.

Tornai la bambina che ero, per un momento.

Quanto tempo era trascorso? Quanto ero rimasta nella cameretta a osservare il carillon e la bambina che ne era stata proprietaria? Aida, a giudicare dal nome scritto sulla parete sopra il letto. Colei che torna. Ma non sarebbe tornata. Non sarebbe tornato nessuno. Erano tutti morti. Soltanto morti.

Afferrai il carillon e lo misi nello zaino. Aida mi avrebbe perdonato, pensai. In fondo non era per me. Era un regalo. Spalancati verso il soffitto c’erano i suoi occhi. Incapaci di piangere. Incapaci di vedere. Occhi ciechi. Sarebbero rimasti così per sempre? Quel pensiero era insopportabile.

Di tanto in tanto sogno ancora quei grandi occhi. Spalancati. Sul niente. Sul buio. Un buio eterno. Allora, mi dico, immagino di dirle, continua a dormire, Aida.

Lo zaino adesso era pieno: provviste, qualche abito, il solito binocolo. Il regalo per Amal. Sarebbe stata felice. Avrei fatto di tutto per vederla sorridere. Per vederla sognare, ancora, come facevamo entrambe prima della grande pioggia di cenere.

Il vento aveva concesso una tregua. Si alzava soprattutto di notte. O quando stava per cambiare il tempo. Mentre mi avvicinavo alla buca sentivo che qualcosa non andava. La notte stava arrivando e non c’erano nemici intorno. Era un posto sicuro. Perché quel terrore?

«Amal?».

La chiamai sottovoce, quasi per non svegliarla.

«Amal? AMAL?!».

Girai intorno all’ingresso della buca e realizzai che era vuota.

Amal non c’era più.

La coperta grigia era rimasta a terra, tra la polvere e i disegni. Sì, Amal aveva raccolto uno stecco e disegnato. Aveva reso l’attesa meno pesante, ma non era bastato.

Solo allora notai delle impronte. Impronte di passi, passi di bambina e di qualcuno più grande, impossibile dire di quanto. Non sembravano lontani gli uni dagli altri: procedevano a distanza costante sulla cenere, almeno fino a dove riuscivo a vedere.

E mi misi a seguire le tracce, mentre il vento si alzava e quella notte, sì, faceva freddo. Minacciava di cadere altra polvere e dovevo fare in fretta, prima che le orme fossero cancellate. E con esse, la speranza di ritrovare Amal.

Cercai di capire, guardai dappertutto. Dopo un’ora di cammino le due file di impronte erano diventate una sola. I piedi erano quelli più grandi. Nessuna traccia di quelli di Amal.

Osservai meglio, con più attenzione: sembravano trascinarsi. Inciampare. Le impronte erano più profonde. Il solco, nella cenere, più marcato.

Non c’era traccia di sangue. Nessuna macchia rossa intorno a quelle orme.

Cosa era successo ad Amal? L’avevano presa in braccio?

Amal stava morendo.

Stavamo morendo. Perché la cenere continuava a entrare dalla pelle e dalle narici. La sentivo. Percorreva tutto il corpo scorrendo nelle vene. La polvere stava rendendo tutto grigio. Sì, era il grigio il colore della morte.

Ma Amal stava morendo un po’ di più. Non riusciva a camminare per troppo tempo. Faceva fatica anche a respirare. E allora doveva aprire la bocca, e respirare con quella. Incamerare più aria. La stessa aria avvelenata.

Mi lasciai cadere sulle ginocchia, alzando cenere. Il vento cominciava a mulinare. E sembrava chiamare il mio nome. Il nome che neppure ricordavo, perché da tempo nessuno lo pronunciava. Ma chiamava me, ne ero certa.

E allora, con le ultime forze, seguii il vento. Non sapevo se mi avrebbe condotto alla morte, ma se non fossi più riuscita a trovare Amal tutta la mia vita avrebbe perso importanza.

C’era della musica. Non era una voce. Erano note. E io stavo seguendo quel suono, quasi ipnotizzata. Sapevo che mi avrebbe portato da lei. Era una delle canzoni che le avevo insegnato da quando ero diventata sua madre, quella che cantavamo sempre, quando una delle due era stanca o triste. Ci faceva sentire meno sole, più unite.

Il vento l’aveva portata, leggera come un soffio, a chilometri di distanza. È incredibile quanto viaggi il suono, nella notte, nel buio, nel deserto grigio di cenere.

Raggiunsi la capanna, messa su con le macerie di mattoni e di ferro, alla periferia della città fantasma. Tutte le città, ormai, erano così. Tutte le città. E tutti noi. Spettri. Scheletri. Senza vita.

La musica, dentro, era davvero forte. Me ne accorsi prima di aprire la porta. Nella capanna c’era odore di chiuso. E di cenere. L’odore della cenere era ovunque.

Il giorno era vicino e nella stanza iniziava a filtrare la luce dell’alba.

Su un tavolo, di fronte a me, c’era una lenzuolo bianco. Gonfio.

Sotto c’era qualcuno, qualcuno di piccolo.

Ne alzai un margine e guardai sotto. La vidi.

Amal, con la sua bocca a cuore colorata di grigio. E la pelle, dura, fredda, anch’essa d’argento. E i capelli, i vestiti, tutto era così. Sotto una nuvola bianca, c’era il corpo, il cadavere grigio di Amal.

Prima di piangere portai lo zaino in avanti ed estrassi il carillon, quello che non avrei più potuto donarle. Lo lasciai lì, un’altra macchia candida vicino alla coperta. Lo lasciai aperto, illudendomi che potesse vederlo, ovunque fosse.

Dietro di me sentii dei passi.

E quando mi voltai, vidi uno come me. Un ragazzo, intendo. Appena poco più di un bambino. Aveva una sciarpa a coprirgli il naso e la bocca. I suoi capelli erano grigi.

«La conoscevi?», mi chiese.

«Chi sei?».

«Adham».

«Cosa le hai fatto?».

Senza accorgermene mi ritrovai a pochi passi da lui. Stavo urlando, piangendo. Sentivo che le vene della mia testa erano sul punto di esplodere.

Sì, un’esplosione di sangue e cenere.

«Mi dispiace. Non sono riuscito a salvarla...».

«Non ti credo».

«L’ho trovata nella buca, sola. Era quasi svenuta».

Era il senso di colpa quello che sentivo? Quella fitta che mi trapassava in due il centro del petto, leggermente a sinistra?

«Ha camminato per un po’, poi non ce l’ha più fatta. L’ho portata in braccio fino a qui».

Non volevo più ascoltarlo.

«Non ti credo».

«Quando si è svegliata mi ha chiesto se fossi il suo nuovo papà».

E dubitai, per un istante. Pensai che potesse essere sincero.

No, non poteva.

L’aveva fatta morire. E avrebbe ucciso anche me.

«Non ti credo».

Infilai la mano destra in tasca e impugnai il coltellino.

«Mi dispiace per quello che è successo...».

Ma i suoi occhi non piangevano. Erano freddi, di pietra. Grigi. Come la cenere.

«Ti prego, non farlo...».

Ma io avevo già deciso.

Lo colpii. Lo colpii finché non smise di muoversi. Di respirare.

Sono caduta nella cenere.

Ho tirato fuori il coltello.

Poi l’ho riposto.

Non sono riuscita a fare quello che dovevo.

La notte non è fredda. Stanotte non c’è neppure il vento.

Penso che ad Amal sarebbe piaciuta.

E allora mi alzo e continuo a camminare.

In questo deserto di polvere grigia.

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